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    Marie-Thérèse et Dominique Urvoy, La mésentente, Dictionnaire des difficultés doctrinales du dialogue islamo-chrétien, Les éditions du Cerf, Paris 2014.

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    "La mésentente" è un testo concepito come un dizionario delle difficoltà dottrinali del dialogo islamo-cristiano. Il quadro che ne emerge è utile ed interessante, ma il fatto che non siano proposte soluzioni rischia di generare un certo smarrimento nel lettore, lasciando intendere che in molti casi non vi sia alcuna via d'uscita dall'impasse dottrinale. Nonostante questo, resta valido e importante il presupposto generale che guida il percorso critico degli autori, l’invito cioè a non appiattire le differenze costitutive della propria fede pur di aprirsi all’altro. Questa convinzione sembra tuttavia generare uno sguardo troppo severo nei confronti dei soggetti impegnati nel dialogo. In tal senso, leggere il testo meditandolo attentamente e considerandolo come una sfida a superare le difficoltà e rispondere ai numerosi interrogativi sollevati è certamente il modo migliore per trarne profitto

    Il Mediterraneo: spazio possibile di un nuovo umanesimo

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    Si può parlare di una vera conoscenza scientifica dell’Islam in Occidente o piuttosto si dovrebbe parlare del modo occidentale di immaginare l’Islam? Con questa domanda si apre il libro "Rethinking Islam" di Mohammed Arkoun (1928-2010) ed è questa domanda che sta sullo sfondo del nostro contributo, che tenta di andare oltre il consueto immaginario e favorire una comprensione migliore, nel senso di non stereotipata e più problematizzata, di quella che comunemente è chiamata la «questione Islam», ove «Islam» è un termine utilizzato in Occidente per racchiudere tutto quanto avviene in un territorio vasto e differenziato che, come evidenziava appropriatamente Arkoun, «si estende dalle Filippine al Marocco e dalla Scandinavia, se si tiene conto delle minoranze musulmane in Europa, al Sudafrica». La scelta di farci guidare da Arkoun in questo percorso è stata dovuta essenzialmente a due motivi. Il primo è legato alla sua biografia, più precisamente al fatto che egli stesso incarna l’“altro” per eccellenza: il cabilo per gli arabi e l’algerino per gli europei. Il secondo motivo è legato al suo profilo di libero pensatore che ha profuso tutti i suoi sforzi per smascherare e denunciare ogni manipolazione ideologica dei testi religiosi e riportare in auge l’attitudine intellettuale di quello che definiva l’«umanesimo arabo» del X secolo. Non abbiamo analizzato qui la ricca cornice intellettuale entro la quale si muoveva l’autore, spinto dall’esigenza di fondare una nuova islamologia che, nel suo approccio all’Islam, si avvalesse di tutte le moderne scienze umane, quali l’antropologia, la semiotica, la sociologia, la psicologia, né abbiamo sviscerato la ricchezza e la complessità del suo pensiero; più modestamente, abbiamo tratto spunto da alcuni concetti da lui sviluppati al fine di tentare di delucidare, almeno in parte, quella realtà complessa che chiamiamo «Islam», analizzandola in relazione alla percezione occidentale o, più specificamente, europea

    Il dialogo islamo-cristiano in lingua araba: temi e protagonisti

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    In tutti i territori che videro intersecarsi cultura arabo-musulmana e cultura arabo-cristiana i confronti e i dibattiti intellettuali e dottrinali tra i rappresentanti delle due fedi diedero origine ad una ricca letteratura, dai toni più o meno polemici, a seconda delle circostanze storico-culturali e degli intenti dei loro protagonisti. Tale letteratura nacque con l’avvento dell’Islam, trovando nel Corano il primo grande testimone dell’incontro-scontro tra le due religioni. Il presente contributo intende mettere in luce il tipo di approccio dei polemisti musulmani alle Scritture e alle dottrine cristiane, attraverso un excursus che, sviscerando i principali argomenti di dibattito, intende mostrare in che modo questi argomenti siano stati trattati dai maggiori protagonisti musulmani della controversia islamo-cristiana d’epoca classica, ponendo particolare attenzione al linguaggio da questi utilizzato

