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Anamorfosi ottica e catottrica: costruzioni geometriche e sperimentazioni architettoniche
Anamorphosis is a method of representation which takes advantages of the the perspective laws in order to obtain a deformed image that appears in its true shape only when viewed from a certain point. The catoptric anamorphosis instead use the mirror as a “decoder”, taking advantage of the reflection laws (the image must be seen reflected). The interest in this representation type reached its peak in the seventeenth century, it becomes awere of its strong evocative power; so that the term ‘anamorphosis’ appeared for the first time in the Gaspard Schott’s treaty, Magia Universalis Naturae et Artis (1657-1659) under the name of ‘Magia Anamorphotica’. Also today, in a world dominated by virtual reality, in a way that mimics all kinds of immersive environments and situations, anamorphosis remains one of the few “analogical” representations that is able to inspire wonder. The interest in anamorphosis has been revived since the 30s of last century, but the studies and experiments carried out so far, nationally and internationally, do not deviate from geometric patterns set by historical treaties, furthermore are limited to the art field (such as the example given by Istvan Orosz or Stella Battaglia and Gianni Miglietta) and in recreational-didactic applications with rare, if not unique, architecture transpositions (such as the achievements of swiss Felice Varini or Truly Design studio), which are helping to ease the impact of perception and linear anamorphosis. The research is based on the study of the both optic and catoptric anamorphosis construction processes which are exposed in the seventeenth century major treaties (re-illustrated and critically compared) in order to re-propose the setting in a virtual environment of a common 3D application. The focus of the research is to identifying a digital system that will define this type of performance – in which the processing of projection and section, properly controlled, are completely independents – so that allows extensions and variations of elements. Moreover it allows for possible experimentation in architectural applications of digital anamorphosis. The research, in the context of studies aimed at the descriptive geometry renewal, it is proposed to update the anamorphic representation and transpose it into a digital space to be able to experiment with applications, strictly controlled, in geometric and architectural field.Lo stato dell’arte sulla teoretica e sull’applicazione pratica della rappresentazione anamorfica, concentrata principalmente nel settore artistico, evidenzia, infatti, la mancanza di un approfondimento delle sue basi tecniche e geometriche tanto che essa è stata impostata, persino nelle sue elaborazioni digitali, sugli stessi sistemi costruttivi definiti dalle trattazioni seicentesche.
La presente ricerca pone le sue basi proprio su tale constatazione e, analizzando in dettaglio le opere ritenute emblematiche sull’argomento, si concentra sui procedimenti geometrici che ne hanno portato alla definizione. Il loro studio, puntuale, prevede la re-illustrazione bi e tridimensionale dei problemi nello spazio digitale e la loro contestuale verifica. Lo scopo è quello di pervenire non solo ad una sistematizzazione delle fonti e dei metodi ma anche ad un reale innovamento nell’ambito di questo tipo rappresentazione.
L’evoluzione tecnica che il settore della progettazione architettonica - così come tutti gli altri campi - ha subito negli ultimi decenni con l’immissione sul mercato di innovativi strumenti digitali di grafica, modellazione e visualizzazione, ha comportato, nello specifico, un rinnovamento dei processi, dei metodi e dei sistemi di analisi, sviluppo e ricerca in tutti i settori inerenti l’architettura. Questo dà la possibilità di costruire modelli virtuali e di compiere tridimensionalmente azioni di proiezione e sezione nello spazio digitale che la pratica tradizionale non poteva risolvere col solo impiego della riga e della squadra.
La ricerca si pone l’obiettivo di individuare un sistema digitale per la determinazione di questo tipo di rappresentazioni - in cui l’elaborazione delle operazioni di proiezione e sezione, debitamente controllate, è del tutto automatica -, per prevedere poi estensioni e varianti dei diversi elementi di concorso e per sperimentare poi possibili applicazioni architettoniche dell’anamorfosi digitale
Definizione della nicchia staminale nella colecisti normale e patologica: isolamento, caratterizzazione,differenziazione, dimostrazione dell’abilità delle cellule staminali isolate di rigenerare il tessuto epatico in modelli sperimentali di danno epatico ed efficace criopreservazione.
