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4 (2) modi del comporre
Nel progetto di architettura convivono una natura razionale ed una natura emozionale: in ogni operazione progettuale è necessario fondare il nostro ragionamento su alcuni dati certi - dati tanto dalla teoria quanto dalle tecniche - per poi poter innestare su questi elementi razionali un apporto personale. Questa definizione cosa taglia fuori? Taglia fuori certo una definizione di progetto come costruzione tutta di un fiato: il progetto è invece un sistema ordinato di scelte, è una costruzione logica, lunga e paziente. Se questa definizione poi è quella che consente di parlare della Architettura come disciplina trasmissibile - quindi insegnabile - è pur vero che di questo insegnamento mette in luce anche la complessità.
Il Seminario ha provato quindi, nei limiti dello spazio di quattro incontri, a delineare i caratteri di due possibili modalità del comporre su base razionale e quindi sulla scorta di un ragionamento che tende a costruire il progetto stesso definendone le scelte sulla base di parametri formali autonomi.
Il pretesto è la traduzione/descrizione/tra-dimento dello schizzo di Le Corbusier Les 4 compositions, nella ipotesi volutamente tendenziosa di individuare nella composizione di Maison La Roche-Jeanneret e di Villa Stein due differenti declinazioni paratattiche o ‘per volumi’ e in quella di Villa at Carthage e di Villa Savoye due differenti declinazioni sintattiche o ‘per elementi’.
Vi è poi una questione di metodo che, trasversalmente, potrebbe attraversare tutti i quattro incontri del Seminario ed è quella del rapporto tra il progetto di architettura e gli exempla nonché i principi che ne sono stati ispirazione.
I due modi del comporre sono stati presentati attraverso le opere di architettura nella convinzione che sono queste a parlare e a dirci anche quale è la teoria che alla loro realizzazione è sottesa e che conoscere le opere è indispensabile per poterne progettare. La Memoria è una qualità importante per i progettisti: quanto più elevata è tanto più fertile potrà essere la nostra capacità progettuale perché chi ha la “memoria di forma” più profonda, chi riesce a raccogliere elementi, a classificarli e ordinarli, ha più soluzioni, materiali e forme stabili a disposizione per il progetto. L’esercizio di memoria diventa così appropriazione dei caratteri delle architetture riuscite, che funzionano, che la storia mette a nostra disposizione e che possono levarsi al rango di exempla o di paradigmi.
Si è provato inoltre a leggere le opere proposte chiamando in causa sempre i medesimi parametri e cioè con riferimento alle questioni della forma, della funzione e del significato a sostegno della tesi che l'aspetto funzionale del progetto di architettura trova la sua più utile collocazione in una necessaria interdipendenza dagli aspetti formali e che vi sono questioni, legate al significato, alla rappresentatività e al ruolo urbano delle architetture, che travalicano le mere questioni dell’uso.
