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    Degustazione guidata. Le schede e la “classifica” per categoria

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    I vini partecipanti sono stati esaminati, previa anonimizzazione dei campioni, da una Commissione presieduta dal Prof. Giancarlo SCALABRELLI Docente di Viticoltura Dip.Coltivazione e Difesa delle Specie Legnose dell'Università di Pisa. I risultati della Rassegna sono stati già inviati a quotidiani e periodici, alla stampa specializzata ed ai media presenti su internet interessati a questo settore. Tutto ciò per valorizzare le aziende che producono vino da agricoltura biologica e che attraverso una vetrina come Festambiente promuoviamo sia agli appassionati che ad un pubblico vasto, ma sensibile ed attento ai prodotti di qualità. Vengono illustrate le caratteristiche sensoriali dei vini premiati. Selezione Vini Bianchi: Falerio Colli Ascolani Doc 2011 dell’Az. Saladini Pilastri - Spinetoli (Ap); Fontego Soave Doc 2010 de La Cappuccina - Costalunga di Monteforte d’Alpone (Vr); La Raia Gavi DOCG Riserva 2010 della Soc. Agr. La Raia - Novi Ligure (Al). Selezione Rossi Giovani: Bucchero Maremma Toscana IGT Ciliegiolo 2010 della Fattoria Il Duchesco - Alberese (Gr), Marca Trevigiana Igt Merlot 2011 dell’Az.Agr. Giol - San Polo di Piave (Tv). Selezione Rossi Affinati: Coldipietrerosse Val di Cornia Doc 2009 dell’Az.Agricola Bulichella - Suvereto (Li); Larcille Morellino di Scansano Riserva Docg 2008 di Poggio Trevvalle - Campagnatico (Gr) Piediprato Rosso Piceno Doc 2009 dell’Az. Saladini Pilastri - Spinetoli (Ap); Poggio d’Oro Montecucco Sangiovese Doc 2009 dell’Az.Agr. Le Calle - Cinigiano (Gr) Terre del Cereolo Valpolicella Superiore Doc 2007 dell’Az. Trabucchi di Illasi (Vr). Selezione Vini da Dessert : Sfiziale Aleatico Toscano IGT dell’Az.Agricola Bulichella - Suvereto (Li). Spumanti: Satèn Franciacorta Docg 2008 dell’Az. Barone Pizzini di Provaglio d’Iseo (Bs)

    Bonamico

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    È citato dal Mariti (1797) come tipico delle Colline Pisane. ll Bullettino ampelografico, Fasc. XIV (Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, 1881) riporta il Bonamico, coi sinonimi di Giacomino, Uva rosa, Canaiolo romano rosso cupo, tra i vitigni coltivati in vari comuni della provincia di Firenze, mentre nel Fasc. XVI (MAIC, 1883) dello stesso Bullettino, il Bonamico viene citato da Di Rovasenda (1877), e inoltre compare tra i vitigni descritti dalla Commissione ampelografica della Provincia di Siena. All’inizio del Novecento il Vannuccini (in Viala e Vermorel, 1905) ne fa un’accurata descrizione, sostenendo che il “Buonamico” è un vitigno originario della provincia di Pisa (localmente indicato anche come Durace, Giacomino o Uva di Palaia) o di Lucca, da dove si è poi diffuso nel resto della Toscana. Il Vigiani (1919) riferisce della diffusione di questo vitigno nelle province di Siena e Firenze. Marzotto (1926) nel suo “Elenco di vitigni di uve nere e bianche” lo riporta presente in diverse province della Toscana. Anche Musiani (1932) lo descrive accuratamente e afferma che si ritrova soltanto raramente nei vigneti delle Colline Senesi. Una accurata descrizione è stata effettuata da Breviglieri e Messerini (1960). Nella zona del Morellino di Scansano è conosciuto anche come “Nero francese” (Ferroni et al., 1999), mentre nella zona del Montecucco è chiamato “Cavaliere”. È stato inserito nel Registro delle Risorse Genetiche Autoctone della Toscana (Scalabrelli et al., 2005)

