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Right colectomy: our laparoscopic experience with EBVS
Obiettivi: sempre maggiore negli ultimi anni è il consenso che ha ottenuto tra i vari chirurghi la chirurgia laparoscopica del colon-retto per il trattamento di tutte le patologie, sia benigne che maligne; sebbene sia stata già da tempo dimostrata sia la fattibilità che la sicurezza di tutte le principali procedure laparoscopiche restano ancora controverse alcune indicazioni in particolare riguardo alla emicolectomia destra laparoscopica, meno studiata in letteratura. Scopo di questo studio è di analizzare i risultati perioperatori e oncologici anche a distanza delle emicolectomie destre laparoscopiche eseguite nella nostra esperienza con l’EBVS Ligasure per valutare possibili vantaggi rispetto a quelle riportate in letteratura.
Metodi: presentiamo un’analisi retrospettiva di 241 interventi di emicolectomia dx laparoscopica di cui 182 per patologia eteroproliferativa effettuata mediante l’utilizzo dell’EBVS tra il Gennaio 2004 e il Dicembre 2008 presso la clinica di Chirurgia Generale e Metodologia chirurgica. Sono stati considerati parametri perioperatori quali il sanguinamento, il tempo operatorio, il tasso di conversione, il numero di linfonodi asportati, la degenza e le complicanze nonché un follow-up medio di 48,1 mesi.
Risultati: non si sono osservate complicanze intraoperatorie; unica complicanza postoperatoria è stata una fistola anastomotica che ha portato ad exitus del paziente per shock settico. Clinicamente irrilevante è risultato il sanguinamento perioperatorio; il tempo operatorio medio è stato di 109,6 min con una percentuale di conversione del 6,5 %; degenza media di 5,6 gg. Oncologicamente adeguato è sempre stato il numero di linfonodi asportati e la clearance dei margini. Al follow-up non si sono osservate recidive endoaddominali e dei siti dei trocars e 23 sono stati i decessi per progressione di malattia.
Conclusioni: l’emicolectomia dx laparoscopica è una procedura sicura affidabile ed oncologicamente corretta pari a quella laparotomica rispetto alla quale però offre vantaggi in termini di minore ospedalizzazione e di migliore cosmesi
Per una metodologia integrata del progetto di paesaggio: multidisciplinarietà e partecipazione
La ricerca prende le mosse dalla definizione di paesaggio come “una determinata parte di territorio,
così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e
dalle loro interrelazioni.”, formulata nella Convenzione Europea del Paesaggio.
La CEP è la prima convenzione internazionale che ha come oggetto esclusivo di interesse il
paesaggio. La convenzione mette in luce l’importanza di integrare tutte le politiche che possono avere
impatto sul paesaggio, e quindi sono coinvolte nella pianificazione e nella gestione. Il documento
mette al centro il concetto di paesaggio complesso ed enfatizza la necessità di includere nella
definizione e nella attuazione di queste politiche le popolazioni che vivono nel paesaggio e il loro il
punto di vista.
Dalla enunciazione della CEP derivano numerose sfide per la disciplina della pianificazione degli spazi
aperti. L’obiettivo della ricerca è proporre un metodo integrato, multidisciplinare e inclusivo di
pianificazione del paesaggio, che risponda alla questione del “lato democratico” della pianificazione
Quattro casi di studio aiutano a dimostrare la necessità e le implicazioni di questo metodo
A mechanical model for ferroelectric materials: from atomic scale to finite elements
I materiali ferroelettrici sono largamente utilizzati in molte applicazioni quali sensori, attuatori e memorie non volatili. Negli ultimi anni la ricerca ha prodotto una miriade di modelli analitici e numerici, sia per la forma cristallina sia per quella amorfa. Gli approcci adottati sono differenti a seconda della scala di lunghezza da cui si osserva il problema: i modelli atomistici descrivono il comportamento intrinseco ed hanno portato ad un grande sviluppo nella chimica dei ferroelettrici, i modelli macroscopici ingegneristici catturano il comportamento statico indipendente dal tempo. Il presente lavoro giace nel mezzo dei due approcci e cerca di fornire un ponte concettuale tra la scala atomica e quella ingegneristica attraverso un modello termodinamico microstrutturale.
Un materiale ferroelettrico esibisce una polarizzazione spontanea al di sotto di un valore critico della temperatura detto temperatura di Curie, a cui è associata anche una deformazione spontanea. La maggior parte dei materiali ferroelettrici presenta una simmetria cristallografica cubica nella fase ad alta temperatura, detta fase paraelettrica, e una simmetria più bassa nella fase ferroelettrica: ciò riflette a scala macroscopica la distorsione del reticolo di lattice legato all'insorgere della polarizzazione.
Non essendo forniti apporti esterni, il materiale si ritroverebbe con uno scompenso di energia sia elettrostatica sia meccanica, per cui tende a minimizzare questi contributi attraverso la formazione di domini a polarizzazione uniforme e di geminati meccanici. Tale processo non prosegue in modo indefinito perché una parte dell'energia si accumula nelle pareti di dominio: queste ultime sono interfacce dello spessore di poche costanti di lattice attraverso cui la polarizzazione cambia rapidamente da un valore a quello opposto. All'equilibrio si ha una polarizzazione netta nulla.
