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Indagine archeometrica per studi di provenienza della metallurgia del rame nelle culture fenicia e punica
The doctoral thesis regards an innovative method based on an elaboration of chemical-physical data in terms of statistics and georeferencing of copper-based alloys artefacts in the Mediterranean and Atlantic regions which underwent the influence of Phoenician-Punic cultures.
Fundamental aim of the research is the localization of areas where this influence is evidenced by the presence of artefacts which characteristics can be attributable to Phoenician and Punic presence. The chronological range considered is mostly between the Late Bronze Age (LBA) and the Early and Middle Iron Age (EIA- MIA), even if more ancient and more recent periods have been considered for coparison. The study of Phoenician-Punic archaeological sites, trade routes and the type of bronze processing have been considered broadly throughout the Mediterranean Basin and surrounding areas (but also atlantic and continental areas), leading to the production of databases containing information on archaeological settlements, mines and ore basins, and compositional data coming from literature or obtained from the analyses of bronze artefacts (SEM-EDS and EDXRF analyses), managed through an unprecedented application of Geographic Information System (GIS tool). So the GIS application includes data coming from archaeometric analytical sessions and from analogous researches published on specialised literature, carried out on samples of different typologies. The collected databases were elaborated on the basis of statistics-mathematic methods, in particular Principal Component Analysis (PCA), while frequency distributions and Box-Whisker diagrams have been used for the study of smaller datasets. The production of manufactures (small size metal statuary), connected to religious worship, were addressed in Alentejo, Portugal (Evora and Alcacer do Sal) and in Sardinia, Italy (Cagliari and Sassari). The mining and the production of slags and semi-finished products have been examined for Moroccan area (especially in Meknes Region) while metal artefacts of Roman period from Volubilis archaeological settlement have been analysed in the light of a probable technological conservatism between Punics and Romans. The production of bronze Punic coins was deepened for a private collection (Collection M. Viola) and through the study of Punic and neo-Punic finds in France, Belgium and in lesser extent in Northern continental Europe areas. The results have been interpreted with a unique perspective, so as to allow a new vision on the Phoenician presence an bronze production in the areas where they settled. Further result is the elaboration of a useful tool for the archaeological research that is reproducible in several fields, even different from the ancient metallurgy studies
Un inquadramento dei processi di desertificazione in Italia dal secondo dopoguerra ad oggi in un'ottica ambientale e socioeconomica
In molti paesi sviluppati, drammatici cambiamenti nelle società e nelle strutture economiche si sono verificati nel corso degli ultimi anni. Questi processi implicano anche cambiamenti nella disponibilità di risorse naturali e nella configurazione del paesaggio con impatti sulla qualità dell’ambiente. A titolo di esempio, i cambiamenti avvenuti dal secondo dopoguerra ad oggi, nella struttura delle economie dei paesi Mediterranei hanno causato pressioni su ecosistemi fragili, soprattutto nelle aree più sensibili ed economicamente svantaggiate, e su territori tradizionalmente polarizzati. Tali cambiamenti, dovuti a cause bio-fisiche e antropogeniche destano una sempre maggiore attenzione nelle scienze sociali, discipline interessate a mettere in luce le possibili conseguenze del degrado degli ecosistemi sulla popolazione e sui sistemi economici, nonché la risposta delle società locali a tali cambiamenti. Incertezza e rischio vengono pertanto interpretati come concetti chiave di questo percorso interpretativo che riguarda, in modo integrato, le dinamiche economiche, i cambiamenti sociali e l'azione politica.
Configurandosi come un problema sociale ed economico al tempo stesso, il degrado delle terre appare correlato al nostro sistema di produzione e consumo che si fonda su una nozione di progresso, a lungo predominante, incentrata sull’espansione quantitativa dei beni prodotti e del loro consumo, in base al principio secondo il quale la crescita economica comporterebbe automaticamente un aumento del benessere sociale. Ciò pone al centro dell’attenzione una riflessione sul nostro stesso modello di sviluppo e la necessità di un suo ripensamento in direzione della costruzione di un “benessere umano sostenibile”. Quest’ultimo parte dal presupposto che il miglioramento delle condizioni di vita non dipende solo dalla disponibilità crescente di beni ma anche dall’equità distributiva della ricchezza prodotta e dalla riduzione degli impatti sull’ambiente, in modo da garantire la stabilità del benessere nel tempo, sulla base di un’etica di equità intergenerazionale che impone di non compromettere la capacità delle generazioni future di usufruire delle risorse che oggi sono a disposizione delle generazioni attuali.