    Il modello Sulcis

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    La notorietà dei vini prodotti con Carignano e soprattutto di quelli ottenuti da viti franche di piede sta progressivamente aumentando. La maggior parte dei vigneti presenti in questo territorio è molto vecchia, inoltre, si tratta di viti franche di piede coltivate su terreno sabbioso che non vengono danneggiate dalla fillossera. Queste particolarità sono state oggetto di approfondimento comunicando ai consumatori le peculiarità del “Piede franco”. La Vitis vinifera non innestata è assai tollerante alla siccità, inoltre, i terreni sabbiosi, poveri e drenati inducono un vigore limitato alle piante e l’elevata insolazione favorisce l’accumulo degli zuccheri, dei composti secondari e i fenomeni di polimerizzazione dei tannini che permettono di ottenere vini di Carignano con elevata morbidezza e di elevata qualità potenziale. L’analisi sensoriale, condotta secondo il metodo utilizzato da Scalabrelli, sugli acini provenienti da un vigneto franco di piede di circa 150 anni, ha rivelato una buona maturazione fenolica del vinacciolo e soprattutto della polpa. L’ambiente in cui si pratica la viticoltura è, pertanto, idoneo ad una viticoltura eco-sostenibile, così come ormai si sta programmando in ogni parte del mondo. Infatti, la parola chiave, sostenibilità non è solo il cavallo di battaglia dei tecnici, ma anche di chi fa cultura degli amministratori e dei politici. Di certo nel nostro caso l’importante non è programmarla ma poterla esercitare. La peculiarità di questi vigneti sta non solo nelle caratteristiche specifiche del sito: clima ventilato e mitigato dalla vicinanza del mare, terreno sabbioso, frangiventi, piede franco, allevamento ad alberello, piccola dimensione della proprietà, ma anche nell’abilità di allevare le viti che è stata tramandata nel tempo costituendo un motivo importante nell’attuazione di una viticoltura durevole. La notevole longevità delle viti, la quale si spiega solo in funzione dell’adozione di una tecnica di “potatura conservativa”, che affonda le radici di un fare sapiente acquisito con l’esperienza, costituendo una combinazione efficace nell’allevamento della vite ad alberello senza sostegni, idoneo a mantenere la vite in condizioni di stress moderato durante il periodo estivo

    Attività sperimentale per la produzione dell'agresto

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    Il libro di Giancarlo Scalabrelli e Aurelio Visconti nasce dall’attenzione che gli autori da lungo tempo dedicano all’Agresto, condimento sconosciuto ai più, la cui presenza sulle nostre tavole è ricca di effetti benefici. L’agresto presenta diverse tipologie, che il libro ha contribuito a definire, ed è capace di trasmettere ai nostri cibi delle note acidule senza prevaricare il sapore dell’alimento, cui s’integra magnificamente. All’impegno assiduo dello sperimentatore nel corso degli anni, si aggiunge l’attività di ricerca che ha consentito recentemente di verificare come quelle sensazioni di beneficio che come consumatori si avvertono, siano in realtà veritiera espressione di qualità intrinseche dell’Agresto. Ecco che il contenuto in acidi organici, catechine, polifenoli totali e attività anti radicalica sono perfezionati dal metodo di produzione e dalle uve impiegate, contribuendo a potenziarne proprietà antiossidanti e “scavenging” che mantiene pulite le arterie. È pertanto pertinente la proposta di includere l’Agresto tra gli alimenti funzionali. È anche un prodotto d’interesse ambientale che si produce utilizzando il frutto dei diradamenti delle uve acerbe effettuati all’inizio dell’estate, soprattutto in aziende a orientamento biologico o biodinamico. S’inserisce pertanto nell’attuale processo di valorizzazione delle risorse agrarie, volto a ottenere prodotti utili da materie prime “povere” creando ricchezza da beni altrimenti destinati alla distruzione

