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    Significance of anti-Chlamydophila pneumoniae IgA and IgG determination in patients with acute and post-acute ischaemic stroke

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    Objectives: Accumulating evidence indicates that recent acute infections and chronic infectious diseases are important triggers or risk factors for ischemic stroke (IS) mediated by atherogenic process in the arteries. Chlamydophila pneumoniae (Cp) has been associated with first IS by enhancing atherosclerosis. Serological data however are limited and results often contradictory. We aimed to investigate the seroprevalence of C. pneumoniae antibodies in patients with acute IS and its impact on admission and follow-up. Methods: We evaluated in a retrospective case-control study performed between January 2007 and October 2011 anti-Cp IgA and IgG (B.U/ml) serum samples from 78 consecutive patients (mean age, 66.7, range 35-82 yr) with first IS at different times (admission, 0-9 h), 7 and 90 days after, in relation to age, sex, NIHSS score (mean values on admission vs 90 days after), CT scan and stroke subtype (TOAST). Results: Anti-Cp IgA have shown statistically significant values in 53.8% (42/78) IS patients vs 10.5% (9/85) age and sex matched controls (p60), more elevated (>90). Of IS patients, 12 (15.3%) had intermediate IgA titres on admission which became more elevated 90 days after (Group 1; NIHSS, 10 vs 4.08, p<0.022); 10 (12.2 %) had more elevated IgA titres on admission but decreased at 90 days (Group 2; NIHSS, 10.7 vs 4.4, p<0,063); 6 (7.6 %) had intermediate IgA titres on admission but low 90 days after (Group 3; NIHSS, 11 vs 5.2, p<0.091); 4 (5%) had low/intermediate titres on admission but increased at 90 days (Group 4; NIHSS, 7.3 vs 1.7, p<0.014); 6 (7.6%) had negative IgA titres on admission that slightly increased at 7 and 90 days (Group 5; NIHSS, 11 vs 1.2, p=0,000053); 4 (5%) patients had low titres on admission and intermediate at 7 days but was negative 90 days after (Group 6, NIHSS,12.3 vs 5.5, p<0.274). All patients showed intermediate Cp IgG titres from admission to 90 days. Conclusions: Patients from Group 1, 4 and 5 showed a NIHSS score statistically significant after 90 days. Positive or negative IgA values at IS onset which increase and become elevated at 90 days, appear to be associated with clinical and neuroradiological improvement. No significant statistical difference in achieving of good outcome was seen between IgA in relation to age, sex or TOAST

