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Byzantinische Kultur. Eine Aufsatzsammlung. IV. Die Ausstrahlung
La petizione metodologica di fondo che unisce i saggi di questo quarto, indispensabile volume della Byzantinische Kultur di Peter Schreiner, curato da S. Ronchey e R. Tocci, è una lettura di quei marginalia della storia di Bisanzio che sono le ibridazioni e gli interscambi con gli altri ethne — si tratti di alleanze matrimoniali di sangue misto all’interno della famiglia imperiale costantinopolitana o di colonializzazioni culturali per innesto linguistico come quelle delle società slave, di giochi di specchi tra ideologie statali e religiose, come nel caso del papato o della monarchia franca, di flussi e riflussi di influssi, di incontri e scontri tra differenze e diffidenze obliterate o vinte, come nel caso delle repubbliche mercantili italiane e delle loro colonie levantine: vicende frontaliere nell’interfaccia tra mondi, informazioni inscritte a margine della vicenda imperiale centrale, illuminanti quanto gli scòli di un manoscritto lo sono a margine dello specchio di scrittura della narrazione primaria
Storia di Barlaam e Ioasaf. La vita bizantina del Buddha
Il presente volume ripropone al pubblico italiano, adeguandola ai nuovi e risolutivi apporti scientifici forniti dall’edizione critica curata da Robert Volk per la serie degli Schriften des Johannes von Damaskos (De Gruyter, Berlin - New York 2009), la versione integrale della Storia di Barlaam e Ioasaf pubblicata dai curatori nel 1980 (Vita bizantina di Barlaam e Ioasaf, Rusconi, Milano) in base all’edizione Woodward-Mattingly.
Capofila di tutte le storie cristianizzate del Buddha, questo testo bizantino degli anni intorno al Mille ha una genesi affascinante tra il Caucaso e il Monte Athos, in un intreccio di lingue, culture e religioni diverse. La Storia di Barlaam e Ioasaf racconta di un principe indiano che, grazie agli insegnamenti di un anacoreta, fugge dal palazzo dove il padre l’ha rinchiuso per proteggerlo dai mali del mondo, abbandona il destino regale e avvia il suo percorso mistico-eremitico. Che la storia ricalcasse quella del Buddha se ne erano accorti già gli studiosi di fine Ottocento, ma la matassa dei passaggi e delle mediazioni è stata dipanata solo in anni recenti, anche grazie all’edizione critica pubblicata da Robert Volk nel 2009. Basandosi sul suo testo e sui suoi apparati, Paolo Cesaretti consegna ai lettori una puntuale revisione della traduzione (di entrambi i curatori) e una ristrutturazione delle note e degli indici, che completano l’informazione aggiornata sull’insieme dell’opera fornita nel saggio introduttivo. Tutto questo rinnova profondamente l’edizione firmata dai due studiosi nel 1980. Si possono così apprezzare appieno per la prima volta sia le qualità narrative del testo sia la ricchezza allusivo-sapienziale delle parabole incastonate nel racconto, che hanno affascinato e influenzato molti scrittori nel corso dei secoli, da Iacopo da Varazze a Boccaccio, da Shakespeare a Tolstoj.
