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Ameglio, Giovanni (Palermo 1854 - Roma 1921), Generale, Senatore
Governatore della Tripolitania e della Cirenaica durante e poco dopo il primo conflitto mondiale (periodo in cui si pongono le basi per le nuove urbanizzazioni delle città costiere della Libia), Ameglio è uno dei principali protagonisti delle spedizioni militari dei primi quattro decenni di espansionismo coloniale italiano. L’eco delle sue gesta d’oltremare contribuì non poco al rilancio in Sicilia del gusto per l’orientalismo e per le arabisances sia nell’arredo e nella decorazione degli interni sia in architettura (fra le tante opere di questa tendenza ricordiamo il chiosco di E. Armò in via Roma del 1912, dedicato alla sua celebre vittoria passata alla storia come “Battaglia delle Due Palme” e sito nella piazzetta omonima, e la sede dello Sport Club di F. Fichera a Catania del 1913
L'Exposition Coloniale Internationale de Paris 1931
Già nelle più importanti esposizioni parigine d’età positivista, fin dall’Exposition Universelle del 1878, la comparsa di padiglioni dedicati a terre lontane e a forme di civiltà “altre”, e quindi configurati con eclettiche strumentazioni formali (genericamente etichettate come orientaliste) riferite alle rispettive culture architettoniche e artistiche, unitamente alle installazioni di vere e proprie ambientazioni abitative di popolazioni eufemisticamente definite «puramente naturali», corredate di tutto punto e animate dalla presenza di gruppi umani e, spesso, della fauna e della flora dei paesi d’origine, aveva generato una spirale di interesse o di pura curiosità, non di rado morbosa, da parte del pubblico europeo, alimentandone però la sciovinista convinzione di una indiscutibile superiorità della civiltà occidentale. Sindrome, questa, esaltata proprio in seno alle esposizioni dallo stridente contrapporsi di questi esotici inserti architettonici, spesso ai limiti del fantastico ma anche del caricaturale, con il contesto ridondante di positivi segni o anche di feticci della modernità.
I termini negativi del confronto, per contrasti e differenziazioni, di civiltà così difformi non avrebbero risparmiato neanche le esposizioni coloniali vere e proprie, anche se non sempre questa categoria di manifestazioni era votata all’esibizione di scenografie architettoniche prossime all’immaginifico e al “distante” e di ambientazioni e spettacoli etnologici. L’origine di questo genere di esposizioni, infatti, è puramente mercantilistica (a cominciare dalla Intercolonial Exhibition of Australasia di Melbourne del 1866) e sarà solo diversi anni dopo che si assisterà alla proliferazione dei cosiddetti «villages nègres» o delle ambientazioni di taglio antropologico in genere in seno alle esposizioni.
È principalmente con l’esposizione di Parigi del 1889, organizzata nel quadro della commemorazione per il centenario della rivoluzione, che compaiono per la prima volta complesse riproposizioni esotiche, ovviamente effimere e alquanto di genere, di contesti edilizi e di ambientazioni. Ma queste, in realtà, sono solo realizzazioni episodiche (la più eclatante delle quali è la Rue du Cairo, animata con più di duecento egiziani e dotata, oltre che della imitazione della moschea di Kaid-Bey, di ben venticinque edifici); non si trattava che di un’attrazione, quasi fieristica, nell’ambito tanto della diffusa presenza di interi padiglioni ispirati agli stili storici nazionali degli stati partecipanti quanto delle ricostruzioni sincreticamente riferite a culture architettoniche del passato quanto, ancora, della sequenza di isolate riproposizioni di edifici nord africani, ottomani, mediorientali, dell’Asia orientale e dell’Oceania.
