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Degustazione guidata. Le schede e la “classifica” per categoria
I vini partecipanti sono stati esaminati, previa anonimizzazione dei campioni, da una Commissione presieduta dal Prof. Giancarlo SCALABRELLI Docente di Viticoltura Dip.Coltivazione e Difesa delle Specie Legnose dell'Università di Pisa. I risultati della Rassegna sono stati già inviati a quotidiani e periodici, alla stampa specializzata ed ai media presenti su internet interessati a questo settore.
Tutto ciò per valorizzare le aziende che producono vino da agricoltura biologica e che attraverso una vetrina come Festambiente promuoviamo sia agli appassionati che ad un pubblico vasto, ma sensibile ed attento ai prodotti di qualità.
Vengono illustrate le caratteristiche sensoriali dei vini premiati.
Selezione Vini Bianchi:
Falerio Colli Ascolani Doc 2011 dell’Az. Saladini Pilastri - Spinetoli (Ap); Fontego Soave Doc 2010 de La Cappuccina - Costalunga di Monteforte d’Alpone (Vr); La Raia Gavi DOCG Riserva 2010 della Soc. Agr. La Raia - Novi Ligure (Al).
Selezione Rossi Giovani:
Bucchero Maremma Toscana IGT Ciliegiolo 2010 della Fattoria Il Duchesco - Alberese (Gr), Marca Trevigiana Igt Merlot 2011 dell’Az.Agr. Giol - San Polo di Piave (Tv).
Selezione Rossi Affinati:
Coldipietrerosse Val di Cornia Doc 2009 dell’Az.Agricola Bulichella - Suvereto (Li); Larcille Morellino di Scansano Riserva Docg 2008 di Poggio Trevvalle - Campagnatico (Gr)
Piediprato Rosso Piceno Doc 2009 dell’Az. Saladini Pilastri - Spinetoli (Ap); Poggio d’Oro Montecucco Sangiovese Doc 2009 dell’Az.Agr. Le Calle - Cinigiano (Gr)
Terre del Cereolo Valpolicella Superiore Doc 2007 dell’Az. Trabucchi di Illasi (Vr).
Selezione Vini da Dessert :
Sfiziale Aleatico Toscano IGT dell’Az.Agricola Bulichella - Suvereto (Li).
Spumanti:
Satèn Franciacorta Docg 2008 dell’Az. Barone Pizzini di Provaglio d’Iseo (Bs)
Quale viticoltura per il futuro?
La crescita della popolazione mondiale nei prossimi 50 anni porterà alla necessità di incrementare la produzione delle risorse alimentari, con un conseguente aumento del consumo energetico, e della produzione della CO2, principale implicato nell’effetto serra. Inoltre, causa l'uso eccessivo delle fonti di energia non rinnovabili, queste nei prossimi 20-40 anni andranno a ridursi fino all’esaurimento, determinando l’inevitabile l’aumento dei costi delle materie prime, con problemi per la popolazione agricola e per la viticoltura.
Vengono ipotizzati possibili scenari, nell’ambito dei quali possono entrare in giuoco il cambiamento climatico, il costo di energia e delle materie prime, l’utilizzo delle attrezzature e di nuovo materiale genetico, l’evoluzione dei principi etici e religiosi ed anche possibili novità legate al progresso scientifico e tecnologico. Si conclude che il futuro potrà essere migliore se l’uomo potrà acquisire una nuova “coscienza ambientale”
Montescudaio
Il nome di questo paese ha un etimo apparentemente latino, di epoca tarda romana essendo formato da "mons" e "scutum", ma esistono anche altre interpretazioni, come ad esempio, la parola latina "scutarii" che indicava "guardie di scorta armate", oppure dal longobardo "warden stall" ovvero posto di guardia.
La rilevante importanza strategica e la vocazione agricola di queste zone rimasero inalterate nel periodo etrusco ed in quello romano come dimostrato dall’esistenza di un “distretto rurale” o “Pago” di cui si ha prova nella “plebes” paleocristiana dedicata a Sant’Andrea apostolo, e della famosa villa di Decio Albino Cecina, descritta da Rutilio Namaziano nel V secolo.