Il saggio introduttivo della co-traduttrice e co-curatrice (Il Buddha bizantino, pp. vii-cvii) traccia in cento pagine il primo ancorché sintetico bilancio storico-filologico sulla questione del Barlaam e Ioasaf stilato tenendo presente la nuova edizione critica di Robert Volk (Historia animae utilis de Barlaam et Ioasaph, I-II, Berlin – New York 2006-2009, che solo oggi di fatto ha rimpiazzato l’editio princeps ottocentesca di Jean François Boissonade) e in particolare i suoi monumentali prolegomeni (Einführung, ivi, vol. II). Dà anzitutto conto delle nuove e cruciali acquisizioni scientifiche presenti in questi ultimi, e in generale emerse dalla comunità degli studiosi nei più di trent’anni che separano questa nuova edizione italiana dalla prima pubblicata dai due curatori nel 1980 (Vita bizantina di Barlaam e Ioasaf, introd., trad. it., note e repertorio biblico di S. RONCHEY e P. CESARETTI, Milano, Rusconi, 1980, 317 pp.). Delucida quindi l’evoluzione del nucleo narrativo, dalle versioni orientali della vita del Buddha alla cristianizzazione georgiana alla formalizzazione e all’attribuzione autoriale della narrazione greco-bizantina (per cui sono dirimenti le acquisizioni di Volk), sino alla fortuna del Barlaam e Ioasaf e dei suoi apologhi in età moderna. Tutti gli aspetti filologici toccati da Volk sono analizzati in termini sintetici e quanto meglio possibile chiariti, ma sono integrati nel quadro anche gli elementi da Volk volutamente tralasciati, come quelli legati agli studi orientalistici, in particolare sul buddhismo e sul manicheismo, o la fortuna del testo nella storia della letteratura medievale e moderna, o in generale il senso culturale e letterario dell’opera nell’ambito della civiltà bizantina e più circostanziatamente nel contesto della speculazione post-iconoclasta e del cosiddetto enciclopedismo del X-XI sec. Il saggio si presenta dunque come un'introduzione globale al Barlaam e Ioasaf e ai suoi vari aspetti, alla storia degli studi intorno ad esso e all’immensa vicenda della sua fortuna. Ne emerge un “romanzo di filologia” che mostra come lo studio della tradizione dei testi possa toccare il cuore degli snodi culturali e, in questo caso, degli intricati rapporti fra Occidente e Oriente.The present volume re-introduces to an Italian audience the complete version of the Life of Barlaam and Ioasaph, published by the editors in 1980 (Vita bizantina di Barlaam e Ioasaf, Milan: Rusconi), now updated with the results of new research and of the critical edition by Robert Volk (De Gruyter, Berlin - New York 2009).
Original source of all of the Christianised stories of Buddha, this Byzantine text dating from the end of the 10th or beginning of the 11th century presents a genesis between the Caucasus and Mount Athos, in a web of different languages, cultures, and religions. The Barlaam and Ioasaph recounts the story of an Indian prince who, influenced by the teachings of an anchorite, flees the palace where his father has imprisoned him to protect him from the evils of the world, abandons his royal destiny, and sets off on his own mystical-hermetic journey. That the story mirrored that of the bodhisattva was recognised by scholars already at the end of the 19th century, but the various stages and mediations were unravelled only in recent years, thanks in large part to the critical edition published by Robert Volk between 2006 (vol. II) and 2009 (vol. I). Basing his work on Volk’s text and apparatuses, Paolo Cesaretti provides readers with a revision of the translation (by both editors) and of the notes and indices. In the introduction Silvia Ronchey provides exhaustive updated information on the entire work (Il Buddha bizantino, pp. vii-cvii). This effort marks a profound renewal of the two scholars’ 1980 edition. It is now possible to fully appreciate both the narrative qualities of the text and the allusive, philosophical richness of the various trajectories of the story, which have fascinated and influenced scores of writers over the centuries, from Jacopo da Varazze to Boccaccio, Shakespeare, and Tolstoy.
The co-translator’s and co-editor’s introductory essay (Il Buddha bizantino, pp. vii-cvii) traces in one hundred pages the first, albeit concise, historical-philological evaluation of the issue of the Barlaam and Ioasaph compiled in mind with the new critical edition by Robert Volk (Historia animae utilis de Barlaam et Ioasaph, I-II, Berlin – New York 2006-2009, which only now replaces the nineteenth century editio princeps by Jean François Boissonade) and, in particular, his monumental prolegomena (Einführung, ivi, vol. II). The introduction takes into account the crucial new research results present in the latter and, in general, which have emerged from the more than thirty years of research separating this new Italian edition from the first published by the two editors in 1980 (S. Ronchey and P. Cesaretti, eds., Vita bizantina di Barlaam e Ioasaf, Introduction, Notes, Biblical Repertory, Italian translation. Milan: Rusconi, 1980, 317 pp.). The essay sheds light on the evolution of the narrative nucleus from Eastern versions of the life of Buddha to the Georgian Christianisation, as well as to the formalisation, and authorial attribution of the Greek Byzantine narrative (for which Volk’s results are decisive), up until the success of the History of Barlaam and Ioasaph and its apologists in the modern age. All of the philological aspects touched on by Volk are analysed concisely and clarified as much as possible, with the addition of elements intentionally bypassed by Volk, such as those relating to Buddhist or Manichaean studies, or the reception of the text in the history of Medieval and modern literature or, eventually, the more general cultural and literary meaning of the work in the world of Byzantine civilisation and, more tangentially, in the context of post-iconoclast speculation and the so-called encyclopaedism of the 10th and 11th centuries. Therefore, the essay represents an overall introduction to the Barlaam and Ioasaph and its various aspects and the history of the scholarship surrounding it, as well as the enormous circumstances of its influence. What emerges is a “philological novel” that reveals how the study of textual tradition can touch the heart of cultural exchange and, in this case, the intricate relations between East and West
Eustathii Thessalonicensis Exegesis in Canonem Iambicum Pentecostalem. Prooemium, Acrostichis, Odae I et III, in Silvia Ronchey - Paolo Cesaretti (edd.), Eustathii Thessalonicensis. Exegesis in Canonem Iambicum Pentecostalem, (Supplementa Byzantina, 10)
Si offre qui la prima edizione critica dell’ampio commentario di Eustazio di Tessalonica al Canone Giambico Pentecostale, tradizionalmente attribuito a Giovanni Damasceno.
