207 research outputs found

    LORIA, PITRÈ, VILLARI: IMPERTINENZE, RESISTENZE, CORRISPONDENZE

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    This work explores the contradictory relationship of intense scientific rivalry between Giuseppe Pitré and Lamberto Loria. To do this, the author analyzes the correspondence collections of the Historical Archives of the “Giuseppe Pitrè” Ethnographic Museum of Palermo and of the National Museum of Popular Arts and Traditions in Rome, crossing them with other sources already analyzed in previous studies

    Sema6a and mical-1 sustain cell growth and survival of BRAFv600e mutated melanoma

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    Therapeutic targeting of BRAFV600E and MEK has shown significant impact on progression-free and overall survival for advanced melanoma, but only a fraction of patients benefit from these treatments, suggesting that additional signaling pathways involved in melanoma growth need to be identified. We used whole genome microarray analysis to identify differentially expressed genes in a set of neoplastic clones, isolated from a melanoma metastasis, and characterized by mutually exclusive expression of BRAFV600E or NRASQ61R. We identified two genes, SEMA6A and MICAL1 belonging to the semaphorin-plexin signaling pathway and highly expressed, as mRNA and protein, in BRAF-mutant neoplastic clones. Real-time PCR, Western blot and immunohistochemistry confirmed preferential expression of Sema6A and Mical1 in BRAFV600E neoplastic cells from melanoma clones, primary and metastatic cell lines and tissue sections from melanoma lesions. Sema6A depletion, by specific RNA-interference, led to cytoskeletal remodeling, loss of stress fibers, generation of actin-rich protrusion, and cell death, whereas Sema6A overexpression, in NRASQ61R clones, promoted anchorage-independent growth and invasiveness. Mical1 depletion, by siRNA, in BRAFV600E melanoma did not alter the actin cytoskeleton organization but caused strong NDR phosphorylation and NDR-dependent apoptosis. Overall, these results suggest that the Sema6A and Mical1 pathways contribute to promote serviva of BRAFV600E melanomas cells

    Looking Through a Colored Lens: A Black Librarian’s Narrative

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    Originally published in: Konata, La Loria. (2017). Looking Through a Colored Lens: A Black Librarian’s Narrative, In A.M. Deitering, R. Stoddart, and R. Schroeder (Eds.), The Self as Subject: Autoethnographic Research into Identity, Culture, and Academic Librarianship (pp. 115-128). Chicago, IL: Association of College and Research Libraries. (c) The Author

    Efficacy of eprinomectin pour-on against Dictyocaulus arnfieldi infection in donkeys (Equus asinus).

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    A trial to assess the efficacy of eprinomectin (EPM) against the lungworm Dictyocaulus arnfieldi was carried out on 15, naturally-infected donkeys. Ten animals were treated with a 'pour-on' EPM preparation (at a dose of 0.5mg/kg bodyweight), and five animals acted as controls. EPM was 100% effective in eliminating faecal larvae from day 7, until the end of study at day 28. No adverse drug-reactions or side-effects were observed in any of the treated donkeys

