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    Breve ricognizione di un carteggio cinquecentesco: Bernardo Tasso e G.B. Giraldi

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    Tra il 1556 ed il 1557 , mentre sta completando la stesura dell ‘Amadigi, Bernardo Tasso sottopone al giudizio del ferrarese Giraldi Cinzio talune parti del poema avviando un fitto scambio epistolare. Il carteggio, che documenta gli stretti rapporti tra teoria e prassi letteraria peculiari del nostro Rinascimento, va letto come una sorta di avvio alla codificazione del romanzo cavalleresco. Le prime lettere mostrano una piena identità di posizioni nell’incondizionato elogio della modello ariostesca, e nella condanna dei tentativi del Trissino e dell’Alamanni di un poema di stampo classico rigidamente vicino al modello omerico-virgiliano.Finiranno tuttavia per approdare a convinzioni del tutto divergenti: sensibile alle istanze della poesia cavalleresca il Tasso, teorico di un romanzo imperniato sull’unità di eroe e sulla finalità didascalica dell’arte il Girald

    Tra epica classica e tradizione romanzesca. Introduzione all'Ercole di G.B. Giraldi Cinzio

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    Nel 1557, dopo l’edizione dei Discorsi intorno al comporre de i Romanzi uscita a Venezia presso Giolito nel ‘54, Giraldi stampava a Modena, i ventisei canti dell’ Ercole, poema mitologico in ottava rima, che, iniziato a Ferrara, aveva portato con sé nell’amaro soggiorno piemontese. È il quasi sconosciuto Ercole l’opera che il Giraldi considera maggiore, quella da cui si attende fama e riconoscimenti, in vista della quale aveva steso, come propedeutica introduzione teorica, i Discorsi. Nel poema, come nel trattato, l’alternativa proposta dal Giradli non è più tra poema epico regolare e romanzo cavalleresco, fra unità e varietà, verità e finzione narrativa, ma tra una visione astorica ed una ideologicamente compromessa dell’intellettuale e delle sue oper

    Rassegna seriana (1955-1977)

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    Molto su Serra si è scritto con esiti critici spesso oscillanti tra razionalismo ed irrazionalismo, impegno e decadentismo. All’esaltazione incondizionata del letterato, del raffinato umanista della prima critica serriana, una nota di Russo del ’35 opponeva il rifiuto del mito del Serra crepuscolare, dilettante e frammentista, per sostituirvi il profilo del “polemista attivo” dello “storico con le sue varie esigenze morali e politiche”. Sulla scia di Russo fondamentali sono stati poi gli studi di Scalia, Dossena, Garin, Acciani, Curi, Rinaldi Contorbia, Biondi, e, nel recupero degli inediti serriani di Isnenghi e Raimondi. I nodi sui quali si è venuto organizzando il dibattito critico sono stati dunque i seguenti: la necessità di una separazione fra Serra e il mito Serra, fra l’intellettuale e la maschera del “letterato per combinazione”, per accostarsi all’opera serriana nel suo coesistere di proposte, bisogni illusioni non separabili e rivelatori di una crisi la cui onestà di denuncia è pari solo alla tensione della sofferenza da cui essa nasceva

    La poesia di Niccolò Tommaseo. Un «filo che congiunge la terra al cielo»

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    Il saggio ripercorre le tappe più significative della scrittura poetica del Tommaseo e chiude con una scelta antologica di testi tratti dall'edizione ne varietur del 1872 delle Poesie. uscita per Le Monnie

    Leopardi, Tommaseo e una foglia

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    Astio, odio, avversione, rivalità sono termini usuali per definire il rapporto Tommaseo- Leopardi perché lo scrittore dalmata si è visto assegnare, a unanime parere degli studiosi, la poco invidiabile prerogativa di essere stato il più acre tra i detrattori del Leopardi. Una reciproca incomprensione nata da motivi contingenti (la mancata edizione ciceroniana che Tommaseo doveva curare per l’editore Stella bloccata dalle riserve leopardiane ) ma alimentata negli anni, come ha mostrato Bezzola, da divergenze ben più profonde. L’intransigente cattolicesimo tommaseiano annullava infatti ogni margine di mediazione, esasperando quella distanza etica e ideologica che lo scorrere del tempo venne accentuando. Ma l’irriducibile avversione del Tommaseo, alla quale Leopardi rispose da par suo con feroce sarcasmo nei vv. 227-231 della Palinodia, si ricompone in un dialogo misurato se ripercorsa attraverso i testi poetici. È quanto emerge dal raffronto tra l’Imitazione del Leopardi, ripresa da La feuille di Antoine Vincent Arnault, e A una foglia di Tommaseo che può essere letta come ideale riapertura di dialogo e non più di scontro