La polarizzazione spontanea può essere riorientata ad alte temperature (comunque inferiori a quella di Curie) per mezzo di forti campi elettrici e il risultato è un materiale piezoelettrico che esibisce un forte accoppiamento elettromeccanico. L'intensità dei campi elettrici dipende da una serie di fattori quali la dimensione dei grani e dei domini e la simmetria del cristallo. Un tipico esempio di materiale ferroelettrico è il titanato-zirconato di piombo Pb(Zr1-xTix)O3, in seguito identificato con l'acronimo PZT. Questa ceramica presenta una fase paraelettrica con simmetria cubica al di sopra dei 650K, mentre al di sotto la fase ferroelettrica può essere associata a diverse simmetrie cristallografiche in ragione della composizione chimica: alti contenuti in titanio favoriscono una simmetria tetragonale, viceversa alti contenuti in zirconio producono una simmetria romboedrale. Intorno al bordo di fase morfotropico, ovvero la linea di separazione tra le diverse simmetrie, è stata scoperta l'esistenza di una fase monoclina, la quale sarebbe all'origine delle eccezionali proprietà del PZT. In effetti per composizioni 0.47 < x < 0.51 al di sotto dei 500K si hanno alti valori della costante dielettrica, la massima rigidezza meccanica e una certa facilità di polarizzazione con molte possibili orientazioni.
Nel presente lavoro la modellazione del comportamento elettromeccanico dei materiali ferroelettrici partirà da un'analogia formale con la Density Functional Theory, la quale viene ad esempio impiegata dai fisici dello stato solido per valutare la struttura di atomi e molecole: in questo modo si stabilisce un collegamento tra modelli atomistici e meccanica dei continui. Sulla base di alcuni risultati di letteratura si formula il problema dell'equilibrio in termini di potenza spesa e il problema di minimo in termini di energia.
La descrizione della transizione di fase è affidata alla teoria di Landau, di cui si riportano gli aspetti fondamentali. Inoltre viene proposto un approccio originale in cui l'energia libera è sviluppata in serie di potenze a partire da un'opportuna configurazione iniziale: questo permette di descrivere le varie simmetrie di arrivo limitando lo sviluppo al quarto ordine nella variabile che descrive il fenomeno. Per dare una lettura immediata dei risultati, si rappresentano graficamente degli opportuni diagrammi di fase. Essendo la polarizzazione accompagnata da un deformazione spontanea, si analizzerà la compatibilità delle varianti ferroelettriche (le deformazioni omogenee a tratti associate al fenomeno ferroelettrico) all'interfaccia dei domini attraverso la teoria delle deformazioni con discontinuità a salti. Oltre ai classici geminati (o twins) di tipo I, II e composti, verranno presi in considerazione anche twins non generici che possono avere origine per particolari composizioni del materiale calcolando nel caso gli angoli di inclinazione delle pareti dei domini. Infine si provvederà a fornire una traccia sommaria per la minimizzazione del funzionale ferroelettrico sia con approccio analitico ottenendo le equazioni di Eulero-Lagrange sia con il metodo degli elementi finiti. In quest'ultimo caso verranno riportati i risultati ottenuti su un semplice modello monodimensionale
Models of innovation in small firms: the role of structural and behavioural variables
L’obiettivo di questa tesi è studiare i modelli di innovazione delle imprese, in particolare delle piccole e medie imprese (PMI) che operano nel contest economico italiano. I modelli di innovazione sono studiati in base a due filoni principali: da un lato l’analisi delle variabili strutturali, ad esempio l’appartenenza ad un settore produttivo o ambiti tecnologici, che determinano il comportamento innovativo delle imprese. Dall’altro lato, il
focus è sulle variabili comportamentali delle imprese che influenzano il modo di fare
innovazione delle stesse. L’analisi della variabili strutturali come determinanti dell’innovazione, parte dallo studio
della tassonomia di Pavitt e dalla sua validità per le imprese manifatturiere italiane. Studi precedenti hanno mostrato che la tassonomia di Pavitt non sembra completamente efficace nel descrivere i processi di innovazione delle imprese manifatturiere italiane. Alcuni
problemi metodologici, circa la significatività degli indicatori quantitativi misurati e la natura dei dati di riferimento, hanno riguardato queste ricerche. Di conseguenza, in questo lavoro, sono stati costruiti indicatori quantitativi per descrivere le indicazioni qualitative di Pavitt con l’obiettivo di renderli più idonei a testare la tassonomia di Pavitt. Inoltre, indicatori quantitativi sono stati applicati su dati appartenenti
a un database più appropriato (CIS) che descrive in maniera più accurata i modelli di
innovazione delle imprese italiane. I risultati mostrano una migliore corrispondenza del comportamento innovativo delle imprese alle indicazioni di Pavitt rispetto ai risultati dei lavori precedenti. Comunque, sembra evidenziarsi una dicotomia tra science based e specialized suppliers da un lato e supplier dominated e scale intensive dall’altro, riguardo il
modo di fare innovazione. Le variabili comportamentali sono state studiate grazie all’approfondimento dei concetti di
definizione e misura mento del grado di innovazione che è stato utilizzato come misura dell’risultato dell’innovazione. L’analisi è basata sull’ipotesi che entrambi opportunità tecnologiche e opportunità non tecnologiche influenzano il grado di innovazione. Il focus è su come le collaborazione per innovare che le imprese stabiliscono con soggetti esterni
possano influenzare il grado delle innovazioni introdotte. L’obiettivo è dimostrare che le collaborazioni delle imprese con i soggetti esterni non appartenenti al settore produttivo
dell’impresa e più specializzati nell’attività di ricerca, come le università e gli istituti di ricerca pubblici, siano più efficaci per ottenere innovazioni con un alto grado di novità. Lo studio delle determinanti del grado di innovazione in generale potrebbe essere utile per
meglio indirizzare le iniziative politiche volte a sostenere l’attività di innovazione nelle imprese manifatturiere italiane