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    Le corps du social. Esquisse pour une sociologie existentielle

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    L’étude de la société, étroitement liée à la réflexion théorétique, s’est aujourd’hui transformée en technique de mesure : quantification exacerbée, réduction simpliste du phénomène humain. Dans une société fragmentée et individualiste la sociologie reproduit ce qu’elle observe, donnant vie à une myriade d’études le plus souvent insignifiantes. La science du social a perdu ce regard d’ensemble qui en faisait une conscience critique. Le livre de Claudio Tognonato est une tentative de réconciliation entre sociologie et philosophie, proposant pour cela un point de rencontre existentiel, un pivot lié à l’oeuvre de Jean-Paul Sartre. Il en découle un raisonnement articulé parcourant un secteur intermédiaire, où la philosophie n’est pas abstraite mais insérée dans le tissu social et où la sociologie devient une recherche des causes profondes de la construction de l’individu et du collectif. Il s’agit là de poser les bases d’une sociologie existentielle capable de rendre compte du quotidien, cherchant à mettre en perspective le monde désenchanté de la science et le monde évanescent des philosophes idéalistes. Le défi de l’existentialisme correspond à une opération de sauvetage de l’être humain qui ne se reconnaît plus dans ses propres choix et a abandonné ses aspirations de départ. Ce défi n’est toutefois pas privé et isolé, mais plutôt social, car c’est dans son environnement que l’être humain cherche de nouveaux horizons dans la construction de soi. La lutte de l’individu pour se retrouver lui-même passe inexorablement au travers du monde : un monde à faire

    "Argentina, a Faenza le orme della dittatura"

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    Pochi giorni prima dell'anniversario del trentennale del colpo di Stato in Argentina la città di Faenza ha dato una dimostrazione di grande sensibilità. Il 21 marzo la Giunta comunale, su proposta di Renzo Bertaccini, ha aggiudicato l'onorificenza del «Faentino lontano» alla signora Elda Casadio nata a Faenza nel 1926 e residente in Argentina.Disgraziatamente Elda Casadio, Madre di Piazza di Maggio, è morta qualche settimana dopo aver saputo dell'onorificenza in seguito ad una rapina subita preso la sua abitazione di Buenos Aires. Una faentina lontana e profondamente vicina, una compaesana del tristemente celebre cardinale Pio Laghi, quel Nunzio Apostolico che nell'Argentina della dittatura militare - con 30.000 oppositori o presunti tali sequestrati, torturati e gettati ancora vivi in mezzo al mare - sceglieva il silenzio. Perché il cardinale Laghi, come Elda Casadio, è di Faenza. Laghi nacque nel 1922 a Castiglione di Forlì, piccolo paese vicino a Faenza, da una famiglia di contadini. Il padre lo iscrisse alla scuola ginnasiale dell'Istituto Salesiano di Faenza e vista la dedizione del bambino, alcuni benestanti della città hanno contribuito a fargli continuare gli studi, andati poi avanti con successo nella carriera ecclesiastica.Quanto a Elda Casadio, nel 1944 conosce un giovane soldato polacco, Stanislao Koval, in Italia per liberarla dall'occupazione tedesca. Finita la guerra decidono di sposarsi e nel 1945 nasce il loro figlio, anche lui Stanislao. Senza lavoro e con un bimbo a carico, nel 1946 decidono di tentare fortuna in Argentina. «Siamo partiti con un baule», raccontava Elda. «Ci siamo sistemati in una piccola casa di legno e lamiera». Quando tutto sembrava procedere per il meglio, un giorno sono arrivati i militari: «pensavo di essere tornata al clima della guerra qui in Italia, ma nemmeno i tedeschi hanno fatto quello che è successo in Argentina. Stanislao aveva 31 anni, è stato portato via il 28 maggio 1976». Quel 28 maggio Elda vide per l'ultima volta Stanislao: «Il mio ragazzo era dentro un'auto, con un bavaglio sulla bocca e un uomo che gli teneva una pistola puntata alla tempia». «Un paio di mesi dopo il sequestro di mio figlio andai da Monsignor Laghi, nella sede della Nunziatura apostolica. Appena entrata gli dissi: Monsignore, io sono di Faenza, ho un figlio desaparecido. Mi guardò e mi chiese: Suo figlio era un comunista? Non era un comunista ma anche se lo fosse stato, si deve uccidere per una idea?» Pio Laghi non ha fatto nulla per Stanislao, diceva di avere le mani legate.Anche per questo venerdì 12 maggio a Faenza, alla presenza dell'autore, è stato presentato l'ultimo libro di Horacio Verbitsky, L'isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, un'indagine sulle connivenze tra la Chiesa cattolica e dittatura. Domenica scorsa, in occasione della Solennità della Beata Vergine delle Grazie, patrona della città di Faenza, la Chiesa diocesana ha festeggiato i 60 anni di sacerdozio dei cardinali Pio Laghi e Achille Silvestrini. Un gruppo di giovani ha distribuito un volantino che, dopo aver ricordato i silenzi del cardinale, chiede «Chi è il cardinale Laghi e cosa ha da festeggiare oggi la Chiesa?».La notte precedente, qualcuno aveva incollato due scarpe di donna sul gradino del Duomo, a ricordare le tante madri di desaparecidos che ancora aspettano giustizia. Inutile dirlo ma le scarpe, al mattino, sono state rimosse