    N. Ḥ. Abū Zayd, Testo Sacro e libertà. Per una lettura critica del Corano, Marsilio, Venezia 2012

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    La necessità di un approccio umanistico al Corano, con la correlata istanza di libertà di pensiero, può essere considerata il filo conduttore di questa raccolta di saggi, redatti in inglese da uno dei più interessanti autori musulmani contemporanei, Naṣr Ḥamid Abu Zayd, e tradotti in italiano da Enrico del Sero, Federica Fedeli e Antonella Cesarini. Facendo tesoro da un lato dell'eredità islamica rappresentata dal sufismo, dalla teologia razionale muʿtazilita e dalla filosofia di autori quali Ibn Rušd (Averroè), dall'altro dell'ermeneutica occidentale di filosofi come Hans Gadamer e Paul Ricoeur, Abu Zayd propone una originale lettura critica del Corano, basata su un assunto fondamentale: la distinzione tra il ‘senso’ immutabile del testo sacro ed il suo ‘significato’, fl uido e variabile. Altro elemento fondante dell'approccio ermeneutico proposto dall'Autore è il passaggio dalla concezione tradizionale del Corano come ‘testo’, che pone l'accento sulla sua dimensione verticale e ne fa una sorta di codice normativo, a quella del Corano come ‘discorso’, che privilegia invece la sua dimensione orizzontale e ne mette in evidenza la prospettiva dialogica e la struttura polifonica. Attraverso le pagine dei saggi contenuti in questo volume è possibile notare come la prospettiva ermeneutica proposta dall'Autore produca interessanti risultati in diversi campi

    Il lessico sufi nel romanzo Mawt ṣaġīr di Muḥammad Ḥasan ʿAlwān

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    Il romanzo "Mawt ṣaġīr" (Una piccola morte) dello scrittore saudita Muḥammad Ḥasan ʿAlwān illustra la doppia dimensione, esteriore (ẓāhir) e interiore (bāṭin), dei viaggi del sufi andaluso Ibn ʿArabī attraverso lo spazio geografico e quello intimo. L’interesse di ʿAlwān per il viaggio è in linea con il patrimonio culturale arabo: sin dall’epoca preislamica esso rivestiva un’importanza centrale, poiché gli Arabi erano beduini che conducevano una vita nomade. Ma ʿAlwān riesce a cogliere nel romanzo una dimensione specifica del viaggio, quella propria del sufismo, e in particolare del sufismo di Ibn ʿArabī, per il quale il viaggio (safar) può definirsi realmente tale solo se comporta uno svelamento (isfār). Utilizzando allo stesso tempo un lessico sufi specialistico e un linguaggio comprensibile al grande pubblico, ʿAlwān riesce così a trasmettere i punti cardine del sufismo che, in ultima analisi, restituiscono al lettore il senso stesso del taṣawwuf. Allo stesso modo, pur non addentrandosi nel complesso universo del pensiero di Ibn ʿArabī, le allusioni alle sue dottrine in vari passaggi ci restituiscono un'immagine interessante e, per alcuni aspetti molto fedele, di quest'ultimo. Nel presente contributo ci concentriamo su questi aspetti, analizzando la terminologia sufi presente in Mawt ṣaġīr ed evidenziando per ogni parola ricorrenza, contesto d'uso e scopo nell'economia del romanzo, al fine di mostrare quale immagine del Sufismo, in particolare del sufismo di Ibn 'Arabi, ne viene fuori