La grandiosa Exposition Coloniale Internationale de Paris del 1931 avrebbe unito la componente etnoantropologica a quella del gusto per il revival esotico risultando dal concorso di entrambe le formule fino ad allora separatamente adottate. Questo illusoria idea francese di una metafora metropolitana coloniale proposto al Bois de Vincennes era tuttavia una seducente chimera; mentre finalmente si concretizzava l’aspirazione di avvicinare con inusuale grandiosità l’esigente e curioso cittadino della Douce France e, per esteso, delle progredite nazioni occidentali alle culture dei popoli d’outre-mer questi, invece, intraprendevano quel lento e disorganico processo di autocoscienza che avrebbe dovuto portarli faticosamente al distacco dallo status di civiltà e umanità dominate
La rinascita del mobilificio Ducrot nell’Italia del «Miracolo Economico» attraverso la documentazione dell’archivio d’impresa
All’inizio degli anni Cinquanta il rilancio aziendale del mobilificio Ducrot di Palermo comprende anche la riaffermazione nel settore degli incarichi per gli arredi di sedi istituzionali pubbliche e private, di strutture alberghiere e di locali pubblici. In questo settore, denominato nella documentazione d’impresa Arredi particolari, le scelte dell’Ufficio Tecnico sono orientate ad una cauta modernità, sovente inizialmente con richiami novecentisti. L’impresa, sebbene ormai solita avvalersi del contributo di qualificati progettisti esterni (fra i quali, oltre ai nomi di Luigi Ciarlini e di Amedeo Luccichenti con Vincenzo Monaco, ricorrono i nomi di Bruno Munari, Gustavo Puitzer-Finali, Guglielmo Ulrich e, in ambito palermitano, di Michele Collura e Antonio Santamaura) e della collaborazione di artisti di primo piano (fra cui Edoardo Alfieri, Alberto Burri, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Antonio Corpora, Emanuele Luzzatti, Mario Mafai, Edgardo Mannucci, Marcello Mascherini, Fausto Pirandello, Mimmo Rotella, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova e Giovanni Zoncada), non perseguirà più autonomamente un’originale politica culturale come nel primo e, poi nuovamente, nel quarto decennio del XX secolo. Negli anni del «Miracolo Economico» l’impresa prevalentemente si limita a registrare, con garbato gusto interpretativo e dosate proposte originali, gli esiti dei nuovi orientamenti della cultura della progettazione industriale degli arredi. In effetti il grande concorso di artisti “innovativi”, e non più solo figurativi, nella definizione artistica degli interni del transatlantico Leonardo da Vinci, come del resto in altri simili incarichi successivi, è oramai dovuta a scelte maturate in altri contesti.
Svanito il miraggio del «Miracolo Economico» italiano inizierà per la fabbrica un lungo periodo di crisi, durante il quale, con alterne fortune aziendali ma sempre con alto livello tecnico, praticherà ancora il settore dei grossi incarichi, senza tuttavia scongiurare la definitiva chiusura dell’attività nel 1970.At the beginning of the Fifties, the corporate relaunch of the Ducrot furniture factory in Palermo also included the reaffirmation in the sector of the assignments for the furnishings of public and private institutional offices, hotels and public places. In this sector, called in the company documentation Furnishings details, the choices of the Technical Department are oriented towards a cautious modernity, often initially with twentieth-century references. The firm, although by now usually making use of the contribution of qualified external designers (among which, in addition to the names of Luigi Ciarlini and Amedeo Luccichenti with Vincenzo Monaco, recur the names of Bruno Munari, Gustavo Puitzer-Finali, Guglielmo Ulrich and, in Palermitan area, by Michele Collura and Antonio Santamaura) and the collaboration of leading artists (including Edoardo Alfieri, Alberto Burri, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Antonio Corpora, Emanuele Luzzatti, Mario Mafai, Edgardo Mannucci, Marcello Mascherini, Fausto Pirandello , Mimmo Rotella, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova and Giovanni Zoncada), will no longer autonomously pursue an original cultural policy as in the first and, then again, in the fourth decade of the twentieth century. In the years of the «Miracolo Economico» the company mainly confined itself to registering, with polite interpretative taste and dosed original proposals, the results of the new orientations of the culture of industrial furniture design. In fact, the great competition of "innovative" artists, and no longer just figurative, in the artistic definition of the interiors of the Leonardo da Vinci ocean liner, as indeed in other similar subsequent assignments, is now due to choices made in other contexts.
