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Morphology and ecology of Stylasteridae (Cnidaria, Hydrozoa)
La famiglia Stylasteridae è una della due famiglie di idroidi a presentare uno scheletro calcareo
chiamato coenosteum.
Gli Stylasteridae sono idroidi polimorfici e presentano due tipi di polipi che escono lungo il
coenosteum attraverso dei pori. La distribuzione dai pori lungo la colonia e la loro forma sono
caratteristiche strettamente legate al genere. I polipi di una colonia sono connessi attraverso una
fitta rete di canali cenosarcali che permea l’intero scheletro.
Durante il dottorato, la morfologia dello scheletro degli Stylasteridae è stata studiata per la prima
volta attraverso l’utilizzo della microtomografia computerizzata a raggi X (Xray μCT). E’ stato
dimostrato come questa tecnica non distruttiva risulti molto utile nello studio della morfologia
scheletrica ed inoltre è stato osservato come l’approccio integrato tra questa tecnica e il tradizionale
tecnica SEM permetta uno studio più approfondito e dettagliato della tassonomia di questa famiglia.
Infatti, i risultati ottenuti attraverso la combinazione di queste due tecniche permettono
l’identificazione di caratteri morfologici che altrimenti potrebbero venire male interpretati o
addirittura potrebbero passare inosservati.
Lo studio dei primi stadi di crescita di alcune specie di Stylasteridae ha mostrato come in
quest’ultime il primo step sia la formazione di un ciclosistema primario, anche nel caso in cui da
adulte esse presentino una differente distribuzione di pori. Questi dati hanno portato a due ipotesi: 1.
ciclosistema come distribuzione tipica dei pori dall’antenato di questa famiglia; 2. ciclosistema
come miglior tipo di distribuzione per la protezione del primo gastrozoide da parte dei dattilozoidi.
Il presente studio riporta, inoltre, la dettagliata descrizione della modalità di crescita di due specie di
Distichopora, dalla formazione del ciclosistema primario fino alla formazione della colonia adulta
che presenta una distribuzione di pori in file.
Sono stati condotti degli studi anche dal punto di vista della riproduzione. Uno studio preliminare
ha consentito di capire in dettaglio la morfologia e lo sviluppo dei gonofori di quattro specie di
Stylasteridae indonesiani. Inoltre, attraverso uno studio ultrastrutturale, sono stati descritti alcuni
step della spermatogenesi, fino al differenziamento degli spermatozoi, in una specie di Distichopora.
Lo studio effettuato in merito alla fauna associata ha messo in luce la simbiosi di alcune specie di
Stylasteridae con i cirripedi lepadomorfi. Inoltre, è stato dimostrato come gli Stylasteridae,
nonostante il loro scheletro calcareo, non siano facilmente attaccabili da parte delle spugne
perforatrici
Analisi bioinformatica dei polimorfismi di alcuni geni del sistema serotoninergico
polimorfismi a singolo nucleotide (SNP) nei geni del sistema serotoninergico influenzano i disturbi mentali, le risposte a trattamenti farmacologici e psicoterapeutici. Nel pianificare studi di associazione, i ricercatori che desiderano studiare nuovi SNP debbono operare una selezione tra un gran numero di candidati. Il nostro scopo è guidare i ricercatori nella selezione dei polimorfismi che più probabilmente possono influenzare il fenotipo. In questo lavoro di tesi abbiamo analizzato oltre quattromila polimorfismi di geni legati che codificano per recettori e trasportatori della serotonina, effettuando predizioni dell’effetto molecolare dei polimorfismi noti che cadono nei geni selezionati.
Abbiamo usato le più aggiornate e validate tecniche di biologia computazionale, specifiche per ogni regione del gene (promotore, regione codificante, giunzioni esone-introne, 3’UTR) per individuare i polimorfismi più interessanti ed il tipo di alterazione biologica che possono causare.