    SCHISTOSOMIASI URINARIA CON SEVERA EMATURIA IN UN SOGGETTO GHANESE. DESCRIZIONE DI UN CASO CLINICO

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    L’incremento dei flussi migratori in Italia conseguenti alla globalizzazione e alla mobilità internazionale di merci e persone, ha visto sul territorio italiano la comparsa di alcune parassitosi praticamente inesistenti nel nostro Paese, comportando una oggettiva difficoltà di diagnosi e trattamento in tempi brevi. La schistosomiasi genitourinaria (bilharziosi) è la seconda malattia tropicale a maggiore prevalenza nel mondo dopo la malaria. E’ endemica in Africa subtropicale, America Meridionale e Medio Oriente e rappresenta la principale patologia dell'apparato genitourinario per circa 200 milioni di persone. L’evoluzione della malattia e la cronicità dipendono dalla risposta immunitaria dell'ospite alle uova di schistosoma depositate nei tessuti e dalla reazione granulomatosa evocata dagli antigeni secreti da Schistosoma haematobium (S.h.). Obiettivo. Si descrive il caso di un uomo di 26 anni, originario del Ghana, giunto in Italia dopo alcuni anni trascorsi in un carcere libico, ricoverato presso l’ UO di Urologia di Ferrara per copiosa ematuria macroscopica associata a pollachiuria, disuria ed addominalgie diffuse, precedute, nei 3 mesi precedenti da stranguria, febbre, rash cutaneo, prurito e cefalea. All’ingresso erano presenti, ematuria, leucocituria e proteinuria mentre l’urinocoltura, la ricerca diretta delle uova di schistosoma nelle urine e nelle feci risultavano negative. L'ecografia delle vie urinarie evidenziava la presenza di una formazione endovescicale, rotondeggiante (14 mm) in prossimità del fondo. Nel sospetto di carcinoma vescicale si eseguiva una resezione trans uretrale della neoformazione vescicale (TURB) il cui esame istologico mostrava, “numerose uova di schistosoma parzialmente calcificate, ulcere vescicali con intensa flogosi granulocitaria, eosinofili e cellule giganti plurinucleate in assenza di cellule atipiche”. Risultati. Dagli esami eseguiti presso il nostro DH emergeva una marcata eosinofilia, IgE totali elevate (1170.00) ed HbsAg positivo con HBV-DNA (2750 UI/ml). La sierologia (IHA) per S.h era positiva con titolo 1:1280. Si somministrava Praziquantel (Biltricide® 600 mg tablets) per os con successiva scomparsa dei sintomi e miglioramento degli esami di laboratorio, in assenza di effetti tossici, mentre una nuova ecografia vescicale documentava un evidente miglioramento. Conclusioni. La flogosi cronica conseguente all’infestazione da S.h predispone al cancro della vescica (10% dei carcinomi vescicali e circa del 3% dei casi totali in tutto il mondo), pur costituendo un’entità clinico-patologica differente rispetto a quella europea. La macroematuria associata a disuria e/o incontinenza urinaria osservabile nei soggetti provenienti da zone endemiche, dovrebbe pertanto essere considerata uno dei segni patognomonici di schistosomiasi urinaria o di carcinoma vescicale ad essa associata. La tempestività dell’esecuzione dell’esame istologico e di quello siero-immunologico consente la diagnosi definitiva

    Valutazione della anemizzazione precoce durante terapia con PEG-interferone e ribavirina come fattore predittivo di SVR in pazienti con epatite cronica C

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    Introduzione e obiettivi. La terapia per l’epatite cronica C con PEG-interferone (PI) e ribavirina consente di ottenere una risposta virologica sostenuta (SVR) nel 50%-80% dei pazienti. L’anemizzazione rappresenta un effetto collaterale pressoché costante ed il 7-10% dei pazienti sviluppa anemia severa in corso di terapia (calo dei valori di emoglobina (Hb sotto i 10g/dl). Diversi fattori influenzano le possibilità del paziente di raggiungere la SVR: mentre il ruolo dei fattori pre-terapia (genotipo, età del paziente, anni di malattia, grado di fibrosi, viremia basale, coinfezioni) è ben conosciuto da diverso tempo, i fattori valutabili durante la terapia (calo della viremia a 2 e 4 settimane, concentrazione sierica di ribavirina) stanno assumendo un interesse crescente, nell’ottica di un trattamento “ritagliato sul paziente”. Scopo del presente studio è stato quello di valutare se il grado di anemizzazione precoce in terapia può essere considerato un indicatore surrogato di ribavirinemia e quindi utilizzato come fattore predittivo di SVR. Pazienti e metodi. Abbiamo valutato retrospettivamente i pazienti trattati con (PI) e ribavirina presso il nostro centro universitario dal 2000 ad oggi. I criteri di inclusione sono stati: assenza di co-infezione con HBV o HIV (definita come negatività di HBsAg e anti-HIV sierici prima dell’inizio della terapia), assenza di emoglobinopatie ereditarie, aver completato almeno 12 settimane di terapia, non aver modificato il dosaggio di ribavirina e/o PI nelle prime 12 settimane di terapia, non aver fatto uso concomitante di epoietina nelle prime 12 settimane di terapia. 51 pazienti soddisfavano i criteri di inclusione; di questi, 38 avevano raggiunto la SVR (HCV-RNA sierico non rilevabile ad almeno 6 mesi dal termine della terapia), 6 erano non responder e 7 relapser. Risultati. I valori basali di Hb non presentavano differenze statisticamente significative tra i pazienti che hanno raggiunto la SVR e i relapser o non responder. L’andamento dei valori di emoglobina mostrava una tendenza opposta nei due sessi: nei maschi si osservava una maggiore anemizzazione nei pazienti che raggiungevano la SVR, con valori medi di Hb significativamente più bassi alla 4a settimana (13,05±1,12 vs. 14,00±1,46 p<0,05) e 8a (12,72±0,82 vs. 13,80±1,39 p<0,01) rispetto ai pazienti non-SVR; nelle femmine invece, si manifestava apparentemente un maggiore calo di Hb in chi non raggiungeva la SVR, anche se in assenza di valori statisticamente significativi. Conclusioni. Nel sesso femminile, non sembra chiaramente documentabile una correlazione tra l’intensità dell’anemizzazione in terapia ed il successo terapeutico. Nei maschi invece, soprattutto tra la 4a e l’8a settimana di terapia, sembra che la maggiore anemizzazione si associ al successo terapeutico. È auspicabile quindi l’avvio di ulteriori trial clinici per valutare l’ottimizzazione posologica della ribavirina sulla base del grado di anemizzazione raggiunto dal paziente