L’attribuzione dell’inno al Damasceno è disconosciuta da Eustazio stesso nella lunga e complessa argomentazione, a tratti volutamente ambigua, che si snoda lungo il Proemio dell’opera (edito criticamente e analizzato in studi antecedenti da Silvia Ronchey), destinata all’insegnamento superiore costantinopolitano e pertanto rivolta ai futuri quadri di un clero colto dalle alte competenze e responsabilità. Pur rivelando che l’autore dell’inno è un altro Giovanni, denominato Arklas, con epiteto che giudica irriverente se non scoptico, ma illustre e ben noto intellettuale (forse caduto in disgrazia per motivi politici: in studi precedenti Ronchey ne ha ipotizzato l’appartenenza alla corte del secondo iconoclasmo e congetturato l’identificazione con Giovanni il Grammatico), Eustazio al termine del Proemio suggerisce ai destinatari dell’opera di attenersi all’attribuzione tradizionale solo formalmente e per obbedienza ecclesiastica.
Il Commentario al Canone Giambico Pentecostale è con ogni probabilità l’ultima opera di Eustazio. Può essere considerato la summa del suo metodo di lavoro, del suo stile espositivo, dei suoi interessi eruditi e dei suoi gusti letterari. Inoltre, può essere letto come il primo tentativo bizantino di creare una fusione tra la prassi esegetica nata dallo studio e dall’insegnamento dei testi classici e le istanze dell’interpretazione teologica, connesse a loro volta all’esperienza liturgica e alla pratica pastorale, che caratterizzano, in particolare, l’ultima fase della biografia eustaziana nella carica arciepiscopale di Tessalonica.
L’edizione del testo è accompagnata da tre apparati (delle varianti, delle fonti, dei marginalia), da una serie completa di indici e da Prolegomena esaustivi, suddivisi tra gli editori in una Introduzione storico-letteraria, in cui Paolo Cesaretti, oltre a trattare brevemente la questione attributiva, approfondisce la genesi, la datazione, il pubblico e le fonti del Commentario; e in una Introduzione storico-filologica, in cui Silvia Ronchey, descritti i codici e le loro vicissitudini, indaga la storia della tradizione manoscritta con particolare attenzione al suo rapporto con il didaskaleion costantinopolitano di Prodromos Petra, ricostruisce la parentela tra i testimoni con completa dimostrazione dello stemma ed esamina la storia del testo dal Seicento all’Ottocento.This volume offers the first critical edition of the vast Commentary on the Pentecostal iambic canon (traditionally ascribed to St. John the Damascene) composed by Eustathius, Archbishop of Thessalonica. The attribution of the hymn to the Damascene was, in principle, called into question by Eustathius himself who eventually suggested that Damascene’s paternity be accepted only out of ecclesiastical obedience.
The Commentary is probably the last text Eustathius wrote. It can be regarded as the summa of his working method, style of exposition, scholarly interests and literary tastes. Moreover, it can be read as the first Byzantine attempt to create a fusion between a working method originating in the exegesis of classical texts and modes of theological interpretation connected in turn to liturgical experience and pastoral practice.