Ogni incontro ha previsto la presentazione di due opere selezionate tra la produzione di un Maestro e di un contemporaneo: anche al fine di rendere evidente la possibilità di individuare quelle invarianti (formali, tipologiche ecc) che possono diventare materiale per il progetto, libere da considerazioni legate agli aspetti linguistici secondo le modalità di lettura e classificazione approntate nel corso della ricerca di dottorato al caso specifico delle Architetture per la Ricerca
Costruir para el abitar colectivo / Costruire per l'abitare collettivo. La ROM. HOF de Uwe Schröder en Bonn / La ROM.HOF di Uwe Schröder a Bonn
Il tema di questo saggio è l'inquadramento dell'opera Rom.Hof dell'architetto tedesco Uwe Schröder all'interno della sua poetica e della sua riflessione teorica su natura e qualità dello spazio architettonico. La Rom.Hof è una residenza per studenti della Università di Bonn, il luogo del progetto si trova distante dal centro della città e privo, lungo una strada periferica, di possibili riferimenti urbani. Così, come lo stesso Schröder ci racconta, la riflessione su una particolare modalità dell’abitare collettivo e il luogo del progetto determinano un’opera che trova le sue ragioni nella corrispondenza tra i luoghi, nella sequenza spaziale interna, in una scelta tipologica che riflette il carattere di questo ‘abitare insieme’ come composizione di solitudine e comunità. In una periferia priva di identità e riferimenti la Rom.Hof sceglie, in pianta, la forma pura del quadrato ma crea una corrispondenza a distanza, nell’uso del mattone di due differenti colori, con gli edifici storici della università, costruiti nel tardo XIX secolo, nei quali gli studenti trascorrono gran parte del loro tempo, provando così a restituire ai giovani ospiti di questa Hof un senso di non estraneità di questo luogo. Tipologicamente l’edificio dispone quattro piani di alloggi lungo i lati esterni, distribuiti da ballatoi lungo la corte che viene in realtà suddivisa da un corpo intermedio con i servizi comuni in due corti rettangolari, a due diverse quote dal momento che l’andamento del terreno è degradante verso il lato opposto alla strada dove l’edificio si apre alla natura, costituendo, con la sua stereometria, un nuovo riferimento ‘a distanza’ nel paesaggio
Architettura e Città, Storia e Progetto nel pensiero dei Maestri delle Scuole di architettura italiane
La lettura per ‘coppie specchiate’ - Architettura e Città, Storia e Progetto - proposta nel titolo parte dalla convinzione che esista un punto di contatto significativo tra storia e progetto nella definizione di Progetto Urbano inteso come quella declinazione del progetto di architettura in grado di intessere legami tra città, storia e modernità. Si tratta di una definizione che affonda le sue radici nella elaborazione teorica aldorossiana e, in più, in quanto tale costituisce una singolare specificità del patrimonio culturale italiano.
Nel saggio Tendenza: neorazionalismo e figurazione, Ignasi de Solà-Morales individua in Rossi e nella XV Triennale di Milano del 1973 il momento di sintesi nel quale la elaborazione teorica dei cosiddetti neorazionalisti arriva ad un significativo punto di stabilità e definizione. Solà-Morales parla di un convergere, nella impostazione rossiana, di quanto si era elaborato, nei decenni precedenti, in tre luoghi - Milano, Venezia e Roma - intorno alle figure di Ernesto Nathan Rogers ed alla sua Casabella-Continuità, Giuseppe Samonà e il gruppo docente dello IUAV e, nel più ‘complesso’ panorama culturale romano, intorno alla figura di Ludovico Quaroni.
Tra i ‘punti della teoria’: un processo di rifondazione disciplinare che pone grande attenzione alla storia dell’architettura e della città e l’analisi strutturalista della architettura a partire dalle caratteristiche fisiche e materiali della città. Da cui le coppie ‘specchiate’ Storia e Progetto_Architettura e Città.
Il testo individua come ‘questione centrale’ nel pensiero di Rogers quella della esperienza, il legame tra le forme e la vita che gli deriva dallo studio e dalla condivisione del pensiero di Kubler, Focillon, Husserl. Ancora: la questione del metodo, nel legame elettivo di Rogers, tra i Maestri del Movimento Moderno, in particolare con Walter Gropius, e, naturalmente, il concetto di continuità e tradizione: ed è in quest’ultimo che si materializza la questione di un rapporto con la storia essenziale per il progettista.
Continuità nel tempo della tradizione per Rogers, continuità nello spazio fisico della città per Samonà: e non si tratta poi di cose tanto diverse se si definisce e si guarda alla città come il luogo fisico nel quale la storia conosce il suo punto di accumulazione. Un’unica architettura fatta di più case diceva Samonà essere la città: la rossiana città come opera d’arte collettiva in buona sostanza.
Infine Ludovico Quaroni: figura più complessa da inquadrare, soprattutto dal punto di vista della elaborazione teorica ma che, dal punto di vista del progetto, utilizza la storia dell’architettura senza infingimenti e timori e, ad esempio nel progetto dell’edificio servizi dell’Opera di Roma, disegna una pianta basilicale e conduce, anche attraverso le varie versioni del progetto, un colto lavoro di rielaborazione sugli ordini architettonici.