    San Colombano bianca

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    E' un vitigno che produce uve a duplice attitudine che ha avuto ampia diffusione in Toscana. La prima citazione risale al XIV secolo in una novella del Sacchetti (1330-1400). Successivamente è stato citato dal Soderini (1600) che ne esalta le caratteristiche qualitative del vino ed è stata raffigurato anche dal pittore Bartolomeo del Bimbi (Basso, 1982). E' stato poi citata dal Trinci (1738) e descritta dalla Commissione Ampleografica del Comizio di Firenze (1869) e Di Rovasenda (1877). Tradizionalmente questo vitigno è stato coltivato nella Colline Pisa, e in particolare nei comuni di Peccioli, Lari e Terricciola, dove è ancora tutt'ora abbastanza diffusa, ed è sporadica anche nelle altre provincie toscane, tra ci in particolare quella di Massa-Carrara (Scalabrelli et al., 2008). Recentemente è stata censita anche in Garfagnana (D'Onofrrio et al., 2015). E' facilmente riconoscibili per la il colore rosso del rachide, la forma sferoidale dell'acino, buccia consistente di colore giallo-dorato, polpa crocante e buon sapore, tanto che viene utilizzata anche per il consumo fresco. Caratteristiche sono anche la bollosità della folgie e la pigmentazione antociani Non va confusa con la 'Colombana bianca' che è ampelograficamente e geneticamente diversa (D'Onofrio, dati non pubblicati) e che potrebbe corrispondere alla Verdea descritta da Cosmo e Forti (1962) che invece presenta grappolo compatto, acini più grossi e rachide non pigmentato. Presenta una media vigoria e buona produttività. Date le sue caratteristiche anatomiche del grappolo che lo rendono poco sensibile ai marciumi, viene utilizzata come uva da tavola, in uvaggio per produrre vini secchi (recentemente si sta sperimentando anche la produzione di vini in purezza) o indirizzata all'appassimento per la produzione del vinsanto

    Vernaccia di S.Gimignano

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    Le prime notizie su questo vitigno sono state reperite negli archivi comunali di San Gimignano e risalgono al 1276, quando si commerciava il vino omonimo e lo si offriva in dono alla Curia, alla Casa Medicea ed ad altri principi italiani e stranieri. La “Vernaccia” venne lodata dal Bottigliere del Papa Paolo III, Sante Lancerio e celebrata nei versi di Buonarroti il Giovane e del Redi. Il Micheli (1679) descrive come segue la “Vernaccia di S. Gimignano”: il grappolo è da una libbra e mezzo, fornito di granelli ridotti l'uno con l'altro, di figura e grandezza simile a quelle della “Zuccaia”; il colore è bianco flavo, il sapore è dolce. Molon (1906) cita una “Vernaccia in Toscana” che sarebbe un sinonimo della “Verdea d'Arcetri”. Un’accurata descrizione di questo vitigno fu fatta dal Fregola nel 1932, successivamente De Astis (1937), descrive le caratteristiche della Vernaccia di San Gimignano affermando che “recenti indagini tendono a dimostrare la netta distinzione di questo vitigno dalle altre Vernacce italiane, bianche e nere, e quindi anche da quella classica di Sardegna”. La completa descrizione ampelografica delle Vernacce, inclusa quella di San Gimignano, si trova nel lavoro di Bruni et al. (1962). Con il termine Vernaccia si definisce un numeroso gruppo di varietà tra loro anche molto diverse dal punto di vista ampelografico che hanno in comune la caratteristica di dare origine ad un vino dalle doti organolettiche simili. Come nel caso delle Malvasie, il vino potrebbe aver dato il nome al vitigno. L’etimologia del nome non è univoca in quanto esso può derivare da “vernaculus”, termine tardo latino con il quale si definiva tutto ciò che proveniva da un specifico luogo, non importato, autoctono, o da “Vernazza” (Gallesio, 1839), località delle Cinque Terre, nella Liguria orientale, famosa per il suo vino bianco, oggetto di grande commercio da parte della Repubblica marinara di Genova. A tale proposito, recentemente è stato identificata la sinonimia della “Vernaccia di San Gimignano” con il “Piccabón” identificato a Monterosso nelle Cinque Terre (Torello-Marinoni et al., 2009). Altra ipotesi è che derivi da “Garnacha bianca”, vino bianco pregiato importato per i nobili (Rebora com. personali). Secondo le notizie esistenti nell'archivio comunale di S. Gimignano risulta che nel 1280 un certo Perone Peroni importò dalla Grecia dei maglioli che furono piantati nell’azienda Pietrafitta, da cui è stata prodotta per un lungo periodo una rinomata Vernaccia. È ipotizzabile che siano esistite due varietà distinte, di cui una toscana e l’altra greca (Scalabrelli, 1991)