The edition of the text is accompanied by three apparatuses, a complete range of indices and exhaustive Prolegomena where the editors shed light on the Commentary as such – its genesis and date, audience, discussion of traditional attribution, and sources – and the history of its manuscript tradition, with a special focus on the Constantinopolitan didaskaleion of Prodromos-Petra
Domini Eustathii Metropolitae Thessalonicensis Exegesis in Canonem Iambicum Iohannis Melodi de Festo Die Spiritus Sancti
Nel contributo si annuncia una nuova edizione critica – successiva all’editio princeps, straordinariamente mendosa, del Mai – dell’Exegesis in canonem iambicum di Eustazio di Tessalonica, curata da Silvia Ronchey (pars prior) e Paolo Cesaretti (pars altera). Si informa quindi dello stato di avanzamento e dell’articolazione del lavoro.
This work presents a new critical edition – following Mai’s wildly unreliable editio princeps – of Eustathius of Thessalonica’s Exegesis in canonem iambicum, edited by Silvia Ronchey (pars prior) and Paolo Cesaretti (pars altera). It delves, therefore, into the development and organisation of work on the text
Indagini ermeneutiche e critico-testuali sulla Cronografia di Psello
In questo libro l'autrice dà conto, per la prima volta e parzialmente, del suo lavoro pluriennale sull'opera di Michele Psello. Un lavoro che, tra il 1980 e il 1984, era stato finalizzato soprattutto alla trasposizione italiana della Chronografia, affidatale dalla Fondazione Valla. Ma negli stessi anni un'opera sistematica di analisi e d'indagine critica sul testo si era accompagnata a quella propriamente ermeneutica. Da tale ricognizione del dettato di Psello è emerso un materiale di lavoro ingombrante, una piccola parte del quale ha trovato posto nell'apparato critico della suddetta edizione Valla della Chronografia (Imperatori di Bisanzio-Cronografia, testo critico di S. Impellizzeri, traduzione di S. Ronchey, 2 voll., Milano 1984). Tale campione è costituito da ventitre emendazioni congetturali, che sono state in taluni casi accolte nel testo, in altri menzionate in apparato. Dieci di questi interventi vengono discussi nella prima parte di questo libro («Contributo alla constitutio textus della Cronografia di Psello») ed uno nella seconda («Sulla presunta tripartizione del senato a Bisanzio. Critica d'un passo della Cronografia di Psello»).
For the first time in this study, Ronchey gives a partial account of her extensive research on Michael Psellos’ work. Between 1980 and 1984, her aim was primarily to provide an Italian translation of the Chronographia, commissioned by the Fondazione Valla. However, during these years, systematic textual analysis went hand in hand with strictly hermeneutic analysis. From this investigation into Psellos’ work emerged an unwieldy volume of work, a small amount of which found a place in the critical apparatus of afore-mentioned Valla edition of the Chronographia (Imperatori di Bisanzio), critical text by S. Impellizzeri, translation by S. Ronchey, 2 vols., Milan 1984). This sample features twenty-three philological conjectures, which were in some cases included in the text, and in other cases mentioned in the apparatus. Ten of these conjectures are discussed in the first part of this work (“Contributo alla constitutio textus della Cronografia di Psello”) and one in the second (“Sulla presunta tripartizione del senato a Bisanzio. Critica d'un passo della Cronografia di Psello”)
Byzantinische Kultur : eine Aufsatzsammlung, vol. I, Die Macht
L’esempio di Peter Schreiner, nella sua lunga carriera di studioso e di accademico di respiro internazionale, è quello di un bizantinista interculturale e cosmopolita. La prefazione ripercorre le tappe essenziali della sua formazione e della sua produzione, soffermandosi in particolare sugli aspetti di innovazione metodologica.
Peter Schreiner non è solo il massimo bizantinista tedesco vivente; è certamente anche il massimo bizantinista italiano, russo, greco, bulgaro, serbo, croato, nonché uno dei più autorevoli bizantinisti francesi, inglesi e spagnoli. Non solo padroneggia questi idiomi, ma è direttamente partecipe delle culture dei rispettivi paesi. La sua consuetudine con le lingue vive non è peraltro inferiore a quella con le lingue morte, a cominciare dal latino, dal greco e dal paleoslavo delle fonti bizantine che da sempre legge e studia di prima mano.