Once the mirage of the Italian "economic miracle" has vanished, a long period of crisis will begin for the factory, during which, with ups and downs in the company but always with a high technical level, it will still work in the sector of large jobs, without however averting the definitive closure of the business in the 1970s
Progettare in Sicilia al tempo del «Miracolo Economico»: il sogno di una moderna socialità nelle documentazioni degli archivi di architettura
A sette anni dalla sua fondazione la Regione Autonoma Siciliana a Statuto Speciale, istituita nel 1946, si andava affermando, nel bene e nel male, come un vero “laboratorio politico e amministrativo”. In ambito architettonico il decennio del «Miracolo Economico» in Sicilia si apre con realizzazioni significative dell’avvenuta maturazione di una cultura del progetto che, dopo le pur apprezzabili permanenze novecentiste e gli entusiasti richiami a modi razionalisti oramai datati, ma assai opportuni in quella fase di ristrettezze dell’immediato dopoguerra, aveva saputo maturare sia una peculiare linea neo funzionalista sia contestualizzate declinazioni delle tendenze “altre” rispetto all’irresistibile dilagare di un codificato International Style. Nel 1944 l’istituzione della Facoltà di Architettura di Palermo, era stato un preciso segnale, fra i tanti, relativamente alle nuove dinamiche che si andavano innescando nella società siciliana. Ancora nella seconda metà degli anni Cinquanta l’isola conosce una nuova stagione brillante quanto a risveglio culturale in diversi ambiti; dallo spettacolo alla letteratura, dalle manifestazioni sportive a quelle musicali, dall’industria cinematografica all’editoria, dalle arti visive all’architettura. Ma è proprio in questa fase della storia siciliana nell’arco dei primi due decenni di vita della Repubblica Italiana che si manifestano tensioni politiche tali da costituire indice inequivocabile di uno stato di malessere in divenire.Seven years after its foundation, the Autonomous Region of Sicily with a special statute, established in 1946, was establishing itself, for better or for worse, as a true "political and administrative laboratory". In the architectural field, the decade of the "Economic Miracle" in Sicily opens with significant achievements of the successful maturation of a culture of design which, after the appreciable twentieth-century stays and the enthusiastic references to now dated rationalist ways, but very appropriate in that phase of hardships of the immediate post-war period, he had been able to develop both a peculiar neo-functionalist line and contextualized declinations of “other” tendencies with respect to the irresistible spread of a codified International Style. In 1944 the establishment of the Faculty of Architecture in Palermo had been a precise signal, among many others, in relation to the new dynamics that were being triggered in Sicilian society. Still in the second half of the fifties, the island experienced a new brilliant season in terms of cultural awakening in various areas; from entertainment to literature, from sporting events to musical events, from the film industry to publishing, from the visual arts to architecture. But it is precisely in this phase of Sicilian history over the first two decades of the life of the Italian Republic that political tensions manifest themselves such as to constitute an unequivocal indication of a state of malaise in the making
Salvatore Caronia Roberti e la declinazione moderna della classicità nell'arredamento e nelle arti decorative
La produzione progettuale di Salvatore Caronia Roberti (Palermo 1887 - 1970) nell’ambito degli arredi e delle arti decorative è ancora oggi poco indagata; questo nonostante Caronia Roberti sia da tempo considerato il più autorevole esponente in Sicilia della cosiddetta “Scuola di Basile”. A partire dall’inizio degli anni Trenta la vocazione accademica di Caronia assume sempre più complesse valenze, scongiurando quanto di genericamente tradizionalista aveva guidato la sua emancipazione dalla “maniera” modernista. La difficile sintesi fra la volontà di conseguire forme unitarie dall’austera solidità plastica, la sottintesa aspirazione ad un’architettura di superiore livello culturale e, in