Il dibattito sull’organizzazione e l’infrastrutturazione del territorio è pure particolarmente vivace nel contesto Europeo e Mediterraneo in particolare, caratterizzato spesso da una ridotta accessibilità delle aree interne, collinari e montane, che influenza negativamente il loro sviluppo. D’altra parte, innumerevoli segni ha lasciato lo sviluppo economico sul paesaggio Italiano, che ha cominciato a perdere già dal secondo dopoguerra i connotati della ruralità diffusa che lo avevano caratterizzato nella prima metà del secolo scorso, per trasformarsi in contesti progressivamente urbanizzati e spesso ad elevata infrastrutturazione. I fenomeni di crescita urbana e di littoralizzazione investono le grandi aree urbane della pianura Padana e gli agglomerati – senza soluzione di continuità – di Roma e Napoli, come pure le coste pugliesi e siciliane, la maremma tosco-laziale, l’intero litorale adriatico dalla Romagna fino al Molise. Negli stessi anni, l’agricoltura intensiva della monocultura e della zootecnia industriale si alterna all’insediamento industriale ad elevata densità, manipolando i tratti tipici del paesaggio e creando un mosaico 'entropico' di usi del suolo, con una coesistenza di tratti urbani e rurali che restituisce territori indistinti e frammentati, riducendo quella qualità che è una delle dotazioni di capitale più promettente per le possibilità future di crescita. Con loro vengono meno quei territori, marginali e, al tempo stesso, ad alta vocazione paesaggistica, che hanno conservato per anni, anche durante il ‘boom’ economico, i caratteri di ruralità e biodiversità compromessi da uno sviluppo recente più esile, ma anche più diffuso e spazialmente capillare.
In quest’ottica, la desertificazione è oggi una delle questioni ambientali e socio-economiche più complesse che le nostre società sono chiamate ad affrontare, con importanti implicazioni sullo sviluppo sostenibile e sull’organizzazione spaziale del territorio. Se, da un lato, il tema è stato spesso al centro dell’attenzione dei media, dei decision makers e dell’opinione pubblica, dall’altro, si deve notare il carattere tendenzialmente ciclico di tale interesse, corrispondente allo scoppiare di situazioni emergenziali legate principalmente ad episodi prolungati di siccità e alla scarsità idrica, fenomeni peraltro facilmente (ma talvolta erroneamente) associati al tema del cambiamenti climatici. Tale interesse ha, pertanto, fatto concentrare l'attenzione del grande pubblico verso la relazione desertificazione-clima (e più in generale verso i fattori bio-fisici alla base della desertificazione), facendo trascurare, invece, l'importante ruolo giocato dai fattori sociali, economici, culturali, politici ed istituzionali. Tale ruolo, messo alla ribalta dalle dinamiche più recenti a varie scale di osservazione, necessita di approcci dedicati dal punto di vista scientifico e di una divulgazione più consapevole e meno sensazionalistica. La grande eterogeneità dei processi di degrado delle terre nel Mediterraneo complica il monitoraggio e limita lo sviluppo di azione efficaci di contrasto (Conacher e Sala 1998).
L'interesse per questi problemi è stato rinnovato negli ultimi venti anni. A partire dalle esperienze progettuali finanziate dalla Comunità Europea, diversi studi hanno considerato il degrado delle terre come un concetto composito, che descrive come uno o più componenti del capitale naturale sia peggiorato nel tempo, dal punto di vista quantitativo o qualitativo. Negli ultimi anni appare, inoltre, in aumento l'interesse verso uno studio più sistematico, rispetto al passato, dei fattori socio-economici che interagiscono con il capitale naturale (principalmente suolo ed acqua) e che ne determinano un’eventuale degradazione, attraverso l’uso di approcci sia teorici che empirici. Tuttavia, nonostante alcuni contributi scientifici, la relazione tra sviluppo sostenibile, disparita’ territoriali e degrado delle terre appare ancora sostanzialmente non esplorata nel bacino del Mediterraneo. In particolare, appare di interesse l’esplorazione e l’interpretazione, su base quali-quantitativa, delle tendenze recenti nell’evoluzione spaziale del livello di vulnerabilita’ alla desertificazione in Italia, attraverso uno studio mirato all’individuazione delle disparita’ territoriali che conducono ad un accresciuto livello di degrado, con riferimento sia a variabili di natura bio-fisica che socio-economica.
Questo lavoro di tesi affronta questi temi con un approccio esplorativo e discutendo la relazione, sempre piu’ attuale tra processi di degrado delle terre, rischio di desertificazione, assetto del territorio e disparita’ territoriali a scala nazionale, in un contesto fragile dal punto di vista ambientale come quello Italiano. Il contributo, attraverso una disamina accurata dal punto di vista geografico di numerose variabili predisponenti il livello di degrado delle terre, ha esaminato le tendenze recenti del rischio di desertificazione in Italia, con uno specifico focus dal 1960 al 2010, attraverso l’analisi di quattro dimensioni di ricerca (clima, suolo, vegetazione e uso del suolo, pressione antropica) descritte tramite specifici indicatori comparabili sull’intero territorio nazionale e disponibili ad una scala di dettaglio spaziale sufficientemente dettagliata, secondo le indicazioni del modello interpretativo ESAI (Environmentally Sensitive Area Index) sviluppato nell’ambito di progetti comunitari di ricerca quali le azioni MEDALUS, che hanno rappresentato il cuore della letteratura geografica, ambientale e socio-economica sulla desertificazione nel bacino del Mediterraneo.