La sintesi rossiana chiarisce il senso finale del rapporto con la storia per il progettista. Una storia che, lungi dall’essere mera cronologia omologante, è invece il terreno delle scelte.
L’osservazione delle cose è stata la mia più importante educazione formale; poi l’osservazione si è tramutata in una memoria di queste cose - ha detto Rossi - in uno sintetizzando la ricerca di una continuità nel tempo della tradizione (E.N.Rogers), ma anche nello spazio della città come luogo di accumulazione fisica della storia (G.Samonà) per essere, come architetto - secondo la definizione Quaroniana -, colui che mette insieme cose distanti tra loro.
Così la tesi finale è che non si debba guardare al pensiero dei Maestri come a qualcosa di chiuso nella stagione nella quale è stato elaborato ma come a un riferimento ancora in grado di guidare i progettisti nella costruzione della città contemporanea nel rispetto della tradizione
Italy of the Cities. Una nuova Città Analoga alla Expo di Shanghai 2010
L’articolo ha per oggetto Italy of the Cities, un’opera firmata da Uberto Siola e Peter Greenaway e prodotta da Change Performing Arts per la Expo di Shanghai 2010. Italy of the Cities è una grande macchina multimediale, un ‘cinema architettonico’ che racconta, in poco meno di 200 metri quadrati allestiti all’interno del Padiglione Italia alla Expo di Shanghai, la città italiana nella sua articolazione cronologica ma soprattutto morfologica. Da una parte c’è dunque l’Architettura e un modo particolare di intenderla quale ‘pratica artistica’ che ha la sua specificità in una totale coincidenza tra pensare ed operare, tra teoria e pratica, e, pur senza ambire a governare e spiegare tutta la complessità del reale, si pone quale obiettivo, per dirla con le parole di Gregotti, la costruzione di un frammento di verità storicamente definita che si accosta all’opera precedente. Dall’altra parte c’è il Cinema e, anche in questo caso, una modalità particolare di utilizzare il montaggio secondo una logica non narrativa, e quindi desunta dalla letteratura, ma sperimentando un linguaggio proprio ed autonomo. Un incontro felice, si diceva, e che si connota per le posizioni ‘coraggiose’ che vengono messe in campo. Greenaway sperimenta un linguaggio innovativo in continuità con il lavoro che, ormai da alcuni anni, lo ha portato ad entrare in contatto con i capolavori della pittura del passato - qui il capolavoro non è un dipinto ma la città italiana - dando loro luce, movimento, voce e quindi vita. Siola ed il Comitato Scientifico con il quale ha lavorato guardano alla città ‘storica’ come un punto di accumulazione, nel tempo presente, dei valori della nostra civiltà urbana che deve e può trovare il suo rinnovamento ‘di senso’ solo in continuità con la propria tradizione. In entrambi i casi non c’è pretesa di creazione artistica ab nihilo ma si vuole che ciò che il passato ha reso ‘forma stabile’ assuma nuovi ulteriori significati nel tempo presente per disegnare e immaginare il futuro
Pompeji. Città moderna / Moderne Stadt
Il libro nasce con l’intento di sistematizzare riflessioni fatte in contesti diversi – soprattutto ricerche ma anche convegni, didattica, progetti – sulla città archeologica di Pompei, con la convinzione di fondo che essa costituisca un giacimento di conoscenza “architettonica e urbana” pressoché inesauribile ma soprattutto inesaurito, in particolare se ci riferiamo alla idea che Pompei possa costituire un referente per il progetto della città moderna: da qui nasce il titolo Pompei. Città moderna.
Il libro si compone di tre parti. La prima Pompei. Città antica è un percorso tra le scale della città: dall’insieme urbano, all’insula, alla casa. Un cammino che è stato percorso volutamente attraverso la sola osservazione della realtà fisica e materiale, della ‘forma’ di Pompei, tralasciando date e dati. Si tratta dunque di una indagine di natura esclusivamente ‘formale’.
