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    Prospettive ecologiche per il restauro. Riflessioni intorno ad alcune parole chiave

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    Il restauro si trova, in questo momento di crisi ambientale, a dover riflettere se continuare ad essere uno strumento di conservazione di artefatti o cominciare a farsi carico delle sfide aperte per la preservazione di un pianeta danneggiato dall'uomo. L'interrogativo si pone nella possibilità di accogliere i principi ecologici all'interno della disciplina della conservazione e quanto le basi costituite dai "padri fondatori" possano essere ampliate. Considerare il restauro da una prospettiva ecologica richiede, infatti, la specificazione di posizioni teoriche, la revisione di prassi metodologiche, ma soprattutto l'affermazione della natura complessa del patrimonio culturale. L'ecologia applicata al restauro non deve essere immaginata in riferimento ai paesaggi o ai contesti naturali, ma calata nell'ampliamento dei legami biologici che l'uomo stringe con l'ecosistema ambientale in cui vive, appropriandosi del territorio e delle risorse che in questo sono riposte. Il testo si svolge intorno a quattro parole chiave: ecologia, sostenibilità, compatibilità, modificabilità. Ciascuna un capitolo. In ciascuno ci sono richiamati i passaggi storici che hanno portato alla formazione della coscienza ecologica e dello sviluppo sostenibile e sono individuati i punti di tangenza e di intersezione con le teorie del restauro che in parallelo si venivano a definire anche intorno ai concetti di compatibilità e modificabilità. I suggerimenti per il fare pratico si fanno gradualmente più concreti, riducendo lo iato tra approccio teorico e proposte operative; benché il discorso, in generale, sia impostato su un livello prettamente concettual

    Roma: recenti interventi a Villa Torlonia, residenza di Mussolini

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    Il saggio cerca di porre focalizzare attenzione del lettore sul futuro delle torri di Ligini all’Eur. Ma tra il silenzio di molti c’è chi cerca di insidiare il riduzionismo dei demolitori, offrendo ragioni per la loro conservazione, anche se la «questione della tutela» dalla stampa nazionale appare come un intollerabile limite posto all’architettura contemporanea all’interno della città, un’emozione nostalgica che non consente di aggiornare le forme del costruito, rappresentando un ostacolo al progresso. Il lavoro, quindi, si muove tra la ricostruzione delle vicende storiche dell’E42, da luogo prescelto per le celebrazioni dell’Esposizione Universale di Roma, fino agli anni Cinquanta, quando diviene oggetto della lottizzazione della città-parco, e poi le mutazioni portate dalle Olimpiadi del 1960 fino ai giorni nostri. Oggi Renzo Piano e Daniel Libeskind hanno l’incarico di progettare un restyling. Il nuovo progetto prevede la realizzazione di un complesso «trasparente, luminoso e pieno di verde», dalla forma di una “C”. L’edificio, «sarà un edificio vivo, ... Non saranno più Torri». Viene richiamato il dibattito sorto intorno all’”Operazione Wright”. Oggi a Roma, come allora a Venezia, non si discute solo della possibilità di far convivere architetture appartenenti a linguaggi diversi, si contesta anche l’inevitabilità’ della demolizione. Non basta reclamare la conservazione delle Torri esclusivamente per i ‘caratteri ambientali’ e per i ‘rapporti spaziali’ che queste intrecciano con il contesto, ma è necessario estendere la considerazione ai valori di struttur

    La lezione ruskiniana nella tutela paesaggistico-ambientale promossa da Giovannoni. Il pittoresco, la natura, l'architettura

