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CONFORMATIONAL PREFERENCIES OF AB-(1-42) AND ITS CORE FRAGMENT (25-35) IN POLAR AND APOLAR MEDIA
First person – Simona Amodeo
ABSTRACT
First Person is a series of interviews with the first authors of a selection of papers published in Journal of Cell Science, helping early-career researchers promote themselves alongside their papers. Simona Amodeo is the first author on ‘Characterization of the novel mitochondrial genome replication factor MiRF172 in Trypanosoma brucei’, published in Journal of Cell Science. Simona is a PhD student in the lab of Torsten Ochsenreiter at the Institute of Cell Biology, University of Bern, Switzerland, investigating mitochondrial genome anchoring, replication and inheritance in Trypanosoma brucei.</jats:p
Il Tridente di Albano Laziale. Protagonisti e interventi di trasformazione territoriale, urbana e edilizia tra XVII e XVIII secolo
La tesi di Dottorato prende avvio considerando l'analisi dell'espansione urbana sei - settecentesca in forma di tridente della città di Albano Laziale, in provincia di Roma, per indagare le motivazioni e le modalità di sviluppo che hanno interessato il territorio dei Colli Albani tra XVII e XVIII secolo.
Queste vanno ricondotte al ruolo svolto dalla residenza di Castel Gandolfo come sede delle villeggiature estive dei papi (a partire da Urbano VIII) e alle azioni volte a garantire efficienti collegamenti tra la residenza pontificia extraurbana ed i feudi limitrofi. Questi, su committenza baronale o della Camera Apostolica, sono stati infatti coinvolti in una prolungata stagione di rinnovamento urbano ed edilizio, che ne ha condizionato il più delle volte l'aspetto attuale.
È il caso di Genzano (1640 - 1708) in cui i Cesarini portano a compimento, nell'arco di pochi decenni, un complesso programma di ridefinizione urbana, con tutte le caratteristiche di un moderno piano regolatore; ma ancora di Ariccia (dal 1659 ca.) dove G. L. Bernini e Carlo Fontana - coadiuvati da una folta schiera di rilevanti nomi del panorama artistico barocco - creano per i Chigi una città ideale a poca distanza da Roma; ed infine di Albano (tra la seconda metà del XVII sec. ed i primi decenni del Settecento) dove la volontà rinnovatrice dei principi Savelli, a seguito del declino di questi nel 1696, lascia spazio alla committenza pontificia che favorisce uno sviluppo edilizio, riproponendo anche modelli urbani e architettonici tipici della progettazione della capitale, in cui si esprime quel linguaggio sobrio ed elegante proprio dell'architettura dell'Arcadia.
Il lavoro di ricerca, svoltosi prevalentemente nei principali archivi della città di Roma e della provincia (Archivio di Stato di Roma - sedi di Sant'Ivo alla Sapienza e di via Galla Placidia - Archivio Storico Capitolino, Archivio dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, Archivio Storico della Diocesi Suburbicaria di Albano Laziale, Archivio Storico del Comune di Albano Laziale), oltre che della Città del Vaticano (Biblioteca Apostolica), muove dallo studio delle fasi precedenti all'impianto del tridente, analizzando i condizionamenti archeologici dell' Albanum romano e medievale sulla città moderna.
In particolare, sono stati tenuti in considerazione i risultati desunti dalle più recenti indagini compiute in situ dall'Istituto Archeologico Germanico di Roma (DAI) che hanno condotto alla conoscenza di aspetti finora sconosciuti, circa la consistenza e le funzioni dei padiglioni della villa imperiale domizianea, dell'accampamento severiano (Castra Albana) e della "Civitas Albona", tutte fasi antecedenti alla determinazione del definitivo nucleo abitato albanense. Queste ultime si sono rivelate strettamente legate all'edificazione propriamente oggetto dell'indagine svolta.
Il corpo centrale della ricerca si muove quindi su due piani paralleli.
Da un lato l'analisi territoriale delle dinamiche che, in concomitanza con la definizione della villa pontificia di Castel Gandolfo, hanno condotto alla realizzazione di un sistema locale di viabilità tra i centri dei Colli Albani; dall'altro lo studio approfondito dell'influenza di tali collegamenti sulla crescita e lo sviluppo della città tra XVII e XVIII secolo.
In particolare, i due momenti fondanti l'espansione di Albano nel Seicento vengono riconosciuti nei pontificati di Urbano VIII (1623 - 1644) e di Alessandro VII (1655 - 1667), sebbene alcune premesse fossero state già stabilite alla fine del secondo decennio dello stesso secolo.