All'interno delle ghiandole peribiliari dell’albero biliare umano adulto sono state evidenziate cellule staminali che esprimono marcatori di endoderma primitivo. Le stesse cellule hanno dimostrato di possedere la capacità di differenziarsi in vitro e in vivo in epatociti e colangiociti maturi e insule pancreatiche funzionanti. Nulla è finora conosciuto sull’esistenza di cellule staminali/progenitrici nella colecisti umana. Gli obiettivi dello studio sono stati la caratterizzazione della nicchia staminale della colecisti umana, la possibilità di isolare cellule staminali di origine endodermica dalla colecisti umana normale o patologica e la definizione delle condizioni ideali per la loro criopreservazione. N° 19 colecisti sono state ottenute da donatori cadavere adulti esenti da patologie epato-bilio-pancreatiche attraverso il Consorzio Regionale Trapianti d’Organo del Lazio (Italia). N°14 colecisti patologiche sono state prelevate da pazienti affetti da litiasi sintomatica o da pazienti affetti da litiasi asintomatica sottoposti ad exeresi chirurgica in corso di chirurgia bariatrica. Il tessuto colecistico è stato digerito con collagenasi e DNAsi e la sospensione cellulare è stata sottoposta ad immunoselezione per un marcatore di cellule staminali di origine endodermica (EpCAM-Epithelial Cell Adhesion Molecule). Le colture cellulari ottenute sono state mantenute in coltura in Kubota’s Medium (KM), un mezzo di coltura privo di fattori di crescita sviluppato per l’espansione di cellule staminali epatiche in vitro. La valutazione della multi potenzialità è stata effettuata in vitro utilizzando mezzi di coltura a base di KM arricchiti con fattori di crescita e di induzione specifici per i diversi destini maturi di derivazione endodermica (epatociti, colangiociti, isole pancreatiche). Risultati: La colecisti non contiene ghiandole peribiliari, tuttavia, all’interno delle cripte della mucosa colecisti umana sono state individuate popolazione cellulari che esprimono marcatori di cellule progenitrici bilio-pancreatiche (SOX17, PDX1, EpCAM) e di cellule di endoderma primitivo (CXCR4). I risultati dell’analisi morfologica e fenotipica della colecisti patologica sono paragonabili a quelli ottenuti nelle colecisti normali. Cellule immunoselezionate per EpCAM dalla colecisti umana si espandono clonogenicamente su plastica e in un mezzo privo di siero adattato per progenitori endodermici (KM). Cellule isolate dalle colonie, dopo un mese di coltura in KM, sono state trasferite in tre distinti medium bidimensionali ed hanno dato origine a colonie cellulari con caratteristiche epatocitarie, colangiocitarie e di insule pancreatiche funzionanti. Abbiamo condotto studi pre-clinici in modelli sperimentali di epatopatie (topi immunodeficenti SCID) trattati per 7 settimane con trettracloruro di carbonio (CCL4) attraverso l’utilizzo di cellule staminali/progenitrici della colecisti umana (human gallbladder stem/progenitor cells, hGSCs). Al termine gli animali sono stati sacrificati e dopo aver valutato l’attecchimento, la proliferazione, la differenziazione in vivo, abbiamo dimostrato, analizzando i test funzionali sul siero dei topi sacrificati, che solo i topi trattati con le hGSCs mostrano un miglioramento degli indici sierologici di funzionalità epatica. Al fine di individuare la migliore strategia per la criopreservazione delle hGSCs, è stato condotto uno studio in cui sono state analizzate soluzioni criopreservanti con diversa composizione. E’ stata identificata una metodica efficace per il congelamento di cellule staminali/progenitrici, comprese le hGSCs. Le hGSCs sono facilmente isolabili da tessuti umani di donatori di ogni età ed immediatamente utilizzabili per la creazione di banche di cellule staminali/progenitrici che possono essere conservate e utilizzate in pazienti con grave e letale compromissione della funzione del fegato, i quali spesso non sopravvivono all’attesa del trapianto di fegato
MANAGING GROUP DYNAMICS WITH THE VIABLE SYSTEMS APPROACH (VSA): A STUDY ON CONSONANCE, GROUP COHESIVENESS, AND POSITIVE CONFORMITY
This dissertation makes an inquiry to the group phenomena from the perspective of the Viable Systems Approach (Golinelli, 2000a, 2000b, 2002, 2005, 2008, 2010, 2011; Barile, 2000, 2006, 2008a, 2009, 2011; Barile et al., 2011). It is specifically focused in concepts like consonance (De Falco and Gatti, 2012), group cohesiveness (Festinger et al., 1950; Forsyth, 2010), conformity (Asch, 1955) and positive conformity, interpersonal attraction (Lott and Lott, 1965), and optimism (Scheier et al., 1994; Seligman, 2006). The empirical research was entirely conducted at the University of Tirana with the students of Organizational Behavior course. The study/experiment has shown that it was possible (.66) to achieve what the author of this thesis calls positive conformity. Also, the study verified that consonance, as one of the most discussed and researched VSA’s concepts, can be used as a valid indicator of group cohesiveness. Another innovative aspect of this dissertation was a new way of measuring consonance, weaving the apperception test with the value test which confirmed to be very effective
F.D.E. Schleiermacher tra criticismo e idealismo (1787-1803)
"F.D.E. Schleiermacher between Criticism and Idealism (1787-1803)" reviews and critically assesses the development of Friedrich Schleiermacher’s ethical thinking. The study traces back his philosophy to the early writings, spanning from the Jugendschriften (1787-1796) to his first properly systematic essay, the Grundlinien einer Kritik der bisherigen Sittenlehre (1803). The theoretical focus is the interrelation of three different spheres of spiritual life in the early Schleiermacher: ethics, sociality and religion. Building on these premises, the PhD thesis not only examines Schleiermacher's early work with a view to its later developments, but it also contextualises it in relation to 18th- and 19th-century philosophical movements, with particular attention to such authors as Kant, Fichte, Jacobi, Reinhold and Schlegel. ///
"F.D.E. Schleiermacher tra criticismo e idealismo (1787-1803)" ricostruisce e discute criticamente lo sviluppo del pensiero etico del giovane Schleiermacher dalle Jugendschriften alle Grundlinien einer Kritik der bisherigen Sittenlehre, il suo primo testo sistematicamente filosofico. Il focus teoretico del lavoro consiste nella convinzione che la peculiarità della filosofia del giovane Schleiermacher si lasci definire attraverso la reciproca e complessa relazione fra tre ambiti della vita spirituale: etica, socialità e religione. Su queste premesse, la tesi di dottorato inserisce l'opera del giovane Schleiermacher nel quadro delle proposte coeve e dei movimenti filosofici sviluppatisi a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, con particolare attenzione al pensiero di autori quali Kant, Fichte, Jacobi, Reinhold e Schlegel.Menzione di Doctor Europaeus: tesi svolta presso la Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Humboldt Universität di Berlino e il CNRS di Parigi.Sapienza Università di Roma; Humboldt Universität zu Berlin; CNRS Pari
La Comunità Motion Bank: La Body Knowledge nella Danza e nella Coreografia
Adottando il punto di vista “panoramico” dell’evoluzionismo, assumendo che il performer è la metafora per eccellenza dell’essere umano, il progetto di ricerca - dal titolo “La Comunità Motion Bank. La Body Knowledge nella Danza e nella Coreografia” - si è posto l’obiettivo di esaminare e spiegare la Body Knowledge che il performer contemporaneo esperisce attraverso le forme d’arte della danza e della coreografia.
