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    Sintassi e testualità dello «Zibaldone di Pensieri» di Giacomo Leopardi (I)

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    Lo studio, attraverso l'analisi linguistica di una serie di fenomeni di allentamento e di rafforzamento della coesione sintattica e testuale, cerca di fare il punto sul particolare status testuale di un'opera per tanti versi unica nel panorama della storia della letteratura italiana, quale è lo "Zibaldone di Pensieri" di G. Leopardi

    "La dama del verzù": un altro cantare di Antonio Pucci?

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    Il contributo propone di attribuire ad Antonio Pucci "La dama del verzù", un cantare novellistico adespoto che riprende la "Chastelaine de Vergi", fortunato poemetto francese anonimo della metà del Duecento. Nella prima parte del saggio si analizzano alcuni aspetti del cantare dal punto di vista storico-letterario (rapporti con la fonte e con altre opere), iconografico (confronto con gli affreschi di Palazzo Davanzati a Firenze) e filologico (tradizione e stato del testo, possibilità di una versione intermedia fra la "Chastelaine" e la "Dama"). Nella seconda parte – utilizzando gli archivi elettronici dell’OVI e, per il Quattro e Cinquecento, della BibIt e della LIZ – si ipotizza la paternità pucciana del cantare sulla base di varie serie di riscontri intertestuali, con le opere sia di Pucci sia degli autori che maggiormente influenzarono il banditore fiorentino, in posizione di rima (singole voci, sintagmi, catene rimiche).The paper proposes to attribute to Antonio Pucci "La dama del verzù", an anonymous cantare that derives from the "Chastelaine de Vergi", popular French poem, of an unknown author, dating back to the middle of the 13th century. In the first part of the paper are analyzed some aspects of the cantare from various perspectives: historical and literary (relationship with the "Chastelaine" and other literary works), iconographic (comparison with the frescoes of Palazzo Davanzati in Florence) and philological (tradition and status of the text, possibility of an intermediate text between the "Chastelaine" and the "Dama"). In the second part – using the electronic archives of OVI and, for the XV and XVI centuries, of BibIt and LIZ – we propose the attribution to Antonio Pucci of the cantare on the basis of various series of intertextual agreements, in relation to the works both of Pucci and the authors which most influenced the Florentine town crier, in rhyme position (single words, syntagms, rhyme sequences)

    "Non sento niente, e invìci ò sintì tótt". L’italiano nei versi in dialetto romagnolo di Raffaello Baldini

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    A partire soprattutto dalla raccolta "Furistìr" (1988), le poesie nel dialetto di Santarcangelo di Romagna di Raffaello Baldini si arricchiscono di sintagmi, spezzoni, battute e interi versi in italiano. Il presente contributo intende sondare quali effetti poetici abbia portato con sé il sempre crescente contatto fra il dialetto romagnolo e l’italiano nei versi del poeta.Starting especially from "Furistìr" (1988), the poems written in Santarcangelo di Romagna dialect by Raffaello Baldini have been enhanced with phrases, dialogues and whole verses in Italian language. This study aims to analyze wich poetic effects has brought the ever-increasing contact between dialect and Italian in the verses of the poet

    Leggendo il 'Dialogo'. Ricerche sulla fonomorfologia di Galileo

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    Il contributo, che vorrebbe essere un primo passo verso una più approfondita conoscenza della grammatica di Galileo, ha inteso esplorare la lingua dello scienziato a partire da alcuni aspetti fonomorfologici del "Dialogo". Ricorrendo alla Galileo//thek@, i tratti individuati sono stati quindi vagliati nella restante produzione scritta dello scienziato, con particolare attenzione al carteggio (che può consentire rilievi di tipo diacronico) e segnatamente alle lettere autografe. Ricostruendo a grandi linee (con uno sguardo anche ai grammatici del passato) la storia delle forme di cui ci si è occupati, nonché saggiandone la circolazione nella scrittura epistolare dei corrispondenti, è emerso che tratti come, per esempio, "aviamo" e "doviamo", "venghiamo" e "venghiate", "dichiamo" e "dichiate", "eramo", "vedde", "vadia", "nissuno" in Galileo fanno sistema e denotano un’indubbia adesione a forme marcate in senso popolare, eventualmente influenzate dalla parlata materna
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