    Disturbi affettivi: trattamenti a confronto per prospettive future

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    La psichiatria può essere intesa in almeno due sensi: ...in senso ampio [...], cioè come la scienza generale dei disturbi psichici, come tale praticata sia dagli psichiatri, sia da una parte degli psicologi clinici; sia, in senso molto più ristretto, può esser vista come quella parte dello studio dei disturbi psichici che viene svolta da medici e presenta qualche addentellato con lo studio del corpo (Jervis, 1996, p. 180). È solo nella prima – e più corretta – accezione che il termine sarà utilizzato in questo volume a più voci. Il suo scopo è quello di discutere se, ed eventualmente in quali modi, le scienze della mente e del cervello possano fornire teorie, metodi e dati utili per liberare la psichiatria da quelle antinomie che l’hanno afflitta fin dai suoi esordi. Da sempre, infatti, la psichiatria cerca di venire a capo della sua natura eterogenea, partecipe sia delle scienze biologiche sia delle scienze umane, a cavallo fra l’interpersonale e il personale, fra il sociale e l’individuale. Il quesito va inquadrato storicamente. Nel corso degli ultimi quarant’anni la scienza cognitiva si è espansa “in senso verticale”, verso il cervello: di conseguenza le neuroscienze sono divenute il principale interlocutore delle scienze psicologiche, andando a occupare nell’esagono cognitivo quel posto che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso era stato dell’intelligenza artificiale. Di qui la nascita della neuroscienza cognitiva, ovvero il progetto di collegare funzioni psicologiche e strutture neuronali approntando spiegazioni meccaniciste dei processi cognitivi1. Premessa di Rossella Guerini e Massimo Marraffa psicopatologia e scienze della mente 14 buito a definire il campo della neuroscienza cognitiva. Attualmente è in preparazione la sesta edizione del testo. In precedenza, si era costituita, come settore della psicologia cognitiva, la neuropsicologia cognitiva. Lo studio dei deficit insorti in pazienti a seguito di lesioni cerebrali era qui rivolto primariamente alle inferenze che possono essere fatte riguardo l’organizzazione funzionale dei processi mentali, indipendentemente dalla loro localizzazione anatomica (Caramazza, 1986). A partire dagli anni Novanta, tuttavia, la neuropsicologia cognitiva tende a ridefinirsi come parte della neuroscienza cognitiva, e quindi a prendere come proprio oggetto d’indagine tanto l’organizzazione funzionale dei processi mentali quanto la loro localizzazione negli emisferi cerebrali e nelle strutture sottocorticali. In questa prospettiva, i risultati basati sui metodi di correlazione anatomo-clinica (per cui un particolare deficit neuropsicologico è correlato alla sede ed estensione della lesione cerebrale cui è associato) sono visti come strettamente complementari ai risultati ottenuti con le più recenti neurotecnologie: sia le tecnologie che producono “lesioni virtuali”, reversibili, come la stimolazione magnetica transcranica o la stimolazione cerebrale profonda, sia le tecniche della tomografia a emissione di positroni, della risonanza magnetica funzionale e dei potenziali evento-correlati, che consentono una precisa correlazione in vivo fra attività cognitiva e attivazione di specifiche regioni cerebrali. Negli anni Ottanta e Novanta la neuropsicologia cognitiva prima e la neuroscienza cognitiva poi hanno interagito con la psichiatria. Fra i primi esemplari di questa interazione figurano la spiegazione neuropsicologica di alcuni deliri da identificazione errata (Ellis, Young, 1990); l’ipotesi secondo cui l’insufficiente comprensione delle menti altrui riscontrabile in pazienti portatori di disturbi dello spettro autistico (ad alto funzionamento) sarebbe riconducibile alla compromissione di meccanismi deputati alla mentalizzazione (Baron-Cohen, Frith, Leslie, 1985); la definizione della schizofrenia come “autismo a tarda insorgenza” (Frith, 1992); e infine la spiegazione delle condotte psicopatiche come l’esito dell’assenza o del malfunzionamento di un “meccanismo di inibizione della violenza” (Blair, 1995). Alla luce di questi contributi pionieristici, alcuni studiosi cominciarono a nutrire la speranza che fosse possibile muovere verso una premessa 15 2. La sua prima stesura (dsm-i) da parte dell’Associazione Psichiatrica Americana (apa) è del 1952. Da allora si sono succeduti: il dsm-ii del 1968, il dsm-iii del 1980, il dsm-iii-Revised del 1987, il dsm-iv del 1994, il dsm-iv-Text Revision del 2000 e il dsm-5 del 2013. Cfr. Sirgiovanni (2016a). 