L’analisi quantitativa dei risultati ottenuti, unita ad una rassegna delle evidenze empiriche gia’ disponibili sull’Italia, mette in luce una progressiva complessificazione della geografia del degrado delle terre in Italia a seguito dell’azione congiunta di numerosi determinanti sia a carattere bio-fisico che socio-economico. Tale quadro e’ stato messo in relazione con il lento consolidamento delle disparita’ territoriali in termini socio-economici, evidenziando inoltre come le policy a scala nazionale non siano ancora del tutto pronte a recepire le nuove sfide legate alla multiscalarita’ e ad un’azione necessariamente piu’ congiunta e integrata su obiettivi plurimi di mitigazione e adattamento, che possono traguardare le diverse dimensioni della sostenibilita’
Characterization of AGO2 complexes
Abstract
The AGO2 protein is part of a highly conserved family of RNA-binding protein called Argonaute. This protein family plays a key role in gene expression regulation in association with different classes of small non-coding RNA (miRNA, siRNA, piRNA). In addition to the post-transcriptional regulation in the cytoplasm, AGO2 protein acts also in the nucleus at the transcriptional level with a mechanism, in humans, not clearly identified. To elucidate the molecular functions of AGO2 in human cells, we performed an extensive analysis of both proteins and small RNAs associated to endogenous AGO2 protein by high-throughput technologies. We identified various AGO2-interactors not previously described. Interactors that can shed light on molecular functions exerted by AGO2 in novel as well in known biological processes. In particular, we provided several evidence regarding the mechanism of AGO2-mediated transcriptional regulation. Interestingly, we uncovered the interaction of AGO2 with the SWI/SNF chromatin remodeling complexes. The SWI/SNF is a multisubunit complex that alter the structure or the positioning of nucleosomes, thus modulating the access of regulatory proteins and transcription factors to DNA. Futhermore, we identified a new class of AGO2-associated small RNAs in the nucleus that showed a remarkable overlap with the binding sites of SWI/SNF complexes, regulatory regions in proximity of transcription start site and with chromatin marks associated with transcriptional active state. Taken together, our data suggests that nuclear AGO2 regulates the transcriptional initiation interacting with SWI/SNF complexes to ensure proper nucleosome positioning in proximity of promoter regions
L’ecosistema del Mar Tirreno: aspetti strutturali, funzionali, effetti della pesca e delle interazioni trofiche
IL PRETESTING DEL QUESTIONARIO STRUTTURATO. L'ANALISI DELL'INTERAZIONE TRA INTERVISTATORE E INTERVISTATO
Nella lunga tradizione di riflessioni e ricerche sul tema della “qualità del dato”, mi sembra che due posizioni, tra loro antitetiche, prevalgano sulle altre: una di origine comportamentista secondo la quale la qualità del dato è definita come “assenza di distorsioni nel processo di misurazione” (Groves 1991); l’altra, che Mauceri (2003) ha chiamato “pragmatica”, vede nella qualità del dato “la soddisfazione delle condizioni logiche e metodologiche necessarie al conseguimento degli obiettivi cognitivi della ricerca”.
La prima nasce nella psicometria ed è stata successivamente importata nella metodologia della ricerca sociale. Nell’ottocento si diffuse quello che von Hayek (1989) ha chiamato “atteggiamento scientista”, in base al quale le scienze sociali possono svilupparsi solo seguendo strettamente gli orientamenti e i procedimenti delle scienze fisiche. Tale atteggiamento è ancora oggi diffuso. Secondo questa visione, il compito della scienza, di tutte le discipline scientifiche, è individuare relazioni essenzialmente quantitative tra le proprietà indagate di un oggetto, dando per scontata una sostanziale equivalenza tra scienza e misurazione. Lundberg (1939) ha scritto che "se la misurazione dei fenomeni sociali è possibile, il cammino delle scienze sociali conduce sullo stesso difficile ma non insuperabile terreno sul quale la fisica e le altre scienze hanno progredito fino ai loro cospicui trionfi attuali". In un certo senso possiamo dire che la psicometria nasce come trasposizione nella psicologia degli obiettivi, dei metodi e delle tecniche di ricerca in uso nelle scienze fisiche. La progressiva svalutazione delle differenze tra le scienze fisiche e umane si è pian piano trasferita anche alle scienze sociali, che ha fatto propria l’ideologia scientista, dando vita alla cosiddetta “survey methodology”, un approccio fondato sulla teoria della misurazione e del true score . La survey methodology concepisce la qualità del dato come assenza di errori nel processo di misurazione.
La definizione di Groves (1989) di “qualità del dato” è “l’assenza di distorsioni e di errori non campionari nel processo di misurazione”, che alterano lo stato reale del soggetto studiato; tale interpretazione concettualizza la qualità del dato in modo discreto e dicotomico (assenza/presenza di distorsioni). Precedentemente Kahn e Cannell (1968, 231) avevano definito la distorsione “un’intrusione di una qualsiasi influenza non programmata e non desiderata” sulla qualità (intesa in senso di integrità) dei dati raccolti. Secondo la prospettiva della survey methodology, per raggiungere tale obiettivo, l’integrità del dato, è opportuno definire e indagare tutte le possibili cause che alimentano l’errore, e che allontanano il valore misurato dal valore vero. Il prodotto di questo lavoro è un complesso di procedure e strumenti utili al ricercatore a prevenire e correggere l’azione distorsiva delle fonti dell’errore. Groves sostiene che tali accortezze hanno come risultato o il pieno raggiungimento della qualità o la sua inevitabile alterazione.