Queste fasi anticipano la compiuta definizione del Tridente che avviene nei primi anni del Settecento. Infatti grazie alla commenda del card. Pietro Ottoboni e al contemporaneo interessamento di Clemente XI, si sviluppò ad Albano un'attiva colonia dell'Accademia dell'Arcadia, i cui nobili membri fecero realizzare nell'area del tridente numerosi casini "di diporto" da usare per le villeggiature estive ed autunnali.
La graficizzazione delle diversificate dinamiche qui accennate si è avvalsa del supporto costituito dall'ortofoto Google Earth, al fine di ricostruire il sistema connettivo dei Colli Albani tra il 1618 e il 1667. Così facendo, sono stati individuati efficacemente i rapporti di dipendenza dei siti castellani, sia dalla residenza papale che dalla maglia viaria circostante.
Il lavoro sviluppa altresì una illustrazione puntuale delle principali architetture civili e religiose presenti nell'area oggetto di studio. Essa è articolata per schede singole, composte da una descrizione storica e artistica dell'edificio, oltre che - dove possibile - da una serie di grafici di rilievo in scala 1: 100.
In particolare, il rilievo di piazza S. Paolo, della facciata della chiesa abbaziale e del convento annesso, è stato realizzato in collaborazione con il LIRAlab, Laboratorio di Innovazione per il Rilevamento, la Rappresentazione e l'analisi dell'Architettura di "Sapienza - Università di Roma".
Nelle materiali operazioni di rilievo, supervisionate dal prof. Carlo Inglese e dal geometra Marco Di Giovanni, è stato utilizzato lo strumento di ultima generazione FARO "CAM2 Focus3D": un laser scanner senza contatto per la modellazione e la documentazione 3D, le cui funzioni sono controllabili in modo semplice attraverso un intuitivo touchscreen display integrato. La nuvola di punti - successivamente estrapolata in laboratorio - è stata resa modificabile attraverso il software "Scene" correlato allo strumento, tramite il quale è stato possibile acquisire le vedute da varie angolazioni della piazza, il cui intero invaso è stato coinvolto nell'operazione di rilievo. La fase finale ha previsto la semplice restituzione dei punti attraverso il software di disegno automatico "Autocad".
Il gruppo delle schede relative ai singoli manufatti architettonici è anticipato da un paragrafo che espone i criteri di realizzazione della planimetria tipologica dell'abitato storico, ed è illustrato da due elaborati grafici:
a.) una carta degli allineamenti prevalenti dei lotti, limitata all'ambito attorno all'abbazia San Paolo. In essa si esplicita la tesi dell'innesto di due successive strutture a tridente con orientamento opposto: la prima, sorta intorno al 1618 attorno alla strada di collegamento con il convento cappuccino di S. Bonaventura, e in seguito obliterata dallo sviluppo urbano moderno; la seconda, sviluppatasi attorno al polo dell'abbazia di S. Paolo dalla metà del Seicento, è invece quella che ha condizionato l'assetto del tessuto cittadino.
La planimetria è essenziale anche per il chiarimento dei differenti orientamenti degli edifici presenti e per la definizione finale delle due macro fasi edilizie rintracciate;
b.) una planimetria con l'individuazione dei principali tipi edilizi presenti, catalogati in edifici isolati con valenza specialistica e strutture religiose; tipologia a schiera; tipologia in linea; tipologia a corte. In essa sono riconosciute le preesistenze archeologiche condizionanti la morfologia dell'edificato storico. Tale elaborato intende sia mettere in relazione l'edificato moderno con il sostrato archeologico (di epoca romana), sia indicare la convivenza di tipi edilizi dichiaratamente cittadini con impianti tipologicamente assimilabili a quelli delle ville extraurbane del XVIII secolo.
La trattazione si conclude con una disamina di esempi di impianto "a tridente" comparabili con l'espansione sei - settecentesca della città di Albano, per il cui sviluppo si ipotizza una probabile derivazione che riprende impianti a giardino, più che veri settori urbani. In particolare si stabilisce un confronto tra la villa sistina di Termini e almeno una delle sue più probabili imitazioni, il giardino Savelli di Albano. Quest'ultimo, concordemente al passaggio di villa Peretti Montalto nelle proprietà del card. Paolo Savelli, commendatario dell'abbazia di San Paolo, costituisce la premessa più immediata alla costituzione anche del giardino abbaziale albanense (1655 ca.), sul quale si sono sviluppate in seguito le tre strade ed i relativi edifici.
Potrebbe trattarsi di un effettivo processo di litizzazione del giardino che, almeno nella prima fase di costruzione del Tridente, mantiene un carattere a metà tra spazio verde ed espansione urbana, fatto che ne rafforza la discendenza dai modelli sopra citati.