Le invasioni barbariche, prima dei Goti (411 d.C.) e poi degli Unni e dei Longobardi a causa delle devastazioni, costrinsero le popolazioni a cercare protezione entro le mura dei castelli che sorsero sulle alture. Il castello di Montescudaio, fondato attorno all’anno 1000, seguì le sorti dei Conti della Gherardesca, discendenti del guerriero Longobardo Walfredo, che mantennero il Feudo fino al 1479.
Montescudaio conobbe, tuttavia, una dura sconfitta per opera delle truppe napoletane di Alfonso d’Aragona nel 1477. Successivamente, durante il periodo mediceo venne costituito il castello di Montescudaio nel Marchesato del cavaliere Ferdinando di Niccolò Ridolfi, patrizio fiorentino, ed insieme a Guardistallo e a Casale Marittimo ebbero statuti rurali speciali, che perdurarono fino all’avvento dei Lorena. Dopo un periodo di declino e di estreme difficoltà per le condizioni di vita della popolazione, Pietro Leopoldo di Lorena abolì i residui medievali e dette un nuovo impulso alle attività agricole, tra le quali emergono le facilitazioni per la messa a coltura e l’impianto di viti e di olivi (legge di Riforma generale del novembre 1793), la coltivazione delle colline, i terrazzamenti e la difesa dall’erosione. L’interesse verso la coltivazione della vite è sottolineato anche dall’approfondimento degli studi intrapresi dell’Accademia dei Georgofili sulla vite e sul vino.
Il riconoscimento della DOC Montescudaio, avvenuto nel 1976 ha sancito la vocazione di questo territorio che ha vigneti posti prevalentemente in terreni a giacitura collinare, ben esposti alla luce e caratterizzati da un clima mite, alquanto favorevole alla maturazione delle uve.
I suoli, originatisi in prevalenza da rocce calcaree, sono in genere di medio impasto, talvolta argillosi o limo sabbiosi, se alluvionali. In Val di Cecina predominano le argille e le argille-sabbiose plioceniche, più o meno marnose, di "facies piacenziana". In media Val di Cecina si trovano terreni su rocce calcaree compatte, su calcari marnosi dell'eocene inferiore (alberesi) o su stratificazioni calcareo- arenacee. Verso Castelnuovo Val di Cecina dominano terreni su rocce compatte, calcaree, argillose. Nei comuni di Castellina Marittima, Riparbella, Montescudaio, Guardistallo e Casale Marittimo, i terreni, situati su rocce calcaree sono sciolti o di medio impasto, brecciosi, poco profondi e aridi.
La recente modifica al disciplinare ha recepito una serie di esigenze avvertite dai produttori da oltre un decennio, apportando alcuni elementi di dinamismo alla piattaforma ampelografica e al processo tecnologico. Sono state, infatti, rese più elastiche le percentuali dei vitigni utilizzabili, introducendo anche i vini da monovitigno, infine è stata ridotta la resa per ettaro ed aumentata la densità di piantagione per i nuovi impianti (min. 3.500 viti/ha), allo scopo di migliorare la qualita
Bianco Pisano di San Torpè
La produzione di vino bianco in provincia di Pisa, e più precisamente in una zona compresa tra Zambra e Cenaia ha origini antichissime che possono essere fatte risalire intorno al III-IV secolo d.C., ma soltanto dal 1965, quando i produttori si riunirono in un Consorzio a tutela del vino bianco prodotto in questa provincia, è stato conosciuto con questo nome. L’orgine di questa denominazione vengono fatte risalire a Turpis o Torpé, nome di un centurione romano decapitato a Pisa nel 68 dopo Cristo, divenuto copatrono della città di Pisa, unitamente a San Ranieri. Un’altra fonte accreditata è costituita dalla presenza negli Annali Camaldolesi della “Curtis San Turpis” in Sambla, situata in una località tra Zambra e Cenaia, che fu oggetto di donazione nell’anno 780 a favore dell’Abbazia di San Savino.
La viticoltura in provincia di Pisa costituiva una risorsa agricola molto importante anche nel XVIII secolo, come risulta dagli atti “L’agricoltura e la popolazione in Toscana all’inizio dell’800”, nel territorio denominato “Collina interna” riferibile all’area su cui insiste la DOC in questione, la superficie a “Seminativo vitato” era di 20.000 ettari ed il “Seminativo vitato olivato” ammontava a circa 14.400 ettari. Il testo riferisce anche interessanti particolari a proposito di Orciano: “...è da notare che frequentemente la vite non era coltivata nei seminativi, ma isolata in vigne basse”... “Sulle colline a margine della valle dell’Arno e dei suoi affluenti le viti erano sostenute da pali di castagno, ed allevate sia in coltura promiscua sia nei seminativi, sia in qualche vigna di limitata estensione” (Catasto toscano). Aggiungeva inoltre: ...”In qualche comunità si lamentava di piantare le viti troppo fitte e di potarle troppo alte..." .