    Osteomieliti da gram negativi difficili:problematiche di antibiotico terapia in 3 casi clinici.

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    Le osteomieliti post-traumatiche e quelle nosocomiali sono spesso sostenute da batteri Gram-negativi e si presentano con quadri clinici molto complessi che richiedendo un approccio multidisciplinare per una corretta diagnosi e per un adeguato iter terapeutico, necessitano talvolta di un impegno economico sostenuto. La scelta degli antibiotici deve basarsi sulle indagini microbiologiche (MIC) ma anche sulla diffusione e concentrazione adeguata degli antibiotici nel tessuto osseo. La cronicizzazione delle osteomieliti è, infatti, spesso conseguente al ritardato trattamento, alla l’antibiotico-resistenza dei microrganismi, all’insufficienza del tempo di somministrazione o della concentrazione raggiunta dal farmaco nei tessuti interessati. Scarse sono le segnalazioni di osteomieliti da Pseudomonas aeruginosa e Stenotrophomonas maltophilia multi-resistenti. Descriviamo 3 pazienti con osteomielite sostenute da batteri Gram-negativi multi-resistenti due delle quali acquisite in ambito nosocomiale (Tabella). Nel primo caso, è stato utilizzato un carbapenemico che ha consentito, in asociazione alla terapia chirurgica (rimozione di un punto metallico sternale), una rapida risoluzione dell’infezione che persisteva da 6 mesi. Nel secondo caso la risoluzione del quadro clinico ha richiesto il prolungato uso di colistina associata ad amikacina in aggiunta al trattamento chirurgico ed ortopedico, con rimozione dei mezzi di sintesi e il riempimento dei tramiti residui con cemento antibiotato con colistina, sia plastico con la chiusura dei piani cutanei. Le osteomieliti da Gram-negativi possono talvolta risultare di difficile risoluzione. L’approccio terapeutico multidisciplinare, come nei casi descritti, deve esere subordinato alla terapia antinfettiva in corso