La seconda parte Pompei. Imparare dalla città antica intende ritrovare quelle esperienze progettuali, di costruzione della città o di parti di essa, più o meno recenti, a partire dalla stagione del Moderno debitrici alla lezione di Pompei, non necessariamente, anche in questo caso, in maniera storicamente documentata e forse neppure cosciente.
La terza parte, infine, Pompei analoga, indaga attraverso il progetto la possibilità di considerare ancora operante la lezione di questa città antica.
Il fondamento del libro è anche nei disegni critico-analitici che accompagnano i testi e che vogliono affermare che, in architettura, si conosce innanzitutto attraverso questo precipuo strumento
L'architettura della strada. Un Atlante Italiano
Il libro raccoglie gli esiti del lavoro di ricerca svolto dall’autrice nell’ambito della Convenzione tra l’Anas S.p.A. e il Centro interdipartimentale per l’archivio e l’interpretazione del progetto architettonico e urbanistico contemporaneo della Università degli Studi di Napoli “Federico II” sul tema de La strada e l’architettura. La ricerca è stata condotta con l’obiettivo di individuare e studiare, nell’ambito del territorio italiano, i casi nei quali alla strada fosse attribuibile il valore di ‘bene culturale’. Questo valore può e deve riconoscersi ai tracciati quando sia possibile leggere in essi una relazione con la geografia e con la sedimentazione storica dei luoghi che attraversano. Guardare al ‘manufatto-strada’ da questo punto di vista può significare introdurre una nuova valenza in relazione agli studi sul tema della strada, ora letta non tanto e non solo come opera di ingegneria ma come Architettura. Il lavoro di ricerca ha avuto il suo esito nella costruzione di un Atlante e, costituendo solo un primo tassello conoscitivo del sistema delle strade italiane da questa particolare prospettiva di osservazione, ha provato a tracciare, nell’ambito delle competenze del Centro Interdipartimentale, una linea di ricerca che potrà trovare molteplici occasioni di approfondimento e sviluppo anche in chiave operativa, in collaborazione non soltanto con Anas S.p.A., che ha già dimostrato attenzione a questo tipo di tematica, ma anche con altri enti e istituzioni che operano sul territorio.
Il valore di innovazione di tale approccio è stato sottolineato, in una delle Introduzioni, proprio dal Presidente di Anas S.p.A. che ha affermato «[...] un pregevole lavoro di ricerca e forse uno sguardo disattento lo riterrebbe lontano dagli interessi e dal campo di azione di una Società che, come Anas, ha il compito specifico di progettare e realizzare interventi di manutenzione e/o nuova costruzione di infrastrutture oltreché compiti di gestione della rete. È fuor di dubbio che, negli ultimi decenni, la politica delle infrastrutture è tornata a essere elemento centrale attorno al quale i Paesi, nello scacchiere mondiale, disegnano la loro modernizzazione: una rete efficiente e adeguata è condizione necessaria per lo sviluppo economico e sociale di una nazione. Tuttavia è sotto i nostri occhi come, quando questa modernizzazione sia stata perseguita soltanto in un’ottica di mobilità efficiente e con un approccio esclusivamente di natura tecnica, si siano perpetrati dei danni ai territori attraversati, in termini sia paesaggistici che ambientali. Questa ricerca ha tra gli spunti d’interesse – oltre a documentare con precisione e con intelligenti grafici sintetici i valori che i tracciati storici italiani conservano in stretta relazione con la struttura dei territori attraversati – quello di suggerire un approccio diverso, capace di coniugare modernizzazione e salvaguardia, spostando il punto di vista dal manufatto tecnico al suo contesto di riferimento.»
Sul piano metodologico le Tavole dell’Atlante mirano a dimostrare, individuando elementi strutturali confrontabili, che la strada come manufatto tecnico-pratico e al tempo stesso come intelaiatura generale che collega ed organizza le polarità urbane, costituisce una infrastruttura, tra le altre materiali (autostrade/ferrovie/linee fluviali) e immateriali (reti energetiche/reti informatiche), che forse più di tutte è in grado di rimandare alla struttura, e di determinare visibilmente l’ordinamento generale, del territorio nella doppia occorrenza di una sua razionalizzazione e di una sua conoscenza e descrivibilità.
