1,721,080 research outputs found
Le cose del quotidiano. Testimonianze su usi e consumi (Bologna, sec. XIV)
Le "cose del quotidiano" sono oggetti, beni mobili con valori intrinseci ben definiti, osservati attraverso i loro movimenti nei circuiti di una realtà cittadina, quella bolognese del Trecento, all'interno di case, conventi e botteghe, nelle piazze e nelle vie del commercio, nei luoghi e nei comparti amministrativi deputati al controllo delle finanze pubbliche e del prelievo fiscale. Viene proposto all'attenzione di studiosi e lettori uno squarcio di vitalità cittadina che costituisce traccia di riferimento per altre realtà
Laboratorio sulle fonti d’archivio. Ricerche su società e istituzioni a Bologna nel tardo Trecento
Il volume raccoglie il frutto di ricerche compiute da diversi giovani studiosi nell'Archivio di Stato di Bologna
Codice Diplomatico Polironiano II (1126-1200)
Edizione critica 215 documenti, in gran parte inediti, dell'abbazia benedettina di Polirone, da 1126 al 120
Artigiani a Bologna. Identità, regole, lavoro (secc. XIII-XIV)
Il volume raccoglie il frutto di ricerche (aventi per oggetto nello specifico gli artigiani cittadini) compiute da diversi giovani studiosi nell'Archivio di Stato di Bologna
Cucurbitaceae e archeobiometria
La famiglia delle Cucurbitaceae comprende vegetali di grande importanza in ambito alimentare, come cocomeri, meloni, cetrioli e zucche da vino. Nei depositi archeologici europei si trovano per lo più i semi delle piante sopra elencate, conosciute dai tempi classici, mentre la presenza di reperti di zucca (Cucurbita sp.pl.) assume il significato di marker archeologico, in quanto tutte le specie del genere hanno origine americana. I rilievi morfobiometrici, che affrontano problematiche diverse, relativi ai semi di Cucurbitaceae dei depositi archeologici da noi indagati, hanno fornito dettagli preziosi per una migliore comprensione degli aspetti etnobotanici dei vari contesti.
Elementi distintivi tra i semi di melone (Cucumis melo) e di cetriolo (Cucumis sativus) - molti depositi dell’Emilia Romagna sono ricchi di semi che possono appartenere a questi due taxa. Grazie alle analisi morfobiometriche (riguardanti il disegno della parete cellulare, la presenza di “ali” e la posizione e forma dell’ilo – Frank & Stika, 1988) è stato possibile constatare la forte presenza del melone, rimasto poi nelle tradizioni colturali e gastronomiche della zona fino ai nostri giorni, e l’assenza per il momento di testimonianze di cetriolo.
Qual è l’origine delle zucche da vino (Lagenaria siceraria) presenti nei depositi emiliano-romagnoli? – in Regione questi semi compaiono dal I sec. d.C. a Modena e continuano fino ai depositi medievali. In generale i reperti si presentano di colore giallo mai scuro, con auricole basali evidenti, una coppia di linee prominenti e il rapporto L/l > 2; questi elementi fanno propendere per le forme domesticate asiatiche del taxon e non per quelle africane (sensu Schlumbaum & Vandorpe, 2010).
Indagini sulla comparsa della zucca (Cucurbita sp.pl.) in Emilia Romagna – i primi (e per ora unici) semi sono stati rinvenuti in una latrina di un monastero rinascimentale (prima metà XVI sec. d.C.) di Argenta (FE). Nonostante tutti gli esami morfobiometrici possibili, l’esiguo numero e il cattivo stato di conservazione dei reperti non hanno purtroppo permesso una determinazione specifica precisa.
Cocomero (Citrullus lanatus) da polpa o da seme? - fuori dal contesto regionale, in un deposito basso medievale (XIV sec. d.C.) di Sassari sono stati rinvenuti diversi semi su cui sono state effettuate le misurazioni standard (L e l). I dati ottenuti sono stati confrontati con quelli di siti egiziani di periodo romano ed islamico (Cox & van der Veen, 2008). Le dimensioni dei nostri reperti farebbero propendere per varietà coltivate per consumare i semi come snack food, ma il fatto che essi siano privi di segni di rottura caratteristici di questa tipologia di consumo farebbe escludere l’ipotesi. La presenza nella vicina Corsica di ecotipi colturali quasi dimenticati della var. citroides (Laghetti & Hammer, 2007) indurrebbe ora a tentare la strada delle indagini di genetica antica per ottenere maggiori informazioni
Morfobiometria degli endocarpi di Cornus mas L. nell'Età del Bronzo e nel Periodo Romano in Emilia
Confronto fra le misure degli endocarpi dell'Età del Bronzo e del Periodo Romano in Emilia. Valutazioni statistiche e morfologich
Archaeobotany in urban sites: the case of Mutina
The present paper aims to show the importance of analyzing plant macroremains from urban excavations. organic materials preserved below the historical city in waterlogged conditions are a fundamental resource, and the study of seeds and fruits gives a good contribution to historical and archaeological research. archaeobotany in urban contexts provides important results when the examined material comes from several excavations that “photograph” the territory over quite a long period. an overview of archaeobotanical analyses carried out on material from archaeological sites of Modena (Emilia-Romagna), from the 2nd century BC to the 6th century ad, made by the laboratory of palynology and palaeobotany of the University of Modena and Reggio Emilia, is presented. The floristic list of seed/fruit analyses result is reported and interesting subject matters are tackled concerning both cultivated/cultivable plants (fruits and nuts, vegetables/aromatics/spices/medicinal plants, fibre and oil plants, cereals and pulses, flowers and other ornamental plants) and wild plants of no obvious use, together with wetland plants which are rare and endangered species in Emilia-Romagna today
La coltura della reseda: un primato nell'area di Mutina?