Ancora per quanto concerne le nove comunità della valle dell'Arno inferiore si legge: " In collina si trovano per lo più seminativi arborati, con tratti di vigne ed uliveti a coltura specializzata". A questo proposito il Mariti scrive " Le viti erano allevate a vigna nei pendii esposti a Sud o a Est per la produzione soprattutto di vini di lusso".
Anche il Mondini (1906), illustre studioso di viticoltura, riportando le esperienze condotte in Italia con i vitigni stranieri sottolinea i risultati positivi maturati con questi vitigni nelle Colline Pisane. Dopo la ricostruzione post-fillosserica che avvenne nel corso del primo ventennio del secolo, la viticoltura della provincia di Pisa aveva un’importanza socio-economica assai rilevante, basti pensare che nel 1920 (Annuario nazionale dell’Agricoltura) occupava 81.800 ettari dei quali 77.900 in coltura promiscua e 3.900 in coltura specializzata. I vitigni ad uva bianca a quel tempo più diffusi erano il “Trebbiano fiorentino”, la “Malvagia”, la “Verdea” ed alcune uve da tavola.
La zona di produzione del Bianco Pisano di San Torpé, delimitata nel 1973, ha ottenuto il riconoscimento della DOC nel 1980 ed interessa integralmente 8 comuni più 10 solo parzialmente. Il territorio è caratterizzato da giacitura e situazioni ecopedologiche alquanto variabili, infatti, zone collinari si alternano a pianure che si trovano in prossimità dei fiumi Arno, Era, Egola ed Elsa. Il territorio maggiormente interessato dalla viticoltura è quello collinare, costituito in prevalenza da sabbie plioceniche nelle quali sono presenti anche sabbie e conglomerati del quaternario (quaternario ciottoloso), argille plioceniche piacenziane e argille scagliose con alberesi e ofioliti. I terreni di pianura, di tipo alluvionale, hanno principalmente una matrice limoso argillosa. Sono presenti, anche se in una zona ristretta, terreni su conglomerati del Miocene e piccoli tratti di calcari e di arenaria macigno
Bianco di Pitigliano
Il nome di Pitigliano risale all’epoca romana e deriverebbe, secondo la leggenda, da due esuli Pitilio e Ciliano che si rifugiarono in questo luogo dopo aver rubato la corona di Giove Statore in Campidoglio. Leggenda e verità si intrecciano in quanto a Roma fin dal 385 a.C. si parla di “gens petilia”. In epoca etrusca Pitigliano fu prima sotto la giurisdizione di Statonia alle dipendenze della lucumonia di Vulci, poi passò ai romani e a partire dall’VIII secolo divenne, sotto il dominio di Sovana, dimora della famiglia degli Aldobrandeschi, acquistando particolare importanza militare e strategica.
L’importanza della vite e del vino per questo territorio è documetata fin dal periodo etrusco dai reperti archeologici rinvenuti negli insediamenti presenti della zona della “civiltà del tufo”, alcuni dei quali conservati nel Museo archeologico di Pitigliano. Particolare rilievo rivestono le cantine scavate nel tufo, presenti nel borgo di Pitigliano e nelle zone limitrofe utilizzate fino a tempi recenti, dove si poteva gustare il famoso vino che purtroppo, date le tecniche allora adottate, non poteva resistere a lunghi viaggi.
Già dal secolo scorso studiosi della vite e del vino come Alfonso Ademollo (1884) e Giacomo Barabino (1884), ed in seguito Cettolini (1927) sottolinearono la vocazione vitivinicola dei comuni di Pitigliano, Sorano e Manciano che costituiscono oggi gran parte del territorio di produzione di questo vino DOC.
I terreni situati nei comuni di Pitigliano e Sorano sono in prevalenza di origine vulcanica, da medio impasto a sciolti tendenzialmente aridi, ricchi di potassio e poveri di fosforo. Verso il comune di Manciano si trovano anche terreni sabbiosi e sabbio-argillosi, posti su rocce arenarie eoceniche e su conglomerati. In ambedue i casi si tratta di terreni abbastanza sciolti di modesta fertilità, particolarmente adatti alla coltivazione della vite.
