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    Sperare nelle rovine

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    L’articolo è una riflessione sul valore dell’esperienza delle rovine. Per “attivare” quest’esperienza, non basta trovarsi davanti a qualcosa di danneggiato: la rovina deve presentarsi come mutila (rimandando a qualcosa di perduto) e vulnerabile (mostrando come ciò che resta potrebbe trasformarsi o scomparire da un momento all’altro). La filosofa spagnola Maria Zambrano, nel suo articolo sulle rovine, parte da questa dialettica tra assenza e presenza: ciò che è assente è l’essenziale, ma ciò che è presente è necessario come rimando all’assente. Richiamando la teoria della rappresentazione di Louis Marin potremmo quindi dire che la rovina è una rappresentazione, fortemente riflessiva, della propria distruzione. Dalle rovine impariamo che ogni edificazione, che sia una costruzione architettonica o storica, o una qualsiasi realizzazione di un sogno, finirà per essere distrutta. Lungi dall’essere un monito terribile, tale carattere della rovina la rende secondo Zambrano “una metafora della speranza”. Questo perché, “ogni realizzazione è una frustrazione” e quindi la sua messa in crisi è la riapertura di nuove possibilità. Come affermano in modo diverso Simmel e Benjamin le edificazioni sono delle imposizioni (dello spirito sulla natura, o dei produttori sulla società): ogni edificazione che si pretende definitiva chiude le porte a tutte le altre realizzazioni possibili. La precarietà delle rovine ci insegna invece ad avere uno sguardo critico e a mantenere aperta la possibilità. Non si tratta di una speranza rassicurante, ma di una speranza che mette in moto. L’esperienza delle rovine — preziosa perché educa alla critica e al pensare alternative — è oggi in pericolo, forse perché la loro instabilità ci è intollerabile. A noi spetta mettere in salvo questa esperienza, cercando, anche attraverso l’arte, d’aiutare le rovine a resistere nella loro vulnerabilità

    The polysemy of Vilém Flussers concept of illusion

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    Vilém Flusser uses the concept of illusion in a non-systematic way, resulting in two ostensible contradictions. First of all, he often uses the term illusion, while criticizing the metaphysic assumptions that it implies; secondly, he seems to both dispraise and value the illusionary nature of technical images. This article aims at clarifying Flusser’s thoughts on illusion in the belief that they are not as conflicting as they might seem at first. In fact, when Flusser deplores the risk of deception associated with technical images, he refers to the illusion of transparency. He does not oppose the concept of illusion to a supposed objective truth, on the contrary, he opposes the illusion of the objective nature of images to the awareness of their constructed and mediated character. However, a rational demystification of illusions is not a viable option, since, according to Flusser, they are the result of a voluntary self-deception: we suppress our critical thinking because we cannot bear its complexity, we want images to “release us from the necessity for conceptual, explanatory thought.” This is why Flusser thinks that aware illusion – in other words: fiction – can help us overcome our “inertia of happiness” and develop a critical imagination

    Della banalità del male

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    In this article, published in 1969, Flusser rethinks the concept of the banality of evil, which Hannah Arendt developed in her book Eichman in Jerusalem, in the chapter “A Report on the Banality of Evil” (1963). Unlike Arendt, Flusser is more interested in the trivial evil: the one produced by those who need to live with an apparatus (e.g. a factory or a school), even if they are responsible and well-educated. And given that nowadays, we increasingly cannot live without the apparatus, we should rather try to understand how we can be free with them

