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La serin proteasi HtrA1: studio del suo potenziale ruolo di "biomarker" tissutale, urinario e plasmatico del cancro uroteliale vescicale umano e del suo possibile coinvolgimento nello sviluppo della malattia neoplastica
Il carcinoma della vescica è uno dei tumori di più frequente riscontro da parte dell’urologo,
rappresentando la seconda principale causa di decesso fra tutte le neoplasie del tratto genitourinario.
Più del 90% delle neoplasie maligne della vescica è rappresentato dai carcinomi delle
cellule uroteliali.
La scarsità di procedure non invasive attendibili per la diagnosi precoce, cui va aggiunta la
complessa eterogeneità biologica che questo tumore riscontra nella pratica clinica, sono alla base
dei decennali tentativi della comunità scientifica nell’individuazione di biomarcatori tumorali,
configurabili come indicatori precoci dell’esistenza del processo neoplastico, da utilizzare anche
per la sua sorveglianza a lungo termine. Alla luce di tali considerazioni, la necessità di
identificare nel tumore vescicale alcuni indicatori biochimici e genetici altamente specifici,
sensibili e valutabili, oltre che su frammenti di tessuto, anche su liquidi biologici (urine e
plasma), è tutt’oggi al centro di numerosi studi scientifici.
Lo scopo di questo lavoro è stato quello di analizzare l’espressione della serina proteasi HtrA1,
che è nota fungere da soppressore tumorale in diversi tumori solidi, nel tessuto vescicale
uroteliale umano in condizioni fisiologiche e tumorali, al fine di valutarne una eventuale
alterazione dei livelli in presenza di neoplasia. Inoltre, abbiamo voluto estendere lo studio
all’analisi dei fluidi biologici e alla valutazione di un possibile coinvolgimento dell’HtrA1 nella
progressione della malattia. Infatti, studi più o meno recenti hanno dimostrato come l’HtrA1 sia
una molecola in grado di esercitare una azione di controllo sulla crescita e proliferazione
cellulare e di indurre la morte cellulare stimolando l’apoptosi.
Sono stati reclutati per lo studio pazienti affetti da neoplasia vescicale uroteliale a diverso grado
e stadio, soggetti sani e con cistite. Di ciascun individuo, sono stati raccolti campioni bioptici
tissutali assieme ad urine e plasma.
Gli studi di immunoistochimica da noi condotti hanno dimostrato che l’HtrA1 è una molecola
espressa dall’urotelio della vescica in condizioni fisiologiche ed in patologie infiammatorie come
la cistite batterica. Al contrario, la proteina è risultata assente in tutti i casi esaminati di
carcinoma uroteliale con diverso grado di malignità e a differenti stadi di infiltrazione, fin dalle
fasi più precoci di comparsa visibile della neoplasia.
Una diversa espressione dell’HtrA1 tra i tessuti patologici ed i tessuti sani, nonostante simili
livelli del trascritto, è stata evidenziata dall’analisi western-blotting, dalla quale è emersa la
presenza di due forme dell’HtrA1, una nativa di peso molecolare di ~50 kDa ed una, che si
origina per autoproteolisi della prima, di ~38 kDa. Solo la forma a più basso peso molecolare ha
mostrato una diminuzione significativa in tutti i tessuti patologici analizzati rispetto ai sani,
dimostrandosi idonea ad essere considerata un buon biomarcatore tumorale.
Poiché questa proteina fu originariamente descritta come una proteasi di secrezione, abbiamo
ipotizzato che essa potesse essere secreta da parte dell’urotelio nella cavità vescicale o dal
tessuto nel sangue. Abbiamo quindi esaminato la presenza dell’HtrA1 anche nelle urine e nel
plasma di tutti i soggetti reclutati, dimostrando un incremento significativo della proteina
nell’urina e nel plasma dei pazienti con carcinoma rispetto ai soggetti sani.
Il presente lavoro ha quindi evidenziato l’HtrA1 quale possibile marker tissutale e
urinario/plasmatico utile nella diagnosi del carcinoma uroteliale della vescica.