Abbiamo evidenziato svariati polimorfismi, tra i tanti presenti nei geni analizzati, che hanno una elevata probabilità di causare alterazioni molecolari che potrebbero influenzare il fenotipo, che sarebbe importante studiare sperimentalmente e che non sono mai stati oggetto di studi. La nostra analisi ha rivelato anche il livello biologico probabilmente colpito come trascrizione, splicing, la regolazione miRNA e la struttura della proteina, suggerendo così future indagini a livello molecolare. Sebbene pochi studi di associazione sono disponibili in letteratura, i loro risultati sono in accordo con le nostre predizioni, dimostrando che i nostri metodi possono aiutare a guidare i futuri studi di associazione
Reproductive biology of Paysandisia archon (Burmeister 1880): behavioural and morphological investigations
Paysandisia archon (Burmeister, 1880) è stata accidentalmente introdotta in Europa dall’Argentina nella metà degli anni ’90, diventando una specie dannosa in Francia, Italia e Spagna causando un’elevata mortalità di palme, sia in vivaio che in ambiente urbano.
Lo scopo di questo studio è stato di fornire una descrizione qualitativa e quantitativa del comportamento di corteggiamento e accoppiamento in P. archon. Inoltre, per approfondire il ruolo degli stimoli olfattivi, visivi e meccanosensoriali, sono stati condotti dei biosaggi con adulti aventi antenne amputate e zimbelli. Infine sono state effettuate indagini di morfologia funzionale dell’ovopositore e delle antenne.
E’ stato osservato che la sequenza di corteggiamento e accoppiamento in P. archon è composta da 10 fasi. È emerso che la vista è coinvolta nella localizzazione del partner. Le femmine si sono avvicinate per prime al maschio che poi le ha inseguite stimolato principalmente dal movimento della femmina in volo. Abbiamo ipotizzato che a breve raggio, durante l’avvicinamento della femmina e/o il volo di coppia, stimoli olfattivi potrebbero essere emessi dalla femmina stimolando l’accoppiamento.
Le indagini morfologiche hanno confermato che, in P. archon, non c’è evidenza di tessuti ghiandolari nell’ovopositore, generalmente presenti nei lepidotteri notturni. Inoltre, le antenne sono clavate senza alcun evidente dimorfismo sessuale e con una ridotta superficie sensillare come nei lepidotteri diurni. Infine 6 tipi di sensilli sono stati identificati: chetici, probabili meccano-chemiocettori gustativi; tricoidei, basiconici e auricillici chemiorecettori olfattivi; celoconici olfattivi o chemiorecettori olfattivi e termorecettori e ampullacei probabili termo-igrorecettori.
Questi risultati hanno evidenziato in P. archon analogie comportamentali e morfologiche con i lepidotteri diurni piuttosto che con i lepidotteri notturni, fornendo conoscenze su diversi aspetti del comportamento riproduttivo di questa specie di importanza applicativa nelle strategie di lotta integrata
Toxicity biomarkers in Eisenia Andrei (Annellida) and pesticides bioavailability. New tool in environmental risk assessment
La combustione di biomassa legnosa con piccoli apparecchi e caldaie è oggi vista con rinnovato
interesse per il raggiungimento degli obiettivi comunitari di produzione di energia rinnovabile al
2020. L’aumento dell’utilizzo della biomassa combustibile è di stretto interesse del settore agroforestale,
per via del notevole indotto economico che peraltro interessa tutto il territorio nazionale.
Tuttavia, la combustione della biomassa è legata ad una serie di problematiche ambientali quali le
emissioni in atmosfera di polveri sottili che influenzano direttamente la qualità dell’aria. Si ritiene,
quindi, che l’auspicato aumento dell’utilizzo delle biomasse, soprattutto ai fini della produzione di
calore (riscaldamento ambienti), sia legata al contenimento delle emissioni al camino. In questo
contesto, è quindi importante la corretta misura delle polveri emesse dagli apparecchi di
riscaldamento domestico alimentati a biomassa solida, tenendo conto anche della frazione
condensabile, come richiesto dalla normativa. Il lavoro mette a confronto due tecniche di misura
delle polveri, la tecnica di prelievo a caldo con raffreddamento dei fumi in impinger e la tecnica di
diluizione con tunnel. Sono stati selezionati per il confronto due apparecchi di ridotta potenza (< 15
kWt) ed elevata efficienza: una caldaia a pellet ed una stufa a pellet. In condizioni di combustione
completa le due tecniche restituiscono fattori di emissione simili. Nella stufa a pellet la misura a
freddo è maggiore del 20 – 30 % rispetto alla misura a caldo. La ridotta presenza della frazione
condensabile è stata confermata dall’analisi NPOC degli impinger. Sono state misurate le emissioni
totali prodotte da un utilizzo reale del dispositivo, comprendendo anche le fasi transitorie di
combustione (accensione, riscaldamento a regime e spegnimento), solitamente non considerate nelle
misure standard di laboratorio. La fase di accensione produce fino a tre volte le polveri emesse in
condizioni stazionarie. L’emissione totale si riduce all’aumentare del tempo di utilizzo del
dispositivo, rientrando nell’intervallo delle emissioni delle condizioni stazionarie dopo circa 6 h. Gli
IPA, emessi in quantità elevate, sono costituiti maggiormente da congeneri a peso molecolare
medio – basso, associati a minore tossicità. Il TEQ è funzione della potenza e delle condizioni di
combustione del dispositivo
Stato refrattivo, lunghezza assiale e spessore coroideale nella corioretinopatia sierosa centrale
Scopo dello studio: Lo scopo del nostro studio è stato quello di determinare lo stato
refrattivo di occhi affetti da corioretinopatia sierosa centrale ed investigare le relazioni tra
spessore coroideale, lunghezza assiale, e stato refrattivo in tali occhi.