Un’indagine pragmatica, portata avanti sul campo, grazie al supporto e all’attività della Comunità Motion Bank, in un dialogo creativo con i performers, i coreografi, gli artisti e gli scienziati coinvolti in questo progetto.
Attraverso un approccio metodologico interdisciplinare, e un lavoro di due anni svolto sul campo, lo scopo di tale ricerca è stato quello di analizzare la comunicazione che si realizza a teatro per mezzo della relazione performer-performer durante la performance dal vivo.La scelta di conseguire un’indagine pragmatica riflette il nodo cruciale che interessa la questione metodologica inerente agli studi teatrali, ossia quello costituito da teoria e pratica. Proprio in relazione a tale questione, ho voluto contestualizzare tale ricerca all’interno di una realtà performativa unica nel suo genere: Motion Bank, l’ultimo progetto interdisciplinare del coreografo William Forsythe, che dal 2010 al 2013 ha provveduto a creare uno spazio d’indagine nella pratica coreutica.
Grazie all’utilizzo di nuove tecnologie, e soprattutto grazie all’interdisciplinarità della sua realizzazione, Motion Bank sta fornendo preziosissimi dati che arricchiranno in maniera determinate i termini del sapere teorico-pratico inerenti all’azione performativa dell’essere umano.
Il progetto di ricerca, dunque, si è basato sull’utilizzo di studi e metodologie d’analisi, materiale documentaristico e interviste. Per quello che riguarda il lavoro sul campo, mi sono trasferita a Frankfurt am Main nel febbraio 2012 per seguire lo sviluppo dei digital scores e degli eventi teorico-pratici del progetto Motion Bank presso il Frankfurt Lab. Questi eventi sono stati: i Motion Bank Workshops; le Guest Performances; e i Dance Engaging Science Interdisciplinary Research Workshops.
Il filo rosso che lega la spiegazione del complesso oggetto di studio è il concetto di Score.
L’argomento centrale dell’indagine Motion Bank è lo Score. Come i crittografi cercano di decifrare un codice ignoto, così gli artisti e gli scienziati coinvolti in Motion Bank si sforzano di penetrare il codice usato dall’essere umano per rappresentare metaforicamente attraverso l’arte il mondo esterno. Che cos’è lo Score? Un concetto, una tecnica, uno strumento digitale? Forse è ognuna di queste cose. Lo Score è un algoritmo necessario per leggere la danza dell’essere umano, acquisire informazioni e trasferire queste informazioni per procedere e far evolvere la conoscenza contenuta nella pratica coreutica. Lo Score è: una tecnica coreografica; un linguaggio di movimento; un sistema di scrittura che genera a sua volta una nuova modalità di lettura; la transcodificazione del linguaggio che sorge dal movimento umano nella digitalizzazione di strumenti creati ad hoc per visualizzare la body knowledge del performer; l’incarnazione dell’evoluzione dell’uomo in una bellissima astrazione meta-rappresentativa. Lo score è un cristallo: metafora del dinamismo formante insito nel movimento espressivo. Lo score è il medium nel quale si edifica la tensione strutturante dell’uomo: un sito alternativo per comprendere l’istigazione potenziale del corpo umano e l’organizzazione delle sue azioni residuali.