Criticando l’atteggiamento scientista sopra descritto, altri studiosi rivendicano l’autonomia ontologica, epistemologica e metodologica delle scienze sociali. Rifiutando l’idea che esiste un solo modello di scienza a cui tutti devono tendere, e accusando i loro stessi colleghi di negare le proprie origini filosofiche perché attratti dalle scienze fisiche e dal loro modello di scienza, questi studiosi hanno dato vita a una visione che Mauceri (2003) ha definito “pragmatica”, cioè un approccio alla qualità del dato che si sottrae al “feticcio della misurazione scientista” (Marradi 1992) e che guarda alle effettive condizioni di ricerca e agli obiettivi cognitivi che la muovono. Tale approccio rifiuta il concetto di “dato reale”; il dato è sempre “costruito” dalle scelte del ricercatore. Secondo Mauceri (2003, 40) è sbagliato concettualizzare “la qualità del dato” in forma discreta e dicotomica. Se il ricercatore dovesse preoccuparsi di ogni possibile fattore di alterazione della qualità del dato da quanto programmato e desiderato, la sua azione risulterebbe inevitabilmente vana, vista l’impossibilità logica di controllarli tutti. È, quindi, necessario ridefinire il concetto di “errore”, e conseguentemente di “distorsione”. C’è distorsione, continua Mauceri (ivi, 41), quando “un dato non soddisfa le condizioni logiche e metodologiche, necessarie ai fini del conseguimento degli obiettivi cognitivi definiti da chi lo ha progettato. (…) In altri termini la distorsione allontana l’esito reale della rilevazione da quello ideale”. L’esito ideale corrisponde a un dato che ha carattere evidenziale rispetto agli obiettivi cognitivi della ricerca, perché in grado di costituire la base empirica necessaria a sottoporre a controllo le ipotesi di lavoro. Per questo il concetto di qualità non può essere dicotomizzato, bensì concettualizzato lungo un continuum che va dal minimo al massimo grado di evidenzialità.
Uno dei compiti del ricercatore è prendere in considerazione le migliori strategie di progettazione ex-ante della qualità del dato. Progettare la qualità significa individuare in anticipo le possibili fonti di distorsione, e pianificare le procedure adeguate che riducano al minimo l’impatto del bias sui dati raccolti. Il dato progettato in un’ottica di tutela della qualità non corrisponderà mai al dato successivamente raccolto. Sarebbe utopico sostenere le posizioni di Kahn e Cannell sul controllo totale dei fattori che alterano gli attributi di qualità del dato. Pur consapevole di tali limiti, il ricercatore ha il dovere di progettare la migliore strategia procedurale per garantire che il dato raccolto abbia un notevole carattere evidenziale rispetto alle ipotesi di partenza. Il pretesting è la fase della ricerca deputata allo svolgimento di questa attività. Nel pretesting, infatti, sono implementate quelle procedure e strumenti di ricerca che “tengono sotto controllo le condizioni necessarie per giungere a un dato di qualità, prima di avviare la rilevazione” (Mauceri ivi, 164). Il pretesting si pone una serie di obiettivi conoscitivi finalizzati al miglioramento dello strumento che poi sarà somministrato. Sul piano diagnostico, l’obiettivo del pretesting è rendere il più chiaro e visibile possibile il “passaggio dalla domanda così come formulata dal ricercatore alla domanda così come interpretata dall’intervistato, e dalla risposta così come formulata dall’intervistato alla risposta così come interpretata e registrata sul questionario” (Mauceri ivi, 167). Questo ricostruzione permette al ricercatore di cogliere i processi interpretativi dell’intervistato e controllare se esiste congruenza semantica tra i suoi schemi concettuali, operativizzati nelle domande del questionario, e quelli dell’intervistato. Qualora tale corrispondenza non emerga, il questionario deve essere riprogettato e le domande riformulate. Tutto questo porterebbe alla luce problemi di validità e attendibilità che altrimenti rimarrebbero sconosciuti al ricercatore, alterando incontrollatamente la qualità dei dati raccolti nella rilevazione.
Una parte consistente della letteratura metodologica è del parere che l’interazione tra intervistatore e intervistato nell’intervista standardizzata sia un proficuo oggetto di studio per chi si pone nell’ottica di progettare ex ante la qualità del dato. Cannel, Fowler e Mangione (1968) sono stati i primi studiosi a scorgerne l’enorme potenziale. Tralasciando colpevolmente le dinamiche dell’interazione personale tra intervistatore e intervistato, fino agli anni ’70 l’attenzione dei metodologi studiosi del cosiddetto “effetto intervistatore” era focalizzata esclusivamente sul monitoraggio dell’attività dell’intervistatore (la sua capacità di performance rispetto ai compiti assegnatigli) e sugli effetti dei suoi errori. Al fine di individuare quali fossero gli intervistatori peggiori che con il loro ‘cattivo’ comportamento incidevano negativamente sulla qualità delle risposte, la figura dell’intervistato e l’intero processo domanda-risposta sono stati colpevolmente trascurati. Negli ultimi trent’anni gli studi sulla qualità del dato hanno gradualmente spostato l’attenzione dallo studio della figura dell’intervistatore allo studio dell’interazione nell’intervista. La comunità dei metodologi ha preso consapevolezza che il monitoraggio del comportamento dell’intervistatore non ha senso se non include la figura dell’intervistato. L’intervistatore non lavora in una campana di vetro, isolato da chiunque, e la sua capacità di applicare le tecniche della standardizzazione non è indipendente dal soggetto intervistato. Così agli inizi degli anni ’80 la ricerca metodologica si è pian piano avvicinata all’analisi dell’interazione, fino al punto da considerarla oggetto di studio privilegiato per indagare i fattori che incidono sulla qualità del dato. L’analisi dell’interazione non solo ha permesso di valutare meglio l’attività dell’intervistatore, raffinando i modelli concettuali con cui il monitoraggio è progettato e implementato (che finalmente includono anche il ruolo dell’intervistato), ma soprattutto ha consegnato una nuova prospettiva teorica alle strategie di progettazione ex ante della qualità del dato.