Nell'ambito del programma promosso dall'Ente Maremma nacque nel 1954, per iniziativa di 11 soci, la Cantina Cooperativa di Pitigliano che incominciò a funzionare nel 1958. I soci della Cantina Sociale, saliti attualmente ad 875, rappresentano la parte preponderante dei produttori del Bianco di Pitigliano che nel 1966 fu il primo vino bianco della Toscana ad ottenere la Denominazione d’Origine Controllata che è situata nei comuni di Pitigliano, Sorano e Manciano.
Rispetto a qualche decennio fa la produzione totale di vino a DOC è diminuita considerevolmente per effetto di diversi fattori tra i quali si possono annoverare l'abbandono della coltivazione, a seguito dei premi di espianto dei vigneti, e la diminuzione della produzione unitaria dei vigneti conseguente l'invecchiamento degli impianti. Infine le nuove strategie produttive inducono ad ottenere rese ad ettaro più contenute, che spesso sono inferiori a quelle previste dal disciplinare.
Questa Denominazione d’Origine è andata incontro a due tipi di ristrutturazione a partire dal momento del suo riconoscimento. La prima, effettuata intorno agli anni 80' quando, per diminuire i costi di produzione, con la modifica della forma di allevamento in gran parte dei vigneti, sostituendo la spalliera con la cortina semplice (cordone alto, con chioma discendente). La seconda è iniziata nel decennio successivo alla modifica del disciplinare di produzione, che ha previsto l'inserimento di alcuni vitigni miglioratori, dopo una specifica sperimentazione. Quest'ultimo adeguamento, effettuato entro tre anni dall'approvazione del D.P.R. del 17 aprile 1990, ha richiesto nuovi impianti che sono stati realizzati secondo criteri di maggiore razionalità della gestione, in ottemperanza alle norme del disciplinare
Terratico di Bibbona
Il nome gli deriva da un’antica pratica di gestione dei terreni agricoli in uso nella zona di Bibbona, una sorta di mezzadria a tempo che i proprietari concedevano a chi volesse portare a coltura i terreni, in special modo vigneti ed olivete; una cosa abbastanza peculiare che non trova riscontri menzionabili altrove. Un ottimo nome dunque, denso di prospettive d'immagine favorevoli.
La proposta di attribuzione della DOC, svolta da specialisti per quanto riguarda gli aspetti tecnici, è stata correlata com'è d'uso da una indagine storica che risulta assai superficiale e insufficiente a dare motivazioni valide ai giudicanti del comitato. Questo impone una riflessione. Se gli aspetti storici e culturali sono elementi che contribuiscono al successo di una operazione territoriale così ardita, come mai non si è affidato il compito ad esperti? Se il disciplinare appare dunque corretto, e ben formulato secondo i dettami standard di riferimento, gli elementi correlati non appaiono altrettanto utili. In conclusione, l'atipicità territoriale di questa proposta potrebbe farle incontrare seri motivi di opposizione. In tal caso, sarà opportuno rivedere alla luce della millenaria esperienza vitivinicola italiana, quegli elementi in contraddizione con l'essenza della nostra legislazione di riferimento
Capalbio
Nella seconda metà dell'800 l'attività viticola acquista maggiore importanza, come testimoniato dai risultati delle analisi compiute dal Dr. Domenico Martelli del Laboratorio di Chimica Agraria dell'Università di Pisa sui vini delle annate 1894 e 1895 provenienti da diverse località allora ricadenti nel comune di Orbetello, come ad esempio il "Tricosto". In questa fattoria esisteva un vigneto di 10 ettari in unico corpo piantato fitto (circa 10.000 ceppi per ettaro) ed allevato ad alberello. I vitigni coltivati, desumibili dai certificati di analisi erano per il vino rosso il "S.Giovese", la "Spagna", il "Chianti", e per i vini bianchi il "Procanico", la "Malvagia" e l’"Ansonica". Le potenzialità e la vocazione vitivinicola di questo territorio sono state chiaramente illustrate nella relazione di Alfonso Ademollo (1884) che vanta tra l'altro il progresso tecnico compiuto dai viticoltori e la bontà dei vini prodotti in alcuni Comuni della provincia di Grosseto, tra i quali emerge quello di Orbetello.