Accanto ad essi vengono istituiti ulteriori confronti con altri casi particolarmente rilevanti di impianto "a tridente", nel Lazio e non: tra di essi, la villa Aldobrandini di Frascati, la città di Oriolo Romano, la villa di Cetinale del card. Flavio Chigi.
In ultima analisi, attraverso il lavoro di ricerca e di studio, sembra possibile indicare nella figura di Giovanni Antonio De Rossi (1616 - 1695) il riferimento per la progettazione di alcuni rilevanti manufatti architettonici nel tridente di Albano. Il suo quasi contemporaneo coinvolgimento nel piano urbanistico di Genzano (dal 1636, al seguito del maestro F. Peparelli, fino a tutti gli anni '60 del Seicento) e soprattutto la diffusa presenza nel tridente albanense dei suoi abituali committenti (D'Aste, Baccelli, Nunez, ecc.) consente di ipotizzare, se non un diretto coinvolgimento dell'architetto, quantomeno una sua rilevante influenza nella definizione delle scelte tipologiche e lessicali di alcuni edifici
Materiali e discussioni per l'analisi dei testi classici. Indici 1-60
Il volume raccoglie e riassume tutti gli articoli apparsi nei volumi 1-60 della rivista «Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici» («MD»), nel periodo compreso tra il 1978 e il 2008. Esso è diviso in tre parti. Nella prima sono riportati in successione i singoli numeri della rivista, con il relativo sommario. Nella seconda compaiono gli articoli riuniti in sequenza cronologica, sotto il nome dell’Autore e ognuno con un proprio numero d’ordine: di ogni articolo è fornito il sunto, con i concetti, le argomentazioni salienti, i principali luoghi discussi. Nella terza parte sono elencati gli Autori antichi e i Nomi e parole notevoli, con il rinvio al numero d’ordine dell’articolo. Le schedature dei numeri 1-30 sono curate da Andrea Cucchiarelli, quelle dei numeri 31-60 da Simona Fortini.The volume collects and summarizes all the articles published in Volumes 1-60 of the journal "Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici” ("MD"), in the period between 1978 and 2008. It is divided into three parts. In the first part the individual issues of the journal are summarized with the table of contents. In the second part the articles appear in chronological order, under the name of the author and each with its own serial number: each item is provided with a summary including the main points of argumentation and the loci discussed. The third part contains the indexes of the ancient authors, of the names and of the most relevant things and words, with reference to the number of the item. The profiling of the numbers 1-30 is cared for by Andrea Cucchiarelli, those of the numbers 31-60 by Simona Fortini
Boccaccio nel Seicento: censure e recuperi della "compassione"
SIMONA MORANDO, Boccaccio in the sixteenth century: censorship and recovery ofthe «compassion»
In the introduction of this paper, the literature of the seventeenth century is defined as a writing of compassion but not of consolation (quotations from Giovanni Cisano, Torquato Accetto, Emanuele Tesauro, G. B. Marino). The distance between the
writers studied here and Boccaccio is due to the censored editions of the Decameron in sixteenth century, to the censorship of Boccaccio as a «maestro d’amore», to his unrefined language, to his interpretation by many critics as a light and burlesque author. But, as reported in a writing by Boccalini, Boccaccio’s Latin works are very much appreciated in seventeenth century literature. This is especially the case of De casibus virorum illustrium, a gloomy and pessimistic book about misfortunes of famous men and about compassion, which nevertheless believes in the ability of letters to give back fame to ruined men. As shown in the conclusion
through some writings by Tassoni, many other seventeenth century authors do not have this kind of hope
Padre Bernardo della Torre architetto della Congregazione della Missione (1715-1749)
La ricerca si concentra sull’analisi dell’attività architettonica di padre Bernardo Della Torre (Genova 1676 – Tivoli 1749), sacerdote appartenente alla Congregazione della Missione, che per il proprio ordine ricoprì varie cariche di governo e, soprattutto, il ruolo di architetto. Si tratta di un personaggio quasi del tutto sconosciuto ai repertori d’arte, principalmente legato alla chiesa romana della SS. Trinità in Montecitorio, consacrata nel 1743 e demolita nel 1914 per “motivi di pubblica utilità”. Altra opera a lui riferita è la chiesa dell’Annunziata a Tivoli, consacrata nel 1741; le interessanti fattezze compositivo-tipologiche, rare in area romana e laziale, e l’alta qualità architettonica di quest’ultima chiesa hanno fornito l’input iniziale per una ricerca preliminare che ha fornito dati di estremo interesse.