    Aleatico

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    L’Aleatico è un vitigno di antica coltivazione la cui presenza in Toscana risale al al 1300 sulla base di fonti documentali, quando secondo il De Crescenzi aveva il nome di Livatica (nonostante questa segnalazione venga riportata ovunque è però opportuno specificare che Pier De Crescenzi parla di uva bianca. La prima segnalazione sulla produzione di vino di Aleatico in Toscana si ha ad opera di Trinci (1778) che lo descrive così: “fa il vino pochissimo colorito, sciolto, sottile molto spiritoso, con un odore così delicato, grato e gustoso forse più del Moscadello”. Altri autori hanno decantato le buone caratteristiche del vitigno Aleatico, tra cui Malenotti (1831) e il Gallesio (1839) che descrive la “Liatica” o “Aleatico di Firenze”, considerandolo un “vero moscato” ipotizzando che possa essersi originato in Toscana per seme dai moscati. In particolare segnala che il vitigno dalle preziose caratteristiche è coltivato in tutta Italia e che in Toscana dava origine ad un “vino liquore” molto ricercato. Anche Molon (1906) dedicò a questo vitigno una ampia trattazione considerando la Toscana la zona di coltivazione di maggiore fama (Firenze e Siena) e riportando in ordine di importanza anche la diffusione in altre regioni: Romagna, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Molise, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Corsica. Attualmente la maggiore area di coltivazione dell’Aleatico in Toscana è l’Isola d’Elba. Oltre che all’Isola d’Elba, la presenza di questo vitigno è stata segnalata anche nelle altre isole del mar Tirreno ed in Corsica dove tradizionalmente utilizzato per la produzione del “Rappu”, un vino alcolico e di notevole struttura, utilizzato come aperitivo (Dovaz et al., 1990). Molon (1906) ha commentato alcune informazioni riportate nelle relazioni delle commissioni ampelografiche evidenziando che il suo caratteristico aroma lo fa distinguere da ogni altra uva, tuttavia viene talvolta erroneamente confuso con il Moscato nero (nelle Marche) oppure con il Negroamaro o con la Lacrima. Nella descrizione ampelografica effettuata da Breviglieri e Casini (1962), corrisponde a quella di riferimento per il Registro Nazionale delle Varietà di Vite, vengono riportati una serie di sinonimi, tra cui “Aleatico di Portoferraio”, “Uva Liatica”, “Leatico”, “Aliatico”, “Aleatica”, “Aleatico nero di Firenze” e “Aleatico gentile”. Le analisi molecolari mediante microsatelliti hanno evidenziato le sinonimie con Blacan e Pelaverde (Cipriani et al., 2010), e le relazioni con i moscati (Crespan e Milani, 2001; Scalabrelli et al, 2009; D’Onofrio et al. dati non pubblicati) sulla base delle quali Scalabrelli e D’Onofrio (2012) ipotizzano che l’Aleatico sia un incrocio naturale tra ’Moscato bianco‘ e un vitigno della proles pontica non ancora identificato. Relativamente alle fonti storiche che citano il vitigno Aleatico nella Regione Lazio, Giuseppe Acerbi (1825), nel capitolo “Descrizione di alcune viti romane, dovute alla cortesia di una coltivatrice felicissima della Botanica, la signora Fiorini”, descrive Aleatico nero nella Classe II (Uve nere), Sotto-classe I (quindi tra le uve a sapore moscato), Ordine I (ad acini rotondi), ad acini piccoli. “Pochissima cacciata. Sarmenti fragili, midollosi, a spessi nodi; foglia glabra con peziolo rossastro. Peduncolo analogo, spiccaticcio. Grappolo piuttosto uguale a racimoli quasiché rari, richinati, porporeggianti; frutti sferici, opachi, nero-purpurei; fiocine sottile, duro e dolce. Polpa floscia, molto succosa, e di soavissima fragranza. Usi a formarne il vino di questo nome”. Giorgio Gallesio (1833) menziona il vitigno tra gli inferiori, a Montefiascone, dopo le otto varietà principali. Francesco De Bosis, fornisce una scheda ampelografica sull’Aleatico nel Bullettino ampelografico, 1875, fascicolo II. Capitolo “Descrizione e sinonimia dei vitigni principali delle Marche e degli Abruzzi e cenni delle sinonimie dei vitigni delle Romagne e delle Provincia Romana.” Giuseppe di Rovasenda (1877) elenca i vitigni con i loro sinonimi “Aleatico comune, vedi pure Aleatico nero tra le uve di Roma”. Origene Cinelli (1884) cita un vino di qualità ottenuto dalla miscela di uve di Aleatico con Canaiola (Canaiolo nero) e Rossetto (Trebbiano giallo). Mengarini F. (1888), relativamente al territorio viterbese, riporta che dopo il 1871 la domanda di vino rosso da parte dei consumatori ha fatto aumentare la produzione dei rossi tra cui Aleatico. “Produce il territorio due tipi di vini da dessert....... e l’Aleatico; non si fa però un’industria di questi vini, quantunque siano di ottima qualità.”. L'Aleatico compare pure nel circondario di Civitavecchia e di Tarquinia, Montalto, Monteromano, ma non in grandi quantità (scarsa è la coltura della vite, scarse le uve nere). Mancini C. (1893), scrive: ”Tra le uve ricordate, l’Aleatico figura sia nel comune di Viterbo, che in quello di Vignanello, ma anche nella zona dei Castelli. Dice l’autore “...l’Aleatico, ch’è anch’esso assai diffuso nel Viterbese, il quale, se dà un prodotto pregevolissimo, ha però una produzione assai scarsa”. Zucchini M. (1961), con riferimento ad Aleatico riporta: ”Nella provincia di Viterbo produce il 5% sul totale di uve rosse (perciò sullo 0,5% del totale della produzione di uve da vino). Degno di menzione è poi il vino Aleatico di Gradoli; l’Aleatico partecipa anche alla produzione dei vini rossi romani.” Carosi Demostene (1971), descrive il vino Aleatico di Gradoli, quello di Montefiascone, con tradizioni antiche e molto ricercato, composto unicamente da uve provenienti dal vitigno omonimo, ma anche quello dei Monti Cimini (provincia di Viterbo), seppur modesto in quantità, con caratteristiche di pregio