3. “Disturbo” e non già “malattia”. Nell’attuale letteratura scientifica internazionale non si parla più di malattie mentali, come nella prima metà del Novecento, ma si usa un termine più neutro e unificante: si parla, cioè, di disorders – disturbi deliranti, disturbi ansiosi, e così via. 4. In medicina il sintomo è la sintomatologia soggettiva, il vissuto del paziente come da esso riferito; il segno è invece la sintomatologia oggettiva, un criterio oggettivo che può essere rilevato dal clinico mediante la semplice osservazione o per mezzo di test. tassonomia dei fenomeni psicopatologici fondata non già su criteri puramente fenomenologici, come avviene nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (dsm)2, bensì sulle teorie e i metodi delle scienze della mente e del cervello. Nel dsm – così come negli altri principali manuali diagnostici (per esempio l’International Classification of Diseases, icd, oggi alla undicesima edizione) –, i disturbi mentali3 sono individuati sulla base di sindromi unitarie, vale a dire sulla base di sintomi e segni4 con un decorso, un esito e una risposta al trattamento tipici. Tali sindromi sono però tipicamente formulate nel linguaggio vago e impreciso della fenomenologia clinica, caratterizzata dalla presenza di concetti psicologici e clinici del senso comune (Poland et al., 1994). In questo senso, il dsm non rappresenta affatto un approccio descrittivo e ateorico come pure pretende di essere. È in questo clima di svolta che nei primi anni Novanta si comincia a parlare di “neuropsichiatria cognitiva”. Hadyn Ellis è accreditato per essere stato il primo, nell’ottobre del 1991, a utilizzare in pubblico l’espressione cognitive neuropsychiatry per designare l’applicazione dei metodi della neuropsicologia cognitiva ai disturbi psichiatrici (Coltheart, 2007, p. 1042). Quindi, in Cognitive Neuropsychology of Schizophrenia (1992), Cristopher Frith getta le basi per la neuropsichiatria cognitiva, mostrando in modo sistematico come i principi della neuropsicologia cognitiva possono essere applicati ai fini della comprensione di sintomi psichiatrici quali i deliri e le allucinazioni. Nel 1996 viene pubblicato il volume, curato da Halligan e Marshall, Method in Madness: Case Studies in Cognitive Neuropsychiatry; e lo stesso anno esce il primo fascicolo della rivista “Cognitive Neuropsychiatry”. Più recentemente, in questa direzione si è mosso il National Institute of psicopatologia e scienze della mente 16 Mental Health con il progetto rdoc (Research Domain Criteria), volto a elaborare un nuovo sistema di classificazione dei disturbi mentali fondato sull’integrazione di dati provenienti dalla genetica, l’epigenetica e le neuroscienze. Questo riorientamento della psichiatria dal descrittivo all’eziologico è stato esaminato a fondo da Dominic Murphy (2006; cfr. anche Amoretti, Lalumera, 2018). Per questo filosofo, tale riorientamento equivale al superamento del modello medico “debole”, soggiacente al dsm, in favore di un nuovo paradigma medico “forte”, che definisce il disturbo mentale come un processo patologico che avviene nei sistemi cerebrali ed è individuato con i metodi d’indagine della neuroscienza cognitiva – per cui ora Murphy parla di «neuroscienza cognitiva clinica » anziché di «neuropsichiatria cognitiva». È legittimo chiedersi a questo punto se la neuroscienza cognitiva sia davvero in grado di svolgere tutto il lavoro esplicativo richiesto dalla psichiatria. In particolare, ci si può domandare se la neuroscienza cognitiva possieda le risorse necessarie per occuparsi delle dimensioni di livello personale della disciplina. La rilevanza della domanda varierà a seconda delle opinioni in merito al rapporto che intercorre fra l’immagine scientifica e l’immagine ordinaria di noi stessi. Ossia non costituisce un grande problema se nutriamo la convinzione che la visione di noi stessi come sistemi psicobiologici conduca alla radicale rettifica, se non addirittura all’eliminazione, di gran parte dell’immagine ordinaria di noi stessi in quanto persone dotate di coscienza e razionalità. È invece un grosso problema qualora si ritenga che l’immagine ordinaria imponga un vincolo ineliminabile sulla teorizzazione scientifica. In tal caso, come osservano Broome e Bortolotti, si rende opportuna una politica delle pari opportunità: «non vi è dubbio che le neuroscienze abbiano contribuito in modo importante alla comprensione delle patologie della mente»; ora, tuttavia, «è necessario riconciliare il discorso neuroscientifico con altri quadri esplicativi in modo da cogliere tutti gli aspetti del comportamento delle persone che sono rilevanti per lo studio della psichiatria» (Broome, Bortolotti, 2009, p. 365). A tutta questa intricata materia è dedicato il presente volume. È composto da tre parti così da consentire al lettore di meglio orientarsi nel fitto intrico di concetti e idee generato dall’interazione fra la psichiatria e le scienze della mente e del cervello. La prima parte comprende capitoli di impianto storico ed epistemologico, che si interrogano sulle prospettive e i problemi del progetto di una neuropsichiatria copremessa 17 gnitiva (o neuroscienza cognitiva clinica). La seconda parte esamina alcuni casi specifici di interazione tra psichiatria e scienze cognitive, inclusi i contributi pionieristici sopra menzionati. Infine, nella terza parte la teoria dell’attaccamento, in quanto tradizione psicodinamica di impianto etologico, cognitivo ed evoluzionistico, è presa come quadro di riferimento entro cui sono riesaminati temi psicoanalitici classici quali la regolazione delle emozioni, le difese, il trauma e la dissociazione