    Una fabbrica diversa per l'America Latina

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    StorieIl movimento di autogestione operaia si estendeUna fabbrica diversa per l’America Latin

    Per l'Argentina il bianco delle Madri

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    Per l'Argentina, il bianco delle Madri «Le Pazze. Un incontro con le Madri di Plaza di Mayo» di Daniela Padoan. Testimonianze, interviste e racconti per tessere la tela di una storia che non si vuole dimenticareCLAUDIO TOGNONATODifficile dire quando inizia una storia, «la storia». In questo caso diremo che la storia delle Madri di Piazza di Maggio inizia all'alba del 24 marzo 1976 quando la Giunta militare, capeggiata da Jorge Videla, mise in atto ciò che sei mesi prima aveva pubblicamente promesso. Anche per questo il colpo di stato non sorprese nessuno. Anzi, alcuni furono finalmente appagati da una stupida attesa. Non sarebbero stati delusi: si apriva quel giorno la pagina più nera della storia argentina. «Alle due di notte, fecero irruzione nel nostro padiglione le Forze congiunte dell'Esercito, Gendarmeria penitenziaria e Polizia provinciale - racconta Julian Monteros, all'epoca detenuto nel carcere di Tucumán - Quella notte fu la più lunga della mia vita. Ci picchiarono fino all'alba e chi cadeva moriva. Tutta la notte fino alle otto del mattino, continuarono a colpirci dicendo che era finita la democrazia, che eravamo morti (...) quella notte passammo dalla categoria di prigionieri politici a desaparecidos (...) a partire da quel giorno fummo torturati in ogni momento, mattino, giorno, sera e notte». Era quel 24 marzo 1976 e nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe accaduto.Le Pazze. Un incontro con le Madri di Plaza di Mayo di Daniela Padoan (Bompiani, pp. 423, € 9,50) dà voce alle Madri e ad alcuni sopravissuti che testimoniano ciò che accade negli anni della dittatura militare argentina (1976-83). Il libro è un insieme di frammenti di vita raccolti in conversazioni tra l'autrice e le Madri, svolte durante un lasso di cinque anni. Tra di loro non poteva mancare Hebe de Bonafini, storica presidente dell'Associazione, che all'epoca era una semplice mamma, donna di casa, senza eccessive preoccupazioni politiche. Ora dopo la scomparsa dei suoi figli descrive con freddezza le ragioni strutturali che hanno scatenato il golpe. L'obiettivo della sistematica repressione era quello di imporre «un piano economico spaventoso, grazie al quale alcune persone sarebbero diventate immensamente ricche, e milioni e milioni enormemente poveri. All'inizio non capivamo cosa c'entrasse questo con la scomparsa dei nostri figli, ma poi abbiamo capito che, per applicare quel piano, era necessario far scomparire tre generazioni». Quel piano economico di cui parla Hebe de Bonafini è quello che, dopo essere collaudato in Cile e in Argentina, sarebbe stato adottato come modello di sviluppo dal Fondo monetario internazionale. Le Madri sanno che i loro figli sono stati fatti scomparire perché il progetto neoliberista fosse messo alla prova.Attorno all'obeliscoSe visitate l'Argentina, a Buenos Aires non vi scordate di andare in Piazza di Maggio, magari un giovedì, magari alle 15.30. Sì, saranno lì. Come sempre sono state da quando i loro figli, mariti, fratelli sono svaniti nel nulla inghiottiti tra le ombre della notte. Sono lì e non le troverete mai ferme, le troverete girando intorno all'obelisco con il loro fazzoletto bianco in testa. Sono anziane, sono diventate anziane su questa piazza. Alcune sono morte, ma non crediate d'incappare in un gruppo penoso di donne invecchiate che si lamentano del loro tragico destino. (...segue