Le due prospettive teoriche/epistemologiche che nel corso degli anni si sono contrapposte per dettare i principi guida dell’analisi dell’interazione nello studio dell’intervista standardizzata sono state il comportamentismo e l’analisi della conversazione.
Nato alle fine del 1800 nelle scienze psicologiche con l’esigenza di superare i limiti del metodo introspettivo wundtiano, l’obiettivo del comportamentismo è stato il perseguimento dell’obiettività della conoscenza attraverso l’oggettività del metodo (Mackenzie 1980). Il metodo introspettivo ideato da Wundt era ormai considerato obsoleto e non più affidabile, per via di un suo grosso limite: non garantiva la replicabilità dei risultati ottenuti in laboratori differenti. A questo proposito Watson, il padre del comportamentismo, autore di La psicologia come la vede il comportamentismo, adottò una soluzione radicale al problema del dualismo anima/corpo: il rifiuto, a priori, degli eventi mentali, perché non osservabili e quindi non indagabili. Watson, sulla scia dei successi delle scienze fisiche e naturali contemporanee, rifiutò l’introspezione, bocciandola come non affidabile e sostenendo un approccio anti-mentalista. L’antimentalismo comportamentista si oppose alla distinzione wundtiana tra “esperienza immediata” ed “esperienze mediata” – distinzione fatta da Wundt per separare le scienze fisiche dalle scienze umane. Venivano così a cadere le reciproche differenze ontologiche ed epistemologiche: gli stessi metodi logici, le stesse tecniche di osservazione, gli stessi standard di evidenza e validità venivano trasferiti dalle scienze fisiche alle scienze sociali. L’oggetto di studio diventava lo stesso della fisica: i corpi in movimento. Watson scriveva: “il comportamentismo è una vera e propria scienza naturale” (Bergmann 1967, 5), che, per ottenere il radicale oggettivismo conoscitivo, non dà altra scelta allo scienziato che l’applicazione di rigidi standard metodologici.
Il contributo maggiore che il movimento comportamentista ha lasciato alla ricerca sociale è stato il tentativo di perseguire la “comparabilità delle risposte” tramite l’invarianza degli stimoli somministrati (Fideli e Marradi 1996, 74). Per conseguire il risultato della comparabilità delle risposte è necessario che tutti gli intervistati siano esposti allo stesso stimolo, così che lo scienziato abbia la piena certezza che le risposte ottenute da intervistati differenti siano state reazioni causate da uno stimolo equivalente. Ma questo obiettivo è perseguibile solo attraverso una precisa individuazione e un rigido controllo di tutti quegli elementi che alimentano l’errore dell’esito della misurazione (usando la terminologia comportamentista). Tale errore renderebbe vana la comparabilità delle risposte ottenute da intervistati differenti, perché non si avrebbe più la certezza che le loro reazioni siano state tutte la y della stessa x. I comportamentisti hanno individuato le possibili fonti dell’errore non campionario, cioè quei fattori causa di errore dell’atto della misurazione, che non sono riconducibili alla teoria dei campioni e alle procedure della statistica inferenziale, ma che, se sistematici, possono dilatare incontrollatamente la distanza tra il dato raccolto e quello reale. Tra questi ricordo lo strumento (il questionario strutturato) e l’intervistatore; maggiore è l’entità dell’errore, minore è la possibilità di comparare i dati raccolti su soggetti differenti. Al fine di limitare il più possibile l’impatto delle fonti di errore sulla qualità del dato finale, i comportamentisti hanno studiato i modi e le forme, a loro parere, più efficaci, che sono state poi integrate nel concetto di “standardizzazione”: un insieme di principi generali e tecniche operative utili a tenere sotto controllo l’azione delle numerose fonti di errore nella ricerca sociale.
Tra le fonti di errore che hanno maggiormente occupato il tempo e le energie dei comportamentisti c’è “l’intervistatore”. Al riguardo è interessante chiarire la visione comportamentista del concetto di “situazione d’intervista”. Nella teoria behaviorista, la situazione d’intervista – come ogni altro evento comunicativo – è ridotta a un modello meccanico stimolo-risposta: tutta l’attenzione è rivolta allo stimolo somministrato, mentre la risposta è solo un riflesso, una reazione (Gobo 1997, 15). Questa concettualizzazione ipersemplificata ha portato a una marginalizzazione – sul piano della riflessione metodologica – dell’intervista, a vantaggio della progettazione del questionario. Relegando l’intervistatore al ruolo di puro somministratore di uno stimolo, peraltro rigidamente controllato da una serie di vincoli che ne limitano l’azione, i ricercatori comportamentisti si sono dedicati unicamente alla ricerca e allo sviluppo di uno strumento di rilevazione che garantisse loro la standardizzazione dello stimolo somministrato, il questionario strutturato (Mauceri 2003, 81).