Schreiner appartiene a una generazione di studiosi che ha operato e persegue un deciso svecchiamento della bizantinistica, disciplina rimasta in alcuni paesi e presso alcune scuole avviluppata, fino a un’epoca recente, in canoni filologico-antiquari di stampo pre-krumbacheriano. Con implacabile tenacia, negli scripta breviora raccolti in questo primo volume, Schreiner si muove sul terreno insidioso della ricerca storica non solo vagliando le fonti ma anche e soprattutto decodificando il carattere subiettivo, autoreferenziale e propagandistico della stessa scrittura bizantina del proprio passato.
Spesso la bizantinistica, dall’Ottocento fino al Novecento inoltrato, ha ridotto il problema della validità di un documento a una questione di datazione o autenticità, senza interrogarsi sul valore probatorio della notizia in sé, senza contestualizzarla nell’intelaiatura del prima e del dopo, unica in grado di trasformarne il dettato inerte in forza enunciatrice. Così il primo saggio mostra che le vicende dell’iconoclastia non raffigurano quello scontro religioso tra est e ovest, fomentato da consiglieri arabi o giudei o monofisiti, che vi ha voluto scorgere e ancora recita la vulgata storiografica, bensì il difficile momento storico nel quale il clero viene elaborando, in opposizione agli interventi dell’imperatore, una teologia delle icone fondatrice dell’identità religiosa ortodossa. In generale le fonti della storia bizantina, argomenta Schreiner, dipendono le une dalle altre, e nell’insieme si rivelano animate dall’intento di orientare ideologicamente lettori rari, ma soli qualificati a trasmettere il passato comune alle generazioni successive.
Cosa comportava una data decisione per un dato personaggio, ignaro del proprio futuro, in un dato presente? Uno degli speciali talenti di Schreiner è proprio questo: la contestualizzazione e “dinamizzazione” dei dati documentari. Ogni sua esegesi è autentica critica delle fonti, ogni suo atto scientifico è invito a “metterle in moto” leggendo e confrontando tutte quelle disponibili e ampliandone incessantemente l’ambito con nuove inquisizioni e acquisizioni. E ogni sua anche spericolata indagine è sempre monito a una rigorosa vigilanza, affinché nel discorso storiografico non si intrudano illazioni di sorta. Si pensi al caso del rogo della cosiddetta università di Costantinopoli intorno al 726. Secondo il cronista Giorgio Monaco, «Leone III chiedeva ai professori dell’università di acconsentire alla propria teologia iconoclasta. Ma poiché essi si rifiutavano di farlo, li aveva fatti chiudere nell’università e li aveva bruciati con tutti i loro libri» (I, p. 392). Questa leggenda, tanto diffusa a Bisanzio da essere accolta nei Patria, e alla quale credettero persino Gibbon e Hertzberg, non è tale «perché il fatto sia inverosimile, bensì perché l’istituzione universitaria all’epoca non esisteva», come ha dimostrato Lemerle nel 1971. All’epoca della stesura del saggio di Schreiner, i principali bizantinisti erano in effetti concordi nel riconoscere in quell’episodio una leggenda iconodula. Tanto più attuale è allora il rammarico dell’autore per l’inestirpabile «sopravvivenza dell’idea falsa che l’età iconoclasta sia illetterata e nemica della cultura, la sua valutazione come epoca di lotta alla cultura» (I, p. 393): idea e valutazione ancora oggi purtroppo inestinte nella letteratura storica non strettamente specialistica.
Il fatto è che nel millennio di storia che Schreiner come pochi conosce la contiguità tra potere politico e storiografia non è solo metafora, bensì fisica compresenza nella corte imperiale: è un tratto distintivo di Bisanzio che non ha paragoni occidentali. È difficile trovare autori di letteratura profana che non ricoprano incarichi politici o amministrativi a corte; e dal canto loro ben pochi dei novanta imperatori della storia bizantina si astennero dal comporre opere letterarie (saggi IX, XI, XIII). Proprio per questo, i messaggi politici e la loro stessa tecnica di comunicazione agiscono a più livelli, spesso criptati secondo codici intelligibili solo a un’élite di contemporanei, e perciò tanto meno perspicui, il più delle volte, allo storico odierno.