Inoltre, dati di biologia molecolare supportati dai risultati ottenuti in vivo ci hanno suggerito che,
anche nella vescica umana, l’HtrA1 può assumere il ruolo di soppressore tumorale e che
probabilmente sia l’urotelio normale adiacente a quello tumorale a determinare un aumento
dell’HtrA1 nelle urine dei soggetti con carcinoma piuttosto che l’urotelio interessato dalla
neoplasia, forse come risposta di protezione alla progressione della malattia
Marketing nel settore sanitario. Il contributo dei sistemi informativi geografici
L’obiettivo dell’elaborato è cercare di individuare, mediante una profonda disamina del quadro teorico di riferimento concernente il marketing sanitario, possibili applicazioni in sanità delle logiche e degli strumenti del marketing tradizionale, fornendo spunti concernenti l’utilizzo di nuove tecnologie quali i sistemi informativi geografici a supporto dei processi decisionali.
L’introduzione del concetto di marketing in sanità ha incontrato la resistenza degli operatori professionali, poiché convenzionalmente ritenuto inappropriato per le organizzazioni sanitarie pubbliche. Tuttavia, la recente introduzione anche in sanità di approcci organizzativi di tipo manageriale ha costretto ad un riesame del contributo potenziale del marketing nel processo di pianificazione ed erogazione di servizi sanitari pubblici.
A fronte del ruolo sempre più attivo svolto dal paziente e della libertà di scelta del fornitore di servizi sanitari, diventa necessario per le organizzazioni sanitarie adottare un orientamento al marketing, affinché le azioni intraprese siano guidate da un’approfondita conoscenza delle reali esigenze della popolazione e del territorio di riferimento.
Un contributo determinante è dato dai sistemi informativi, che partecipano fattivamente all’intero processo decisionale. In particolare, i sistemi informativi geografici e i metodi di analisi spaziale correlati, rappresentano un valido ed innovativo strumento a supporto del processo di analisi dei bisogni di salute e di pianificazione ed erogazione dei servizi sanitari.
Per comprendere i bisogni sanitari e i modelli di utilizzo dei servizi, sono necessarie, oltre alle informazioni di carattere geografico ed epidemiologico, informazioni qualitative concernenti la sfera individuale dell’utente. La capacità del GIS di collegare ed integrare dati da fonti di informazioni multiple in un insieme più coerente, apre la strada a efficaci applicazioni per la tutela della salute pubblica
Probabilistic seismic hazard assessment at a strategic site in the bay of Bengal
Il lavoro di ricerca ha avuto in oggetto la quantificazione probabilistica della pericolosità sismica lungo la rotta di una condotta per il trasporto di crudo nel Golfo del Bengala. L’esito dell’analisi è stato espresso in termini di spettri di risposta elastici medi dell’accelerazione orizzontale e in presenza di deviazione standard, riferiti a cinque periodi di ritorno (Tr =95, 225, 475, 975 e 2475 anni). Inoltre, due mappe di pericolosità sismica riferite all’accelerazione di picco orizzontale e all’accelerazione spettrale di periodo T=0.2 sec sono state prodotte per il territorio del Bangladesh e le regioni circostanti. L’analisi è stata eseguita secondo il metodo classico di Cornell-McGuire e introducendo in aggiunta un lineamento tettonico per il quale è stato applicato il modello del terremoto caratteristico. Un catalogo degli eventi sismici è stato compilato per un’area estesa circondante la condotta, consultando numerose fonti internazionali e regionali, riferito al periodo 1663-2012. I dati del catalogo sono stati successivamente sottoposti a un processo di rimozione delle repliche, omogeneizzazione, rimozione degli eventi dipendenti (precursori e repliche) e analisi di completezza. Differenti scenari tettonici presenti nell’area di studio sono stati considerati per la selezione di opportune relazioni di attenuazione. Un approccio ad albero logico, costituito da cinquantadue rami è stato adottato per tenere conto dell’incertezza epistemica. L’analisi dei valori degli spettri di accelerazione ha evidenziato un cambiamento considerevole del livello di pericolosità in diversi punti della condotta, specie per elevati periodi di ritorno (Tr= 975 e 2475 anni), giustificando la necessità di uno studio specifico lungo la rotta. Inoltre, le mappe di pericolosità ottenute hanno riportato valori molto maggiori rispetto a quelli indicati in letteratura, portando alla conclusione che gli studi probabilistici precedenti sottostimano la pericolosità sismica per la maggior parte dei distretti del Bangladesh