ultimo, il composto ethos monumentalista, manifestatosi con pieno controllo e determinazione negli anni Trenta, avrebbe caratterizzato anche tutta la sua successiva produzione progettuale fino agli anni Sessanta. L’ideale di «nuova classicità» perseguita da Caronia Roberti (e teorizzata nel suo volume Introduzione allo studio della Composizione Architettonica, pubblicato a Palermo solo nel 1949) assume, nelle sue applicazioni migliori, il valore di parametro ordinatore di una logica progettuale tesa al perfetto equilibrio fra il tutto e i singoli componenti, sia su un piano formale che funzionale. Le sue realizzazioni di arredi e di sistemazioni di interni coprono un arco temporale che va dal tardo modernismo, al Déco, al Novecentismo; ma è solo negli anni Trenta che i suoi rapporti di collaborazione con gli artisti e con le imprese nel settore delle Arti Decorative assumono peculiari connotazioni riferibili, anche, alla sua maturazione di un’originale linea progettuale improntata ad istanze percettive che ne riformano la vocazione classicista
La Wagnerschule (Vienna 1894-1912): Wagner e la Moderne Architekture (The Wagnerschule (Vienna 1894-1912): Wagner and the Moderne Architekture)
AbstrAct
Otto Wagner, fra il 1894 e il 1912, mette in atto una riforma ‘verticistica’ di quel principio della riorganizzazione del visibile che è uno dei cardini della rivoluzione estetica dell’Art Nouveau. A differenza delle altre compagini di protagonisti del Modernismo il nucleo di allievi della sua scuola (tra cui Hoffmann, Plečnik, Deininger, schönthal, Hoppe, Fuchs), così come i suoi assistenti (fra cui primeggia J. M. Olbrich) e i fiancheggiatori esterni (valga per tutti il caso di M. Fabiani), pur non differenziandosi sul piano dell’orientamento interdisciplinare si distinguono, data la formazione, per una peculiare impronta accademica della loro preparazione ‘al moderno’ tale da consentire loro di conseguire risultati eterogenei sul piano formale ma coerenti in quanto a metodo (per l’ordinamento architettonico) e a variabili di una pur articolata gamma di codici figurali; un profilo riconoscibile nel tempo e che ha permesso alla Wagnerschule, nonostante il suo essere un fenomeno di nicchia, di segnare una svolta decisiva nella cultura del progetto d’Età contemporaneaOtto Wagner, between 1894 and 1912, carries out a vertical reform of that principle of the reorganization of the visible which is one of the cornerstones of the Art Nouveau aesthetic revolution. Unlike other Modernist protagonists, the core of pupils of his school (including Hoffmann, Plečnik, Deininger, Schönthal, Hoppe, Fuchs), as well as his assistants (among whom JM Olbrich stands out) and the external supporters (applies to all the case of M. Fabiani), although not differentiated on the level of interdisciplinary orientation are distinguished, given the formation, for a peculiar academic footprint of their preparation modern such as to allow them to achieve heterogeneous results on the formal but consistent as regards the method (for the architectural arrangement) and the variables of an even wide range of figural codes; a profile recognizable over time and that has allowed Wagnerschule, despite its being a niche phe- nomenon, to mark a decisive turning point in the culture of the project of the Contemporary Age
LE OFFICINE DUCROT NELLA DOCUMENTAZIONE D’ARCHIVIO DELLE COLLEZIONI SCIENTIFICHE DE DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PALERMO
La fabbrica Ducrot svolse un ruolo di primo piano nella cultura della produzione industriale italiana e dell’area mediterranea, almeno fino alla metà del XX secolo; fu, infatti, fra i primi mobilifici in Europa a perseguire una mediazione fra profitto e ricerca artistica; l’impresa palermitana riuscì ad imporsi anche sul mercato internazionale sia con la produzione di mobili e arredi completi di qualità sia con la realizzazione di arredi e decorazioni per gli interni di grandi alberghi, sedi istituzionali, transatlantici, prestigiose residenze ed esclusivi locali pubblici. Il definitivo salto di qualità nell’organizzazione produttiva si verifica nel biennio 1902-03 anche in seguito all’assunzione da parte di Ernesto Basile del ruolo di Direttore Artistico della produzione.