    Aḥmad Amīn’s Rationalist Approach to the Qur’ān and Sunnah

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    The emergence of Islamic reformist thinking in the period of the so-called Nahḍah (Renaissance), in particular in the latter part of the XIX century, entailed a revival of interest in Muʿtazilite rationalism. Among the Sunni intellectuals who reevaluated the ancient theological school, a prominent place belongs to Aḥmad Amīn (1886–1954). Muʿtazilism takes up much space in his famous trilogy Fajr al-Islām (The Dawn of Islam), Ḍuḥā al-Islām (The Morning of Islam) and Ẓuhr al-Islām (The Noon of Islam). Although the trilogy has been defined as the first critical research work carried out by a Muslim writer on Islamic civilisation, it has not been the subject of any specific or in-depth studies. The present article aims to partially fill this gap through a detailed linguistic and content analysis of selected passages from the trilogy. This analysis shows how Aḥmad Amīn’s interpretation of the Muʿtazilism fits into the wider project that he pursued to reform Islam: on the one hand, he fought against the traditional dependence on transmitted data (naql), which he considered to be the main cause of the intellectual stasis of the Muslims; on the other hand, he promoted a critical reading of the sacred texts, the Qur’ān and Sunnah, based on reason and on modern Western scientific methodolog

    L’analisi ġazāliana del concetto di ittiḥād

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    The aim of this contribution is to highlight al-Ġazālī’s account of ittiḥād or “union” with God; to this purpose, we have traced and examined, within his works, the various passages dedicated to the subject. This analysis shows that al-Ġazālī, although critical of the doctrine of ittiḥād understood in the literal sense, accepts it in a metaphorical way, interpreting it as the state of obliteration of the self ( fanā’) in the divine uniqueness (tawḥīd). Even though he defines tawḥīd, in its highest sense, as “not seeing in existence but One”, the terminological and content analysis of the ġazalian passages clearly shows, in our opinion, that he does not adhere to the monism inherent in the so-called waḥdat al-wujūd; on the contrary he strongly supports the monotheistic paradigm. The assertion that God is the only real existent – to be understood in Avicennan terms as the only necessarily existent –, does not imply in fact that creatures are deprived of their own substantial reality and is therefore consistent with the statement that everything has God as its sole creator. In this sense, the ġazalian need to point out that the “absorption” of the Sufi into God is not ittiḥād but tawḥīd is not a mere terminological issue or an instrumental attempt to make “orthodox” an “heterodox” doctrine, but it is the proper expression of the true meaning of that “absorption”, and it’s no coincidence that it corresponds to the foundation of Islam: monotheism

    Reinhold F. Glei and Roberto Tottoli, Ludovico Marracci at work. The evolution of his Latin translation of the Qurʾān in the light of his newly discovered manuscripts. With an edition and a comparative linguistic analysis of Sura 18, Wiesbaden: Harrassowitz Verlag, 2016, 188 pp. (series: Corpus Islamo-Christianum; Arabica-Latina), ISBN: 978-3-447-10551-4, 48,00 €, hardbound.

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    L’"Alcorani textus universus" di Ludovico Marracci è giustamente considerato un testo di fondamentale importanza per la storia della traduzione e ricezione del Corano in Occidente. Pubblicato in due volumi a Padova nel 1698, esso contiene la traduzione integrale del Corano in latino, accompagnata dal testo arabo e un ricco apparato di note e commenti dell’autore. Fino ad anni recenti, non era tuttavia possibile conoscere il processo che portò Marracci a redigere la versione definitiva della sua traduzione, a selezionare le sue fonti e ad organizzare le sue note polemiche. A gettare luce sulla questione è stato il rinvenimento, da parte di Roberto Tottoli, di quindici manoscritti di circa 10.000 pagine contenenti disparati materiali utilizzati da Marracci per i suoi studi nonché differenti versioni della sua traduzione. "Ludovico Marracci at work" costituisce un primo significativo passo nel percorso di analisi di questi manoscritti intrapreso da Roberto Tottoli e Reinhold Glei, i quali hanno unito le loro rispettive competenze in ambito islamistico e latinistico decidendo di focalizzare la loro attenzione sulla traduzione della sura 18, scelta per la rilevanza teologica che riveste e che la stessa refutazione di Marracci di fatto le conferisce. La nostra recensione analizza il lavoro dei due studiosi, mettendo in evidenza l'importanza dell'approccio interdiscipliare per lo sviluppo di quelli che vengono comunemente chiamati "Oriental Studies"