Materiali e metodi: In uno studio retrospettivo, caso-controllo, 42 soggetti consecutivi
affetti da CSC e 34 soggetti sani sono stati esaminati. Ogni soggetto ha effettuato un
completo esame oftalmoscopico, con misurazione della lunghezza assiale, autorefrazione
cicloplegica, e misurazione dello spessore coroideale utilizzando enhanced depth imaging
spectral domain optical coherence tomography. Le relazioni tra spessore coroideale,
lunghezza assiale, e stato refrattivo sono state analizzate utilizzando un modello ad
effetti-misti.
Risultati: 66 occhi di 42 soggetti con CSC (età media: 54.0 ± 12.8 years) e 68 occhi di
34 soggetti controllo (età media: 52.3 ± 17.4 anni) sono stati studiati. Occhi con
CSC erano più ipermetropi (media: +1.24 D) rispetto agli occhi controllo (media:
+0.09 D; p < 0.01, mixed effect model). Occhi CSC avevano una più corta
lunghezza assiale con una media di 23.06 ± 1.13 mm, confrontata a 23.84 ± 0.89
mm nel gruppo controllo (p < 0.01). La media dello spessore coroideale era 437 ±
87 μm nel gruppo CSC e 284 ± 69 μm gruppo controllo (p < 0.0001). In occhi CSC,
la lunghezza assiale era fortemente correlate allo stato refrattivo (p < 0.01); occhi
più corti hanno la tendenza ad una più spessa coroide, sebbene no in modo
statisticamente significativo (p=0.2). Lo stato refrattivo non correlava con il grado
di spessore coroideale in occhi CSC.
Conclusioni: Occhi CSC usualmente esibiscono una coroide significativamente più spessa,
e molti occhi con tale disordine hanno una più corta lunghezza assiale con maggiore
incidenza ipermetropica. La lunghezza assiale, più che lo stato refrattivo, può influenzare il
grado di spessore coroideale in occhi CSC
Localizzazione cellulare e sinpatica di GAT-1 e GAT-3 nella corteccia cerebrale di ratto
Nel presente lavoro è stata finemente studiata la distribuzione e la localizzazione
dei trasportatori del GABA, GAT-1 e GAT-3 nella corteccia cerebrale di ratto, al fine di
estendere le attuali conoscenze riguardo la loro espressione. A tale scopo sono stati
studiati sistematicamente la distribuzione sub-cellulare, l’organizzazione sinaptica e i
livelli sinaptici di GAT-1 e GAT-3 nella corteccia cerebrale mediante microscopia
elettronica con tecniche di pre- e post-embedding e microscopia confocale
tridimensionale ad alta risoluzione.
In generale gli studi di pre-embedding hanno permesso di evidenziare una
complessa localizzazione di entrambi i trasportatori GAT-1 e GAT-3. Sebbene GAT-1
sia principalmente neuronale, è largamente espresso anche nei processi gliali, mentre
GAT-3 è prevalentemente gliale e solo una piccola frazione è presente anche nei
neuroni. L’espressione di GAT-1, e non di GAT-3, è polarizzata nelle sinapsi corticali.