Nella concezione comportamentista l’intervistatore ha il compito di “applicare senza alcun margine di autonomia lo strumento al materiale umano… che reperirà seguendo le istruzioni. L’intervistatore non deve fare altro che somministrare il questionario strutturato, avendo l’obbligo di non introdurre alcun elemento di variabilità nell’intervista, che, non essendo stato previsto a monte, rischia di compromettere la standardizzazione degli stimoli somministrati” (Pitrone 1983/ 2002, 107). L’intervistatore è un mero esecutore, quasi un automa, che non deve prendere iniziative (Marradi 1980, 65); un soggetto passivo che, rispettando le istruzioni impartite dal ricercatore, mantiene una costante distanza psicologica e fisica dall’intervistato (Mauceri 2003, 81). Secondo le prescrizioni comportamentiste, l’intervistatore deve seguire fedelmente il testo del questionario, leggendo le domande così come sono scritte e rispettandone rigidamente l’ordine. Non è possibile introdurre commenti o indicazioni di altro tipo fra una domanda e l’altra – eccetto le informazioni previste. L’intervistatore deve leggere la domanda senza flessioni di tono, ma come se stesse parlando. Se l’intervistato evita di rispondere, rivolgendosi all’intervistatore con espressioni “ma lei come la pensa al riguardo?”, l’intervistatore deve subito richiamare la differenza dei ruoli fra lui, che fa le domande, e l’intervistato, che risponde. Se l’intervistato dichiara di non aver compreso la domanda, l’intervistatore deve ripeterla così com’è scritta, senza aggiungere commenti o informazioni non previsti. Se il rispondente continua con le sue richieste di chiarimento, l’intervistatore deve passare alla domanda successiva (Guidicini 1968).
Le ripercussioni di queste prescrizioni sono evidenti sull’impostazione dello studio dell’interazione nell’intervista standardizzata. In sintesi: tutti gli intervistati devono essere esposti allo stesso stimolo; lo stimolo deve essere altamente strutturato (la ricerca sociale deve limitarsi all’uso del questionario strutturato, tralasciando altri strumenti di indagine); l’intervistatore deve limitarsi a somministrare lo strumento così come progettato, senza immettere alcuna forma di deviazione rispetto al lavoro del ricercatore; ogni deviazione occorsa durante la fase di somministrazione del questionario è una potenziale fonte di errore non campionario che può invalidare la possibilità di comparabilità delle risposte dei differenti intervistati. Per impedire variazioni impreviste e non volute dal ricercatore, il comportamento dell’intervistatore e dell’intervistato è altamente vincolato al rispetto di certe norme che rientrano nei principi della standardizzazione. Sul piano dell’interazione le ripercussioni del modello stimolo-risposta sono notevoli: l’unica forma di sequenza domanda-risposta accettabile è quella in cui l’intervistatore deve leggere tutte le domande nell’ordine e nella forma prevista nel questionario strutturato; una volta letta la domanda nella forma così come prevista, l’intervistato deve rispondere scegliendo una delle modalità già formulate; registrata la risposta, senza immettere alcun criterio di interpretazione personale, l’intervistatore deve passare alla domanda successiva; nel caso in cui l’intervistato mostrasse segni di incomprensione di tutta o parte della domanda, l’intervistatore deve limitarsi a rileggere la domanda nella forma prevista. Salta subito all’occhio che analizzare l’interazione tra intervistatore e intervistato a partire dalla matrice comportamentista significa negare la natura intrinsecamente relazionale dell’intervista (anche di quella standardizzata), all’interno della quale si attivano processi cognitivi e interazionali complessi.
La concettualizzazione della sequenza domanda-risposta secondo la visione comportamentista è stata etichettata da Schaeffer e Maynard (1996) “sequenza paradigmatica”: gli atti linguistici utilizzati dai due attori sono quelli intesi dal ricercatore che costruisce il questionario; il processo comunicativo è il più efficiente possibile solo se è veloce e senza deviazioni rispetto a quanto previsto nello strumento e dai vincoli della standardizzazione. Qualsiasi deviazione del comportamento dell’intervistatore e dell’intervistato rispetto alla sequenza paradigmatica è una traccia empirica di un problema latente.
I contributi empirici allo studio dell’intervista standardizzata, che negano i principi comportamentisti più radicali e che sono interessati allo studio del carattere relazionale dell’intervista, hanno portato alla luce le teorie formulate nell’ambito della psicologia cognitiva e dell’analisi della conversazione. In questa ricerca farò riferimento ai preziosi contributi degli studiosi della conversazione e lascerò da parte i pur interessantissimi studi cognitivisti perché poco adatti ai miei obiettivi. Mi spiego. Chi studia l’intervista standardizzata attraverso un approccio cognitivista è interessato a ricostruire i meccanismi cognitivi di un soggetto intervistato impegnato nell’attività di risposta. Tale attività richiede diversi steps cognitivi: interpretazione e significazione della domanda; recupero delle informazioni rilevanti dalla memoria; formazione di un giudizio a partire dalle informazioni recuperate; verbalizzazione e formattazione della risposta (Tourangeau et al. 2000). Questa è solo una possibile ricostruzione dei meccanismi cognitivi che un individuo avvia nel momento in cui è impegnato in un’attività a lui così poco usuale, come quella di rispondere a un questionario. Molti altri studiosi (Sander et al. 1992) si sono cimentati nell’impresa di concettualizzarla. Ciò che accomuna i differenti contributi sta nel teorizzare un’origine prettamente individuale dei meccanismi di comprensione, interpretazione, recupero delle informazioni, formulazione e verbalizzazione della risposta del soggetto rispondente; tali meccanismi sono atti cognitivi ‘individuali e psicologici’, chiaramente distinguibili da processi sociali esterni che non possono influenzarli, e messi in atto dal singolo attore impegnato nell’attività di rispondere a domande inserite in un questionario altamente strutturato (Levin e Resnick e Higgins 1993, 588).