Così come lo storico della profonda anima bizantina, la politica, deve liberarsi dalle sovrastrutture ideologiche delle fonti cointeressate ai fatti, allo stesso modo lo storico della vita materiale, se vuole leggere davvero le descrizioni che Bisanzio dà della parte apparentemente più superficiale di sé stessa, deve acquisire una prospettiva per così dire metastorica e farsi quindi, anzitutto, storico delle mentalità
Michele Coniate, Versi funebri sulle rovine di Atene.
“Il lettore che questo libro cerca è il lettore viaggiatore, curioso di affrontare tempeste e sirene, che ami e riconosca la sua Itaca, ma sappia al tempo stesso che, come insegna Kavafis, Itaca è nel viaggio stesso, in ciò che attraverso di esso si sarà goduto e appreso.” (Dall'introduzione di Giuseppe Conte).
Nel volume Silvia Ronchey traduce i "Versi funebri sulle rovine" di Atene di Michele Coniata (XII sec.)
Kazdhan, l'oligarchia sovietica e l'aristocrazia bizantina. Introduzione a L’aristocrazia bizantina
Questo saggio introduttivo ripercorre la formazione intellettuale di Alexander Petrovich Kazhdan e il retroterra politico-ideologico della sua visione storica e produzione storiografica. Ultimo erede della scuola economico-sociale russa, ma influenzato anche dalla scuola francese delle Annales, nell’URSS della stagnazione brezneviana, all’inizio degli anni Settanta, Kazhdan aveva condotto uno studio statistico e prosopografico sulla struttura della classe dirigente bizantina dell'undicesimo e dodicesimo secolo, una prima versione dei cui risultati era stata pubblicata in russo nel 1974 con il titolo Sotsial'nyj sostav gospodstvujuščego klassa Vizantii XI-XII vv. Le deduzioni e teorizzazioni presenti in nuce in quel breve volume furono sviluppate da Kazhdan dopo la sua fuga dall’URSS e il trasferimento negli USA, presso il Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies, a partire dal 1978. A metà degli anni 80 Kazhdan deciderà di riscrivere e ristrutturare ex novo l’opera, con l’aggiunta di un’ampia messe di nuovi dati, l’introduzione di un’analisi propriamente filologica delle fonti e il perseguimento di nuove e più circostanziate conclusioni sia empiriche sia teoriche. A questo lavoro attenderà per oltre dieci anni, in collaborazione con Silvia Ronchey, fino alla morte nel 1997. La nuova versione dello studio, pubblicata in lingua italiana nello stesso anno, vede compiutamente enunciata, fra l’altro, la teoria storica e sociologica sul “dinamismo verticale delle élites bizantine”, che la co-autrice illustra nella sua introduzione al volume, rilevando inoltre l’attualizzazione implicita della struttura statale bizantina in quella sovietica, che si insinua nella visione kazhdaniana, e lo specifico transfert fra aristocrazia bizantina e nomenklatura sovietica, che ne influenza sottilmente l’analisi storica.