Il primo score che viene analizzato è quello del corpo del performer. Si mette in luce il cambiamento neurofisiologico che subisce il corpo umano durante la formazione in una tecnica coreutica e successivamente nel training fisico. Questa prima parte della tesi ha il fine di spiegare come lo “score estetico” permetta la negoziazione tra mente e corpo, e come questa negoziazione alla fine si risolva in una geometria dell’esperienza. Viene riproposto il concetto Labaniano del pensare-in-movimento, e riletto come azione-nella-percezione, attraverso l’implicazione dell’approccio enattivo alla percezione inaugurato dal filosofo Alva Noë. Si chiarisce, così, che la percezione e la coscienza percettiva dipendono dalle capacità di azione e di pensiero, che: la percezione non è unicamente un processo del cervello, ma una specie di attività abile del corpo nel suo complesso. In questa parte della ricerca si affrontano i temi inerenti: alla percezione e alla propriocezione del performer; il concetto di focusing, di embodiment, di dis-focus, di balance e off-balance.
Tale contestualizzazione ha il fine di introdurre e presentare lo studio sul contrappunto coreografico.
Con il capitolo dedicato al contrappunto coreografico, si conclude la prima parte della ricerca che propone un’ipotesi circa come sia possibile l’effettiva realizzazione del movimento sincronico tra performer e performer durante la performance dal vivo, e come tale comunicazione sia l’origine e il fondamento dell’evento teatrale.
La seconda parte della ricerca si riferisce allo score come strumento di creazione coreo-grafica. È volta ad esporre il modo in cui i coreografi, coinvolti nel progetto Motion Bank - William Forsythe, Deborah Hay; Jonathan Burrows e Matteo Fargion – considerano lo score, quali sono i principi-che-ritornano nei differenti metodi di realizzazione della coreografia contemporanea, e qual è la relazione tra i differenti oggetti sincronici.
La terza parte invece è inerente ai Digital Scores. Quest’ultima parte della tesi riflette su diverse domande, come: perché i coreografi contemporanei sono interessati a creare danze virtuali se fino a questo momento il loro obiettivo è stato sempre quello di valorizzare una pratica a flusso? Qual è la conoscenza che oggi vogliamo trasmettere attraverso questi nuovi strumenti digitali? È possibile che elementi immateriali - che prima potevano essere unicamente intuiti sinesteticamente in quel flusso sintetico e compatto che è la performance spettacolare - ora possano essere chiaramente visualizzati tramite l’iper-multi-medialità dei nuovi strumenti digitali (Improvisation Technologies; PieceMaker; SYNC/O, Choreographic Digital Scores)? E infine, perché oggi abbiamo bisogno di trasmettere questa conoscenza?
La ricerca si conclude con un excursus documentaristico sulle attività della Comunità Motion Bank esponendo il concetto di coreografia come oggetto di confine secondo l’accezione rintracciata da alcuni studi antropologici e dal leader del progetto Scott deLahunta.
Gran parte delle riflessioni e delle terminologie presenti in questa ricerca derivano dal dialogo diretto con coloro che formano la Comunità Motion Bank.
In particolare questo dialogo si è svolto con: William Forsythe; Scott deLahunta (leader del progetto); i danzatori della The Forsythe Company, Dana Caspersen, Nicole Peisl, Fabrice Mazliah, Riley Watts, Elizabeth Waterhouse; il Prof. Wolf Singer (Direttore del Max Plank Institute for Brain Research a Frankfurt am Main) per ciò che riguarda gli studi e gli approcci neuro-cognitivi che vengono esposti per spiegare il cambiamento neurofisiologico del performer durante l’educazione e il training in una tecnica coreutica; il filosofo Alva Noë; i coreografi ospiti del progetto Deborah Hay, Jonathan Burrows e Matteo Fargion; il performer della The Forsythe Company e programmatore informativo David Kern; il programmatore informatico Martin Streit; e gli artisti digitali del progetto Florian Jenett e Amin Weber, per quel che riguarda l’analisi e la decodifica dei processi di produzione e archiviazione dei Motion Bank Digital Scores.Di conseguenza, per facilitare la comprensione dei concetti, ho ritenuto opportuno presentare alla fine della tesi le interviste conseguite integralmente in lingua originale, un’iconografia e un glossario
Shanghai One City Nine Towns. La Città’ di Fondazione nelle Trasformazioni Metropolitane della Cina Contemporanea
A Shanghai, Cina, stanno sorgendo delle città nuove.
Inserite all’interno di un grande programma di espansione metropolitana - con l’obiettivo di incrementare la disponibilità di residenza soprattutto per la nuova middle class e di decongestionare il centro - esse rappresentano, fin dalla fase di avvio, un “oggetto” particolare all’interno della produzione architettonica internazionale e un caso di sicuro interesse per la ricerca.
Un primo carattere di singolarità è insito nella natura stessa del tema progettuale, la città di fondazione (spesso, ma non universalmente, identificata con il termine di new town), che forza e stravolge, in una operazione ad alto tenore di artificialità, un processo di formazione delle strutture urbane tradizionalmente lento, abituato a procedere per stratificazioni e adattamenti successivi. Nondimeno una operazione che nella storia ricorre con continuità - benché su tempi-scala dilazionati e in aree geografiche distanziate - e che in Europa, nel corso del XX secolo è stata praticata estesamente dando luogo a diverse generazioni di città di fondazione. Città costruite, si noti, sempre con lo strumento del progetto architettonico e mai con il piano urbanistico. Città, assai spesso, direttamente ispirate alle teorie dell’architettura prevalenti di cui, altrettanto spesso, hanno contribuito a decretare il fallimento, permettendo alle successive di porsi come esperienza di superamento. Città, infine, in cui tanto gli edifici speciali (le emergenze) che il continuum edilizio (i tessuti) hanno costituito opportunità progettuali privilegiate per la sperimentazione e la verifica dell’architettura moderna nelle sue diverse e successive versioni.
