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    Siciliani di Tunisia e relazioni interreligiose (1930-1960). Dall’enfasi del mescolamento all’oblio delle conversioni all’islam

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    Scopo di questo saggio è analizzare alcuni temi inerenti alle relazioni interreligiose, declinate rispetto a questioni cultuali, rituali, sociali, festive e identitarie, i cui protagonisti sono siciliani di Tunisia vissuti nel Paese nordafricano tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo XX. Si vuole mostrare come le narrazioni siciliane rilevino un forte ancoramento al contesto: le costruzioni identitarie si rigenerano in rapporto dialettico alle altre componenti nazionali, sociali e religiose. In primis a quella tunisina, con un raffronto immediato e “spontaneo” con l’islam. Per la stessa ragione i testimoni tendono a evidenziare gli aspetti positivi di una Tunisie Mosaïque (Alexandropoulos, Cabanel 2000) presentata in tono nostalgico, capace di permeare le relazioni interreligiose grazie alla prevalenza, rispetto all’ambito teologico-dottrinale, della socialità, della condivisione, del clima festivo, degli scambi culinari, del ruolo taumaturgico e apotropaico di figure “sante”. Altre testimonianze permettono di riflettere sulle conversioni all’islam di alcuni siciliani, restituendo storie di relazioni conflittuali e poco “spendibili” nel racconto di un idilliaco “mondo plurale”

    Dalla Sicilia alla Tunisia nei secoli XIX-XX. Statistiche e cause di un movimento migratorio

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    The contribution aims to frame Sicilian emigration to Tunisia, underlin- ing its preponderance within the component coming from Italy, following two directives. One is the analysis of some statistical data, highlighting aspects as much problematic as necessary: although controversial, the numbers convey representations capable of feeding identity and percep- tive constructions in the relations between majority and minority and in those between holders of power and subordinates. The other is the pre- sentation of the causes that have favoured the expatriation from the island and the landing in the North African country, assuming the point of view of the historiographical sources that indicate these causes as majority

    Introduzione. Perché Cartografie liquide

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    Il titolo Cartografie liquide intende richiamare una contraddizione: da un lato, la solidità terrestre, la “certezza” della carta geografica, la sua ferma staticità; dall’altro, le acque del Mar Mediterraneo come paradigma di liquidità, elemento mobile e sfuggente definito sempre dal terracentrismo e mai dal mare stesso. La “solida terra” prelude metaforicamente al nord del Mediterraneo – un sud a sua volta, quello europeo – che vuole permettersi, forte di un’arroganza cristallizzata nei secoli, di proporsi come decisore unico, arbitro non imparziale, definitore e discernitore di un Mediterraneo ”altro”. Stigmatizzato e escluso, disumanizzato e barbarizzato (Taguieff, 1998), quest’ultimo rischia di essere presentato come antitesi della “grande civiltà europea”, al quale il primo, seppure come “fratello minore”, afferirebbe (Bono, 2008, p. 276). Liquido, appunto, o liquefatto: magmatico, informe, fragile e disorientato. Nelle rappresentazioni mediatiche, “quell’altro” Mediterraneo soffre di problemi diversificati, solo in parte frutto di stereotipi, da cui è chiamato a una perenne discolpa che chiarisca «perché qualcosa è andato storto» nella storia degli ultimi due secoli (Bulliet, 2004): dalle disillusioni delle “primavere” a una “endemica arretratezza”, da ingannevoli vagiti democratici a persistenti echi neocoloniali. Cartografie liquide: sono debitore verso due persone per l’accostamento dei due termini, che desidero ringraziare. La prima è Laura Faranda, maestra inarrivabile, il cui acume, generandosi dalle sue ricerche etnografiche, dalle originali interpretazioni antropologiche, dalla raffinata produzione scientifica, si protrae sino alla fervida fantasia di suggerire un titolo ossimorico che ho subito sentito appropriato. L’altra è Matteo Aria: le sue «solidarietà marittime» che aspirano a «mari condivisi», il suo progetto Ermenautica-Saperi in rotta, esperienza di navigazione tra Sicilia e Tunisia cominciata nell’estate del 2019 – al quale ebbi l’onore di partecipare, per un breve segmento – con un equipaggio di studentesse e studenti, docenti universitari e marinai, mosso dall’ambizione di «bucare» il regime delle frontiere e il dominio delle necropolitiche (Aria, 2021), ha costituito inevitabile riferimento teorico e politico

    Marginalità sociali, periferie religiose, esclusioni politiche. Una lezione di attualità da “Le feste dei poveri” di Annabella Rossi