Di tutt’altra opinione sono gli studiosi della conversazione che si occupano dell’intervista standardizzata. L’analisi conversazionale ha radici nelle riflessioni etnometodologiche di Garfinkeld negli anni ’60. Le azioni degli attori non sono la manifestazione di strutture sociali fisse, bensì il risultato di azioni (anche linguistiche) e interazioni “socialmente conseguite” (Garfinkeld 1967). L’origine del significato che ne deriva “è sempre sociale. Il significato è costantemente negoziato e rinegoziato nelle interazioni sociali, per cui esso non può essere considerato un dato stabile e indipendente dai continui mutamenti che si danno nelle interazioni” (Coulon 1987, 12). Ne consegue che l’etnometodologia si occupa di studiare le pratiche attraverso le quali gli individui, immersi in un mondo di significati intersoggettivamente condivisi, rendono il proprio comportamento intelligibile agli altri, e danno significato al comportamento altrui. L’analisi conversazionale è una sorta di specificazione etnometodologica nel campo linguistico, in quanto disciplina che studia la costruzione dell’azione sociale “in e per mezzo dell’interazione linguistica” (Schegloff 1987). Il parlato conversazionale è "luogo primario della socializzazione, sia come una precondizione, e allo stesso tempo come un risultato, della vita sociale organizzata" (Schegloff 1992). Lo scopo centrale delle ricerc
La Quadriennale di Roma. Dall’Ente autonomo alla Fondazione. Una riflessione sulla trasformazione.
Il progetto di ricerca propone l’analisi dei meccanismi, dello sviluppo delle strutture, dei ruoli degli organi, dei partecipanti, della sua attività negli ultimi trenta anni, di una delle rassegne più importanti d'Italia: la Quadriennale di Roma – la cui prima edizione è del 1931.La tesi ha per titolo La Quadriennale di Roma. Dall’Ente autonomo alla Fondazione. Una riflessione sulla trasformazione ed è composta da due parti. La prima, la Parte A, offre uno sguardo contestuale della Quadriennale di Roma. Abbiamo individuato e analizzato quattro contesti che influenzavano, ed ancora influenzano, il funzionamento della Quadriennale: il contesto storico, il contesto legislativo, il contesto politico ed il contesto artistico. La Parte B è il vero cuore della tesi ed è concentrata sulle attività della Quadriennale di Roma nel periodo 1986-2008.
Il contesto storico riguarda innanzitutto gli inizi della Quadriennale di Roma, a partire dalla deliberazione n. 3893 dell’ 11 maggio 1927 del Governatore di Roma, Istituzione delle Esposizioni Quadriennali d'Arte Nazionale con la quale il Governatorato di Roma decideva di istituire questo dispositivo di mostra periodica, che si sarebbe mantenuto con le stesse modalità fino alla X Quadriennale. In questa parte della tesi è analizzato il ruolo di personaggi nodali per l’esposizione, come Giuseppe Bottai, il conte Enrico di San Martino Valperga, Cipriano Efisio Oppo e Antonio Maraini; osservata l’influenza della vita politica sul funzionamento delle istituzioni artistiche; e descritto il rapporto della Quadriennale di Roma con la Biennale di Venezia negli anni trenta/quaranta, anche per quello che è relativo alle loro radici comuni ed al ruolo della Quadriennale nel contesto artistico nazionale ed internazionale (quale ancora in quel periodo era). Sono state poi ovviamente studiate le strategie curatoriali – o sarebbe meglio dire ‘protocuratoriali’ – e le opere selezionate ed esposte nelle quadriennali. Per questo scopo, oltre ai cataloghi e ai volumi citati, abbiamo consultato i comunicati stampa, le delibere, i verbali e vari altri documenti conservati presso l’Archivio Storico della Fondazione La Quadriennale di Roma e presso l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (a Venezia).
Il secondo contesto preso in esame, utile per capire le dinamiche delle attività della Quadriennale, è quello legislativo, codificato nei tre statuti della Quadriennale (1937, 2001 e 2013). In questa sezione vengono identificati i compiti di tutti gli organi della Quadriennale. Questi ultimi comprendono il Consiglio di Amministrazione, il Presidente, il Presidente Onorario, il Segretario Generale, il Direttore Generale ed i Revisori dei conti.