Un secondo carattere di singolarità, che rappresenta una eccezione con pochi precedenti, è legato alla condizione specifica che il programma di espansione ha fissato: che ogni città nuova fosse progettata da un architetto europeo di diversa nazionalità e che, inoltre, fosse disegnata secondo l’immagine urbana “tipica” della nazione di riferimento. Una prescrizione a cui va aggiunta l’aspettativa dichiarata - essendo legata a una concreta strategia di marketing immobiliare - che tale tipicità corrispondesse a quanto percepito dal corrente immaginario collettivo cinese. Un complesso di condizioni al contorno accolto, in Europa, con scetticismo generale, talvolta declinato in modo più tagliente con termini come “pastiche”, “travestimento” e “parodia”. Termini che, in seconda battuta - al cospetto di indicatori dimensionali e finanziari rilevanti, di procedure di concorso internazionale e di progettisti vincitori di fama planetaria - hanno cominciato a essere traslati in interessanti formule come “trasposizione mimetica” e “calligrafia”.Un terzo fattore, direttamente derivante dai primi due, si rende manifesto quando la fase realizzativa raggiunge un certo grado di avanzamento - una soglia non netta ma che si può far coincidere approssimativamente con l’apertura della fase di vendita dei primi stock di residenze. È in questa fase (per i tre casi di studio considerati il periodo 2005-2010) di “battesimo del fuoco” che le impostazioni progettuali, i modelli insediativi, i tipi urbani e i caratteri dell’architettura - diversamente declinati da ciascuna firma nazionale - collidono anche pesantemente con la realtà locale e le relative componenti (strutture di investimento, management e cantierizzazione ma anche autorità politico-amministrative, acquirenti e cittadini). Da questo punto in poi le storie, fin qui parallele, delle one city, nine towns si differenziano secondo linee che i casi di studio (Thames Town, Anting e Pujiang, rispettivamente progettate da Atkins, Speer e Gregotti) ben rappresentano nello stato attuale (aprile 2014). La necessità di modificare in corso d’opera i progetti - di città, si badi bene - si presenta per tutte, come può lecitamente aspettarsi chi studia l’urban design contemporaneo, ma a seconda dei casi differenti sono gli impatti che vanno dal sistematico incameramento di spunti randomici (Thames Town), all’abbandono di scelte progettuali fondanti (Anting), alla sottrazione di comparti centrali del nucleo urbano (Pujiang).
A esito di questa prima attuazione alle questioni di approccio che avevano suscitato dubbi in fase di avvio (sui criteri di matrice cinese ma non sui progettisti europei) se ne aggiungono altre, di livello più complesso. Esse investono non più la sola sfera della facies - che a seconda degli orientamenti critici si colloca disciplinarmente tra l’allestimento scenografico e il townscape - ma chiamano in causa i progettisti, la loro capacità di gestire i progetti di grande dimensione, la scelta di modello insediativo, l’interpretazione architettonica e, in sostanza, la visione teorica di fondo (o la sua presunta mancanza). La possibilità stessa di indagare la realtà cinese partendo da un punto di vista europeo o, in subordine, di stabilire un confronto tra esperienze di urban design tra mondi culturalmente così distanti - dimenticando anche un po’ frettolosamente il mantra dello scenario globale - sono questioni che da Shanghai (da europei che vi operano) si impongono all’attenzione di chi fa ricerca.
Domande che hanno orientato il presente studio a procedere partendo dalle evidenze - indagando cioè, in prima battuta, i tre caratteri di singolarità ritenuti preminenti - per poi risalire, con strumenti di potenziale crescente (sopralluoghi, ricerche in loco, interviste ai progettisti), agli aspetti teorici.Il primo ordine di domande ha richiesto alcuni adempimenti obbligatori al fine di una affidabile ricostruzione del contesto critico di riferimento e della specifica realtà locale. Studiare la città di fondazione come tema progettuale ha comportato una indagine storica, un focus più approfondito sulle generazioni di new towns europee del ‘900 - con particolare enfasi sul rapporto con le massime teorie architettoniche e visioni della città moderna - e, infine, una ricostruzione dello stato del tutto peculiare - in dipendenza dalla estemporaneità del tema ma anche del carattere emergenziale degli interventi - in cui si trova a operare il progettista. Per comprendere il programma One City, Nine Towns è stata documentata l’intera vicenda della pianificazione e dello sviluppo urbano di Shanghai dalla fine della guerra civile cinese (1950) a oggi. Una storia in cui a una successione di idee e soluzioni progettuali non così dissimile da quella europea - il che ben conferma la vocazione di Shanghai di ponte con l’occidente - si contrappone una sostanziale differenza a livello di modello economico, forma di governo e strategie urbane. Una differenza che permane anche dopo la svolta di Deng (1979), pur all’interno del nuovo modello di capitalismo statale e, nel momento attuale, influisce sensibilmente sulla conduzione del programma e, da lì, sull’esito architettonico dei progetti.