Significativo dell’orientamento culturale modernista ed anche della strategia commerciale di Vittorio Ducrot è il coinvolgimento per particolari settori della produzione di mobili e di arredi, anche se limitatamente alla prima decade del XX scolo, di artisti, attivi in Sicilia, soliti collaborare con Basile, come Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Gaetano Geraci, Salvatore Gregorietti e Antonio Ugo.
La puntuale documentazione fotografica dell’Archivio Ducrot non solo della produzione (sia di quella per il mercato sia di quella del settore degli “Arredi Particolari”, soprattutto navali) ma anche dell’organizzazione produttiva (dagli stabilimenti alle fasi di lavorazione, dalla partecipazione alle esposizioni all’organico dei dipendenti, dai macchinari ai magazzini di vendita) attesta, peraltro, l’alto livello di “cultura dell’impresa” perseguito con coerenza dall’inizio del XX secolo fino alla conclusione del Miracolo Economico.The Ducrot factory played a leading role in the culture of industrial production in Italy and the Mediterranean area, at least until the mid-twentieth century; it was, in fact, among the first furniture factories in Europe to pursue a mediation between profit and artistic research; the Palermo-based company also managed to establish itself on the international market both with the production of quality furniture and complete furnishings and with the creation of furnishings and decorations for the interiors of large hotels, institutional offices, ocean liners, prestigious residences and exclusive public places. The definitive leap in quality in the production organization occurs in the two-year period 1902-03 also following the assumption by Ernesto Basile of the role of Artistic Director of production.
Significant of the modernist cultural orientation and also of Vittorio Ducrot's commercial strategy is the involvement in particular sectors of the production of furniture and furnishings, even if limited to the first decade of the twentieth century, of artists, active in Sicily, usually collaborating with Basile, such as Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Gaetano Geraci, Salvatore Gregorietti and Antonio Ugo.
The accurate photographic documentation of the Ducrot Archive not only of the production (both that for the market and that of the "Special Furnishings" sector, especially naval) but also of the production organization (from the factories to the processing phases, from participation in exposures to the workforce of employees, from machinery to sales warehouses) certifies, moreover, the high level of "business culture" consistently pursued from the beginning of the twentieth century to the conclusion of the Economic Miracle
Fondali e scambiatori negli impianti viari delle fondazioni e trasformazioni urbane nell'oltremare italiano durante il ventennio
Between 1936 and 1942, the Italian urban culture made a decisive leap in quality in a scientific
sense with the progressive abandonment of project methods linked to outdated concepts. It is
with the experience of a small nucleus of architects and engineers engaged in the drafting of
regulatory and detailed plans for the territories of the Italian overseas, in its new consistency
increased with the occupation of Abyssinia and then of Albania, which lay the foundations for
an effective renewal of the national urban planning regulations. Despite the desire to plan a
rapid process of valorisation of the old and new overseas territories also with the urban foundations, the fascist regime would have distorted some of the fundamental principles of zoning
by experimenting on the design of the city unpublished logics of segregation. But in drafting
this restricted group of innovative plans, first of all for complexity that of Addis Ababa and Tirana, the Italian urban planners involved in these activities will equally show a new sensitivity
for the urban contexts and, at the same time, they will introduce peculiar characters of Italian
urban civilization having as a common denominator the historicized system of relationship between road and seabed
