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    Effetto Italian Thought

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    Ormai quell’insieme di pratiche discorsive, che ha assunto il nome di Italian Thought, costituisce un riferimento centrale nel dibattito filosofico continentale. Operaismo e biopolitica, il pensiero della differenza, l’interrogazione della vita, il problema del linguaggio in un’estensione che costeggia talune rilevanti espressioni artistiche, la domanda intorno agli spazi politici – sono i nuclei propulsori di un modo di fare filosofia, caratteristico del “pensiero italiano”, che va acquisendo sempre maggiore peculiarità e autorevolezza. Oltre che un orizzonte concettuale, tale pensiero è diventato perciò un dispositivo teorico generatore di effetti culturali e politici. Come questo libro dimostra. Partendo da un confronto critico tra Roberto Esposito e Antonio Negri, da un saggio di Remo Bodei e un’intervista a Mario Tronti, esso squaderna tali effetti attraverso una nutrita serie di interventi e discussioni. Senza cercare una sintesi, impossibile, di un’elaborazione ancora in corso e refrattaria a ogni unità presupposta, ma mostrando un percorso in evoluzione, fatto di accostamenti e attriti, di sintonie e conflitti, in cui l’Italian Thought riconosce il proprio senso

    Violenza dell'umano/(Non-)violenza dell'inumano

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    Quale può essere oggi la risposta della filosofia alla violenza? Di fronte ad un fenomeno che, nel suo intensificarsi e spettacolarizzarsi, sembra sempre più eccedere lo spazio di un suo possibile contenimento concettuale, la filosofia è chiamata a riorganizzare e a problematizzare il proprio discorso. Se la violenza è assunta come ciò che tende a separare, perché introduce sia una cesura all’interno dell’individuo, allontanandolo dalla sua stessa umanità, sia un’interruzione nello spazio della condivisione tra gli individui, ferendone la comune appartenenza all’ordine dell’umano, allora la filosofia dovrebbe assumerla come ciò che nomina la mobilità del confine tra umano e disumano. In questo saggio si cerca appunto di pensare lo spazio aperto da tale movimento di scarto continuo all’interno dell’umano. In modo particolare, il saggio si confronta con le posizioni di Judith Butler e Slavoj Žižek, analizzando e discutendo il ruolo che, nelle loro analisi, assume l'inunamo, ovvero il fondo abissale aperto dalla cesura della violenza nell'umano

    L'evento

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    Nel gruppo dei 7 trattati inediti compresi nella III sezione della edizione delle opere di Martin Heidegger, L’evento è il testo che, dopo i Contributi alla filosofia (Dall’evento) con cui è stata inaugurata la pubblicazione dei trattati, introduce nel cuore pulsante della riflessione heideggeriana. In questo scritto, composto tra il 1941 e il 1942 attorno alla parola-guida Ereignis (evento), Heidegger ripercorre e approfondisce temi, questioni, figure che sono al centro della sua filosofia a partire dalla metà degli Anni Trenta: il pensiero della storia dell’essere, il primo e l’altro inizio del pensiero, la questione della verità, la differenza di essere ed ente, la critica della metafisica e della modernità, il destino dell’Occidente e dell’Europa, il ruolo e il compito dell’uomo, il rapporto, infine, tra la filosofia e il pensiero e tra il pensiero e la poesia

    Got(t)heit: a Deidade em Ekhart e Heidegger

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    Il saggio analizza la presenza nella riflessione heideggeriana sul divino della mistica eckhartiana

    Vernunftreligion und Offenbarungsglaube.Zur Erörterung einer seit Kant verschärften Problematik

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    Das Artikel versucht die Bestimmung des Verhältnisses von Philosophie und Offenbarung im späten spekulativen Entwurf Schelling besser nachvollziehbar zu machen. Um diesem Ziel, wird die Autorinnen ziehen, wie im Licht der heiklen Beziehung zwischen negativer Philosophie und Positiver Philosophie und der Rolle, die in dieser Beziehung Empirismus und die Beziehung auf Erfahrung einzunehmen - die fortschreitend Bestimmung des Offenbarungsbegriffs, genau genommen des christlichen, eine Veränderung der Philosophie entspricht

    ‘We have nothing in common’: Rethinking community and the mechanisms of creating a sense of belonging

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    We live in an era of crisis for community and commonality. Our present experience, as noted by Derrida, is that of an aporia at the heart of belonging. Yet, it is in the very space torn apart by this aporia that we can try to conceive of a new sense of community and transform our way of thinking about being in common, which means the deconstruction of “Us” and of its enunciation. In the light of such a deconstruction, what makes for effective and powerful change in a struggle for emancipation, or in a protest for the recognition of one or more rights, when carried out by a collective movement or a group? This paper aims to answer that question, by seeking to investigate the conceptual and theoretical mechanisms that make a plural subject’s protest or claim concrete in its quest for justice and equality, in the face of a growing and likewise concrete (or real) inequality

    L'esistenza plurale dell'umano

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    Il problema che le questioni umanitarie e quelle relative ai diritti umani universali e alle loro sistematiche violazioni pongono è proprio quello di come intendere l’umanità: questa, che dovrebbe estensivamente accomunarci tutti, in pratica si definisce come un ambito che determina esclusioni. Come intendere infatti l’universale umano, e la conseguente partecipazione ad esso dei singoli individui, al di là di ogni chiusura identitaria e dell’illanguidimento, nell’astratto, delle singolarità, delle determinazioni e delle particolarità di ciascuno? È possibile pensare un’appartenenza, una comunione, un essere insieme che dia sostanza e spessore e quindi senso concreto a un’oggettività e un’uguaglianza formali valide indistintamente per tutti? Si dà cioè per l’uomo la possibilità di sostenere e per certi versi superare la tensione tra universale e particolare, tra l’essere allo stesso tempo membro del genere comune e singolarità unica e irriducibile. Un tentativo di soluzione a questa serie di problemi può venire dalla proposta di pensare differentemente – altrimenti – l’essenza umana, la partecipazione dell’uomo all’essere che non risulti seriale e omologante. Quella che nel saggio si vuole tentare di discutere e verificare è la proposta teorica di un pensiero dell’umano che pensi quest’ultimo al plurale. Secondo questa prospettiva, l’universalità dell’umano non esaurirebbe le singole identità nell’unica e totale Identità, non si concepirebbe come associazione astratta e comune dell’“umanità”, ma esprimerebbe il per altro delle relazioni, il costitutivo essere per sé e per gli altri nelle e attraverso le relazioni. L’universalità non sarebbe propriamente ciò che è a monte o a valle dei processi di costituzione delle soggettività, bensì si configurerebbe come il tra delle relazioni tra gli individui, il tessuto connettivo dei legami tra i soggetti

    Arendt e le “immagini di pensiero”. Sulla funzione ipotipotica della letteratura

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    The paper defines a hypotypotical function of literature. First, it provides a philo- sophical definition of hypotyposis found in § 59 of Kant’s "Critique of Judgment." Second, it attempts to apply this function to Arendt’s use of literature in order to demonstrate the specific theoretical dimension of this use. In particular, the paper analyzes Arendt’s reading of Kafka as a “constructor” of mental models, i.e., Denkbilder. Finally, two examples of the application of this hypotypotical function of literature in Arendt’s works are examined: "The Origins of Totalitarianism," which focuses on Conrad’s "Heart of Darkness" and Kipling’s "Kim," and "On Revolution," which examines Melville’s "Billy Budd" and Dostoyevsky’s "The Legend of the Grand Inquisitor.
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