Il secondo ordine di domande è stato posto nella prospettiva disciplinare dell’urban design contemporaneo e ha richiesto una definizione del campo del possibile confronto tra Europa e Cina. A questo scopo sono state isolate delle invarianti rispetto alle quali l’esperienza cinese, sulla base di una influenza disciplinare di matrice prevalentemente americana, offre tratti omologhi a quelli europei. Attraverso questo filtro critico i tre progetti di Shanghai sono stati confrontati con alcuni tra i più noti progetti complessi degli ultimi vent’anni (tra cui Euralille, Ijburg, Potsdammerplatz) evidenziandone, punto punto, le discordanze di metodo e le corrispondenti derivate sul piano pratico-operativo. Un confronto che assume definitivamente un profilo di interesse laddove si consideri che gli interventi urbani presi in esame, da una parte e dall’altra, sono i luoghi di massimo investimento di risorse ed energie (economico-finanziarie e politico-amministrative ma anche tecnico-progettuali e metodologico-teoriche) nello scenario globale attuale
Le disuguaglianze di classe sociale nella speranza di vita dopo il pensionamento in Italia, stime ed effetti sull'equità previdenziale
Sono ormai sempre maggiori le evidenze statistiche che associano la qualità della vita (sotto il profilo della salute) e la speranza di vita alla posizione sociale in una determinata struttura sociale: la cosiddetta teoria delle determinanti sociali della salute e della sopravvivenza. Sia importanti organizzazioni internazionali come l’OMS e la Commissione Europea, sia numerosi e autorevoli studi in campo socio-demografico hanno infatti individuato nelle determinanti sociali della salute e della sopravvivenza la causa delle crescenti diseguaglianze nella salute delle nazioni più avanzate del nostro secolo. In un contesto ancora poco esplorato dalla ricerca demografica in Italia, lo studio che sarà presentato nelle prossime pagine si propone l’obiettivo di valutare e misurare la consistenza e l’ampiezza delle disuguaglianze nella salute dei pensionati italiani, verificare la validità della teoria delle determinanti sociali anche in questa fase della vita ed esaminare infine l’impatto che queste diseguaglianze hanno sull’equità del sistema previdenziale, specialmente alla luce delle recenti riforme che basano le formule attuariali sulla speranza di vita media italiana.Riguardo al primo punto, sia l’analisi condotta sul dataset AD-SILC (periodo 2005-2009) per i pensionati ex-dipendenti privati ed ex-lavoratori autonomi/professionisti, sia l’analisi condotta sul dataset amministrativo della Gestione Dipendenti Pubblici INPS (ex-INPDAP, periodo 2009-2012) per i pensionati ex-dipendenti pubblici, hanno evidenziato ampie e consistenti diseguaglianze nella speranza di vita a 60 anni. Nelle simulazioni elaborate a partire dalle stime del modello di Cox sul dataset AD-SILC, mantenendo ferme variabili come il genere e l’istruzione, la forbice nella speranza di vita a 60 anni tra la combinazione di variabili demo-sociali con il più basso profilo di sopravvivenza (Fondo pensione lavoratori dipendenti, situazione economica ‘povera’) e la combinazione opposta (Fondo Commercianti, situazione economica ‘ricca’) è di oltre 7 anni. La prima combinazione restituisce una speranza di vita a 60 anni di circa 18.7 anni, mentre la seconda restituisce una speranza di vita di circa 26 anni. Sul versante “pubblico”, la differenza tra la speranza di vita a 60 anni più bassa e quella più alta, stimata a partire dalle tavole di mortalità calcolate incrociando cassa/compartimento e classe di reddito, è di circa 5,6 anni per gli uomini (classe di reddito 0-1000 euro VS classe di reddito 5000+, casse CPDEL) e 7 per le donne (classe di reddito 0-1000 euro, cassa Ministeri VS classe di reddito 5000+, cassa CPDEL). L’incrocio tra cassa/compartimento e classe di reddito è stato individuato come una buona proxy della classe sociale così come individuata da Erikson e Goldthorpe, il pubblico impiego segue infatti una rigida corrispondenza tra scatti di carriera e scatti di salario, che si ripercuotono direttamente sul reddito pensionistico. Per i maschi, la speranza di vita più bassa, poco meno di 20 anni, è stata calcolata per i pensionati della cassa degli Enti Locali (CPDEL), con classe di reddito sotto i mille euro al mese. La speranza di vita più alta, poco meno di 26 anni, è stata calcolata per la stessa cassa, ma con classe di reddito pari a 5000 euro e più. Per le donne, la speranza di vita più bassa, circa 25,7 anni, è stata calcolata per i pensionati del compartimento Ministeri, con classe di reddito sotto i mille euro al mese. La speranza di vita più alta, poco meno di 32,5 anni, è stata calcolata per la cassa degli Enti Locali, ma con classe di reddito pari a 5000 euro e più. Da questo si evince che trattare il “pubblico impiego” come un mondo privilegiato a sé stante rispetto al “privato” non trova fondamento nelle analisi delle