Lo studio della bibliografia storico-religiosa della Congregazione della Missione, fondata a Parigi nel 1625 da san Vincenzo de Paoli e detta anche dei “padri lazzaristi” o “vincenziani”, ha portato all’attenzione dell'autore numerose altre fabbriche progettate e realizzate dal Della Torre; tali costruzioni, destinate alle varie attività dei padri – conventi, collegi, casini per villeggiatura estiva – sono situate in varie località della Provincia Romana dell’ordine, un vasto territorio (i cui confini coincidono con quelli dello Stato Pontificio) governato tra il 1722 e il 1742 dallo stesso sacerdote. Dalla lettura delle fonti bibliografiche, tanto le più antiche (tardo-ottocentesche), quanto quelle più recenti, è emersa una figura di sacerdote estremamente versatile e dinamica, in grado di amministrare un vasto territorio in una fase delicata della storia dell’ordine: negli anni venti – quaranta del XVIII secolo, infatti, si registrò una crescita iperbolica per i lazzaristi, che vide l’apertura di un gran numero di nuove case in tutta Europa e l’affidamento di numerose missioni estere. Tra i motivi di tanta popolarità, la beatificazione (1729) e la successiva canonizzazione (1737) del fondatore Vincenzo de Paoli, eventi in cui Bernardo Della Torre ebbe un ruolo di primo piano, mettendo al servizio della propria comunità la buona reputazione di cui godeva presso la corte pontificia, per accelerare quanto possibile il processo di canonizzazione.
L’affluenza sempre maggiore di aristocratici e prelati nelle case della Missione, desiderosi di praticarvi gli esercizi spirituali, determinò l’esigenza di edificare nuove residenze per i vincenziani e di ampliare o ristrutturare quelle già esistenti, spesso ricavate in case di abitazione civile o ex-conventi appartenuti ad altri ordini. A tale esigenza abitativa era possibile far fronte, grazie alle generose donazione degli esercitandi e di vari protettori della congregazione lazzarista.
Identificate le varie fabbriche lazzariste di quegli anni, è stato possibile rintracciare formule compositive, distributive e linguistiche comuni, codificate da padre Bernardo assieme a due confratelli dotati di cognizioni ed esperienza tecnica, che si alternarono con lui nella supervisione dei cantieri. Si tratta di schemi e stilemi facilmente riscontrabili negli edifici dell’ordine, che fino ad oggi non erano ancora stati “messi a sistema”, per tracciare le linee generali di quella che è, a questo punto, possibile definire come architettura vincenziana: un’architettura nata con Bernardo Della Torre, le cui linee guida furono seguite nelle fabbriche di case e collegi lazzaristi sino all’inizio del Novecento.
Lo scandaglio dei carteggi, custoditi principalmente presso l’Archivio del Collegio Leoniano di Roma, ma anche negli archivi diocesani, comunali e di Stato di varie città italiane, ha consentito di confermare le attribuzioni al Della Torre che già erano state elencate dalla bibliografia storico-religiosa; la ricostruzione del quadro è stata completata tramite l’aggiunta di nuove opere al corpus. L’analisi dei documenti raccolti, confluiti nella corposa appendice allegata alla tesi, è stata affiancata da uno studio diretto dei manufatti architettonici ancora esistenti, che sono stati visitati e rilevati dall'autore, al fine di distinguere l’apporto progettuale del sacerdote rispetto ai numerosi interventi postumi spesso subiti dai fabbricati. Si tratta, infatti, di edifici che, dopo l’Unità d’Italia, sono stati confiscati alla Congregazione per essere adibiti ad altri usi e, pertanto, vi sono state apportate pesanti modifiche, non rispettose delle loro valenze storiche e artistiche. Per quanto concerne l’opera più nota del sacerdote-architetto, la chiesa della Trinità in Montecitorio a Roma, lo studio delle vicende costruttive è stato integrato dall’elaborazione di grafici ricostruttivi, sulla scorta delle descrizioni, delle piante e delle fotografie d’epoca rinvenute, al fine di comprenderne meglio – e, al tempo stesso, di metterne in risalto - i caratteri tipologici e linguistici.
Una parte consistente della ricerca ha riguardato le origini di Bernardo Della Torre, al fine di rintracciare notizie sulla sua formazione di architetto. Nonostante la quasi totale mancanza, tra i documenti, di menzioni al suo trascorso secolare (in linea con un’antica consuetudine lazzarista), è stato possibile identificarne con precisione il nucleo familiare all’interno dell’albero genealogico dei Della Torre, una famiglia ligure di antiche e nobili origini, che all’epoca di Bernardo era ramificata in varie linee che occupavano posizioni più o meno elevate nel contesto socio-politico della Repubblica di Genova. L’individuazione del background in cui il Della Torre è stato educato ed istruito, unita alle poche informazioni rintracciate circa la sua formazione architettonica, ha consentito di comprendere aspetti che ricorreranno costantemente nella sua successiva carriera di sacerdote-architetto, sia nei rapporti umani e lavorativi, sia in alcune determinate scelte progettuali.