    Vilém Flusser critico dell'idolatria nell'epoca dei nuovi media

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    Questa tesi, dedicata ad analizzare il carattere storico dei processi di mediazione della percezione e del pensiero umano a partire dalle ricerche di Vilém Flusser su una nuova forma di idolatria riscontrabile nella società contemporanea, si muove da tre presupposti. Il primo è che Vilém Flusser sia non solo degno di essere studiato, ma sia un autore le cui teorie sull’idolatria e sulla mediazione possono risultare di grande interesse e attualità. Gli studi su Flusser, pochi in Italia, ma numerosi all’estero, tendono a trascurare un concetto – quello di idolatria – che si rivela essere un filo rosso che si dipana dai suoi primi scritti sulla religiosità fino agli ultimi sugli apparati e la comunicazione. Il secondo presupposto è che con critica dell’idolatria non si intenda un’opposizione frontale ma, come vorrebbe ogni buona critica, una perlustrazione genealogica del concetto. Prima ancora di capire chi è idolatra, è importante capire chi dice idolatra. Nella nozione di idolatria è implicito un atto d’accusa che impedisce di usare il termine in modo semplicemente descrittivo, come si può fare per quello che erroneamente è spesso considerato il suo opposto, l’iconoclastia. La condanna di idolatria ci dice molto di più su chi accusa – sulla sua nozione d’alterità e su ciò che pensa della mediazione – che su chi è accusato. Uno dei primi compiti di una critica dell’idolatria sarà quello di distinguere i diversi usi del termine e così distinguere le diverse prospettive degli “accusatori”. Al di là delle varie accezioni, tuttavia, si può individuare nel concetto stesso di idolatria un’ambiguità ineliminabile: il culto delle immagini è sempre anche culto degli idoli e viceversa. Il problema dell’idolo, il dio non rivelato ma fatto da mano umana, comporta quello della visibilità, e il problema dell’immagine, simulacro illusorio, comporta quello della produzione. In altri termini, il problema della tecnica e quello dell’immagine sono intimamente legati sin dalle prime emergenze del concetto di idolatria. Il terzo assunto è che scrivendo dell’idolatria nell’epoca dei nuovi media si sta rendendo omaggio al saggio sull’opera d’arte di Walter Benjamin. Non è una citazione fine a se stessa: significa condividere quei presupposti teorici. Parlare di qualsiasi cosa «nell’epoca di» sottintende che in un’altra epoca quella cosa doveva essere diversa. Lo si può intendere nei termini di una storia delle idee, per cui un concetto si trasforma nel tempo e va compreso nel contesto in cui si è formato. Ma in questa ricerca l’espressione «nell’epoca di» si deve intendere in senso forte: si tratta dell’ipotesi secondo cui, con il variare di certe condizioni storiche, si trasformano anche i modi della percezione e le forme del pensiero. Significa presumere che il medium in cui la percezione ha luogo (e di conseguenza il pensiero che su questa percezione si basa) sia condizionato storicamente. Il prospettivismo è la condizione di una teoria dei media che non sia una teoria dei mezzi. L’uso del termine media che si fa nel titolo, come nel resto della tesi, è anche da intendere in senso benjaminiano, come plurale di medium: non uno strumento neutro, un mezzo, che possa essere impiegato per veicolare qualcosa che esiste già autonomamente, ma la condizione di possibilità di ciò di cui è medium. Ciò in cui e non attraverso cui qualcosa si dà – come il linguaggio per il pensiero. I nuovi media sarebbero nuovi linguaggi, nuovi codici, come usa dire Flusser. Nella sua opera il termine media quasi non compare, se non per indicare gli apparati di distribuzione dell’informazione: preferisce parlare di codici, supporti, apparecchi e apparati. È evidente, però, che evita l’uso del termine media proprio perché a suo parere richiama l’idea di un veicolo. Al contrario, un termine a cui ricorre spesso è mediazione. Mediare significa per Flusser costruire ponti: operazione necessaria e molto delicata. La tesi è suddivisa in due parti principali, precedute da un’introduzione e due premesse. La prima intende essere una guida per chi voglia usare Flusser come guida: non una generica introduzione al suo pensiero, ma un avvertimento riguardo le difficoltà e le opportunità che sono implicate nella lettura di Flusser. Per fare un lavoro accademico su un autore non accademico sono necessari alcuni accorgimenti, di cui è bene dare conto al lettore: l’antiaccademismo, il plurilinguismo e l’interdisciplinarità di Flusser richiedono allo studioso che voglia lavorare sul suo pensiero un lavoro particolare sulla bibliografia, sulla traduzione e sui confronti testuali. La seconda premessa, invece, ripercorre lo stato dell’arte e intende essere sia uno strumento per chi volesse eventualmente approfondire alcuni aspetti di questa ricerca, sia un inquadramento preliminare del problema, che permetta al lettore di orientarsi in un percorso non sempre lineare. Lo studio delle occorrenze del termine idolatria