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    Social Control of Deviance and Knowledge in Social Work from an Anti-oppressive Perspective

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    This paper will examine the relationship between social control of deviance, ethical principles and social work. I will address this issue by adopting a specific social work theoretical perspective, that of “critical social work”. In this article a specific phase of social workers’ control of deviance in social work will be examined: the phase in which they collect information through specific fact-finding modalities, in order to decide whether, and in what way, social services will intervene. I chose a specific aspect of social work with involuntary clients to develop my analysis: child protection. I will organize my analysis in two parts. In the first part I will tackle the issue of social control in social work. I will subsequently analyze two theoretical paradigms (Positivism and Constructionism) within which child neglect and abuse are conceptualized and operationalized. In the second part, I will examine a case study, the story of a drug-addicted mother who had one of her children removed, with the aim of highlighting how the paradigm that guides fact-finding activity on a given phenomenon can influence the forms in which social control is exercised, favoring or hindering anti-oppressive practices. The analysis of mother’s story shows how the positivist framework applied by the social workers in the decision to remove her child, affected the form in which power and social control was exercised, favoring the transition from protective power to oppressive power. The categorization of clients, aimed at the identification of the risks children run in their family contexts, may reduce social workers’ activity to pure control of family life in an “antagonistic role” to their clients

    Controllo e autodeterminazione nel lavoro sociale. Una prospettiva anti-oppressiva

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    Questo libro affronta una questione rilevante per il lavoro sociale: come può l’assistente sociale esercitare potere nella propria pratica professionale in una logica anti-oppressiva? Come si può esercitare potere trattando la “persona come soggetto capace di autodeterminarsi e di agire attivamente”? L’autore prova a rispondere a tali interrogativi (adottando una specifica prospettiva teorica del lavoro sociale, quella del “critical social work”): in primo luogo, trattando del controllo sociale come specifica manifestazione del potere nella relazione tra assistente sociale ed utente; in secondo luogo, analizzando in che modo i paradigmi - che orientano il processo valutativo attraverso cui l’assistente sociale definisce la situazione di un utente per decidere se dare corso ad un intervento professionale - influenzano le forme attraverso cui il potere è esercitato, forme che possono favorire oppure contrastare le pratiche anti oppressive; e infine proponendo alcuni spunti teorici e metodologici (una “cassetta degli attrezzi”) per gli/le assistenti sociali che intendano abbracciare un approccio critico al lavoro sociale finalizzato a cambiare, in una direzione anti-oppressiva, le relazioni di potere con gli utenti dei servizi. Con questo libro intendo, in ultima istanza, fornire una cornice interpretativa e alcuni spunti metodologici per ritrovare il senso di un lavoro sociale in cui il potere possa essere gestito in una direzione trasformativa, coerentemente con i principi del codice etico

    Conoscenza, potere e controllo della devianza nel lavoro sociale in un’ottica anti-oppressiva

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    L’assistente sociale è un professionista che opera all'interno di istituzioni deputate anche a regolare le condotte di persone che sono considerate devianti. Poiché tali professionisti hanno un Codice etico di riferimento in base al quale dovrebbero (anche) orientare il proprio operato, diventa centrale la questione del rapporto tra il fine che l’assistente sociale dovrebbe perseguire in base al codice etico e le modalità con cui viene esercitato il controllo sociale. Affronterò tale questione adottando una specifica prospettiva teorica del lavoro sociale, quella del “critical social work”. Per la teoria critica, il lavoro sociale dovrebbe perseguire la giustizia sociale, promuovere i diritti umani, stare dalla parte degli oppressi. Per fare ciò, gli operatori sociali devono focalizzare la loro attenzione sulle modalità con cui esercitano il controllo sociale per comprendere come possano usare costruttivamente il potere che inevitabilmente detengono nella relazione con l’utente. In questo articolo analizzerò una particolare fase del controllo della devianza nel lavoro sociale: la fase in cui gli operatori raccolgono informazioni, attraverso specifiche modalità conoscitive, al fine di decidere se e come l’utente dovrà essere preso in carico. Ho scelto uno specifico ambito del lavoro sociale con gli involuntary clients su cui sviluppare l’analisi: quello della tutela dei minori. Per affrontare tale questione articolerò la mia analisi in due parti, Nella prima parte tratterò del controllo sociale nel lavoro sociale. Analizzerò successivamente i due paradigmi (positivismo e costruzionismo) entro cui possiamo collocare le prospettive teoriche con cui si possono studiare la negligenza e la condotta pregiudizievole (abuso). Nella seconda parte, esaminerò un caso, la storia di una madre tossicodipendente a cui è stato allontanato un figlio, con lo scopo di evidenziare in che modo il paradigma che orienta l’attività conoscitiva su un determinato fenomeno può influenzare le forme con cui viene esercitato il controllo sociale, favorendo o meno pratiche anti oppressive

    Medicalizzazione della devianza, controllo sociale e social work

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    Negli ultimi decenni il processo attraverso cui un problema non medico viene trattato come se fosse un problema medico, processo che viene definito con il termine di “medicalizzazione”, si è esteso in modo così rilevante nelle nostre società che ormai sono molti gli ambiti della esperienza umana che vengono interpretati alla luce del paradigma medico: sono trattati come malattie sia comportamenti che in passato venivano etichettati come devianti (alcolismo, gioco d’azzardo, ecc.) sia eventi e processi che in passato erano ritenuti fenomeni naturali (gravidanza, invecchiamento, ecc.). Tra i problemi non medici che vengono definiti e trattati come fossero disturbi emotivi o malattie, ve ne sono molti che rientrano tra gli ambiti di intervento dei Social workers. La tendenza alla medicalizzazione dei problemi che rientrano tra gli ambiti di intervento dei social workers pone una serie di questioni rilevanti. L’articolo mette a fuoco una questione centrale per il mandato istituzionale e professionale del social worker: in che modo la medicalizzazione (della devianza) influenza le forme con cui viene esercitato il controllo sociale? Per rispondere a tale interrogativo, in primo luogo, sono analizzati i modi con cui la medicalizzazione regola le condotte devianti. Successivamente, sono descritte le conseguenze “positive” e gli aspetti “latenti” ( “darker sides”) della medicalizzazione come meccanismo di regolazione della devianza. Infine, si evidenzia come la medicalizzazione della devianza, promuovendo un approccio clinico finalizzato alla “correzione” dei devianti piuttosto che alla loro “rivalutazione” (Matza), sia difficilmente compatibile con una pratica professionale che si fondi, come indicato nel Codice deontologico dell’Assistente sociale, “sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e delle loro qualità originarie, quali libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione, nonché sulla affermazione dei principi di giustizia ed equità sociali”. Si devono pertanto promuovere pratiche professionali che, rifuggendo dalla logica della medicalizzazione della devianza, rendano le relazioni di potere nell’ambito del social work potenzialmente trasformative, cioè in grado di conferire potere ai soggetti che sono “oggetto” dell’intervento sociale
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