    Credenze deliranti

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    In questo capitolo ci concentreremo sul delirio di Capgras. Dopo un primo tentativo di spiegare questo disturbo delirante secondo categorie psicodinamiche, la constatazione che il 35% dei deliri di Capgras evidenzia una chiara eziologia organica (un danno all’emisfero destro – Signer, 1994), unitamente all’applicazione di un preesistente modello funzionale del riconoscimento dei volti (Bruce, Young, 1986), condussero a una spiegazione eziopatogenetica a carattere neurocognitivo. In una relazione dal titolo The cognitive neuropsychiatric origins of the Capgras delusions, presentata nel 1991 a Londra da Hadyn Ellis nel contesto dell’International Symposium on Neuropsychology of Schizophrenia, venne proposto quello che sarebbe poi diventato il paradigma di un’indagine di “neuropsichiatria cognitiva” (termine che qui compare per la prima volta) (Coltheart, 2007; Sirgiovanni, 2014)

    The economic foundations of society, by Achille Loria ; translated from the second French edition by Lindley M. Keasbey with a new preface by the author.

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    "First edition, February, 1902; Reprinted, April 1904."Bibliographical footnotes.Mode of access: Internet

    EVASIONI ALLO SPECCHIO: EVOLUZIONE E ASPETTI DELLA NARRATIVA DI ARTURO LORIA DAI PRIMI INEDITI A "LA SCUOLA DI BALLO"

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    The stories written by Arturo Loria (1902-1957) in the first half of the Twenties are mostly inedited and little studied. Through their analysis, therefore, I aim at presenting the first comprehensive research on the development of his narrative from his debut until the publication of his third and last volume, “La scuola di ballo”. The first of the three periods in which I have divided his oeuvre comprises seventeen stories written between the end of 1920 and the middle of 1922. Displaying homogeneous characters and situations and a pervasive rhetoric of excess and delirium that connects Loria's work to the melodrama and the Gothic tales, these stories reveal in their succession a conscious design of the writer. Since the very beginning his art seems to be retreated into itself thus mirroring its condition in society. Between 1922 and 1926, Loria develops his narrative in a coherent way. His stories are characterized by a growing process of desublimation that eventually leads to the picaresque tales of “Il cieco e la Bellona”. At the same time, he also experiments new solutions and different narrative genres. The second chapter, divided into three parts, is dedicated to the analysis of the genesis and structure of the collections: “Il cieco e la Bellona” (1928), “Fannias Ventosca” (1929) and “La scuola di ballo” (1932). The study of archive material (edited and inedited) gives information on the volumes that is largely unknown. The analysis of the structure, for example, demonstrates that Loria aimed at creating a cohesive work: “books of stories”, and not simple anthologies. This hypothesis seems to find evidence in the transformation that the texts undergo in the passage from review to volume. Building up thick plots of connections among the different stories and giving importance to their disposition, Loria uses the structure of his work as a rhetoric device to direct the attention of the reader towards certain aspects of his narration. He also uses it to multiply and deepen the symbolic scope of his stories. Moreover, the study on the genesis of the publications leads to the identification of two distinct phases of the Lorian narrative in “Il cieco e la Bellona” and in “La scuola di ballo”, with “Fannias Ventosca” being the collection of transition. The object of the third chapter is the in-depth analysis of the evolution of the narrative and of the poetics of the author. In it I consider the way in which similar situations and characters, in particular the meeting between the protagonist and an old lady, are repeated over and over again. The comparison of analogous elements in texts belonging to different phases highlights that this repetitive duress is referable only in part to an obsessive matrix. Indeed, the reiteration of elements often reveals the high degree of awareness with which Loria reflected on his stories and on himself through them. It is a stratagem to enshrine in his volumes both his autobiography and the “biography” of his writing technique. This incessant reflection is related ultimately to the modern conscience of the crisis of the subject and of reality: a crisis that in the first half of the Twenties manifests itself mainly in the refusal of it, while in the second phase it assumes the form of an unsolved dialectic between enchantment and disenchantment. It is possible to find Utopian nostalgia and cruel observation of the evil especially in the ambiguous relationships that the narrators build with the grotesque characters and with the eccentric events that involve them. At a certain point, however, the adventurous plots of “Il cieco e la Bellona” disappear and the author focuses his attention on the sensations and the impressions of characters paralyzed by a castrating awareness of their own self. In the fourth and last chapter I ponder some aspects of the evolution of his narrative mode to show how over the three volumes the voice of the narrator becomes less and less audible and how the diegesis shifts decisively into mimesis. Additionally, I underline how the modernity of contents is not mirrored in the forms of expression. Unable to conceive his own art if not in ways which Loria himself perceived as non-topical, with his stories the author seems to have constantly given life to metaphors of crisis
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