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    This research has a purpose: to detect the cultural debt between Italian environmental protection and Ruskin’s theories. In particular, this work investigates the liaison between Gustavo Giovannoni and John Ruskin, and the use of nature as a means for urban restore in Italy (in the early 20th century). The approach is to analyze their most important works in order to compare the definition and the practical use of the word “picturesque”. This expression, in the significance given by Ruskin in the Seven Lamps of Architecture, stands for “naturalness of the artwork”, a concept that is also expressed as “genetic memory” of the dual nature-architecture system (its provenance is Sir John Vanbrugh’s memorandum for the defense of the ruines of Woodstok Manor in the Blenheim park). Giovannoni supports his vision of the urban environment looking at the Ruskin thought on “picturesque”. He integrates the ruskinian principles of “naturalness” and “imitation” within his personal experience of restoration. In this way, he sets foundations for a new discipline: the urban restore, as a meeting point between resilience, art, architecture, nature and tow

    Biennale Spazio Pubblico

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    L’identificazione del sistema di valori del costruito e l’assunzione del patrimonio urbano come eredità da riutilizzare per soddisfare nuovi bisogni è stata la premessa sulla quale si è appoggiato il progetto di recupero di un antico tracciato storico nel centro storico di Trivento, un piccolo paese dell’entroterra molisano. La proposta progettuale (parzialmente attuata e in via di completamento) si è sviluppata intorno all’idea di valorizzare, attraverso lo stru- mento della tutela dell’identità del sistema urbano, quegli spazi dismessi, quelle "zone grigie" prodotte dal metabolismo urbano e diventati spazi stranian- ti, interpretabili, in fondo come dei non-luoghi, per ricondurli alla funzione sociale della strada intesa come territorio votato all’interconnessione, all’incon- tro, quindi per la conoscenza e la riappropriazione del valore storico della città, oltre che per la rivalu- tazione del sistema paesaggistico in cui questa è collocata. L'azione di rinnovamento promossa, dun- que, non è stata intesa quale mera sostituzione di una cosa vecchia con una nuova; piuttosto, è stata decodificata in senso organico, mumfordiano, come un’attività finalizzata al riconoscimento e alla valo- rizzazione del patrimonio genetico dell’organismo cittadino oggetto dell’intervento. Il restauro urbano attuato a Trivento con la sistemazione dell’antico percorso di margine urbano chiamato Via Codar- da, ha consentito, dunque, di reimmettere nell'uni- verso delle 'cose' un patrimonio urbano ed edilizio caduto in un totale abbandono, ricaricandolo di un senso che è morale, estetico ma soprattutto social

    1° Premio Internazionale Salvatore Quasimodo

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    Il restauro si trova, in questo momento di crisi ambientale, a dover riflettere se continuare ad essere uno strumento di conservazione di artefatti o cominciare a farsi carico delle sfide aperte per la preservazione di un pianeta danneggiato dall'uomo. L'interrogativo si pone nella possibilità di accogliere i principi ecologici all'interno della disciplina della conservazione e quanto le basi costituite dai "padri fondatori" possano essere ampliate. Considerare il restauro da una prospettiva ecologica richiede, infatti, la specificazione di posizioni teoriche, la revisione di prassi metodologiche, ma soprattutto l'affermazione della natura complessa del patrimonio culturale. L'ecologia applicata al restauro non deve essere immaginata in riferimento ai paesaggi o ai contesti naturali, ma calata nell'ampliamento dei legami biologici che l'uomo stringe con l'ecosistema ambientale in cui vive, appropriandosi del territorio e delle risorse che in questo sono riposte. Il testo si svolge intorno a quattro parole chiave: ecologia, sostenibilità, compatibilità, modificabilità. Ciascuna un capitolo. In ciascuno ci sono richiamati i passaggi storici che hanno portato alla formazione della coscienza ecologica e dello sviluppo sostenibile e sono individuati i punti di tangenza e di intersezione con le teorie del restauro che in parallelo si venivano a definire anche intorno ai concetti di compatibilità e modificabilità. I suggerimenti per il fare pratico si fanno gradualmente più concreti, riducendo lo iato tra approccio teorico e proposte operative

    Il testo e il Con-testo. Per una scrittura narrativa della facies urbana attraverso le superfici e le cromie