Cryptography and physical layer security: the role of channel coding
In questa tesi vengono analizzate due applicazioni della codifica di canale per fini di sicurezza dell'informazione: I) utilizzare il problema di decodifica come primitiva crittografica in maniera efficiente, sia dal punto di vista della dimensione delle chiavi che della complessità computazionale II) l'utilizzo di tecniche di codifica per prevenire il furto di informazioni su un canale insicuro, non protetto da schemi crittografici. Le transazioni commerciali su internet ed il web-banking sono basati su sistemi crittografici (principalmente RSA) che non resisteranno all'avvento dei computer quantistici. D'altro canto, decodificare un codice lineare generico è un problema NP e non è noto alcun algoritmo in grado di risolverlo efficientemente neanche attraverso l'utilizzo di computer quantistici . In questa tesi viene studiata l'adozione di alcune famiglie di codici lineari (GRS e QC-LDPC), come sostituti dei codici di Goppa, nel crittosistema di McEliece, che si basa su tale problema di decodifca. Verrà discusso come l'utilizzo di tali codici permetta di superare il problema che, fino ad oggi, ne ha impedito un pratico utilizzo: l'eccessiva dimensione delle chiavi pubbliche. Attraverso l'utilizzo di questi codici, e modificando il sistema originale, la dimensione delle chiavi può essere ridotta fino a valori prossimi a quelli delle soluzioni non-quantistiche (RSA), con l'ulteriore vantaggio di un costo computazionale ridotto. Tecniche simili (l'uso di codici lineari e scrambling dell'informazione) possono essere adottate anche in schemi di physical layer security. In tali schemi non ci sono chiavi segrete: gli utenti, legittimo e non autorizzato, vengono distinti sulla base delle differenze fisiche dei loro canali. Se consideriamo, come esempio, una comunicazione wireless e due utenti, è possibile utilizzare tali tecniche per ridurre drasticamente la distanza relativa tra utente autorizzato e attaccante, alla quale essi devono essere, per far si che l'utente legittimo possa ricevere dati dal router e l'attaccante non sia in grado di ottenere informazione
Sviluppo di una procedura di misura per la determinazione della distribuzione della temperatura e dell'umidità in ambienti domestici e in materiali edili
Questa tesi PhD presenta i risultati ottenuti nello sviluppo di un sistema di misura per il
rilevamento della temperatura e dell’umidità relativa in un ambiente domestico e anche in
materiali edili come: pistrelle, cartongesso e vernici.
Il lavoro svolto in questa tesi è inglobato nel progetto Europeo AXIOMA, il cui scopo è
quello di sviluppare materiali smarts che possono rilasciare biocidi in seguito ad un preciso
trigger per prevenire la crescita di organismi biologici. Le attività svolte nella mia tesi sono
utilizzati per avere una precisa idea di quali debbano essere i valori di temperatura e
umidità, che guidano il processo di crescita, nei materiali studiati.
Momentaneamente si stima che nel 57 percento delle case in Europa hanno problemi di
organismi biologici (funghi e alghe) che possono causare problemi sia strutturali che
problemi di salute specialmente per l’apparato respiratorio.
Oggigiorno la crescita di organismi biologici è contrastata da prodotti contenenti biocidi.
Comunque il processo di rilascio dei biocidi è incontrollato e questi possono essere
pericolosi per la salute della persona e dell’ambiente in particolare se viene usato ad alte
concentrazioni.
Un rilascio smart e controllato dei biocidi è possibile solo se le condizioni ambientali
(temperatura e umidità) sono ben conosciute sia nell’ambiente interno che nei materiali
dove i microrganismi biologici iniziano a crescere. Dal voler risolvere questo problema
nasce lo scopo di questo progetto che ha come obbiettivo sviluppare materiali smart che
possono rilasciare basse concentrazioni di biocidi per contrastare la nascita e la crescita di
organismi biologici sulla superficie dei materiali. Con l’utilizzo di materiali smart, la vita
media degli edifici può essere aumentata evitando pericoli di salute per le persone che
vivono in questi ambienti.
Questa tesi, grazie agli studi svolti in una casa normalmente abitata da persone, permette
l’identificazione delle aree dove il rischio di crescita di alghe e muffe è più alta poiché in
queste aree la temperatura e l’umidità relativa raggiungo i valori ottimali per la crescita di
organismi biologici.
