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    Falsari per caso o per vocazione? Il racconto del plagio nella letteratura e nel cinema

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    La nozione di plagio è così controversa e ricca di stratificazioni da appassionare studiosi di molte discipline, perché il confine tra plagio e nozioni limitrofe è piuttosto arduo da definire. L’originalità viene minacciata da ogni parte – l’imitazione, la copia, il furto – con tanti falsari in agguato: alcuni partono da lontano, altri colgono semplicemente l’occasione. Poi, fatalmente, la soglia che separa la realtà dalla finzione viene varcata: il racconto del plagio entra nelle trame dei romanzi, e anche il cinema s’impadronisce volentieri di quell’ossessione. Sono tantissime le storie che si sviluppano intorno a un furto letterario, un insieme abbastanza esteso da giustificare una domanda più generale: come si racconta il plagio? La domanda può sembrare troppo vaga per costituire il primo gradino di un’esplorazione. Ma, come spesso accade, uno sguardo teorico e una preliminare competenza narratologica aiutano a definire una mappa, un corpus sufficientemente omogeneo e rappresentativo. La domanda, allora, può e deve essere più esplicita: da quale punto di vista si può raccontare il plagio? La prospettiva, lo vedremo, comanda molte altre scelte di scrittura.The notion of plagiarism is so controversial and richly stratified that it fascinates scholars from many different disciplines, especially because the boundary between plagiarism and similar notions is rather hard to be established. Originality is threatened from different directions such as imitation, copy, theft. Many forgers are around: some start from afar, some others simply seize the opportunity. Then fatally, the threshold between fiction and reality is trespassed: novels’ plots are about plagiarism, and also cinema easily takes that obsession over. There are plenty of stories that concern a literary theft. This set is so large that it justifies a more general question: how plagiarism can be told? This question may seem too vague in order to constitute the first exploratory step. Yet, as often happens, both a theoretical contemplation and a preliminary narratological competence help in defining a map, or better a corpus that is sufficiently homogeneous and representative. The question, therefore, can and must be more explicit: from what perspective plagiarism can be told? As we will see, the issue of perspective governs many other writing choices

    Love in the Afternoon

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    Il film del regista canadese Kazik Radwanski "Matt and Mara", nello stile dei momblecore americani, è soprattutto un omaggio al film di Eric Rohmer "L'amour, l'après-midi" (1972), sesto dei Racconti morali. Il nome di Radwanski si aggiunge a quello di altri registi - Emmanuel Mouret, Mia Hansen-Løve, Hong Sang-soo, Yuan Qing - che pur provenendo da contesti culturali diversi esprimono un'evidente filiazione dal regista francese. L'articolo pone a confronto sequenze di "Matt and Mara" e di "L'amour, l'après-midi"

    Un'idea di Proust. Conversazione con Suso Cecchi d'Amico

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    Nel luglio del 1995 ho incontrato Suso Cecchi d’Amico nella sua casa romana. L’argomento della nostra conversazione – Proust al cinema – ci ha portati a passare in rassegna le sceneggiature che non sono arrivate sullo schermo e i pochi film realizzati fino a quel momento. Soltanto negli anni successivi altre opere [film] si sarebbero aggiunte a quel breve elenco. Ovviamente abbiamo parlato soprattutto della sua sceneggiatura per Visconti e dell’idea centrale di quel progetto: un Proust lineare, balzachiano, con la descrizione della fine di un’epoca, e la concentrazione sui [l’attenzione ai] volumi centrali, con il racconto delle due coppie – Marcel e Albertine, Charlus e Morel – a scapito del primo e dell’ultimo volume, dove è più evidente la riflessione sul Tempo e sulla vocazione letteraria. Quell’opzione non nascondeva una valenza più sinceramente divulgativa: un’idea di fondo che a distanza di anni mi sembra più vicina a una rilettura seriale. Un Proust più semplice che sa parlare con tutti e può piacere a molti è forse la vera lezione di Suso Cecchi d’Amico.In July 1995 I met with Suso Cecchi d’Amico in her home in Rome. The topic of our conversation – Proust on the screen – led us to review together the screenplays that never made it to the screen as well as the few films produced up to that point. Only later other films would be added to that short list. Obviously, the conversation centred on her screenplay for Visconti and on her main idea for that project: a linear balzacian Proust, focussed on the description of the end of an era and on the central volumes of the novel, and which hinged on the story of the two couples – Marcel and Albertine, Charlus and Morel – in preference to the first and last volume, where the reflection on Time and the literary vocation is more emphasised. This choice adds a genuinely divulgative value, and, in retrospect, seems to me closer to the experience of a serial rereading of the novel. Having presented a simpler Proust, who can engage everybody and be liked by most, is perhaps the real lesson of Suso Cecchi d’Amico

    Le voci dei protagonisti: Roberto Andò

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    Incontro con il regista Roberto Ando' : riflessione sul letterario e sul romanzesco nel cinem

    A volte ritornano. Dalla parte del ghostwriter

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    Quello del ghostwriter è un mestiere di consolidata tradizione e anche abbastanza redditizio. Qualcuno scrive, qualcun altro firma: basta semplicemente che ci sia un accordo. La realtà editoriale non nasconde dunque una pratica antica e accettata, che non comporta necessariamente un vero occultamento della paternità autoriale. Eppure le trame dei romanzi e dei film ci consegnano spesso situazioni che correggono e talvolta ribaltano questo quadro rassicurante: storie di ghostwriter pentiti e desiderosi di riappropriarsi del loro destino. C’è chi ha accettato di restare totalmente nell’ombra per necessità, per interesse. O solo perché non desiderava la ribalta. O, magari, per amicizia o per amore. Poi, a un certo momento, qualcosa si è rotto e ha avuto voglia di confessare quella verità. Ma non è sempre così semplice tornare alla luce, se per altri significa sprofondare nel buio: una resa dei conti dolorosa, anche sanguinosa. Forse per questo tanti scrittori e registi – David Handler, Meg Wolitzer, Nicolas Bedos, Claude Lelouch per citarne alcuni – ci hanno raccontato il rovescio della medaglia: dalla parte dei fantasmi

    Calvino e il cinema

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    Un Calvino spettatore con la sua felice immersione in un rito collettivo. Un Calvino critico con i suoi partiti presi, ma soprattutto con le sue attente visioni e un gusto che si sposterà nel tempo, incontrando nuovi orizzonti cinematografici. E soprattutto un Calvino teorico, apparentemente disinteressato e in realtà del tutto consapevole della distanza tra il cinema e la letteratura, ma anche delle feconde influenze reciproche tra le due arti. Ciò che più conta però è che attraverso il cinema Calvino sia riuscito infine a descrivere il suo processo creativo, e a definirne per così dire la mappa. Ha ritrovato nel cinema reale una conferma, un’illustrazione di un suo cinema interiore. Un cinema che precede il cinema, appunto. Più che teorizzato, introiettato: è questo che ha riversato nella sua scrittura
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