Il terzo contesto è quello storico, per il quale ci siamo focalizzati sulla politica in generale e sulla politica culturale in atto in Italia negli anni ottanta/novanta;e sui complessi rapporti tra il Comune di Roma e la Quadriennale a metà degli anni ottanta – il periodo dal quale comincia il nostro interesse per le attività della Quadriennale. Le fonti per queste brevi analisi sono i volumi di Simona Colarizi,Storia del novecento italiano. Cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranze; di Paul Ginsborg, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996;e di Gianluca Bonaiuti, Peripezie del male minore. Cronaca di un decennio (1985-1995), pubblicato nel volume Espresso arte oggi in Italia. Invece le riflessioni sulle influenze politiche verso la cultura dagli anni novanta in poi, soprattutto verso la vita della Quadriennale, sono integrate in ogni capitolo dedicato alle singole edizioni delle quadriennali.
Il quarto contesto nel quale la Quadriennale opera è quello artistico. Questa parte della tesi ha l’intento di ricordare le correnti dell’arte contemporanea dagli anni ottanta sino ad oggi, focalizzandosi in particolare sulla presenza/assenza di loro rappresentanti nelle Quadriennali tra la XI e la XV, nel periodo 1986-2008. In questo spazio identifichiamo in breve le nuove strategie artistiche di quegli anni e la vita artistica nei centri di Roma e Milano. Riflettiamo inoltre sulle grandi mostre periodiche, sulla loro origine e sul loro vecchio e nuovo ruolo; e ricordiamo inoltre alcune mostre influenti italiane ed internazionali che ebbero luogo dagli anni ottanta in avanti.
La Parte B, che segue a quella sino ad ora analizzata, è il vero nodo della tesi, ed è concentrata sulle attività della Quadriennale di Roma nel periodo 1986-2008, e soprattutto sulle cinque Quadriennali che vanno dall’XI alla XV. Questa sezione è introdotta da una ricognizione del lungo periodo di transito tra la X e l’XI Quadriennale. Ad ogni singola Quadriennale è dedicato poi un capitolo, suddiviso in sottocapitoli che seguono in ogni capitolo un ordine simile: sono introdotti da una premessa metodologica, e poi proseguono con l’analisi degli obiettivi della Quadriennale, con l’identificazione degli incarichi (del Presidente, del Segretario Generale, del Consiglio di Amministrazione e delle Commissioni che invitavano gli artisti), ed infine con un’indagine sui rapporti della Quadriennale con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con il Comune di Roma. Abbiamo dedicato poi, in questa parte, un’analisi approfondita alle differenti sezioni delle varie Quadriennali, presentando un’analisi dei lavori esposti ed anche una riflessione sulla posizione degli artisti che esponevano alla Quadriennale nella scena dell’arte contemporanea. Abbiamo riportato le informazioni concernenti le vendite delle opere esposte nelle Quadriennali. Quasi in conclusione abbiamo analizzato le opinioni sulle esposizioni quadriennali espresse nella stampa professionale e generica; ed alla fine del capitolo abbiamo posto una valutazione conclusiva della mostra. Brevemente abbiamo anche descritto le più importanti mostre parallele organizzate dalla Quadriennale all’estero o in Italia, con la collaborazione di altre istituzioni. È stata esaminata la funzione dell’Archivio Biblioteca della Quadriennale e le sue attività. L’ultimo capitolo è dedicato infine all’analisi comparativa della Quadriennale di Roma con l’unica altra mostra periodica nazionale, nota a livello internazionale: la Whitney Biennale statunitense. Entrambe le mostre sono state fondate all’incirca nello stesso periodo, negli anni trenta, con uno scopo uguale: quello di promuovere l’arte nazionale (italiana e americana). Nel confronto ci soffermiamo sulle somiglianze e sulle differenze tra le due esposizioni.
Come fonti per la Parte B sono stati usati i cataloghi delle Quadriennali, la documentazione sulle esposizioni reperibile presso l’Archivio storico della Quadriennale (i singoli fascicoli che si trovano in esso, dedicati alla documentazione degli artisti), e i documenti interni collocati nella Fondazione La Quadriennale di Roma. Sono stati consultati inoltre i cataloghi di diverse altre mostre degli artisti partecipanti alle Quadriennali, delle monografie, alcune enciclopedie, la letteratura sulla teoria dell’arte contemporanea, e l’ampia rassegna stampa sulle Quadriennali, conservata presso l’Archivio storico della Quadriennale di Roma, e composta dai contributi presentati nelle riviste “Artforum”, “Flash Art”, “Arte e Critica”, “Exibart”, “Mousse”, “Tema Celeste” e nei maggiori quotidiani nazionali come “La Repubblica”, il “Corriere della Sera”, “Il Messaggero” e altri. Per ricostruire la storia, e soprattutto gli allestimenti delle esposizioni quadriennali, sono state molto utili numerose consultazioni con i professionisti interni operanti nella Quadriennale: in particolare quelle con Assunta Porciani, responsabile dell’Archivio storico, e con Federica Guida dell’Ufficio mostre della Fondazione La Quadriennale di Roma.
L’ultima parte della tesi contiene le interviste ai personaggi importanti della Quadriennale: i presidenti, i consiglieri, i commissari e gli artisti partecipanti, ed anche con un ex-assessore alle politiche culturali e alla comunicazione del Comune di Roma. In questa sezione abbiamo raccolto anche le piante delle Quadriennali, ed altri documenti importanti delle mostre