La temperatura e l’umidità relativa sono state registrate nelle stanze di una casa per un
periodo di due anni dove l’esperienza suggerisce una condizione ottimale per la crescita
della muffa: bagno e cucina.
E’ da sottolineare che i dati di temperatura e umidità relativa, registrati in una casa
normalmente abitata da una famiglia, presentati in questi tesi non possono essere ritrovati
in letteratura e troveranno un utilizzo nello sviluppo di un modello e di un software
all’interno del progetto AXIOMA.
Un ulteriore tema affrontato in questa tesi è lo studio del profilo di temperatura e di umidità
all’interno dei materiali. I materiali edili studiati sono: pitture, cartongessi e piastrelle.
E’ necessario conoscere il profilo nel materiale per raccogliere le informazioni necessarie
per sviluppare un rilascio controllato di biocidi, attivato dal trigger dato da un preciso
valore di temperatura e umidità.
Per queste ragioni due modelli matematici, in grado di ottenere temperatura e umidità a
particolari profondità conoscendo la temperatura e l’umidità superficiale e le caratteristiche
igrotermiche dei materiali, sono proposti in questa tesi. A concludere vengono riportati
anche test sperimentali per validare i dati sperimentali raccolti
Progetto, simulazione e sperimentazione di sistemi energetici ibridi di tipo eolico-fotovoltaico
vicino alla domanda, al fine di fornire elettricità in zone remote in particolare.
Inoltre essa è predisposta all’inclusione di fonti di energia rinnovabile, come
l’eolico e il solare, che permettono sostenibilità ambientale. La loro natura
discontinua può essere compensata parzialmente tramite sistemi ibridi di tipo
eolico-fotovoltaico. Una tipologia promettente nel micro-eolico è rappresentata
dalla turbina Savonius ad asse verticale (VAWT). Una unità di micro-generazione
ibrida con VAWT è stata progettata per essere integrata in un sistema di
illuminazione stradale a LED innovativo. Sulla sommità del lampione è integrato
un pannello fotovoltaico per contribuire alla generazione di potenza e alla carica
della batteria. Un prototipo in scala naturale è stato installato per la
sperimentazione. Due tipi di rotore Savonius sono progettati e realizzati in PMMA
e fibra di vetro. La massima velocità di rotazione è fissata a 250 rpm in accordo ad
analisi strutturali FEM. Un apparato dedicato per la sicurezza è stato progettato e
installato per evitare fuori-giri della turbina mediante frenatura automatica in
condizioni di vento estreme. Una criticità legata alle frequenze di risonanza del
palo è risolta tramite una modifica della struttura con dei tralicci. I primi test sul
campo e i dati meteorologici sono processati da un modello di simulazione
energetica.
Inoltre viene presentato un concetto ibrido innovativo: PV-HAWT. Si analizzano la
sperimentazione di un prototipo e un software per prevedere la radiazione solare
sui rotori HAWT
Intensificazione dell'olivicoltura: aspetti fisiologici e architetturali
Il contesto socio economico globalizzato entro cui si muove oggi il settore agricolo, e in particolare il comparto olivicolo, è caratterizzato da una forte competitività e da regole diverse nei diversi paesi produttori (rispetto dell’ambiente, costo del lavoro, ecc.). Di conseguenza nei paesi occidentali l’olivicoltura tradizionale (promiscua o specializzata), con basso livello di meccanizzazione, non è più remunerativa, mentre lo è tuttora in molti paesi del Mediterraneo. In questo contesto diventa vitale individuare nuovi percorsi di intensificazione olivicola per rendere sostenibile l’olivicoltura italiana.
Il presente lavoro studia l’olivicoltura ad alta densità completamente meccanizzata, comunemente conosciuta come sistema super-intensivo, nelle sue peculiarità strutturali, varietali, fisiologiche e architetturali. In merito alla caratterizzazione impiantistica dell’alta densità, pur essendoci modelli e materiali impiegati molto diversi tra di loro, la struttura risulta semplice perché non svolge una funzione di sostegno ma esclusivamente di allineamento della vegetazione e di guida dell’astone nei primi anni.
