1,721,128 research outputs found

    I signori rurali in Italia centrale (secoli XII- metà XIV): profilo sociale e forme di interazione

    No full text
    Per capire il ruolo giocato, nel pieno medioevo e in Italia centrale, dalla signoria rurale nell’organizzazione territoriale, occorre classificare e distinguere i signori laici, che non furono un gruppo omogeneo né stabile nel tempo. Ne derivò un loro variabile peso e significato nell’organizzazione territoriale. L’articolo è un primo tentativo di tassonomia dei signori laici dell’Italia centrale in base a certi parametri fondamentali (territorialità o meno dei poteri; accumulo di più signorie o loro divisione in quote; forme di interazione tra signori; qualità dei rapporti con il mondo urbano; progetti politici dispiegati). Dall’interazione fra questi parametri emerge un quadro complesso e in evoluzione continua e non lineare. Fino al primo Trecento, comunque, i signori rimasero fra i principali protagonisti dell’organizzazione del territorio, seppur in forme sub-regionalmente differenziate

    Comites palatini / paladini: ipotesi sulle forme di legittimazione del principato dei Guidi

    No full text
    Dopo il 1150 le due maggiori famiglie “principesche” toscane (Aldobrandeschi e Guidi) ricorsero a nuove forme di titolatura per distinguersi dal resto delle famiglie comitali della regione. Immediatamente, nel caso degli Aldobrandeschi, o dopo alcuni esperimenti che non ebbero seguito, nel caso dei Guidi, entrambe le dinastie ricorsero al titolo palatino, da solo (comes palatinus) o accompagnato da un riferimento all’ambito regionale (comes Tuscie palatinus). Non esercitarono, però, le funzioni e i diritti tipici dei comites sacri palatii della tradizione carolingia. La storiografia ha spiegato il titolo (solo onorifico) in termini di imitazione dell’ufficio carolingio. Questo era senz’altro uno dei messaggi che le due stirpi volevano trasmettere, usando quel titolo, in particolare allorché interagivano con l’autorità imperiale e con la nobiltà del regno. Il saggio, pur senza negare questo nesso, esplora un altro significato del titolo palatino, corrente in particolare nei rapporti tra “principi” e società cavalleresca toscana. Come si ricava anche da un’analisi dalla cronaca del Tolosano (Chronicon Faventinum), si può intendere il titolo palatino come un’allusione alla figura di Orlando e degli altri paladini di Francia, personaggi che proprio allora andavano acquistando centralità nell’immaginario delle aristocrazie cavalleresche toscane. La fortuna del titolo palatino andrà spiegata in primo luogo con la pluralità di significati che, nel dialogo politico con i vari interlocutori dei “principi”, esso di volta in volta poteva assumere: allusione all’inserimento nella gerarchia degli uffici pubblici e nella nobiltà d’impero; ufficio noto al ceto dei giuristi; allusione alla figura di Orlando e al suo ruolo di primus inter pares nei confronti dei cavalieri. Lo studio della titolatura, lungi dall’essere curiosità erudita, perciò, permette di avvicinarsi ai linguaggi politici usati dalle famiglie principesche per legittimarsi di fronte ai loro diversi interlocutori, e getta un fascio di luce sul sistema di valori e sugli orizzonti culturali del ceto cavalleresco rurale toscano.Dopo il 1150 le due maggiori famiglie “principesche” toscane (Aldobrandeschi e Guidi) ricorsero a nuove forme di titolatura per distinguersi dal resto delle famiglie comitali della regione. Immediatamente, nel caso degli Aldobrandeschi, o dopo alcuni esperimenti che non ebbero seguito, nel caso dei Guidi, entrambe le dinastie ricorsero al titolo palatino, da solo (comes palatinus) o accompagnato da un riferimento all’ambito regionale (comes Tuscie palatinus). Non esercitarono, però, le funzioni e i diritti tipici dei comites sacri palatii della tradizione carolingia. La storiografia ha spiegato il titolo (solo onorifico) in termini di imitazione dell’ufficio carolingio. Questo era senz’altro uno dei messaggi che le due stirpi volevano trasmettere, usando quel titolo, in particolare allorché interagivano con l’autorità imperiale e con la nobiltà del regno. Il saggio, pur senza negare questo nesso, esplora un altro significato del titolo palatino, corrente in particolare nei rapporti tra “principi” e società cavalleresca toscana. Come si ricava anche da un’analisi dalla cronaca del Tolosano (Chronicon Faventinum), si può intendere il titolo palatino come un’allusione alla figura di Orlando e degli altri paladini di Francia, personaggi che proprio allora andavano acquistando centralità nell’immaginario delle aristocrazie cavalleresche toscane. La fortuna del titolo palatino andrà spiegata in primo luogo con la pluralità di significati che, nel dialogo politico con i vari interlocutori dei “principi”, esso di volta in volta poteva assumere: allusione all’inserimento nella gerarchia degli uffici pubblici e nella nobiltà d’impero; ufficio noto al ceto dei giuristi; allusione alla figura di Orlando e al suo ruolo di primus inter pares nei confronti dei cavalieri. Lo studio della titolatura, lungi dall’essere curiosità erudita, perciò, permette di avvicinarsi ai linguaggi politici usati dalle famiglie principesche per legittimarsi di fronte ai loro diversi interlocutori, e getta un fascio di luce sul sistema di valori e sugli orizzonti culturali del ceto cavalleresco rurale toscano