L’indagine ha riguardato anche la personalità di Bernardo Della Torre, personaggio, come detto, ben visto nell’ambiente ecclesiastico romano. È stato dedicato ampio spazio soprattutto allo studio del rapporto di amicizia col cardinale Giulio Alberoni, già da tempo messo in luce da alcuni studiosi vincenziani: ne è emerso che il Della Torre, vero e proprio uomo di fiducia del porporato nell’amministrazione dei suoi beni romani, ne svolgeva attività di consulenza in alcune sue imprese architettoniche; in tal modo è stato possibile chiarire la questione dell’attribuzione, finora irrisolta, della fabbrica del Collegio Alberoni presso Piacenza. Il riconoscimento di alcune peculiarità nei progetti studiati ha consentito inoltre al dottorando di proporre nuove attribuzioni al Della Torre, riconoscendone la mano anche nelle chiese di San Vincenzo de Paoli a Genova e in quella dei Santi Severo e Carlo Borromeo (oggi San Pére Nolasc) a Barcellona; tali ipotesi attributive, non confermabili con certezza a causa della perdita di numerosi fondi documentari, sono avvalorate dalle vicende biografiche del sacerdote-architetto, presente nelle due città, ligure e catalana, negli anni in cui le chiese citate venivano erette.
È stata infine dedicata grande attenzione ad ogni menzione, nei carteggi, ai rapporti di Bernardo Della Torre con alcuni architetti e artisti di rilievo attivi a Roma nella prima metà del Settecento. È stato possibile delineare la figura di un uomo ben inserito nel suo ambiente artistico-culturale, come confermato da numerose assonanze, rilevabili tra le sue opere e quelle di molti suoi colleghi laici, vicini da un lato alla figura-guida di Carlo Fontana, dall’altro all’ambiente ecclesiastico corsiniano, di cui lo stesso Della Torre faceva parte. Si tratta infatti di composizioni lineari, basate su schemi modulari che derivano dalla rilettura del patrimonio barocco, in una chiave semplificata che offre un ruolo primario alle esigenze funzionali, statiche, igieniche; tale reinterpretazione della lezione dei grandi maestri è resa esplicita grazie alla sintassi adottata per tali nuove fabbriche: un linguaggio elegante, in cui si riscontrano rimandi ai capolavori tanto del Bernini, quanto del Borromini.
Il lavoro condotto da Marco Pistolesi costituisce la prima opera dedicata all’architettura lazzarista e approfondisce in modo analitico la carriera del suo progettista principale. La personalità di Bernardo Della Torre, finora inedita, è ben collocabile tra le differenti tendenze architettoniche che si contrastano e affiancano nel panorama culturale del primo Settecento romano, tra istanze progettuali funzionaliste e richiami, nella decorazione, alla grande stagione barocca che volgeva al termine. Tale studio si colloca in un clima critico caratterizzato, da un lato, dalla rivalutazione di tanta produzione architettonica, oggi definita “dell’Arcadia”, e dall’altro dalla riscoperta di figure professionali interessanti, finora sottovalutate, come quelle degli architetti interni alle congregazioni religiose.
Le difficoltà dovute alla quasi totale mancanza di studi analitici e critici, dedicati non solo al personaggio di Bernardo Della Torre, ma anche a gran parte delle architetture lazzariste, sono state affrontate attraverso un lavoro di ricerca sviluppato su più fronti, che ha consentito di restituire un quadro ancor più interessante di quanto ipotizzabile all’inizio del triennio di dottorato. L’accurata indagine archivistica, l’analisi diretta dei manufatti architettonici e lo studio della recente bibliografia sul Sei e Settecento italiano – e in particolar modo romano - hanno costituito passaggi fondamentali e ben affrontati nell’ambito del lavoro di ricerca. Inoltre, l’elaborazione grafica, volta a rilevare le fabbriche superstiti e a restituirne le fattezze trasformate o andate perdute, è stata efficacemente impiegata, tanto da rappresentare un ottimo momento di sintesi dal punto di vista conoscitivo e interpretativo e da corredare in maniera adeguata un’opera innovativa, basata su contenuti validi, esposti in una forma chiara e brillante
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