Per la redazione dell’Atlante sono state individuate e proposte due sezioni che definiscono altrettanti modi della descrizione e classificazione: ‘grandi strade territoriali’ e ‘strade e paesaggio’. I criteri di appartenenza e inclusione a tali insiemi o classi, in altri termini propongono la definitiva griglia di classificazione e di ordinamento delle ‘strade intese come opera d’arte’, da applicarsi alla redazione dell’Atlante Italiano.
La scelta di assumere a base della elaborazione delle tavole dell’Atlante la cartografia dell’Istituto Geografico Militare a scala medio/grande è significativa nella misura in cui a tali cartografie (nate da esigenze militari e allo stesso tempo conoscitivo/descrittive) si riconosce la capacità di rappresentare, alle varie scale e in termini multi-scalari, simultaneamente il sistema geografico-morfologico, gli insediamenti urbani, le infrastrutture territoriali, i fatti naturali. L’Atlante opera su tale densità informativa una selezione e una riduzione necessarie: vengono cioè distinti ed evidenziati alcuni caratteri decisivi nel rapporto tra le strade ed i territori che esse attraversano. In particolare sono estratte dalle cartografie IGM: il sistema orografico e idrografico, le coste, i rilievi, i fiumi (fatti naturali); i tracciati delle strade romane; le tracce dei sistemi centuriati; i tessuti urbani compatti in una gradazione cha va dal ‘denso’ al ‘disperso’; le altre infrastrutture lineari (autostrade/ferrovie) per cogliere le possibili opportunità di costruzione a rete (fatti antropici).
In particolare sono state predisposte due combinazioni principali: quella che mostra il rapporto ‘strada-elementi naturali’ (rilievi, coste, corsi d’acqua, bacini) e quella che mostra il rapporto ‘strada-elementi artificiali’ (tracciati, centri urbani, conurbazioni, tessuti compatti e dispersi, autostrade, ferrovie) nonché un ultima rappresentazione data dalla combinazione delle due precedenti. In prima istanza su tali sistemi di relazioni interagenti emerge con chiarezza una acquisizione sulla quale orientare i ragionamenti e le riflessioni operative: la prima combinazione è decisamente più ordinata ed omogenea della seconda nel senso che i tracciati, anche per la loro natura tecnico-pratica e assieme di costruzione adeguata, interpretano in maniera molto convincente ed esemplare il rapporto con la geografia naturale. Se la prima combinazione risulta poi particolarmente evidente ed efficiente nel caso delle strade e paesaggio, la seconda combinazione mostra invece con sufficiente chiarezza, soprattutto nel caso delle grandi strade territoriali, il caotico accrescimento delle città a partire dai nuclei originari, la loro tendenza alla saldatura ed al continuum e, in termini allarmanti, la disordinata e confusa sovrapposizione delle linee ad ‘alta capacità’ che, governate da una logica esclusivamente trasportistica, non appaiono capaci di inserirsi nel disegno generale ma si sovrappongono indifferenti ai luoghi che ‘attraversano’ cancellando relazioni piuttosto che esaltando quelle esistenti o cercando di stabilirne di nuove. Ciò che ancora emerge, a un livello più generale, è però che in ogni caso le strade raccolte e analizzate nell’Atlante possono rappresentare, nel loro radicarsi al territorio storico e nella loro capacità di descriverne i caratteri, ancora dei ‘sistemi d’ordine’ a cui affidare un processo di razionalizzazione e di regolazione dell’esplosione metropolitana e degli interventi sul paesaggio che annullano le differenze locali e determinano una condizione urbana e territoriale prevalentemente omologante e livellante.