    Attività Gruppo per la Formazione Continua: Wine Immersion

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    Il Corso di Studio in Viticoltura ed enologia dell’Università di Pisa si avvale dell’attività del Gruppo Formazione Continua, costituito con Delibera del Consiglio Unificato del 25.07.2002, che opera con la finalità di consolidare i rapporti con laureati e diplomati, con il territorio e le aziende vitivinicole. Il gruppo di lavoro si è fatto promotore di manifestazioni e giornate di formazione, a diversi livelli, ha provveduto a raccogliere informazioni sul destino dei laureati, mantiene il collegamento con ex-allievi e organizza azioni di educazione in continuo anche allo scopo di interazioni con gli studenti del corso di studio che sia di reciproco stimolo. Tra le attività che hanno contribuito particolarmente al coinvolgimento degli studenti nella realtà vitivinicola italiana vi sono i viaggi di studio e lezioni fuori sede che nel corso del ventennio si sono susseguite lungo tutta la penisola, isole incluse e anche fuori dell’Italia: Sicilia, Sardegna, Puglia, Borgogna, Montalcino in parte finanziate nell’ambito del percorso didattico ‘’Promotore enologico’’. In questo contesto si è inserita l’interessante proposta di un gruppo di studenti (Lorenzo Pasquini, Giulio Serafinelli, Cristina Gorelli e Maria Michela Bussu) che nel 2010 hanno espresso al prof. Scalabrelli il loro desiderio di condividere e confrontarsi tra studenti di realtà universitarie diverse e di approfondire insieme i temi più attuali e controversi: un momento d’incontro e di scambio tra studenti, professionisti, professori ed esperti. È così che ha avuto inizio la Wine Immersion del CdS VE dell’Università di Pisa che nella sua prima edizione nel 2010 ha coinvolto anche studenti degli atenei di Firenze, Bologna, Viterbo nell’iniziativa a titolo “Il cambiamento nel mondo del vino sotto tutti i suoi aspetti: climatico, del gusto, del consumo, del mercato e legislativo”, svolta nella zona di produzione del Brunello di Montalcino. Le seguenti edizioni, con cadenza annuale, hanno riguardato “Strategie produttive di un vino di successo”, Bolgheri, 24-27 maggio 2011, Focus su Morellino, 2012, Focus sul Chianti Classico 2013, come qui di seguito riferito