Il sito romano del canale della ex Cassa di Risparmio di Modena rappresenta un unicum per l’Emilia Romagna per le informazioni archeobotaniche fornite su un territorio urbano. Il canale fu bonificato (15-40 d.C.) con anfore rovesciate e con apporto di grandi quantità di materiali, biologici e no, provenienti dall’area urbana/peri-urbana (LABATE & MALNATI, 1988). Lo studio dei reperti carpologici ha fornito molte informazioni paletnobotaniche sulle attività dell’uomo (colture attuate, dieta vegetale, introduzione di specie esotiche,...). Questi dati hanno prodotto un quadro che si può ritenere rappresentativo per ricostruire l’ambiente di Mutina nel momento di massimo fulgore dell’Impero e della città (RINALDI, 2011).
Tra le evidenze più significative emerge l’inusuale abbondanza (1625 semi) di Reseda luteola L., specie euroasiatica naturalizzata nell’area mediterranea (PIGNATTI, 1982) e attualmente presente, ma rara, nei rudereti della pianura e collina modenese (ALESSANDRINI et al., 2010). La reseda in tutte le parti aeree, comprese infiorescenze e semi, produce flavonoidi, il più importante dei quali è la luteolina, pigmento molto stabile usato da tempi antichi per la colorazione di tessuti, come lana, lino e seta (ANGELINI et al., 2003). Nei semi romani, per confronto con semi attuali commerciali e con metodi chimici routinari, non è stato possibile evidenziare se non minime tracce del pigmento, per il livello di degradazione delle strutture del seme, che ha lasciato visibile solo parte dello spettro della componente lipidica endospermica (MUCCI, in litteris). R. luteola è la pianta classica per ottenere il colore giallo (LUNDBORG, 1983), come suggerisce la denominazione specifica, da luteus = giallo (ANDRÈ, 1985), nota anche nelle tradizioni etnobotaniche italiane (GUARRERA, 2006). I Romani sembra che della reseda utilizzassero i semi, insieme con il fusto, per tingere gli indumenti nuziali e quelli delle Vestali (BRUNELLO, 1968). Durante il Medioevo la zona della Pianura Padana fu uno dei principali centri di produzione di diverse piante tintorie, tra cui la reseda (ROSTEAU, 1997); la sua coltivazione e commercio ebbero poi grande importanza in Italia e Francia durante il Rinascimento e oggi la reseda è di nuovo considerata a livello agronomico per la sempre maggior richiesta di coloranti naturali (ANGELINI et al., 2003).
L’abbondanza del ritrovamento, compatibile con le modalità di raccolta della pianta che deve avvenire alla maturazione dei frutti, quando il pigmento è più abbondante, suggerisce pratiche colturali attuate nell’area peri-urbana modenese e presumibilmente collegate all’economia di questa fiorente colonia romana. Infatti, nonostante Mutina sia spesso ricordata per le attività agricole e per la produzione ceramica, aveva anche come elementi forti della sua economia l'allevamento ovino e il settore tessile. Strabone ricorda che i luoghi intorno a Modena forniscono “una lana morbida e molto più bella di tutte” (Geographia V, 1, 12 - C 218) e Columella cita le pregiate pecore “che popolano i Campi Macri fra Parma e Modena” (Res rustica VII, 2,3), luogo vicino alla città dove si svolgeva una fiera annuale con un mercato bestiame famoso in tutta la penisola (Strabone, Geographia V, 1, 11 - C 217). Una conferma tangibile viene dal fatto che gli ovicaprini dominano il quadro dei reperti archeozoologici nel sito del canale bonificato (DE GROSSI MAZZORIN, 1988). È da ricordare che nel IV sec. d.C. mutinensis diventa sinonimo di alcune qualità di lane e tessuti, e che lanarii e vestiarii sono spesso attestati nelle steli funerarie modenesi, testimonianza della grande diffusione di queste attività nel territorio (CALZOLARI, 2008). A titolo di esempio ricordiamo la stele modenese di Caius Purpurarius Nicephor (fine I sec. d.C.), conservata nel Lapidario di Modena: il purpurarius si occupava principalmente della tintura, dopo le fasi di sgrassatura e candeggio della lana (CARDARELLI, 2002). E alla reseda, che impartisce velocemente ai tessuti un colore giallo, che va dal dorato all’oliva a seconda del mordenzante utilizzato (CRISTEA et al., 2003), possiamo accostare quanto si legge nell’Editto di Diocleziano (301 d.C.): “lana modenese, di colore dorato, lavata, una libbra denari 300” (CALZOLARI, 2008). L’ingente ritrovamento di semi di reseda, alla quale si aggiungono, dallo stesso sito e da altri siti cittadini di periodo romano (RINALDI, 2011), tracce di tintorie diverse (Carthamus tinctorius e Rubia tinctorum) e di una pianta in uso per cardare la lana (Dipsacus laciniatus), completa il quadro dell’economia fornito dalle fonti storiche e suggerisce che il territorio di Mutina era attrezzato per l’intera filiera della lana
Prime analisi carpologiche nel sito di Montegibbio
Il contributo vuole fornire i risultati delle analisi archeocarpologiche ottenuti da un saggio di campioni prelevati nell’area della villa romana di Montegibbio e compresi nell’arco cronologico che va da II-I sec. a.C. al V-VI sec. d.C
- …
