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    Sulla fondazione di Manziana. Dal tenimentum castri Sanctae Pupae al piano ideale del Santo Spirito

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    Il centro urbano di Manziana deriva la sua localizzazione e il toponimo da un contesto ambientale di origine molto antica, collegato agli assi di collegamento tra il mare e l’entroterra dell’Etruria meridionale. Luoghi sacrali di età classica, avrebbero subito in età medievale una progressiva sostituzione funzionale e simbolica da parte della divulgazione del cristianesimo antico in un’area poi fittamente popolata di esperienze monastiche e anacoretiche. Anche l’impianto urbano di Manziana, sulla corona del lago vulcanico di Bracciano, recupera da ancestrali assialità romane i riferimenti di orientamento degli assi di accesso, convergenti verso la piazza centrale. Colonia rurale dell’Arciospedale del Santo Spirito, a fine ‘500 conosce un organico piano di razionalizzazione urbana, non privo di significative connotazioni semantiche, dovuto al bolognese Ottaviano Mascherino, architetto del Santo Spirito, esperto erede della grande tradizione del Rinascimento italiano, già allievo e collaboratore del Vignola. Il volume ripercorre la vicenda evolutiva del nucleo urbano e del suo edificio più rappresentativo, il palazzo del Santo Spirito (poi Tittoni), analizzando le tracce fortificate più antiche, le trasformazioni feudali d’età moderna, fino alle rifunzionalizzazioni novecentesche, sulla scorta di importanti fondi documentari e di una rilettura critica dei celebri disegni del Mascherino conservati nelle collezioni dell’Accademia di San Luca

    Bianco come mimesi, allusione, fusione. Bernini, Borromini ... Mies van der Rohe

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    Significati e intenzioni diverse spingono i capofila della cultura barocca alla scelta del bianco come elemento caratterizzante di particolari ambientazioni. Bernini adotta l’opzione monocroma in interni connotati da destinazioni auliche, ma più spesso ricerca, attraverso la grana e la purezza cromatica del travertino romano, l’ideale di una architettura “naturalizzata”, mimesi del mondo naturale. Innestata di eruditi rimandi allegorici, invece, la candida architettura borrominiana vuole rappresentare non una natura imitativa o narrativa, ma una convincente allusione delle forze agenti, delle tensioni drammatiche e dei significati simbolici che la pervadono. Possibile sintesi tra i due atteggiamenti è leggibile nell’opera di Ludwig Mies van der Rohe, pur nella evidente differenza contestuale. La sua attenzione maniacale a dettagli e soluzioni tecniche richiama metodi borrominiani, ma l’uso del colore assimila le sue scelte a obiettivi berniniani. Solo in un cantiere, quello di villa Farnsworth, Mies sceglie per un architettura totalmente bianca: una deliberata neutralizzazione degli elementi costruttivi per lasciare spazio da assoluta protagonista alla natura circostante, a consentire una fusione visiva e ideale con la policromia delle foreste dell’Illinois.There is a series of various meanings and intentions which led the foremost masters of Baroque architecture to choose the colour white as the characterising element for certain environments. Bernini choses the monochrome palette for interior spaces destined to the nobility, but more often searches, through the grain and chromatic purity of Roman travertine, the ideal of a “naturalised” architecture, as mimesis of the natural world. Grafted instead with erudite allegorical references, Borromini’s candid architecture does not want to represent an imitative or narrative nature, but rather a convincing allusion to the acting forces, to the dramatic tensions and symbolic meanings that pervade it. A possible synthesis between the two positions is identifiable in the work of Ludwig Mies van der Rohe, notwithstanding the evident contextual difference. His obsessive attention to detail and technical solutions recalls Borromini’s methods, whereas his use of colours is closer to Bernini. Only in the case of Farnsworth House did Mies choose a purely white architecture: a deliberate neutralisation of the building elements, with the purpose of ceding the main role to the surrounding nature, thus allowing a visual and ideal fusion with the polychromatic nature of the Illinois forest

    L'architettura dei Carmelitani Scalzi in età barocca. Principii, norme e tipologie in Europa e nel Nuovo Mondo

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    The middle age Carmelite Order, reformed by the mystical nun Teresa d’Avila in Spain at half sixtheenth century, matured original and autonomous bulding rules and figurative politics in the crucial passage bettween ‘500 and ‘600, and between european urban convents and missionary foundations in the colonial countries of America. Large number of churches and convents in Spain, Italy and other european and american countries are connected to general typologies and principles as poverty, sobriety, humilty, expression of the spiritual aims of the Order, also explainable as the actual translation of the traditional Vitruvian categories of firmitas, venustas and utilitas. The result is a functional, humble, simplified, proto-razionalist architecture, often carried out by internal tecnicians, nevertheless not destitute of symbolical intentions and spectacular outcomes as Cornaro Chapel in S. Maria della Vittoria mission’s seminary in Rome. The volume examines the Order throughout Italy, but also takes a wider look at Carmelites in Europe and the New World, surveing a large number of churches and convents, and fleshing out the more general principles and typologies of their architecture
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