    Jean-Paul Sartre: Le ragioni della libertà

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    il manifestomercoledì 13 aprile 2005Jean-Paul SartreLe ragioni della libertàclaudio tognonatoCent’anni fa, a Parigi, nasceva Jean-Paul Sartre, un protagonista indiscusso del secolo breve. Lo scrittore Bernard-Henri Lévy sostiene che quello che si è concluso è Le siècle de Sartre, ma ci sono anche altri pareri, molti personaggi importanti e soprattutto non è necessario “privatizzare” anche i secoli. In queste ultime settimane sono usciti articoli in giornali e riviste di ogni parte del mondo, forse troppi. In Italia la commemorazione non si è fatta attendere, Sartre è stato per lo più banalizzato e attaccato riducendo il suo pensiero a poche frasi e puntando su di esse tutta la artiglieria per demolirne ogni possibilità di recupero. Una prassi a cui ci ha abituato la società dello spettacolo, si fissa polarizzando e si ripete fino alla nausea annullando l’informazione. La saturazione è il nuovo nome della censura. A questo centenario della nascita domani si aggiunge un altro anniversario, il 15 aprile 1980, venticinque anni fa, moriva Sartre e una folla oceanica accompagnava la salma del filosofo al cimitero di Montparnasse. “È l’ultima manifestazione del ‘68” direbbe Claude Lanzman a Simone de Beauvoir. Oggi, vita e morte di Sartre sono due appuntamenti a cui i riflettori dell’oblio non possono mancare. Si festeggia anche per dimenticare. Come scriveva Jean Baudrillard: “la commemorazione è l’opposto della memoria”. Il manifesto non ha partecipato a queste celebrazioni, noi siamo dalla parte del torto, dalla parte di Sartre, dalla parte di colui che, molti anni fa, ha sostenuto anche la nascita di questo quotidiano. Perché nemmeno il pensiero di Sartre è un oggetto di venerazione, lo si legge, si discute, si critica e si usa per capire e cambiare la realtà. È un pensiero engagé che abita il mondo, un punto di vista che preme per costruire una società più umana, un pensiero irriverente in lotta contro il potere. Le cerimonie e i monumenti non trovano spazio in questa filosofia, così come non lo hanno trovato nella vita di Sartre che rifiutò ogni riconoscimento, perfino il premio Nobel di letteratura nel 1964. L’unico a farlo. Disse in un’ intervista a Le Nouvel Observateur dopo il suo scandaloso rifiuto: “Se avessi accettato il Nobel -anche se a Stoccolma avessi fatto un discorso insolente, il che sarebbe assurdo- sarei stato recuperato.” Sartre non accetta di essere parte di una logica che rifiuta, vuole restare il filosofo contro, lo scrittore che non vuole compromessi né false mediazioni, non vuole che si dica: “è uno dei nostri, finalmente l'abbiamo recuperato”. Il ruolo dell’intellettuale va oltre lo stendere libri, per Sartre conoscere è agire. “La funzione dello scrittore -dirà- è di far sì che nessuno possa ignorare il mondo o possa dirsi innocente”. L’intellettuale deve ogni qualvolta scegliere se mantenere in vita un mondo ingiusto o impegnarsi per cambiarlo. Non c’è spazio per la passività, chi si tira indietro per non prendere posizione sceglie di non partecipare. (...segue

    Bariona di Jean-Paul Sartre su Wikiradio, Radiotre

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    La prima piéce di teatro di Jean-Paul Sartre è Bariona, ma è anche quella meno conosciuta. Scritta mentre era prigioniero in un lager tedesco, Sartre vuole scrivere e rappresentare il Natale. E' qui che scoprirà la forza comunicativa del teatro
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