This introduction provides an overview of the intellectual development of Alexander Petrovich Kazhdan and the political and ideological background to his historical vision and historiography. The last heir of the Russian social-economic school in the USSR during the period of stagnation under Brezhnev - though also influenced by the French Annales School - Kazhdan conducted statistical and comparative research on the structure of the Byzantine ruling class of the 11th, 12th and 13th centuries, a first version of which was published in Russian in 1974 with the title: Sotsial'nyj sostav gospodstvujuščego klassa Vizantii XI-XII vv. The hypotheses and deductions present in nuce in that volume were further elaborated by Kazhdan after his flight from the URSS and his move to the U.S.A. to the Dumbarton Oaks Institute of Byzantine Studies from 1978 on. In the mid-1980s Kazhdan would decide to rewrite and restructure the work ex novo, with the addition of an extensive collection of new data, the introduction of rigorous philological analyses of sources, and the pursuit of new, more detailed conclusions, both empirical and theoretical. In collaboration with Silvia Ronchey, he would work on this study for over ten years until his death in 1997. In addition, the new version of the work, published in Italian that same year, presented the completed elaboration of the historical and sociological theory of the “ascendant vertical dynamism of Byzantine élites,” which the co-author illustrates in her introduction to the volume. The co-author detects an implicit transference between the Byzantine state structure and the Soviet state, on the one hand, and Byzantine aristocracy and Soviet nomenclature, on the other, subtly influencing Kazhdan’s historical analysis and overall vision
Introduzione a La decadenza
“Scegliere istintivamente ciò che è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate: ecco la definizione di decadenza” (Nietzsche, Crepuscolo degli idoli). I languori della Decadenza o, come il bel titolo di uno dei saggi del volume: ‘la voluttà di scendere’, sono il tema che unisce questa raccolta di saggi di storici, filosofi e filologi: Simone Beta, Ginevra Bompiani, Gioachino Chiarini, Daniela Fausti, Alessandro Fo, Mario Musumeci, Alberto Olivetti, Romano Romani, Silvia Ronchey. Di quel luogo dello spirito, di quell'umore o di quel periodo della storia culturale che chiamiamo decadenza (la definizione dipende dal punto di vista) gli autori cercano di riconoscere e delineare le manifestazioni caratteristiche, colte in momenti ed episodi sparsi nel tempo e osservati da prospettive disciplinari diverse: dall'antica Roma che cade in mano ai barbari alla moderna Europa decadente che vi si specchia, dall'Atlandide di Platone alla Comfortable Thébaïde di Des Esseintes, da Agostino a Benjamin, da Bisanzio a un film degli anni venti del Novecento. ’In realtà’, scrive la curatrice Silvia Ronchey nell'introduzione al volume, ‘questo libro, che nasce da un seminario all'Università di Siena ideato per celebrare laicamente il trapasso al Nuovo Millennio, tratta, più che della decadenza, dell'antidecadenza. Di quali forme il decadere abbia preso, di come al decadere si sia resistito
Byzantinische Kultur: eine Aufsatzsammlung, vol. II. Das Wissen
C’è una via serpentina che va seguita, se si vuole arrivare alla storia, e una porta stretta da varcare che di quella via è l’iniziale e ineludibile soglia: una costante attenzione ai dettagli apparentemente marginali, agli indizi materiali frantumati e dispersi dalla grande centrifuga della storia nelle biblioteche e negli archivi, laddove le tracce più preziose sono ancora prigioniere dell’oblio.
La scienza del passato, Altertumswissenschaft, insegna che senza filologia non c’è storia, così come, a sua volta, la filologia non esiste senza la paleografia. Per questo il secondo volume degli scritti di Schreiner raccoglie, sotto il significativo titolo Das Wissen, “la conoscenza”, quelli che potremmo chiamare i protocolli primari delle sue indagini, e cioè i suoi studi di paleografia. Dai quali emerge il percorso del massimo bizantinista vivente, dall’attività giovanile nella Biblioteca Vaticana fino ad arrivare, sempre seguendo le tracce “vive” dei reperti documentari, agli studi sull’iconoclasmo, o sui centri urbani dell’età mediobizantina, o sui finemente ramificati scambi tra Bisanzio e occidente durante la rinascenza paleologa e quella sua prosecuzione che fu il Rinascimento europeo.
Schreiner non si è fermato al particolare ‘tecnico’, ma ne è sempre asceso all’universale storiografico; e se in questo volume emerge meno la voce del conferenziere ex cathedra e più l’immagine del cacciatore di indizi chino, la lente in mano, a decifrare i più piccoli segni, non possiamo non sottolineare quale sia il più prezioso insegnamento che ne traiamo: la disciplina intellettuale del vero ricercatore, la capacità di una visione realmente critica di ciò che studia, non può permettersi di lasciare ad altri, quasi fossero compiti minori, quei primi sopralluoghi sui dettagli senza raccogliere e conservare i quali la scena del crimine, la sede prima dell’indagine del passato è inevitabilmente contaminata e corrotta, a vanificare il proseguimento dell’inchiesta.
Perché agli occhi di un buon allievo di Socrate e di Sherlock Holmes quale è Schreiner, nel dettaglio non si nascondono in realtà né il buon Dio né il diavolo. A manifestarsi in nuce, nel particolare, è già, in effetti, l’universale stesso
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