    Asymptomatic Toxoplasma gondii infection in liver transplant patients

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    Objectives: Toxoplasma gondii infection in transplant recipients can lead to toxoplasmosis, which in some cases may have a rapid disease course or to be fatal. Serological tests do not often contribute to the diagnosis. Although PCR may early identify the infection, this technique is not well standardised and there is no consensus on the optimal protocol to be used in laboratories. We homogenised our PCR data with those of a Real-time PCR targeting different T. gondii genes. Methods: T. gondii genes were explored before and after liver transplantation (LT) with PCR and Real-time PCR (LightCycler, Roche) targeting bradyzoite (BAG-1) matrix (MAG-1), cyst surface (SAG-4) and dense granule (GRA-6) specific genes other than B1 gene. These have been developed by us and retrospectively evaluated in PBMC specimens from 7 LT patients in whom serological status (anti T. gondii IgG) before transplantation was known in 4 patients only. Results: We found 4 PCR positive specimens of which 2 with B1 gene (after LT) and 2 with GRA-6 and BAG-1 (before LT). With LightCycler (expressed as T. gondii genome equivalents/ml) the overall positivity rates were 12 before and 17 after LT. In particular, in marked contrast with PCR results, the number of positive specimens before LT were 4 (B1), 2 (SAG-1), 3 (SAG-4 and MAG-1, respectively). After LT we did detect 7 (B1), 3 (SAG-1), 5 (SAG-4) 3 (MAG-1). Two patients were found to have elevated DNA copy number of SAG-4 in post-LT specimens only. Conclusions: Transmission of toxoplasna infection via LT is extremely uncommon with only few confirmed cases previously reported. LightCycler based method can identify a relatively high incidence of potential new infections compared with PCR excluding most of the false-negative PCR results associated with contamination with previously amplified products. This is of greater use for monitoring LT recipients with negative serological tests at risk of developing toxoplasmosis and managing therapy. LT patients did not receive TMP/SMX as post-transplant infection prophylaxis. Improvement and standardisation of diagnostic tests, especially real-time PCR targeting markers expressed on bradyzoites or matrix is also important in order to prevent relapses and symptomatic disease

    INDAGINE RETROSPETTIVA DELLE LINFOADENOPATIE INFETTIVE. RUOLO DEI TESTS MOLECOLARI.

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    Le linfoadeniti periferiche sono patologie di frequente riscontro ed hanno carattere benigno in oltre l’85% dei casi. La diagnosi eziologica è spesso difficile, anche con l’ausilio di indagini di laboratorio sofisticate. Sono stati valutati 41 pazienti (17 maschi e 24 femmine), afferiti al nostro Istituto nel periodo 2004-2007 per linfoadenopatia. L’età media era di 32,9 anni (range 18-81). Le sedi maggiormente coinvolte erano: laterocervicale bilaterale (n 32; 78%), inguinale bilaterale (n 12; 29,2%), ascellare bilaterale (n 10; 24,4%). In 25 casi (61%) l’interessamento era esclusivamente laterocervicale (mono- o bilaterale), mentre in 8 casi (19,5%), generalizzato. In 32 (78%) pazienti vi era febbre ed i principali sintomi di accompagnamento includevano: faringodinia, astenia, epatosplenomegalia, esantema, eritema nodoso. Una diagnosi eziologica è stata posta in 25 casi (61%) di cui toxoplasmosi (n. 3; 7,4%), mononucleosi da EBV/CMV (n. 10; 24,4%), TBC (n. 4; 9,8%), HIV acuta (n. 5; 12,2%), linfoma di Hodgkin (n. 1; 2,4%), sifilide (n. 1; 2,4%), affaticamento cronico idiopatico (ICF) (n. 1; 2,4%). La diagnosi non è stata effettuata in 16 casi (39%). I soli tests sierologici sono stati dirimenti in tutti i casi di infezione da EBV e CMV e nell’infezione toxoplasmica. I tre casi di linfoadenite da T. gondii mostravano valori di avidità IgG deponenti per un’infezione recente e sono stati confermati dalle indagini molecolari (PCR, Light-Cycler PCR). In tutti i casi di sospetta tubercolosi, è stato eseguito agoaspirato e/o linfadenectomia con esame batterioscopico diretto, esame colturale e ricerca del genoma di BK. Nell’ICF, le sole metodiche diagnostiche sono state quelle colturali e molecolari, con dimostrazione di Mycoplasma hominis DNA nel plasma. Nella casistica esaminata durante i tre anni di osservazione le patologie riscontrate hanno mostrato un trend epidemiologico non dissimile dalle casistiche della letteratura. Va tuttavia sottolineato il riscontro, in percentuale modesta, di linfoadenopatie associabili ad ICF la cui etiologia non era doumentabile mediante altri tests. Per quest’ultimo, l’isolamento di M. hominis mediante PCR ha consentito l’introduzione di una terapia antibiotica mirata con eradicazione microbiologica e miglioramento della sintomatologia
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