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Vita di Francisco de Quevedo y Villegas
Traduzione della seicentesca Vida de Quevedo composta in spagnolo dall'erudito italiano Paolo di Tarsia e pubblicata a Madrid nel 1663. Prima biografia del poeta, il testo (ben noto agli ispanisti) offre un ritratto di Quevedo assimilato a quello delle biografia di uomini illustri dell'antichità e connotato da tratti quasi agiografici. Testimonianza dei rapporti fra Italia e Spagna, la biografia di Quevedo si rivela lo strumento con cui l'abate italiano riflette sulla propria esperienza di uomo di lettere e sul disinganno degli ultimi anni di vita, in un'identificazione con il poeta spagnolo che lo conduce ad assumere la medesima visione pessimista e barocca del mondo
Tradurre la comicità. Gli "Entremeses" di Cervantes nelle traduzioni italiane del Novecento
Si analizzano le traduzioni italiane novecentesche degli "Entremeses" di Cervantes, con particolare attenzione alla traduzione degli elementi legati alla comicità sempre assai problematici con rispetto alla traduzione. Osservate in diacronia, le traduzioni rivelano un cambiamento del concetto di comico a seconda dell'epoca della traduzione e del pubblico a cui questa si dirige, così come interpretazioni critiche assai differenziate da parte dei traduttori che privilegiano aspetti diversi ed attuano strategie differenziate per la resa della comicità
Da Papa Borgia a "Borgia Papa". Letteratura, lingua e traduzione a Valencia
Il volume comprende studi dedicati alla relazioni culturali, letterarie e linguistiche fra Valencia e l'Italia tra XV-XVI secolo. Si studiano anche traduzioni novecentesche di testi valenziani
Las "Stancias de Rugier nuevamente glosadas" de Alonso Núñez de Reinoso: una glosa ariostesca de origen italiano
"Náuticas venatorias maravillas". Percorsi piscatori nella letteratura spagnola del Siglo de Oro
All’inizio del XVI secolo, con le Eclogae Piscatoriae di Sannazaro si diffonde una visione del mare capace di inventare un nuovo paesaggio, complementare all’Arcadia, che attraverso la parola poetica si fa mito e accoglie nuove forme di travestimenti. Lungo il XVI e XVII secolo, la lirica piscatoria attraversa l’Italia e l’Europa e dialoga con le arti figurative, nutre il teatro e il melodramma, si fonde con altri generi lirici, si affaccia su scenari esotici ed abbraccia la peripezia. La poesia spagnola dei Secoli d’Oro non rimane estranea a questa fortuna e dopo una stagione in cui segue da vicino l’esperienza italiana, ben presto, già sul finire del Cinquecento, inizia a discostarsi dai modelli consolidati del genere per cercare una voce più autonoma. È la stagione del romancero nuevo quando Góngora reinventa la materia alieutica procedendo su una duplice strada: adattandola ai ritmi e ai modi della tradizione del romancero ma anche utilizzandola nel grande affresco delle Soledades e divenendo così, a sua volta, un modello da imitare. Più tardi, Lope de Vega e Tirso de Molina percepiranno i segni di logoramento del codice ma sapranno utilizzarlo ancora con slancio creativo.
Una ricognizione degli esperimenti piscatori nell’arco di poco più di un secolo, fra la metà del Cinquecento, epoca delle prime attestazioni in Spagna, e il 1657, anno della rappresentazione di una “egloga piscatoria” drammatica di Calderón, disegna un panorama, non troppo vasto ma dotato di una sua specificità e di capacità di innovazione, che consente di aggiungere una tessera al grande mosaico dei rapporti fra Spagna e Itali
Impianto retorico nelle «Cartas en refranes» di Blasco de Garay
In 1541, the spanish writer and editor Blasco de Garay published the Cartas en refranes, a curious text that combined reminiscences of the medieval sentimental novel with the new ideas of the erasmian spirituality. Among the peculiar features of the text, which has the form of a short epistolary interchange between a woman and her lover, there is the eccentric style of the former’s letter: this is, in effect, a collection of proverbs. The analysis of the rhetorical structure of the the two epistles and of the relations between the woman paremiologycal writing and the elevated style of the man’s one, throws light on the complex function that proverbs play in the text, where they are part of a subtle communicative strategy which, behind an ingenious expedient, conceals profound reflection on topical spiritual questions on the eve of the Council of Trent
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