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    Il coinvolgimento dei diversi campi del sapere sulle questioni generate dal complesso rapporto che l'edificato instaura con il suo strato di finitura è strettamente correlato ai diversi approcci che dal finire degli anni Sessanta del XX secolo si sono avuti rispetto alla questione del colore della città storica. Da un avvicinamento prevalentemente di tipo estetico - dapprima sostanziato da pratiche di cantiere a volte semplicistiche, spesso, ordinate dagli stessi Regolamenti edilizi comunali, poi sostenuto da dottrine orientate verso la drastica manutenzione delle vecchie superfici - si sono confrontate, con crescente consapevolezza, le esigenze della storia e della conservazione della materia, per la definizione di una più rigorosa e minimale azione restaurativa. Tuttavia, nonostante gli approfondimenti teorici e gli sviluppi anche scientifici che il settore ha avuto negli ultimi decenni, ancora si è lontani dal riuscire ad affrontare con criteri unitari e condivisi gli interventi sulle superfici storiche. L'attualità rivela tuttora grandi contrasti tra gli orientamenti teorici, i quali sono difficilmente colmabili da definizioni assolute o da codificazioni aprioristiche. Al di là delle predilezioni personali, per l'attitudine ad un'azione di sommo rigore nella riduzione al "minimo" dell’intervento, o, viceversa, per una più consistente opera di ripristino, la mediazione tra gli estremi potrebbe essere trovata soltanto nell'evidenza materiale del costruito storico. Esso, se correttamente indagato nella sua specificità, ha la forza di rivelare la soluzione più equilibrata, più opportuna, forse anche di compromesso tra i diversi assunti concettuali. L'indicazione di un orientamento metodologico che scarta l'apriori, in effetti, non solo sembra prediligere la prassi del cosiddetto "caso per caso", ma prospetta una palese contraddizione con la volontà di individuare un sistema di lettura della complessità dell'ambiente urbano e delle superfici storiche che lo qualificano. Le incoerenze, però, sono solo apparenti. In realtà, l'asserzione è funzionale al proposito di ribadire, se pure ce ne fosse ancora bisogno, la centralità del progetto nell'azione restaurativa dei fronti urbani. Una progettualità che non può essere ristretta ad una selezione più o meno coscienziosa e corretta delle tinte che compongono la tavolozza delle possibili scelte cromatiche da individuare per l'esterno dell'edificio. Bensì ha la necessità di estendersi alla comprensione di tutti quegli elementi distintivi che legano l'edilizia alla città agli uomini che la vivono in un reciproco comporsi di immagini, di rimandi, di memorie. In altri termini, non si considera semplicemente l'eventualità di poter eccettuare dal progetto di restauro architettonico, quello relativo al solo involucro esterno, valutando in esso tutte le specificità che qualificano lo stato di conservazione della materia. Circostanza, questa che indurrebbe, in ogni caso, ad una visione distorta, in quanto parziale, del tema delle facciate. Invece, si vuole esaminare lo statuto del prospetto e delle cromie che ad esso si legano, nelle molteplici funzioni che questo svolge, sia alla scala edilizia, sia in quella urbana

    Il progressivo realizzarsi delle ipotesi Altemps in S. Maria in Trastevere

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    Con questo studio si è cercato di ricomporre la serie storica dei restauri a cui è stata sottoposta la basilica romana di Santa Maria in Trastevere, sotto la forma di “sistemazioni”, di “completamenti”, di “aggiunte”, si è cercato di comprendere il modo il cui gli artisti e i loro committenti, in un arco temporale di tre secoli, abbiano apprezzato le preesistenze, dando un valore maggiormente conservativo o tendenzialmente innovativo alle azioni architettoniche che nel tempo si sono succedute. In parfticolar modo si è cercato di verificare come i programma complesso di restauri della basilica trasteverina possa essere rinviato alle originarie volontà del cardilae altemps e che la forma attuale della chiesa risposda, quindi, a quell'originario disegno
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