disuguaglianze di sopravvivenza. Sia il pubblico che il privato sono attraversati da diseguaglianze di notevole entità. Riguardo al secondo obiettivo, lo schema di classe elaborato da Erikson e Goldthorpe basato sul tipo di lavoro, si è rivelato in grado di interpretare sia i risultati derivanti dalle stime AD-SILC che quelle derivanti dalle tavole di mortalità calcolate sui dati amministrativi dell’ex-INPDAP. La descrizione delle classi sociali riportata dai due autori rispecchia sostanzialmente anche le disuguaglianze nella speranza di vita stimate da questo studio. A parità di altre variabili demo-sociali, le classi sociali più basse, cioè quelle con più eterodirezione del lavoro, minor controllo del proprio operato e peggior rapporto tra sforzo e ricompensa sono quelle che presentano un minore profilo di sopravvivenza. Si conferma quindi indirettamente anche la validità alle età anziane della teoria delle determinanti sociali della salute e della sopravvivenza, oltre al paradigma teorico della catena degli svantaggi. Infine, considerando la stratificazione sociale delle speranze di vita, risulta evidente come la riforma previdenziale Dini e tutte quelle che sono seguite e che ne hanno sostanzialmente seguito l’impostazione, abbia introdotto un grave elemento di iniquità nel sistema. La riforma assicura infatti un rispetto puramente tecnico e formale dell’equilibrio attuariale: la formula utilizzata pone al centro del calcolo delle soglie anagrafiche di accesso alla rendita previdenziale la speranza di vita media italiana, assumendo scostamenti casuali da questo valore. Dal momento che questi scostamenti non sono affatto casuali, ma determinati dalla classe sociale di appartenenza, il sistema previdenziale infrange i concetti di equità previdenziale classica. Prendendo in prestito alcuni concetti dell’equità tributaria, il sistema previdenziale italiano si configura quindi come un sistema “regressivo”, in cui gli individui con più “disponibilità” di speranza di vita ottengono un beneficio temporale di rendita maggiore degli individui con minore disponibilità. L’innalzamento delle soglie di anzianità contributiva e dei requisiti anagrafici legati all’incremento della speranza di vita media italiana impongono un sacrificio maggiore per i gruppi più poveri (economicamente e salutisticamente) rispetto a quelli più ricchi. La situazione si tinge di più fosche tinte se consideriamo il fatto che la speranza di vita in buona salute è anche inferiore a quella totale. Volendo semplicemente garantire almeno una proporzionalità nei benefici temporali di rendita si dovrebbero modificare le soglie anagrafiche base rispetto ai diversi gruppi sociali onde assicurare a tutti lo stesso rapporto tra gli anni passati in pensione e la speranza di vita alla nascita. Ne conseguirebbe che volendo fissare in 65 la soglia anagrafica per l’accesso alla pensione della classe più avvantaggiata, bisognerebbe abbassare a 60 la soglia per la classe più svantaggiata, per garantire ad entrambe la medesima proporzione di tempo in pensione (in questo caso il 24% della vita totale). Tuttavia, è opinione dello scrivente che, considerando il paradigma dell’accumulazione degli svantaggi e le recenti raccomandazioni dell’OMS, un sistema previdenziale pubblico ed universale moderno dovrebbe diventare di tipo “progressivo”, dovrebbe cioè integrare esplicitamente un obiettivo di tipo redistributivo tra le classi sociali che tenda a correggere le storture prodotte dalla catena degli svantaggi e riporti tutti su un piano di uguaglianza nelle opportunità di salute, restituendo a tutti gli anziani italiani un medesimo orizzonte salutistico. Modificando in senso progressivo le proporzioni dei rapporti tra tempo in pensione e tempo di vita totale, assegnando ad esempio una quota del 24% agli individui delle classi più avvantaggiate e del 26% a quelli più poveri, le soglie anagrafiche dei primi resterebbero ferme a 65 anni, mentre i secondi passerebbero da 65 (sistema regressivo) a 58.3 (sistema progressivo). Anche le disparate aliquote contributive dovrebbero infine essere riunificate in una unica aliquota, progressiva a scaglioni, imitando il meccanismo del sistema delle imposte dirette sul reddito delle persone fisiche
The Target-Based Utility Model. The role of Copulas and of Non-Additive Measures
My studies and my Ph.D. thesis deal with topics that recently emerged in the field of decisions under risk and uncertainty. In particular, I deal with the "target-based approach" to utility theory. A rich literature has been devoted in the last decade to this approach to economic decisions: originally, interest had been focused on the "single-attribute" case and, more recently, extensions to "multi-attribute" case have been studied. This literature is still growing, with a main focus on applied aspects. I will, on the contrary, focus attention on some aspects of theoretical type, related with the multi-attribute case.