    Formes de coseigneurie dans l’espace toscan. Réflexions préliminaires à partir de quelques exemples en Maremme (fin XIIe-XIIIe siècle)

    No full text
    La coseigneurie (c’est-à-dire les formes de seigneurie partagées entre deux ou plusieurs titulaires différents) est un thème peu étudié par l’historiographie italienne, mais qui mérite une attention particulière. Des formes de coseigneurie furent présentes dès la « Révolution féodale », se répandant et se complexifiant toujours plus au cours des XIIe et XIIIe siècles. Évaluer la diffusion du phénomène dans le temps, comprendre les mécanismes par lesquels les pouvoirs seigneuriaux ont été partagés et gérés, réfléchir enfin sur la signification changeante de la coseigneurie constituent d’importants thèmes de recherche qui peuvent nous aider à progresser dans la compréhension de la seigneurie et de son développement, aux siècles centraux du moyen âge. Cet article esquisse les bases d’une enquête appuyée sur quelques exemples tirés de la Maremme (Toscane méridionale)

    Il "servaggio" in Toscana nel XII e XIII secolo: alcuni sondaggi nella documentazione diplomatica

    No full text
    Tra 1150 e 1250 anche in Toscana c’erano lavoratori della terra personalmente dipendenti (spesso legati alla terra), ben distinti dagli altri contadini e venduti o scambiati insieme alla terra che coltivavano. Nella loro definizione si fondono elementi del rinascente diritto romano e della consuetudine signorile, ma sono i secondi a dominare. Il peso di questo gruppo varia localmente in base a diversi fattori, il più rilevante dei quali è l’incidenza della signoria territoriale : dove essa fu più debole il servaggio fu minoritario se non assente, come anche dove essa inquadrò tutti gli uomini. Il suo ruolo fu invece importante là dove forme di signoria forte si univano alla concorrenza tra signori diversi o dove l’accesso ai mercati urbani e l’emigrazione mettevano in discussione i tradizionali assetti di potere locale. Il servaggio non fu dunque che una delle forme assunte dai poteri signorili nel loro processo di adattamento e trasformazione in base ai diversi contesti politici, sociali ed economici.Collavini Simone M. Il «servaggio» in Toscana nel XII e XIII secolo : alcuni sondaggi nella documentazione diplomatica. In: Mélanges de l'École française de Rome. Moyen-Age, tome 112, n°2. 2000. pp. 775-801
    corecore