    Abū Ḥāmid al-Ġazālī, L'Amore di Dio, introduzione, traduzione e note a cura di Carla Fabrizi, EMI, Bologna 2004

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    L’amore dell’uomo per Dio e di Dio per l’uomo è tema centrale nel sufismo, principio e termine ad un tempo dell’unione con Dio. Carla Fabrizi presenta la traduzione del Kitāb al-maḥabba dell'Iḥyāʾ ʿulūm al-dīn di al-Ghazālī, corredata di introduzione e note. Il testo è diviso in sedici capitoli, nel corso dei quali al-Ghazālī prova l’esistenza dell’amore dell’uomo per Dio e di Dio per l’uomo e ne chiarisce il significato, le manifestazioni, i frutti. La traduzione di Carla Fabrizi è lineare e scorrevole e rende la tematica accessibile anche ad un pubblico non specialista. Le indicazioni bio-bibliografiche su al-Ghazālī fornite dalla curatrice consentono al lettore desideroso di accostarsi ad una delle figure più significative della cultura islamica, di prendere contatto con il periodo storico, culturale e sociale in cui egli visse e con i punti salienti del suo pensiero, in particolare con il tema dell’amore divino

    L’interpretazione del Corano alla luce della ragione in al-Ġazālī e Ibn Rušd

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    Il Faṣl al-maqāl fī mā bayna al-ḥikma wa’l-šarī‘a min al-ittisāl di Ibn Rušd (noto in Occidente come Averroè, m. 1198), è uno dei testi chiave per cogliere la portata della tensione educativa tra ‘scienze religiose’ o ‘tradizionali’ (‘ulūm dīniyya o naqliyya) e ‘scienze razionali’ (‘ulūm ‘aqliyya) nell’epoca cosiddetta ‘classica’ del mondo arabo-islamico. L’interesse dell’opera va tuttavia molto aldilà del periodo storico in cui si colloca: ponendo la spinosa questione dell’interpretazione dei testi sacri, essa affronta infatti un tema quanto mai attuale, dato che l’esigenza di una lettura delle fonti islamiche in grado di contrastare l’interpretazione monolitica che di queste ultime offre il fondamentalismo imperante si fa oggi sempre più urgente. L’opera tratta della legittimità della filosofia nell’Islam ma rivela un razionalismo meno ‘spinto’ di quanto si possa immaginare. La questione è antica e si colloca, a nostro avviso, nel più ampio quadro della munāẓara (disputatio) tra Ibn Rušd e al-Ġazālī (noto in Occidente come Algazel, m. 1111). Nel presente contributo tentiamo di dimostrare che, aldilà delle loro differenze, al-Ġazālī e Ibn Rušd si muovono all’interno di concezioni specificamente islamiche della fede (īmān), della ragione (‘aql) e della Legge religiosa (šarī‘a). Non siamo cioè di fronte ad un difensore della razionalità contro un suo detrattore, bensì a due difensori della razionalità in quanto fondata sulla šarī‘a. Per al-Ġazālī come per Ibn Rušd, infatti, l’adesione di fede e l’uso della ragione sono entrambi percepiti come obblighi legali (wuǧūb) prescritti dal Testo sacro. La differenza sta nel modo in cui li intrecciano, nelle forme e nei limiti che assegnano al ragionamento (naẓar) in base alle loro interpretazioni della šarī‘a, le quali determinano a loro volta le differenti regole interpretative dei testi sacri da loro proposte
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