Dal confronto tra diversi materiali vivaistici all’impianto è emersa una maggiore vigoria delle piante micropropagate rispetto alle piante da talea della cultivar Arbequina coltivata in Spagna. Va sottolineato che in queste piante non è stata rilevata una prolungata giovanilità, per cui gli effetti della micropropagazione sull’architettura della pianta sono risultati positivi con maggiore ramificazione e conicità della chioma, senza ritardi di entrata in produzione e con elevati livelli produttivi sin dai primi anni. Tuttavia le piante micropropagate hanno mostrato una variabilità produttiva maggiore nei primi due anni rispetto alle piante da talea. Osservando le piante in fase di ambientamento ex vitro è stato possibile individuare la causa di questo ritardo, infatti le piante di olivo prodotte in vitro sono risultate per circa il 40% con caratteri fortemente giovanili (3-4 foglie per nodo). Si può ipotizzare che una selezione prima del trapianto per i caratteri di maturità (due foglie per nodo ben distese) potrebbe garantire piante con prestazioni vegeto produttive mediamente superiori a quelle delle talee. Mentre quelle con caratteri giovanili potrebbero essere impiegate in impianti meno intensivi.
In una seconda serie di prove, in diversi campi sperimentali dell’Italia centrale, sono state valutate alcune cultivar di olivo internazionali e nazionali proposte dal mercato vivaistico per l’alta densità, studiando le dimensioni, la ramificazione, la distribuzione della fruttificazione. E’ emerso che alcune cultivar pur impiegate in modo diffuso presentano forti limiti architetturali in alta densità. Mentre è stato confermato che Arbequina e Koroneiki presentano caratteri molto vantaggiosi per allevamenti ad alta densità e in particolare una elevata ramificazione e una ottima attitudine a differenziare a fiore.
Attraverso la realizzazione di nuovi impianti ad alta densità sono state caratterizzate anche alcune varietà locali o tipiche della regione Marche. Dai primi risultati emerge un interessante confronto fra alcune della nostre cultivar con la varietà di riferimento internazionale, Arbequina, sia in termini architetturali che di precocità di messa in produzione. In effetti, analizzando la vigoria, l’habitus di ramificazione e la distribuzione della produzione lungo il ramo fruttifero si può ritenere che alcune cultivar locali (in particolare Piantone di Mogliano), siano adattabili all’alta densità almeno quanto alcune cultivar nazionali (Maurino).
In conclusione i risultati della tesi mettono in evidenza che si possono introdurre innovazioni significative nella tecnica di coltivazione dell’olivo, anche partendo da tecniche di propagazione innovative, senza perdere la potenzialità di fare oli di grande qualità attraverso la ricchezza del germoplasma locale
Aridisols of southern Tunisia: formation and impact of agricultural management
La principale causa della progressiva degradazione degli Aridisols di molti ambienti aridi, oltre che alle avverse condizioni climatiche, è la loro instabilità dovuta all'erosione eolica e ad un eccessivo sfruttamento agricolo. Per i suoli coltivati, il peggioramento delle loro condizioni è stato attribuito essenzialmente all'uso intensivo del suolo, così che si rende necessario sviluppare un sistema di gestione in grado di migliorare la fertilità del suolo di questi fragili ecosistemi, soprattutto in vista dei previsto cambio climatico.
Allo scopo di aumentare la conoscenza dell'influenza delle pratiche agricole nelle regioni aride, è stato valutato l'impatto della coltivazione e della gestione del suolo sulle proprietà chimiche e biochimiche di Aridisols della piana di Jeffara (Tunisia), un ambiente arido tipicamente pre-desertico. Lo studio è stato condotto in tre siti, Chenini Nahel, Matmata Nouvelle and Menzel Habib, tutti sottoposti ad un simile clima di tipo aridic e con suoli coltivati e naturali. I suoli coltivati delle tre aree sono stati sottoposti a differenti tipi di gestione: fertilizzazione organica e irrigazione a Chenini Nahel, fertilizzazione chimica e irrigazione a Matmata Nouvelle, nessuna fertilizzazione e irrigazione sporadica a Menzel Habib. I risultati delle analisi chimiche e biologiche indicano che l'aggiunta al suolo di sostanza organica quale compost o letame, associata a una efficiente irrigazione ha favorito la riduzione del pH e l'alterazione dei minerali, con conseguente maggiore disponibilità di nutrienti, stabilizzazione e aumento della sostanza organica, e attività enzimatica. Quando gli ammendanti organici non sono distribuiti, l'irrigazione risulta essere fondamentale per i processi di mineralizzazione mediati dai microrganismi, mentre quando né l'ammendamento organico né l'irrigazione sono effettuati non si registra nessuna sostanziale differenza tra suolo coltivato e suolo naturale. I risultati ottenuti indicano che, oltre all'acqua, una gestione sostenibile degli Aridisols agrari dipende dalla disponibilità di ammendanti organici
Correlazioni molecolari tra melanoma maligno primitivo e rispettive metastasi
Introduzione: Il melanoma è una complessa patologia che origina da diversi pathway molecolari. Una corretta classificazione molecolare del melanoma è utile per una adeguata strategia terapeutica del singolo paziente.