A livello sinaptico, GAT-1 è prevalentemente espresso nei terminali assonici di sinapsi
simmetriche compresi diversi processi gliali, seppure una frazione non trascurabile di
GAT-1 sia presente anche a livello di sinapsi asimmetriche (nei processi gliali
perisinaptici e dendriti postsinaptici). Al contrario GAT-3, a livello sinaptico, è
maggiormente espresso nei processi perisinaptici ed è equamente distribuito tra sinapsi
simmetriche e asimmetriche.
Gli studi di post-embedding dimostrano che l’espressione di GAT-1 nelle sinapsi
GABAergiche è all’incirca nel 60% dei casi nei terminali, nel 29% nei soli astrociti
perisinaptici e nell’11% in entrambi i comparti. Mentre nel caso di GAT-3 è nel 78%
negli astrociti perisinaptici, 13% nei terminali e 8% in entrambi. Inoltre nei terminali
assonici, GAT-1 è distribuito nell’area peri-sinaptica ed extrasinaptica, mentre nei
processi astrocitari è presente maggiormente nella zona extrasinaptica. Per quanto
2
riguarda GAT-3, nei processi astrocitari è maggiormente concentrato nell’area
extrasinaptica, mentre nei terminali è sparso, senza formare un vero e proprio
agglomerato.
Infine, i livelli di GAT-1 e GAT-3 nelle sinapsi GABAergicche sono stati
stimati attraverso microscopia confocale-3D ad alta risoluzione applicata ai terminali
VGAT: a livello delle sinapsi GABAergiche, GAT-1 è significativamente più espresso
(~1,5 volte) rispetto a GAT-3.
In conclusione, i risultati sull’espressione e sulla fine localizzazione di GAT-1 e
GAT-3 nelle sinapsi GABAergiche, consentono da un lato di elucidare il ruolo dei due
trasportatori nella regolazione dei fenomeni sia fasici che tonici del GABA e dall'altro
di suggerire la possibilità di un dualismo funzionale di GAT-1 (determinato dalla
regolazione dei livelli di GABA nei siti sinaptici ed extrasinaptici), mentre GAT-3
mostrerebbe una singola attività funzionale (regolazione dei livelli di GABA nei siti
extrasinaptici)
Involvement of activin-A and myostatin in myometrial patho-physiology and their relation with therapeutic effects of CDB-2914 on uterine fibroid
Trattamento laparoscopico mediante esplorazione transcistica e coledocotomica della via biliare principale: 11 anni di esperienza
Premessa: Lo studio ha verificato i risultati e l’efficacia del trattamento della litiasi colecisto‐coledocica per
via laparoscopica mediante esplorazione transcistica (LTC‐CBDE) e coledocotomica (LCBDEC).
Metodi: L’analisi si basa su dati raccolti in un database che include 78 pazienti affetti da litiasi coledocica
trattati con LTC‐CBDE e LCBDEC, in un periodo compreso dal Novembre 2002 al Dicembre 2012. In 47
pazienti (60,2%) asintomatici, la presenza di litiasi coledocica è stata riscontrata intraoperatoriamente
mediante l’impiego sistematico della colangiografia, mentre nei restanti 31 pazienti (41%),
precedentemente sottoposti ad ERCP e sfinterotomia (SE), si evidenziava la presenza di calcolosi residua
della via biliare principale.
Risultati: Dei 78 pazienti, 43 femmine e 35 maschi (età media 60.96 anni, range 28‐90). Si è osservato un
solo caso di mortalità in una paziente di 87 anni. Il tasso di morbilità è pari a 6,4%: tre pazienti hanno
sviluppato una raccolta addominale trattata mediante posizionamento di drenaggio per via radiologica, un
paziente ha sviluppato un’infezione polmonare e in un paziente trattato con approccio transcistico è stato
riscontrato ittero da calcolosi residua coledocica per cui si è proceduto a bonifica mediante ERCP‐SE. Tre
pazienti (3,8%), già sottoposti a ERCP‐SE, hanno subito la conversione dell’intervento a celo aperto. Il
tempo operatorio medio è stato di 126 min, (range 50‐275 min). L’approccio transcistico (LTC‐CBDE) è stato
effettuato in 41 di 47 pazienti asintomatici per litiasi coledocica e in 15 (48%) di 31 pazienti già sottoposti a
ERCP‐SE. Nei restanti 6 e 16 pazienti, dopo fallimento dell’approccio transcistico (LTC‐CBDE), sono stati
sottoposti a trattamento coledocotomico (LCBDEC). In un solo paziente (1,8%) su 56 pazienti è stato
posizionato un drenaggio biliare transcistico dopo LTC‐CBDE. In 22 casi è stata eseguita l’esplorazione
diretta della via biliare principale per via transcoledocotomica: in 3 casi (13,6%) un drenaggio addominale
sottoepatico ed in 19 (86,4%) pazienti è stato posizionato un drenaggio biliare: in 16 casi un tubo a T di
Kehr, in un caso un drenaggio transcistico, in 2 casi un sondino naso biliare prima dell’ intervento. Il followup
a lungo termine è stato eseguito per un periodo medio di 53 mesi (range 12‐98) in 57 pazienti (73%),
cinque pazienti (6,4%) sono deceduti per cause non inerenti la terapia chirurgica, 16 pazienti (20,5%) sono
risultati non rintracciabili, 2 pazienti (3,5%) sono stati nuovamente sottoposti a ERCP‐SE e 4 pazienti
asintomatici non sottoposti a ERCP hanno riscontrato parametri ematochimici alterati.