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    La prima edizione de Le feste dei poveri venne pubblicata nel 1969. Annabella Rossi incentrò questo lavoro su culti e pellegrinaggi “non istituzionalizzati”, paralleli a quelli più noti, formalizzati e disciplinati dalle gerarchie ecclesiastiche. L’autrice non era interessata a luoghi di culto sfarzosi e maestosi ma a “edifici poveri che passano inosservati”, “chiese modeste che si possono trovare in una piazza di paese, in cima a un monte, come nascoste in una vallata” (Rossi, 1969, p. 7). Si trat- ta di luoghi liminari, periferici rispetto ai centri urbani e alla dottrina cattolica, in cui malocchio e preghiere, fatture ed ex-voto, guarigioni e miracoli richiamano feconde contaminazioni tra cattolicesimo e magia (de Martino, 2013, p. 8-9)

    I luoghi di culto nella Roma plurale, in A. Castelnuovo (ed.), L’ebraismo ed i grandi educatori del ‘900. Le religioni come sistemi educativi, Belforte&C., Livorno, pp.217-224

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    I luoghi di culto a Roma comportano differenze evidenti tra visibilità, dimensioni, frequenza, posizioni geografiche e nello spazio pubblico. Talvolta sono riconoscibili, architettonicamente, come tali. Altre volte sembrano "nascosti"..

    Sangue italiano, mente francese, cuore tunisino. Nazionalità tra percezioni e appartenenze

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    Come si percepisce la collettività italiana di Tunisia rispetto alla nazionalità? A seconda di come varie vicende storico-politiche sono state riplasmate, gli aspetti italiani, francesi e tunisini giocano diversi ruoli.How Italian collective in Tunisia perceive herself about nationalities? The question is complex and depends by the way in which historical and geopolitical incidents were shaped

    Antropologia e terza missione. Tra negoziazioni, alterità e patrimoni

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    La terza missione pone sfide impegnative all’antropologia, in cui si intersecano istanze teoriche e questioni di ordine pratico. In questo capitolo, senza pretesa di esaustività, intendo discuterne alcune. Tra le fonti, attingerò alle riflessioni proposte dalla rivista “Antropologia Pubblica”, non casualmente legata alla Società Italiana di Antropologia Applicata (siaa). Lo scopo è evidenziare come criticità riscontrabili nell’impegno degli antropologi in attività di engagement siano legate ai rapporti – sino a qualche decennio fa, intesi in accezione oppositiva – tra ricerca fondamentale e versanti applicativi della disciplina. Mostrando che tali divisioni sono molto più sfumate di come non si credesse in una concezione classica dell’antropologia, si tenterà di segnalare come problemi epistemologici ascritti all’ambito applicativo riguardino anche la ricerca “pura” e come sia possibile cogliere opportunità da relazioni in apparenza difficili. Avvalorando quest’ultima tesi, il capitolo si chiuderà con un cenno ai tirocini curriculari espletati da studenti di Antropologia e non solo, che hanno costituito fertili occasioni per le azioni del progetto di terza missione Paesaggi di confine. Modelli di lavoro per una narrazione partecipata del Dipartimento SARAS di Sapienza Università di Roma

    Profezie, poteri carismatici, pentecostalismi. Pratiche e politiche in alcuni casi di studio

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    Alcuni casi di studio inerenti legami tra profezie, poteri carismatici, protestantesimo storico e pentecostalism

    Vite al limite. Storie di siciliani di Tunisia e relazioni religiose plurali

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    Questo saggio ambisce a analizzare alcuni temi inerenti alle relazioni interreligiose, declinate rispetto a questioni cultuali, rituali, sociali, festive e identitarie, i cui protagonisti sono siciliani di Tunisia vissuti nel Paese nordafricano tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo XX. Si vuole mostrare come le narrazioni siciliane rilevino un forte ancoramento al contesto: le costruzioni identitarie si rigenerano in rapporto dialettico alle altre componenti nazionali, sociali e religiose. In primis a quella tunisina, con un raffronto immediato e “spontaneo” con l’islam. Per la stessa ragione i testimoni tendono a evidenziare gli aspetti positivi di una Tunisie Mosaïque (Alexandropoulos, Cabanel 2000) presentata in tono nostalgico, capace di permeare le relazioni interreligiose grazie alla prevalenza, rispetto all’ambito teologico-dottrinale, della socialità, della condivisione, del clima festivo, degli scambi culinari, del ruolo taumaturgico e apotropaico di figure “sante”
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