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    Agenti infettivi e fattori alimentari nell'oncogenesi della vescica del bovino: meccanismi patogenetici e sicurezza alimentare.

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    I tumori della vescica dei bovini sono particolarmente frequenti in determinate zone geografiche in cui i terreni destinati al pascolo di animali allevati allo stato brado e/o semibrado sono coperti da felce (Pteridium spp). I tumori della vescica del bovino, che possono colpire anche il 90% degli animali al pascolo, riconoscono una eziologia multifattoriale, caratterizzata dall'azione sinergica di infezioni virali (Bovine Papillomavirus tipo 2), infezioni batteriche e sostanze tossiche di origine vegetale. Quest'ultime derivano dalla felce aquilina, quali la braxina A, B e C, sostanze clastogene e mutagene come la quercetina e sostanze squisitamente oncogene, la più importante delle quali appare essere un sesquiterpenoide chiamato ptaquiloside (PT). E' verosimile che queste sostanze agiscono in sinergia con agenti virali e/o batterici potendosi rendere così responsabili di eventi neoplastici a carico della vescica. Praticamente sconosciuti sono, tutt'oggi, le cause e i pathways molecolari responsabili della cosidetta "promotion" della cellula uroteliale iniziata. Importanza sempre più rilevante infatti si attribuisce al processo infiammatorio cronico come evento-chiave nella promozione del tumore. Si ipotizza, infatti, che l'infiammazione cronica sostenuta principalmente da batteri e virus possa essere responsabile della promozione del tumore attraverso meccanismi nei quali un ruolo centrale viene svolto da processi immunitari. DNA di papillomavirus bovino tipo 2 è stato amplificato in un'alta percentuale di tumori vescicali così come numerosi batteri sono stati isolati dalle urine di bovini con tumori uroteliali. Si ritiene che i papillomavirus possano rimanere nell'organismo in forma latente in attesa di essere attivati da eventi immunodepressivi indotti da sostanze presenti nella felce. Un altro obiettivo del presente programma di ricerca è quello di indagare sul ruolo che le infezioni virali e batteriche possono avere nel promuovere una cellula iniziata studiando non solo il comportamento di alcune citochine pro-infiammatorie (interleuchina 6 e CXCL-8) ma anche eventuale pathways molecolari principalmente quelli associati all'overespressione della catena pesante della ferritina. Tali indagini molecolari, mai eseguite finora in medicina veterinaria, saranno utili per meglio capire i meccanismi patogenetici di eventi neoplastici che hanno negative ripercussioni sull'allevamento di bovini (principalmente podolici) che continuano ad essere autentiche ed importanti realtà zootecniche in alcune regioni dell'Italia meridionale. Inoltre l'obiettivo è anche di approfondire gli aspetti clinici e patogenetici dell'ematuria cronica del bovino da ingestione di felce, con il fine di identificare gli animali malati le cui produzioni possono essere potenzialmente pericolose per la salute umana. Si intende quindi studiare il profilo citofluorimetrico delle cellule coinvolte nel processo infiammatorio: particolare enfasi verrà data allo studio del fenotipo e della funzione delle sottopopolazioni di linfociti T infiltranti in lesioni persistenti e non. In questo progetto verificheremo, nel carcinoma vescicale dei bovini, anche l'attività antiapoptotica di BAG3, proteina co-chaperone appartenente alla famiglia BAG (Bcl-2 associated athanogene) coinvolta nella regolazione di diversi processi cellulari incluse la proliferazione e l'apoptosi, e la sua modulazione mediata da metaboliti della felce (Pteridium aquilinum). Inoltre verificheremo il coinvolgimento di BAG3 nella replicazione del virus BPV-2 e le possibili interazioni funzionali con l'oncoproteina virale E5. Infine recenti studi condotti da una delle nostre unità di ricerca hanno evidenziato che la ricognizione di recettori sigma-2 in termini quantitativi può essere correlata al grading ed allo staging tumorale, in particolare ha dimostrato ciò in alcuni casi di tumore della vescica umana. La loro sovraespressione in molti tessuti tumorali umani ed animali potrebbe costituire un utile strumento diagnostico soprattutto in quelle patologie in cui i biomarkers di riferimento risultano essere pochi o poco affidabili. Infine sarà studiata l'eventuale presenza di PT nel latte di bovini alimentati con felce. PT è considerato il più importante fattore oncogeno della felce che può essere riscontrato anche in alimenti destinati al consumo umano. E' ancora non perfettamente noto il ruolo che questo fattore può ricoprire nel determinismo di alcuni tumori gastrici nell'uomo. E' generalmente accettata l'idea che soprattutto il latte possa rappresentare il link tra alimentazione e tumore dello stomaco nell'uomo. Infatti, l'abitudine alimentare all'uso di latte bovino è considerata la principale causa della maggiore incidenza di tumori gastrici che si osservano in campo umano in alcune zone andine del Venezuela e Costarica. Sulla base di queste considerazioni pensiamo che il bovino possa senza dubbio assumere un particolare significato anche come Animal model for human disease