Conclusioni: LTC‐CBDE e LCBDEC sono efficaci nel trattamento della litiasi coledocica e possono
rappresentare un’alternativa al trattamento con ERCP‐SE
Minilaparoscopic transabdominal preperitoneal repair of recurrent hernias: results in 100 consecutives cases
Tutela del minore e cronicità assistenziale. Aspetti normativi, contenuti teorici e implicazioni operative
Questa tesi di dottorato si propone di analizzare il lavoro approntato con le famiglie
multiproblematiche nel contesto della coazione giuridica, ossia nei casi in cui le condotte
pregiudizievoli poste in essere dai genitori ai danni dei figli sono motivo di attivazione dell’autorità
giudiziaria minorile.
La prima parte della tesi si apre con un’illustrazione dell’evoluzione del diritto minorile in Italia,
con particolare riferimento ai provvedimenti legislativi e agli interventi relativi ai tre ambiti di
competenza del Tribunale per i minorenni. In seguito si opera una ricostruzione delle principali
trasformazioni conosciute dai servizi e dalle azioni con cui il sistema assistenziale si è, negli anni,
fatto carico dei problemi dell’infanzia e dell’adolescenza.
Nella seconda parte si procede a una rivisitazione dei principali contributi che hanno caratterizzato
il dibattito teorico in tema di multiproblematicità e coazione giuridica. L’attenzione è, in particolare,
rivolta ai gruppi familiari caratterizzati da croniche difficoltà in diverse dimensioni esistenziali
(precarietà economica, instabilità occupazionale, inadeguato accudimento genitoriale, problemi
scolastici manifestati dai minori), che attraggono le risorse di un’ampia rete di servizi e operatori.
Nella terza e ultima parte della tesi vengono riportati i risultati di un’analisi qualitativa realizzata
con il fine di esplorare il tema della cronicità assistenziale nello specifico ambito della tutela minori.
Più precisamente, si è cercato di evidenziare i fattori che, nella relazione costruita da operatori e
famiglia, hanno contributo a creare una situazione di stallo, nella quale i diversi interventi messi in
campo dai servizi, anche a livello economico, sono risultati insufficienti per determinare un
miglioramento nelle condizioni di vita della famiglia e del minore. Detta analisi è stata realizzata
tramite la rivisitazione di alcuni casi di tutela minori, attinenti al profilo indagato, individuati da
alcuni assistenti sociali delle Marche e della Lombardia. Il lavoro ha previsto due tipi di operazioni:
in primo luogo, la disamina della documentazione sociale, psicologica e giudiziaria contenuta nel
fascicolo relativo a ciascun caso; in secondo luogo, la raccolta delle personali riflessioni, sempre
inerenti al caso, espresse dall’assistente sociale che ne ha o ha avuto la gestione. Per procedere a
quest’ultima operazione è stata messa a punto una traccia di intervista semistrutturata, i cui quesiti
sono stati raggruppati in quattro aree, corrispondenti alle dimensioni ritenute decisive per il
carattere cronico che lo sviluppo di un caso di tutela minori può far registrare. Il riferimento è
all’assetto teorico e metodologico dell’operatore, alle vicende relazionali, economiche e sociali
della famiglia, al contesto organizzativo del servizio d’appartenenza, alla cornice prefigurata dagli
orientamenti e dalle scelte della magistratura minorile