nell’opera di Flusser mostra l’importanza del concetto e permette di riconoscere come questo abbia accompagnato l’evoluzione del suo pensiero, la ricerca sulle sue fonti e sulla bibliografia secondaria mette sul tavolo le risorse a nostra disposizione. La prima parte della tesi è dedicata a una ricognizione dei principali usi del concetto di idolatria e si svolge in modo autonomo rispetto alle teorie di Flusser: quando è possibile si prendono in considerazione i suoi testi che dialogano con gli autori trattati, quasi sempre ci si confronta con le sue fonti, altrimenti si fa riferimento agli studi più autorevoli sul tema. Il primo breve capitolo è dedicato al divieto di farsi immagine e al concetto di idolatria che è implicito in questo divieto. Il secondo analizza brevemente il concetto platonico di eidolon, distinguendolo da quello di eikon e poi mostrando somiglianze e soprattutto differenze tra la concezione greca di immagine e quella ebraica di idolo. Nel terzo capitolo si analizzano le poche ma decisive riflessioni sull’idolatria nelle lettere di Paolo, tentando di mostrare la svolta radicale che il cristianesimo ha prodotto nel pensare la mediazione, per poi indagare, grazie agli studi di David Flusser e di René Girard, il modo in cui i Vangeli fanno riferimento al rapporto tra interno ed esterno. Il quarto capitolo cerca di mostrare come il cambio di prospettiva inaugurato dal cristianesimo sia stato elaborato dai Padri della chiesa, in particolare da Tertulliano e Agostino, in una vera e propria teoria filosofica e semiotica dell’idolatria. Nel quinto capitolo si segue il lungo percorso che ha portato alla nascita e all’accettazione dell’immagine cristiana, passando per la crisi iconoclasta, offrendoci un esempio di come una certa critica dell’idolatria possa convivere con una teoria della mediazione e in certi casi anche dare vita a una pratica dell’immagine non idolatrica. La seconda parte della tesi, che segue da più vicino il pensiero di Flusser, sempre confrontandolo con quello degli autori con cui dialogava e che leggeva, è dedicata a perlustrare i diversi gradi di mediazione tecnica tra interno ed esterno. Contrastando tanto l’ingenuità idolatrica di chi ritiene che i media siano strumenti neutri, quanto l’ingenuità iconoclasta di chi rifiuta ogni mediazione perché crede nella possibilità di un’assoluta immediatezza, Flusser ritiene che gli esseri umani siano già sempre mediati. Ma la mediazione è per definizione mutevole, è adattamento, apertura a rimediazioni sempre nuove. È proprio in questi momenti di passaggio, in queste riarticolazioni dell’universo mediale, che emergono forme di idolatria: è avvenuto con la crisi della funzione cultuale dell’immagine nell’antichità, sta avvenendo oggi con la crisi della funzione informativa della scrittura. Il primo capitolo della seconda parte, che funge da cerniera con la prima, presenta la concezione della storia di Flusser, ponendola in relazione con i suoi presupposti teologici: le periodizzazioni in base a cui organizza la sua teoria delle mediazioni sono comprese alla luce della sua visione della storia. Il secondo capitolo rilegge la teoria dei gesti di Flusser come un tentativo di elaborare un’antropologia del corpo, che starebbe alla base delle sue riflessioni sulla mediazione. Segue nel terzo capitolo un’antropologia della tecnica che, sulla base della teoria dell’esteriorizzazione di Leroi-Gourhan, ripercorre non solo le trasformazioni della tecnica (dagli strumenti, alle macchine, agli apparati), ma anche quelle delle forme di vita tecnica: l’estensione protesica degli esseri umani fa pensare a sistemi di natura mista, che mettono nuovamente in discussione la distinzione tra interno ed esterno. Il quarto capitolo è dedicato alle modalità con cui scrittura e immagine rimodellano e informano il pensiero: il paradigma “oralità-scrittura” proposto da Ong e McLuhan è confrontato con quello “superficie-linea” elaborato da Leroi-Gourhan, mostrando come il modello proposto da Flusser permetta di accogliere gli aspetti più convincenti di entrambi i paradigmi. Il quinto capitolo, che funge da conclusione, riprende le teorie di Flusser sull’idolatria, inserendole nel contesto delle riflessioni sui media: l’idolatria si rivela essere un malfunzionamento dell’immaginazione, intesa come capacità di gestione del processo di mediazione, distinguendosi così dalle concezioni apocalittiche di Anders e Baudrillard. Nel corso della seconda parte, i concetti di estraniazione, mediazione ed effetto di ritorno (Rückschlag) utilizzati da Flusser, sono riportati a una dialettica tra esternalizzazione e interiorizzazione: agendo su ciò che sappiamo avere un effetto su di noi, stiamo spostando all’esterno l’organizzazione del nostro pensiero. Guadagniamo la capacità di «manipolare le nostre categorie» e al contempo ci esponiamo a maggiori rischi. La critica dell’idolatria ci rende consapevoli che quest’operazione è delicata e può fallire – anzi, che fallisce quasi sempre –, ma questa consapevolezza ci permette di provare a fallire meglio

