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Il cemento degli artisti: intervista ad Anna Rosellini
Cemento: non solo materiale costruttivo per l'edilizia, ma anche materia su cui l'arte ha basato opere, indagini, esperienze capaci, da lì, di tornare a ispirare architettura ed ingegneria. Gabriele Neri ne ha parlato con Anna Rosellin
Introduzione ai regesti delle opere e degli scritti; Regesto delle opere e degli scritti
I regesti sono stati compilati dopo un lavoro di risistemazione e catalogazione dell'archivio di Mansutti e Miozzo conservato presso il MART, curato da Anna Rosellini. Il fondo conserva i materiali relativi all'attività professionale dei due architetti, a partire dai progetti giovanili, elaborati alla metà degli anni Venti, fino al secondo dopoguerra. I regesti rendono conto degli elaborati grafici, dei numerosi documenti (studi, stime, capitolati d'appalto, bandi di concorso, corrispondenza professionale, materiale cartografico e catastale, fotografie ecc.), e del materiale fotografico e degli scritti
Prodotti edili e figure arcaiche, da Uncini a Zorio
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Happening, rivolta, liberazione e riciclaggio, da Kaprow a Matta-Clark
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Natura e materia, da Smithson a Heizer
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Ostruzioni politiche e steli simboliche di Hollein, Vostell, Staccioli, Arman
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Prologo
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Calchi di spazio, mnemosine e rovine. Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi
La questione del calco in calcestruzzo è ormai da anni diventata decisiva nella scultura contemporanea, e, grazie a questa, ha assunto nuova importanza anche nell’architettura. Fatta eccezione per i calchi delle sculture in pietra che vennero eseguiti dagli artisti sin dai primi decenni del Novecento, il calco in calcestruzzo svincolato dalla copia inizia a delinearsi quale particolare forma di scultura solo nella seconda metà del secolo. Il materiale che ha generato spazi di vita per l’umanità diventa, nelle mani degli artisti, un composto che riesce a rivelare i vuoti invisibili e appena tratteggiati dalle linee di oggetti domestici. Quello stesso materiale può far apparire quello che secondo la tradizione antica è all’origine della pittura: l’ombra di una persona amata. Nauman, Penone, Uncini, Gormley, Kiecol, Salcedo, Whiteread e Genzken sono tra i principali protagonisti delle diverse espressioni del calco in calcestruzzo quali ricognizioni sugli accadimenti dello spazio, sia quello fisico che quello introspettivo. Il sentimento della rovina viene espresso da artisti come Kiefer attraverso la creazione di un calcestruzzo grezzo da cui spunta la rugginosa armatura in acciaio di un edificio divelto. Altri ancora, come Huyghe, hanno eletto le carcasse in calcestruzzo armato lasciate non finite nei paesaggi delle periferie italiane a simboli di un cantiere permanente per un processo creativo partecipativo su cui rifondare arte e architettura. Alcune architetture di Nouvel, Olgiati, Lacaton & Vassal e di Aravena sono concepite quali altri cantieri non finiti. I calchi dello spazio e dei ricordi materializzati dagli artisti hanno finito per condizionare alcuni processi creativi della fabbricazione del calcestruzzo in architettura. All’inizio del Duemila sono nati così edifici e monumenti costruiti da AFF Architekten, Diener & Diener, Brandlhuber, Kerez, Buchner & Bründler, Edouard François e Christ & Gantenbein a partire dal calco di costruzioni all’abbandono e destinate alla distruzione, e che rivivono nelle impronte lasciate sui muri in calcestruzzo. Moretti si rivela essere stato comunque un pioniere della scoperta degli effetti plastici del calco dello spazio. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Valori primordiali e ideologici della materia, da Uncini a LeWitt. Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi
La sua natura artificiale di composto di più ingredienti, il suo processo di fabbricazione, i passaggi dallo stato fluido a quello solido, la presenza o meno dello stampo o delle casseforme, lo stesso cantiere edile con la partecipazione di manovali, sono tutti elementi, fasi e luoghi della fabbricazione che hanno imposto il calcestruzzo tra i prodotti tecnici più idonei a esprimere i radicali mutamenti culturali e politici della società contemporanea quando gli artisti attivi negli anni Sessanta del Novecento hanno reso sempre più vasto e irrituale il catalogo di materiali e le azioni creative della scultura. Nel cemento, nel calcestruzzo e nei loro processi di fabbricazione sono stati scoperti i modi per rifondare l’intelaiatura stessa del quadro, per creare cataste arcaiche e ostruzioni politiche, per produrre rovine, colate lungo scarpate e giganteschi monumenti in parchi e città, oppure trincee nei deserti per innalzare steli simboliche della civiltà dei consumi, per fomentare happening e sperimentare forme di riciclaggio, per trasformare la scultura in struttura seriale e commensurare o imbrigliare lo spazio, per mostrare il dolore di donne violate. Di tutte queste forme artistiche del calcestruzzo sono stati protagonisti i massimi artisti della seconda metà del Novecento, da Uncini a Schifano, Zorio, Boetti, Anselmo e Pistoletto, da Shiraga a Sekine, Kishio e Oiticica, da Rauschenberg a Smithson, Andre, De Maria, Heizer, Holt, Oppenheim, Aycock, Ross e Turrell, da Kaprow a Kienholz, Oldenburg, Nek Chand, De Sainte Phalle e Matta-Clark, da Vostell a Staccioli e Arman, da Chillida a Serra, LeWitt e Judd. La traiettoria creativa di ognuno di loro ha spesso intercettato opere e tecniche di architetti che del calcestruzzo sono stati maestri, da Le Corbusier, a Wright, Kahn, Rudolph, Pei e Scarpa, o che, come Hollein, hanno saputo intuire il potenziale artistico di quel materiale. Il saggio vuole offrire al lettore un frammento dello straordinario universo creativo della scultura in calcestruzzo cui è dedicata la serie Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi curata da Anna Rosellini
Oltre il « béton brut »: Le Corbusier e la « nouvelle stéréotomie »
Nel saggio si ricostruisce e si discute, attraverso l'analisi di documenti di archivio e delle opere, il modo in cui Le Corbusier ha sondato le possibilità artistiche del calcestruzzo, approdate nella sua definitione di "béton brut". Vengono individuate le diverse soluzioni, ricche di effetti plastici e luministici, che Le Corbusier ha messo a punto attraverso una costante sperimentazione condotta in tutti i suoi cantieri del secondo dopoguerra. Il saggio affronta temi come: la scoperta del “béton brut” con “malfaçons” nel cantiere dell’Unité d’Habitation a Marsiglia; gli effetti delle trame grafiche prodotte dall'“opus moderne” e dall'“opus optimum” (tutte sue definizioni che rimandano ad un universo culturale che viene discusso); i valori formali delle superfici e le terminologie usate da Le Corbusier per la loro definizione (“lisse”, “dur”, “rude”, ecc.) nei cantieri a Chandigarh, Ahmedabad e Eveux-sur-Arbresle; infine la “nouvelle stéréotomie”, definizione sempre coniata da Le Corbusier, e che viene ottenuta nei cantieri di Tokyo, Cambridge-Massachusetts e Firminy attraverso il controllo formale del montaggio dei componenti delle casseforme e il traguardo della sparizione delle impronte delle venature del legno. Ne risulta una prima rimessa in discussione dell'idea che il "béton brut" di Le Corbusier fosse unicamente dipendente da una estetica della "malfaçon" del genere dell'Art Brut
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