Infine nel 1952 a seguito dell’applicazione della Riforma Agraria si modifica la situazione fondiaria con il ripopolamento delle campagne con unità poderali coltivatrici. Nel 1960 Capalbio recupera la propria autonomia amministrativa, sottraendo circa 200 chilometri quadrati al territorio del Comune di Orbetello, e nel 1961 si inaugura, in località Carige, la Cantina Sociale Cooperativa di Capalbio, destinata alla vinificazione delle uve prodotte dall’ampio comprensorio della Riforma Agraria. È significativo ricordare che la cantina ha vinificato e commercializzato fin dall’inizio il vino bianco e rosso sotto il nome di “Capalbio”.
La zona a Denominazione di Origine interessa l'intero territorio del Comune di Capalbio ed in parte quello dei Comuni di Orbetello e di Manciano, è prevalentemente collinare e pedocollinare. La geologia del territorio è contrassegnata da formazioni eoceniche nelle zone collinari con affioramento di arenarie inferiori o scisti arenari, conglomerato rosso e arenarie grossolane; sabbie ed argille di origine miocenica caratterizzano, invece, i bacini dell'Albenga e di alcuni torrenti. Nelle zone pedocollinari e pianeggianti prevalgono formazioni alluvionali del quaternario. I terreni interessati dalla coltivazione della vite sono in prevalenza poco fertili, sciolti, poco calcarei ed in minor misura argillo-calcarei, brecciosi o argillo-sabbiosi.
Sono da segnalare le iniziative sperimentali promosse di recente dall’amministrazione provinciale e dalla cantina sociale per la caratterizzazione viticola del territorio. Accanto ai vigneti realizzati nelle strutture poderali di piccola dimensione sono stati impiantati negli ultimi anni nuovi vigneti da parte di imprenditori che hanno fatto grandi investimenti nella zona. In gran parte si tratta di vigneti ad elevata densità di piantagione orientati alla produzione di vino rosso. Essendo i vigneti ancora giovani è ancora difficile avere una chiara visione della identità di questi vini, ma date le elevate potenzialità del territorio ne sentiremo certamente parlare nei prossimi anni
Montecucco
Questa nuova DOC, la sesta in ordine di tempo di approvazione della provincia di Grosseto, si inserisce in un interessante contesto vitivinicolo alquanto qualificato, basti pensare che questa zona è contornata da denominazioni prestigiose come Brunello di Montalcino, Morellino di Scansano, Sant’Antimo e Monteregio di Massa Marittima. L’ottenimento della DOC è un riconoscimento atteso da tempo dai viticoltori, in quanto la vocazione a produrre vini di elevata qualità di questa zona è indiscussa le cui produzioni sono conosciute ed apprezzate fin dall’antichità.
La denominazione “Montecucco” abbraccia una zona più ampia della località Montecucco, sita nel Comune di Cinigiano, che nel 1989 veniva riconosciuta con Decreto Ministeriale come Indicazione Geografica. L’utilizzo di questo nome è giustificato dal fatto che i vini prodotti nell’area circostante alla suddetta località hanno mostrato negli anni di possedere caratteristiche analoghe ai vini della suddetta Indicazione Geografica tanto da essere facilmente identificati dai consumatori.
Già prima del 1900 i vini prodotti nel comune di Castel del Piano erano conosciuti, come si evince dai risultati delle analisi chimiche effettuate presso l’Istituto di Chimica Agraria dell’Università di Pisa (1895). Più in particolare per la produzione di uno di questi vini rossi concorrevano “Brunello”, “Tintura di Spagna” ed altre uve bianche. I suoli dell’intera area hanno in prevalenza una tessitura che varia dal medio impasto al medio impasto sabbioso e al medio impasto argilloso, con sottosuolo ciottoloso che conferisce un buon drenaggio. I terreni che derivano fondamentalmente dal disfacimento di rocce arenarie, con o senza la partecipazione di rocce calcaree, hanno reazione per lo più sub alcalina o neutra, sono carenti di sostanza organica e di azoto, sono ben provvisti di fosforo e moderatamente di potassio, nel complesso quindi sono particolarmente vocati alla coltivazione della vite. Anche il clima abbastanza mite, caratterizzato da una piovosità distribuita soprattutto durante i mesi autunnali e primaverili, crea condizioni idonee alla buona maturazione e alla sanità delle uve.