    Montescudaio

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    Il nome di questo paese ha un etimo apparentemente latino, di epoca tarda romana essendo formato da "mons" e "scutum", ma esistono anche altre interpretazioni, come ad esempio, la parola latina "scutarii" che indicava "guardie di scorta armate", oppure dal longobardo "warden stall" ovvero posto di guardia. La rilevante importanza strategica e la vocazione agricola di queste zone rimasero inalterate nel periodo etrusco ed in quello romano come dimostrato dall’esistenza di un “distretto rurale” o “Pago” di cui si ha prova nella “plebes” paleocristiana dedicata a Sant’Andrea apostolo, e della famosa villa di Decio Albino Cecina, descritta da Rutilio Namaziano nel V secolo. Le invasioni barbariche, prima dei Goti (411 d.C.) e poi degli Unni e dei Longobardi a causa delle devastazioni, costrinsero le popolazioni a cercare protezione entro le mura dei castelli che sorsero sulle alture. Il castello di Montescudaio, fondato attorno all’anno 1000, seguì le sorti dei Conti della Gherardesca, discendenti del guerriero Longobardo Walfredo, che mantennero il Feudo fino al 1479. Montescudaio conobbe, tuttavia, una dura sconfitta per opera delle truppe napoletane di Alfonso d’Aragona nel 1477. Successivamente, durante il periodo mediceo venne costituito il castello di Montescudaio nel Marchesato del cavaliere Ferdinando di Niccolò Ridolfi, patrizio fiorentino, ed insieme a Guardistallo e a Casale Marittimo ebbero statuti rurali speciali, che perdurarono fino all’avvento dei Lorena. Dopo un periodo di declino e di estreme difficoltà per le condizioni di vita della popolazione, Pietro Leopoldo di Lorena abolì i residui medievali e dette un nuovo impulso alle attività agricole, tra le quali emergono le facilitazioni per la messa a coltura e l’impianto di viti e di olivi (legge di Riforma generale del novembre 1793), la coltivazione delle colline, i terrazzamenti e la difesa dall’erosione. L’interesse verso la coltivazione della vite è sottolineato anche dall’approfondimento degli studi intrapresi dell’Accademia dei Georgofili sulla vite e sul vino. Il riconoscimento della DOC Montescudaio, avvenuto nel 1976 ha sancito la vocazione di questo territorio che ha vigneti posti prevalentemente in terreni a giacitura collinare, ben esposti alla luce e caratterizzati da un clima mite, alquanto favorevole alla maturazione delle uve. I suoli, originatisi in prevalenza da rocce calcaree, sono in genere di medio impasto, talvolta argillosi o limo sabbiosi, se alluvionali. In Val di Cecina predominano le argille e le argille-sabbiose plioceniche, più o meno marnose, di "facies piacenziana". In media Val di Cecina si trovano terreni su rocce calcaree compatte, su calcari marnosi dell'eocene inferiore (alberesi) o su stratificazioni calcareo- arenacee. Verso Castelnuovo Val di Cecina dominano terreni su rocce compatte, calcaree, argillose. Nei comuni di Castellina Marittima, Riparbella, Montescudaio, Guardistallo e Casale Marittimo, i terreni, situati su rocce calcaree sono sciolti o di medio impasto, brecciosi, poco profondi e aridi. La recente modifica al disciplinare ha recepito una serie di esigenze avvertite dai produttori da oltre un decennio, apportando alcuni elementi di dinamismo alla piattaforma ampelografica e al processo tecnologico. Sono state, infatti, rese più elastiche le percentuali dei vitigni utilizzabili, introducendo anche i vini da monovitigno, infine è stata ridotta la resa per ettaro ed aumentata la densità di piantagione per i nuovi impianti (min. 3.500 viti/ha), allo scopo di migliorare la qualita

    Quale viticoltura per il futuro?

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    La crescita della popolazione mondiale nei prossimi 50 anni porterà alla necessità di incrementare la produzione delle risorse alimentari, con un conseguente aumento del consumo energetico, e della produzione della CO2, principale implicato nell’effetto serra. Inoltre, causa l'uso eccessivo delle fonti di energia non rinnovabili, queste nei prossimi 20-40 anni andranno a ridursi fino all’esaurimento, determinando l’inevitabile l’aumento dei costi delle materie prime, con problemi per la popolazione agricola e per la viticoltura. Vengono ipotizzati possibili scenari, nell’ambito dei quali possono entrare in giuoco il cambiamento climatico, il costo di energia e delle materie prime, l’utilizzo delle attrezzature e di nuovo materiale genetico, l’evoluzione dei principi etici e religiosi ed anche possibili novità legate al progresso scientifico e tecnologico. Si conclude che il futuro potrà essere migliore se l’uomo potrà acquisire una nuova “coscienza ambientale”
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