    Agrozootecnia biologica: considerazioni in termini di sicurezza alimentare e problemi di salute pubblica

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    I bovini allevati allo stato brado e semibrado, di razza podolica e/o meticcia, su pascoli con vegetazione spontanea e sui quali non si fa assolutamente uso di sostanze chimiche, possono rappresentare markers di rischi ambientali. Molto diffusa su questi terreni è la felce (Pteridium aquilinum) considerata un vegetale contenente principi tossici per gli animali e, direttamente o indirettamente, anche per l’uomo. Infatti, gli animali che si alimentano con felce possono andare incontro a patologie infiammatorie e, addirittura, neoplastiche. Infatti la felce contiene un sesquiterpenoide chiamato Ptaquiloside che è considerato il più potente fattore oncogeno (responsabile di tumori) negli animali ed uno dei fattori oncogeni più pericolosi che l’uomo ha la possibilità di ingerire direttamente, laddove c’è l’abitudine di inserire la felce nel ciclo alimentare (Giappone, Galles, alcune zone dell’Italia Meridionale), o indirettamente tramite alimenti di origine animale (principalmente latte e derivati lattiero-caseari). I bovini, infatti, possono ammalarsi di tumori della vescica attraverso l’azione patogena dello Ptaquiloside, sostanza che passa anche nel latte. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la maggiore incidenza di tumori dello stomaco che si osservano in alcune zone andine del Costarica e del Venezuela è da ascrivere all’ingestione di latte crudo proveniente da bovini ammalati di tumori della vescica in seguito all’intossicazione con felce. Recentemente è stata ideata una indagine metodologica che permette di evidenziare tracce di Ptaquiloside in liquidi biologici (per es. il latte). Questo permetterà di studiare l’eventuale presenza di questa sostanza tossica nel latte anche di altri animali allevati con sistema dell’agricoltura biologica (prati naturali e senza l’uso di sostanze chimiche). La presenza di questa sostanza è resa ancor più interessante da quando si è visto che la stessa può amplificare, nell’uomo e negli animali, la patogenicità di alcuni virus in particolare dei papillomavirus che sono responsabili negli allevamenti bovini di gravi perdite economiche per la patologia ad essi correlata e nell’uomo di tumori del tubo gastro-enterico. Le modalità patogenetiche con le quali questa sinergia virus-felce si rende responsabile di eventi neoplastici non è ben nota. Lo studio tossicologico degli alimenti di origine animale (presenza di Ptaquiloside nel latte e nella carne) verrà accompagnato dall’analisi dei suoli sui quali questi vegetali si accrescono. E’ risaputo che la felce, una delle più comuni piante sulla superficie della Terra, è una specie acidofila che vegeta su suoli a matrice silicea, anche aridi, nei boschi, nelle macchie e nei pascoli. Al tempo stesso, la sua diffusione su superfici estese è indice di un probabile degrado ambientale poiché gli incendi ne favoriscono il ricaccio e la moltiplicazione. Questo è uno scenario particolarmente frequente in Puglia, soprattutto nel Gargano, dove forma una sorta di orlo alle faggete, ma anche sulle Murge e nel leccese. In particolare, lo Pteridium aquilinum viene riscontrato abbondantemente nelle leccete, nelle cerrete ed in alcuni pascoli nei quali tale allevamento allo stato brado viene tuttora portato avanti. Mentre alcuni dati sono già disponibili in bibliografia circa gli aspetti ecotossicologici, poco si sa circa l’influenza delle caratteristiche dei suoli sulla produzione dello Ptaquiloside nelle felci. Di conseguenza, lo studio del sistema suolo-felce e, soprattutto, di come le caratteristiche chimico-fisiche del suolo possono influenzare la presenza e/o la traslocazione di tale sostanza, ovvero inibirla o accentuarla, risulta un aspetto imprescindibile per definire i meccanismi di trasferimento di questo fattore oncogeno dalla felce ai bovini ed ai relativi prodotti alimentari (latte e carne). Inoltre, stabilire la componente del suolo coinvolta in eventuali meccanismi di adsorbimento e/o ricombinazione dello Ptaquiloside risulta di notevole importanza nel predire il destino di tale molecola nell’ambiente

    Selection of an Escherichia coli O157:H7 bacteriophage for persistence in the circulatory system of mice infected experimentally.

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    A bacteriophage lytic for Escherichia coli O157:H7 was isolated from bovine manure. Following in-vivo selection, the phage acquired the capacity to persist in the circulatory system of mice for at least 38 days. When mice were infected experimentally with E. coli O157:H7 (10(7) CFU/mouse), simultaneous injection of the mice with phage (10(8) PFU/mouse) cleared E. coli O157:H7 from the mice within 48 h
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