Poiché il melanoma è un tumore estremamente etrerogeneo, l’obiettivo di questo studio è stato di individuare la prevalenza e la distribuzione delle mutazioni patogenetiche BRAF, NRAS, c-KIT, ErbB4 tra il tumore primitivo e le rispettive metastasi.
Materiali e metodi: Lo studio comprende in tutto 138 casi di melanoma maligno, di cui 56 primitivi ed 82 metastasi sincrone e asincrone. Le lesioni secondarie includono differenti sedi metastatiche: 34 linfonodali, 27 cutanee e sottocutanee, 17 viscerali, 2 cerebrale e 2 ossee. Tutti i campioni di tessuto, fissati in formalina ed inclusi in paraffina, sono stati sottoposti ad analisi mutazionale mediante spettrometria di massa (Sequenom®).
Il metodo si basa sulla misura del tempo di volo dei prodotti della reazione di estensione, precedentemente amplificati mediante una multiplex PCR.
Risultati: I melanomi primitivi e metastatici sono risultati mutati rispettivamente nel 48% e nel 50% dei casi. Il BRAF risulta, tra gli altri, il gene maggiormente mutato e la mutazione V600E è stata riscontrata con una frequenza del 81,1% nel tumore primitivo e del 77,7% nel tumore metastatico.
Mettendo a confronto le valutazioni dello stato mutazionale dei 4 geni studiati nel tumore primitivo e nelle corrispondenti metastasi linfonodali, cutanee e sottocutanee e viscerali, abbiamo riscontrato una concordanza pari al 65% (22 su 34), 78% (11 su 23) e 60% (11 su 15) rispettivamente.
La percentuale di concordanza si abbassa fino al 53% analizzando l’assetto molecolare di melanomi primitivi con le rispettive metastasi linfonodali e ad altre metastasi a distanza.
Conclusioni: Possiamo dunque affermare che è presente una concordanza non assoluta tra melanoma primitivo e metastatico e che comunque esiste la possibilità, non trascurabile, di un cambiamento nell’assetto molecolare della neoplasia, per cui è importante, per una mirata scelta terapeutica, valutare lo stato mutazionale nelle metastasi quando il materiale tumorale risulta disponibile.
E’ inoltre necessario indagare anche le alterazioni molecolari più rare, significative da un punto di vista clinico e terapeutico, con una metodica ad elevata sensibilità e che permetta di valutare una ampio spettro di geni
Economic globalization and economics of health systems in Africa: verifying of structural relationships using PLS-PM
Obiettivo. La tesi esamina la relazione tra la globalizzazione economica e le dimensione finanziarie
dei sistemi sanitari in Africa.
Metodi. Il quadro teorico di Woodward et al. (2001) è stato adattato alla problematica finanziaria dei
sistemi sanitari visti come economic fields. Un’analisi esplorativa dei dati provenienti da 53 paesi
africani è stata condotta con il metodo PLS. Gli attori di finanziamento della sanità sono stati
separati in tre gruppi - settore de l'assistenza allo sviluppo per la sanità, settore pubblico e settore
privato - utilizzando una cluster analysis basata su un approccio meso.
Risultati. La relazione tra apertura economica e il finanziamento della sanità per il governo e il
settore de l'assistenza allo sviluppo per la sanità è significativa.
Conclusione. La globalizzazione economica ha un impatto forte su la politica di finanziamento
della sanità di governo e dell'assistenza allo sviluppo per la sanità