Ernesto Basile: dal progetto integrale al disegno industriale
The design in the various sectors of decorative and industrial arts for Ernesto Basile represents a unitary fact linked to architectural composition. His activity in the different artistic sectors stands out above all for his ability to identify autonomous fields of research and experimentation. The truly innovative scope of Basile’s role lies above all in his being probably the only Italian architect of international level consciously devoted to the principle of integral design and to an effective leveling of the arts. This will lead him in the arc of his entire activity, from the integral project to industrial design, to anticipate the birth of the figure of the designer
L'iperbolico nelle esposizioni dell'Oltremare fra Belle époque e Années Folles: metafore celebrative del secondo Iperialismo fra paradosso e immaginario
Fra il 1870 e lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 l’ordine mondiale sembrava incentrato sugli accadimenti maturati in seno alle nazioni protagoniste della cosiddetta «civiltà industriale». È un nuovo scenario economico e tecnologico della civiltà occidentale che riconosce nelle grandi esposizioni internazionali e nazionali, ma anche in quelle regionali e coloniali, le sedi più idonee per azioni di propaganda commerciale e politica, oltre che per sperimentazioni di nuovi prodotti, di nuovi modelli comportamentali e, infine, di nuove tecnologie e forme architettoniche.
L’Esposizione di Parigi del 1931 al parco del Bois de Vincennes l’ultima grande esposizione coloniale; sarà seguita da poche altre di questa categoria, tuttavia assolutamente non comparabili con essa, come quella di Oporto del 1934, di Dresda del 1939 e, addirittura, nel 1948 della Foire Coloniale di Bruxelles, mentre un discorso a parte, anche per le particolari logiche propagandistiche e il tipo di ordinamento, va fatto per la Mostra d’Oltremare di Napoli del 1940.
Mai nelle esposizioni coloniali precedenti a quella di Parigi erano stati perseguiti una visione d’insieme e un programma di tale portata. Oltre ad assicurarsi l’adesione di nazioni come Argentina, Brasile, Canada, Haiti, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Persia, e altre, presenti con stands nel padiglione Cité Internationale des Informations, il comitato aveva destinato gran parte dell’impianto a specifiche esposizioni coloniali di nazioni come Belgio, Danimarca, Italia, Olanda, Portogallo e Stati Uniti dotate di domini d’oltremare. I relativi padiglioni disposti a sud e a nord della parte orientale del Lac Daumesnil completavano il grandioso “villaggio d’oltremare” dei possedimenti francesi; un’insieme di padiglioni bilanciato sull’asse dell’Avenue des Colonies Françaises che, concluso dalla torre delle Forces d’Outre-Mer, si estendeva dalla Porte de Reuilly fino al confine meridionale.
L’illusoria idea parigina di una metafora metropolitana coloniale proposta al Bois de Vincennes era, in realtà, un paradosso seducente e, ovviamente, pericoloso; i cittadini della Douce France con essa si sarebbero dovuti illudere di un mondo consenziente di dominati; questi ultimi, di contro, avrebbero dovuto apprezzare la loro condizione ‘privilegiata’ rispetto a quella dei sudditi degli altri sistemi di possedimenti d’oltrematre. Da lì a trent’anni, con in mezzo il secondo conflitto mondiale (che vedrà ben altro coinvolgimento delle popolazioni dei domini europei e americani rispetto alla guerra 1914-1918), tutti gli imperi coloniali svaniranno, ma senza l’aura fiabesca materializzatasi nell’ultima crociata propagandistica del New Imperialism, lasciando rare e sperdute enclaves di possedimenti e tante pesanti eredità di instabilità economica, sociale e istituzionale, se non di autentiche tragedie umanitarie.
Ma il propagandistico messaggio di pacificazione mondiale, sotto controllo occidentale, di cui si faceva interprete questa Esposizione Coloniale era, oramai, fuori tempo massimo
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