Various mathematical concepts, such as non-additive measures, aggregation functions, multivariate probability distributions, and notions of stochastic dependence emerge in the formulation and the analysis of target-based models. Notions in the field of non-additive measures and aggregation functions are quite common in the modern economic literature. They have been used to go beyond the classical principle of maximization of expected utility in decision theory. These notions, furthermore, are used in game theory and multi-criteria decision aid.
Along my work, on the contrary, I show how non-additive measures and aggregation functions emerge in a natural way in the frame of the target-based approach to classical utility theory, when considering the multi-attribute case. Furthermore they combine with the analysis of multivariate probability distributions and with concepts of stochastic dependence.
The concept of copula also constitutes a very important tool for this work, mainly for two purposes. The first one is linked to the analysis of target-based utilities, the other one is in the comparison between classical stochastic order and the concept of "stochastic precedence". This topic finds its application in statistics as well as in the study of Markov Models linked to waiting times
to occurrences of words in random sampling of letters from an alphabet. In this work I give a generalization of the concept of stochastic precedence and we discuss its properties on the basis of properties of the connecting copulas of the variables. Along this work I also trace connections to reliability theory, whose aim is studying the lifetime of a system through the analysis of
the lifetime of its components. The target-based model finds an application in representing the behavior of the whole system by means of the interaction of its components
IL CASO DEGLI UNIVERSITARI DI COMUNIONE E LIBERAZIONE
Il lavoro di tesi ha lo scopo principale di ricostruire le dinamiche socio-culturali (contesto) e le motivazioni esistenziali (soggetto) che hanno reso possibile l’affermazione del movimento religioso di Comunione e Liberazione (CL), nel nostro paese, come forma di socializzazione giovanile in tempi di secolarizzazione. La chiave di lettura, che qui si suggerisce, muove dall’ipotesi che l’esperienza proposta da CL abbia trovato un terreno fecondo nelle domande di senso, di relazioni significative e di futuro delle culture giovanili, interpellanze che, in questa fase di tarda modernità, spesso restano senza argini sicuri o perlomeno convincenti. In questo senso è mia intenzione innanzitutto rintracciare le disarticolazioni del progetto moderno che emergono in modo incontrovertibile nella radicalità della crisi attuale, e le ricadute riscontrabili nelle generazioni giovanili.
L’indagine sull’esperienza vissuta da giovani del CLU (Comunione e Liberazione Universitari) acquisisce, infatti, all’interno di questo contesto teorico generale una rilevanza peculiare, configurandosi come forma di aggregazione giovanile capace di resistere alla crisi dell’individualismo moderno. Attraverso un prevalente uso di metodi di ricerca qualitativa, l’indagine mira a ricostruire il momento e le ragioni dell’adesione al movimento, le dinamiche che portano allo svilupparsi di relazioni significative, di una dimensione di vita comunitaria, il ruolo svolto dalla dimensione della fede. Infine, l’attenzione volge sulle possibilità dell’esperienza educativa che sorge dal carisma di CL di favorire una modalità riflessiva del soggetto diversa da quella dominante in epoca moderna: generatrice, perciò, di nuovi giacimenti di capitale sociale
Dai giochi linguistici ai giochi mediali
La tesi riporta i risultati dell’indagine sulle ultime entità mediali sorte dall’evoluzione della TV. La ricerca ripercorre i casi di studio più significativi che incarnano la trasformazione in corso, domandandosi come sia possibile interpretarne il significato. Rispetto alle tante proposte teoriche già avanzate, l’obiettivo non è quello di giungere a una definizione il più possibile ultimativa della TV e delle ultime forme mediali ad essa correlate, ma semmai quello di verificare quale modello teorico sia necessario adottare per comprenderne gli sviluppi.
Concentrandorsi sul medium, l’indagine sceglie di guardare al consumo, invece che alla produzione, e quindi di inquadrare anzitutto il pubblico: piuttosto che contrapporre “vecchie” e “nuove” audience, viene evidenziato il loro tentativo comune di colmare le lacune dell’esistenza attraverso i significati ricevuti, rielaborati, ricreati tramite la TV. Il modello teorico che viene proposto è quindi di tipo linguistico, mutuato dalla filosofia di Wittgenstein, e prevede di interpretare le “nuove TV” come altrettanti “giochi mediali”, in cui i partecipanti – membri della “forma di vita” dell’audience – non si limitano a condividere e applicare regole di significato, ma possono ricodificarle, reinterpretarle, aprendo la strada alla nascita di nuovi giochi.
Mettendo alla prova la tenuta del modello nella fase desk che in quella field, la ricerca affianca ai dati quantitativi le evidenze qualitative; la “cassetta degli attrezzi” viene equipaggiata con strumenti sperimentati in contesti sia reali che virtuali, integrata con quelli attinti dagli studi di human-computer interaction, ma anche con quelli familiari agli addetti di marketing. Ricapitolando le principali risultanze emerse dall’indagine, la nozione che sintetizza meglio le evidenze sulla famiglia delle “nuove TV” appare infine quella di puzzle, che conferma il nesso con la metafora del “gioco mediale” e sottolinea la dimensione collaborativa, l’intento costruttivo, la tensione verso l’unificazione e il completamento, ma anche la flessibilità del processo