Nei vecchi impianti il sistema di allevamento è a Guyot semplice o doppio, mentre nei nuovi impianti si tende ad adottare il cordone speronato ed a intensificare la densità di piantagione, anche oltre a quanto prevede il disciplinare (minimo 3.400 viti/ha). In quest’area la buona l’espressione delle potenzialità del Sangiovese ha esercitato uno stimolo all’incremento degli impianti negli ultimi anni, sia da parte degli agricoltori locali, sia di nuovi imprenditori. Possiamo pertanto considerarla un’area in continua evoluzione, dove accanto al vino rosso da affinamento si attende a breve scadenza la riscoperta di altre peculiarità come quella del vino bianco, che oggi si basa soprattutto sul vitigno “Vermentino”
Morellino di Scansano DOCG
È la prima DOCG della Maremma, ottenuta nel 200. Il Morellino di Scansano è un vino che rappresenta l’espressione di un territorio collinare ricco di storia, di cultura e di paesaggi suggestivi. Qui il “Sangiovese”, localmente denominato “Morellino”, esprime particolari caratteristiche di morbidezza, dovute ai tannini nobili che si ottengono grazie alla notevole disponibilità di illuminazione e al regime termico assai favorevole, dove parte dei vigneti “vedono il mare”, e dopo il caldo diurno vengono rinfrescati dalle brezze marine della notte. I terreni di questa zona sono quasi tutti d’origine sedimentaria e derivano, a nord-est di Scansano, dal complesso delle argille e calcari di origine eocenica, mentre nel versante a nord ovest, che volge da Montorgiali a Montiano e a Grosseto, si ritrovano soprattutto terreni argillo-marnosi ed arenacei derivanti dal disfacimento del macigno toscano, dell’oligocene e miocene inferiore. Verso sud est, da Magliano all’Albegna compaiono terreni sciolti neoautoctoni originatisi da sedimenti marini o continentali di origine pliocenica.
Tracce della civiltà etrusca e dell’importanza della vite si ritrovano in una serie di reperti archeologici risalenti dal VII - VI secolo a.C. nei recenti scavi di Ghiaccio Forte. Questi ed altri ritrovamenti fanno ritenere probabile che la media valle dell’Albegna sia stato il cuore dell’antico agro Caletrano, vicino alla attuale fattoria di Colle di Lupo e che, dopo la dominazione dei romani, iniziata nel 278 a.C., vi sia stata fondata la città di Heba, comprendente diversi centri minori, tra i quali Pagus Manlianus, Montianus e Scansianus, cioè gli odierni Scansano, Magliano e Montiano.
Nel secolo scorso un particolare impulso alla viticoltura venne dato dalla Comunità di Scansano che istituì premi per chi coltivava la vite nel modo migliore. Anche il progresso tecnico fu notevole sotto la spinta di illustri studiosi come Luigi Vannuccini (1877), che propose tra l’altro un nuovo sistema di allevamento “a basso ceppo con sostegni ad un solo sperone e tralcio a frutto”.
I vigneti di allora venivano coltivati con sistemazioni di traverso in unità dette "rasole", dove le viti erano poste a distanze di m 1,40-1,10 tra i filari ed circa 60-100 cm sulla fila, ed erano lavorati manualmente. Di questo sistema ne rimane traccia in qualche piccolo vigneto, dove alternativamente è stato tolto un filare per rendere più agevole la meccanizzazione che negli impianti attuali è assicurata da distanze di piantagione di m 2,50-3,00 x 0,8-1,2.
I vigneti di quest’area realizzati prima degli anni 80’ erano allevati a Guyot, mentre negli impianti più recenti è stato introdotto il cordone speronato adottando densità di piantagione più elevate (4.000 viti/ha ed oltre).
Nell’ambito del processo di rinnovamento dei vigneti, si sottolineano le ricerche intraprese dall’Università di Pisa e di Firenze sui vari aspetti delle tecniche d’impianto e di coltivazione ed in particolare sulla selezione clonale del “Sangiovese” locale, e del “Morellino” che ha lo scopo di valorizzare la variabilità genetica ed eventualmente la tipicità espressa in questa zona. I vini prodotti tendono verso due tipologie principali, il Morellino “di annata” e quello da “affinamento”, il primo più legato alla tradizione ed il secondo più orientato al mercato internazionale
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