    Bernardo Tasso, Lettere - Primo volume

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    Dal 1549, anno dell’editio princeps e considerando come ultimo termine di riferimento l’edizione Spineda del 1612 , il primo volume delle Lettere di Bernardo Tasso vanta un successo constante contando su ventitré ristampe nell’agile formato ottavo, tutte di un certo di pregio con frontalini e capilettera finemente decorati. Diversamente da quanto accade per l’epistolario di Aretino, cui si riconosce l’invenzione del Libro di Lettere, quello tassiano è segnato da una sorprendente longevità editoriale e, adeguato ai mutamenti del genere, viene riciclato a partire dall’edizione curata nel ‘70 da Francesco Sansovino come formulario per la sua esemplarità retorico-linguistica. Oggetto della ristampa anastatica è l’edizione Giglio del 1559: edizione completa e definitiva del primo volume dell’epistolario tassiano, arricchita, rispetto alle precedenti di un quarto, sia pu brevissimo, libro. La prefazione ripercorre la ricca tradizione a stampa del primo volume delle Lettere, censisce e raffronta le singole edizioni individuandone riprese e divergenze. Procede con l’analisi dei diversi aspetti del carteggio, ricostruisce la vicenda letteraria tassiana, ed i legami con Ferrante Sanseverino, chiude con una serie di indici: dei destinatari, dei luoghi, delle persone storiche, dei personaggi biblici, mitologici e letterari, degli autori e delle opere citate

    A proposito di Foscolo, Tommaseo e De Tipaldo

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    Quando si rimuove l’autoritratto “barbato” pazientemente costruitosi da un Tommaseo ormai penitente per ripercorrere gli anni della sua formazione trascorsi tra Padova e Venezia, il nome di Foscolo è una presenza costante e dal significato inequivocabile. Nelle Memorie poetiche, egli ascrive la sua iniziazione politica, letteraria, sentimentale alla triade Dante, Alfieri, Foscolo. E di Foscolo molto si parla anche nel carteggio inedito Tommaseo-Tipaldo a partire dal ’29 , anno chiave per la storia delle edizioni foscoliane. Proprio nel ’29, dopo la stampa della Vita del Foscolo curata dal Pecchio, Tipaldo iniziava a raccogliere materiali per una nuova biografia del poeta chiedendo aiuto anche al Tommaseo. Nell’impresa lo scrittore dalmata intervenne in modo determinante: trascrisse e ordinò i manoscrititti foscoliani custoditi dalla Magiotti, tenne i contatti con gli amici del Poeta ( Capponi, Niccolini, Pellico, Scalvini, Ugoni, Diodata Saluzzo) ottenendo informazioni e ulteriori materiali manoscritti. Si adoperò anche presso diversi editori : Batelli, Ruggia, Blanc. Nelle sue lettere inviò all’amico lunghe note di commento agli scritti foscoliani. Forte di tanto aiuto Tipaldo pensò di dare, oltre alla Vita, un’edizione completa di tutte le opere edite ed inedite del Foscolo ma poi, timoroso dell’intervento della Censura austriaca, incapace di gestire i rapporti con l’editore Ruggia cui si era legato con un contratto di stampa, nel ‘40 scelse di cedere al Carrer gran parte dei materiali raccolti

    Dalla guerra come attesa alla guerra come memoria

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    Allo scoppio della Grande Guerra l’interventismo sembra essere scelta condivisa dalla maggioranza degli intellettuali italiani, in un consenso che avvicina non solo fogli editoriali lontani fra loro come «Lacerba» o « La Voce», per non parlare delle grande testate nazionali, ma anche letterati distanti e diversi fra loro. da Papini a Serra, da Gadda a Jahier, da Soffici a Lussu. Per una intera generazione intellettuale, dopo tante incertezze e penose inquietudini, la guerra è una sorta di meta inconfessata, la risposta immediata e tanti nodi personali, l’occasione irripetibile di veder finalmente riconosciuto il proprio ruolo mediante l’assunzione di un preciso mandato sociale. Ma questo generale consenso è segnato dal coesistere di aspettative, motivazioni, finalità spesso contrastanti. C’è un interventismo nutrito di ragioni politiche e ideologiche di impronta conservatrice e nazionalista ( esemplare al riguardo la presenza di Papini), che si affianca a un interventismo di impronta democratica che vede la guerra come ultimo atto del processo risorgimentale e si riconosce in figure di spicco come quelle di C. Battisti, G. Salvemini, S. Slataper . Ma esiste anche un interventismo dettato da ragioni strettamente esistenziali in letteratiii come Serra o Jahier che considerano la partecipazione al conflitto come esperienza di di condivisione e dii purificazione
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