Nell’ambito delle strade che sono entrate a far parte dell’Atlante, è stato infine prodotto un approfondimento di scala relativamente alla strada statale 163 Amalfitana, che ha riguardato i caratteri specifici delle sue opere d’arte, cioè di quelle costruzioni che si rendono indispensabili al tracciato stradale in relazione a particolari condizioni morfologiche del territorio attraversato. Si tratta innanzitutto di viadotti, ponti e gallerie cui si aggiungono le opere di contenimento dei costoni. Per queste opere è stata predisposta una schedatura che ne segnala la posizione sul tracciato e ne documenta i caratteri attraverso una descrizione, il rilievo fotografico e una sezione trasversale sintetica
Il progetto di architettura tra didattica e ricerca. primo congresso internazionale di retevitruvio
Between research and teaching: projects for Rione Luzzatti in Naples
The talk describes the contents of an activity conducted in the Faculty of Architecture of Naples, between research and teaching.
As part of a research of the Department of Urban Design and Planning on the restoration of the residential quarters of the XX century, particularly in the Naples metropolitan area but looking at the most advanced experiences in Europe, the programme involves researchers belonging to different scientific areas: Urban Planning and Law, Technology, Architectural Design, History and so on.
The contribution of researchers and teachers in Architectural and Urban Composition focuses on the idea that the present and legitimate issues related to restoration, functional adjustment, energy saving should be included in a general reasoning on the sustainability of architectural and urban shape, recalling the opening words of L’architettura della Città by Aldo Rossi: in describing the city, we are mainly interested in its shape.
Thus our contribution aims at understanding - on some carefully selected case-studies - the admissible operations on the individual residential building for its adaptation to the demands of the contemporary life or also for the restorations of its original design when compromised. But even more our contribution aims at understanding how to design interventions of replacement and/or addition, at the urban scale.
Following this idea the program of the Laboratory of Architectural and Urban Composition II was built selecting as project theme Rione Luzzatti in Naples. Rione Luzzatti is a residential district built by IACP (Institute for Council Houses) in 1914-29; in this district a block was re-built by Luigi Cosenza in 1946-47 after the air raids of the Last World War.
Rione Luzzatti, built on the edge of the eastern suburbs of Naples but today ‘forced’ between the Central Station’s area and the Business District, shows a straight urban structure based on the repetition of a squared block and a central block intended for a school facilities to serve the neighborhood.
Between the neighborhood and the expansion of the Business District to the north, a thin and long area, without buildings and free from urbanistic rules, is the place that suggests a project of addition. Moreover this project allows to hypothesize the demolition of the buildings built inside the courtyards as asphyctic densification of the original project.
Some planimetric hypotheses were developed, working in concert with teachers of the Laboratory of Construction, looking at three criteria: the urban analysis, the typological issues and the energy sustainability considered in terms of orientation and shape of the buildings more than in terms of application of new technologies.
The result is more than one project hypothesis founded on the ancient wisdom of the Architecture of the City to joint: urban issues related to the general structure of the city in the area, morpho-typological issues related to the ways of living and issues related to energy saving.
The different solutions decline different methodological options: continuity of the urban plan rule, admissible variation of the rule and construction of a morphological boundary as measure of the whole neighborhood
Ernesto Nathan Rogers e il Cuore della Città Ernesto Nathan Rogers and the Heart of the City
Nel 1951, all???VIII Congresso CIAM di Hoddesden, in Inghilterra, Ernesto Nathan Rogers presenta una relazione dal titolo Il Cuore: problema umano della città che sarà poi pubblicata, con rielaborazioni, quattro anni più tardi, pei i tipi Hoepli, nel volume E.N. Rogers, J.L. Sert, J. Tyrwhitt, Il cuore della città: per una vita più umana della comunità e, nel 1958 da Einaudi, nel libro di Rogers Esperienza dell???architettura.
A distanza di oltre sessanta anni quel testo appare ancora straordinariamente attuale - pur con alcune avvertenze - e quindi utile ad orientare il ragionamento, anche progettuale, sull???intervento nella città della storia.