    Technology Strikes Back

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    The concept of Rückschlag (relapse / striking back) seems to synthetize Flusser’s theory of technic. This paper tries to disclose the different layers of meaning of the concept by relating it to similar conceptions such as the idea of externalization theorized by the French paleoanthropologist André Leroi-Gourhan, the concept of feedback as it was developed by the inventor of cybernetics, Norbert Wiener, and the concept of interplay (Zwischenspiel) proposed by Walter Benjamin

    WHACK: Adversarial Beamforming in MU-MIMO Through Compressed Feedback Poisoning

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    Multi-user MIMO is a key component of modern wireless networks. As such, investigating the related security weaknesses is a compelling necessity. A major issue unveiled by existing work is that adversaries can “poison” the channel information feedback reported to the beamformer to decrease the performance experienced by a legitimate user. Prior work, however, assumes that the feedback is reported in an uncompressed fashion, which is not the case in current wireless standards such as Wi-Fi or 5G. In this work, we first show that assuming uncompressed feedback leads to overestimating the attack effectiveness by up to 60%. Next, we formulate ACFP (Adversarial Compressed Feedback Problem), a novel non-convex constrained optimization problem to find the compressed feedback that maximizes a victim’s bit error rate (BER) while satisfying maximum power constraints. We propose WHACK (Wireless Harmful Adversarial Compressed feedbacK), a new algorithm to solve ACFP and find the malicious compressed feedback based on the convexity of the objective function and constraint using a nonlinear conjugate gradient method. WHACK has been prototyped and extensively evaluated with off-the-shelf Wi-Fi devices. Experimental results show that it maximizes the victim’s BER, while modifying less than 60% of the feedback. Our dataset and code are available

    Edge-V: Enabling Vehicular Edge Intelligence in Unlicensed Spectrum Bands

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    Cutting-edge advances in wireless networking will soon enable a new generation of safer, smarter, and more autonomous vehicles. These vehicles will rely on real-time execution of complex Deep Learning (DL) tasks as well as high-speed multimedia streaming between road users for navigation purposes. Relying entirely on cellular networks (i) puts an unnecessary burden on an already overcrowded and expensive licensed spectrum; (ii) increases the latency of edge-offloaded tasks to intolerable levels for vehicular applications. Alongside the usage of a proper network infrastructure, vehicles will need to support on-board and offloaded cooperative intelligence. On this basis, we propose Edge-V, the first framework enabling practical vehicular edge intelligence and high-speed vehicular connectivity, using only unlicensed spectrum bands. Through a DSRC link, Edge-V acquires real-time localized knowledge, and coordinates the use of point-to-point millimeter Wave (mmWave) technologies to deliver high-bandwidth connectivity between vehicles. Edge-V also foresees smart offloading if on-board computing resources are insufficient. We prototype and evaluate Edge-V in a real-world laboratory testbed, showing its advantages with respect to cellular and cloud-based approaches

    Wi-BFI: Extracting the IEEE 802.11 Beamforming Feedback Information from Commercial Wi-Fi Devices

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    Recently, researchers have shown that the beamforming feedback angles (BFAs) used for Wi-Fi multiple-input multiple-output (MIMO) operations can be effectively leveraged as a proxy of the channel frequency response (CFR) for different purposes. Examples are passive human activity recognition and device fingerprinting. However, even though the BFAs report frames are sent in clear text, there is not yet a unified open-source tool to extract and decode the BFAs from the frames. To fill this gap, we developed Wi-BFI, the first tool that allows retrieving Wi-Fi BFAs and reconstructing the beamforming feedback information (BFI) - a compressed representation of the CFR - from the BFAs frames captured over the air. The tool supports BFAs extraction within both IEEE 802.11ac and 802.11ax networks operating on radio channels with 160/80/40/20 MHz bandwidth. Both multi-user and single-user MIMO feedback can be decoded through Wi-BFI. The tool supports real-time and offline extraction and storage of BFAs and BFI. The real-time mode also includes a visual representation of the channel state that continuously updates based on the collected data. Wi-BFI code is open source and the tool is also available as a pip package.To be presented at ACM WiNTECH, Madrid, Spain, October 6, 202
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