Un primo punto riguarda la scelta del termine cuore che, come Rogers chiarisce, aggiunge alle nozioni geometriche e funzionali della parola centro, l???idea che in questo nucleo centrale della città siano, più che altrove, riassunti i valori di una comunità. Anzi, questa è certamente la connotazione più importante se è vero che può esistere più di un centro all???interno di una medesima realtà urbana - e quindi la connotazione geometrica non è essenziale - e che un centro, dal punto di vista funzionale, dovrebbe - come Rogers ci ricorda - essere «[???] un luogo atto ai più diversi rapporti umani [???]» e «[???] nel suo significato migliore [???] espressione più naturale della contemplazione [???]» (Rogers, 1997, 260).
A partire da questa premessa definitoria Rogers individua, da architetto militante, nel cosmopolitismo livellatore e nel folklorismo demagogico (Rogers, 1997, 258) due opposti, ma ugualmente pericolosi, atteggiamenti. «Distruggere ciecamente o conservare passivamente sono [???] i risultati di una medesima aridità mentale: sono colpe morali» (Rogers, 1997, 258), ci dice Rogers e, dopo alcune decine di anni, questa frase non può non apparire una duplice e sconsolante premonizione. Pensiamo, da un lato, a quanto si è verificato in alcune realtà economicamente emergenti, la Cina innanzitutto ma anche l???India o parti del Sud America, dove le megalopoli contemporanee hanno consumato e consumano il territorio in maniera indifferenziata, quanto a forma e funzione, e indifferente ai valori identitari locali e, dall???altro, a quanto avviene, nella vecchia Europa ad esempio, dove i centri storici vengono imbalsamati da una visione spesso acritica della conservazione che in più produce il paradosso del lasciar spazio solo a quelle architetture che Gregotti ha definito immagini di design ingrandite che certo non sono più definibili monumenti in quanto non rappresentano una comunità della quale riassumono i valori civili ma soltanto l???architetto e, spesso, valori di natura prevalentemente economica.
Ma, oltre che militante, Rogers era anche un architetto operante e quindi si preoccupa, subito dopo la critica, di indicare una strada possibile, un metodo che individua nella dialettica tra «gli opposti termini dell???oggettivo e del soggettivo» (Rogers, 1997, 259). E qui Rogers si sofferma molto di più, per la verità, sulla esplicazione della importanza, della necessità, del metodo - tema a lui caro anche per le sue derivazioni gropiusiane - che non sui suoi concreti contenuti, che però potrebbero essere declinati, sub specie attualità, nel rapporto tra analisi e progetto. Il cuore delle nostre città è un luogo ricco di valori che sono innanzitutto valori formali e che hanno, in più, la capacità di rappresentare i valori della comunità che in quel luogo si riconosce. L???oggettività dovrebbe stare nella capacità di riconoscere questi valori (analisi) in maniera critica e selettiva, la soggettività è nel trovare, tra le molte - ma non tutte legittime se non coerenti con la individuazione di quei valori - soluzioni possibili quella che rappresenti una trasformazione (progetto) ancora in continuità con una tradizione che è quella dei nostri luoghi civili ma anche del nostro operare di architetti.
E, in tal senso, come non pensare, alla Torre Velasca (BBPR, 1950-58) che, con il suo profilo alto quasi cento metri, si erge su Milano, moderna, ardita anche nelle sue soluzioni tecniche e costruttive, eppure intrinsecamente legata ai caratteri della architettura lombarda e alla forma della ???sua??? città
Gianni Braghieri. Architettura, rappresentazione, fotografia
La recensione al libro sull'opera (di architetto, fotografo, 'disegnatore') di Gianni Braghieri parte dalla idea dell'architettura come esperienza di vita, totalizzante, e del lavoro sui temi propri del mestiere inteso non come ricerca di una individualità a tutti i costi - oggi spesso inventiva più che espressiva - ma piuttosto come applicazione paziente su pochi temi, tramandati dalla storia e passibili di sperimentazioni e applicazioni condivisibili e trasmissibili: sono queste le più importanti delle questioni che emergono dalla lettura del testo sull’opera di Gianni Braghieri, architetto, autore di disegni di architettura dotati di quieta bellezza ma anche di significativi contenuti, fotografo e docente che alla Scuola ha dedicato una parte importante del suo percorso di vita
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