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Molière : comicità e comunicazione / a cura di Paolo Quintili
Perché ridiamo? Che cosa ci fa ridere esattamente? Olivier Bloch cerca qui le risposte, nell’opera del più grande dei nostri autori comici: dalle gesticola- zioni e dai pali in frasca de La Gelosia dell’Impiastricciato all’intronizzazione di Argan come medico, nel Malato immaginario, passando per altre figure del riso, quello provocato dai discorsi incongrui di ragionatori e altri seccatori, il grottesco dei signori borghesi o dei contadini gentiluomini e di altri cornuti, le imposture, gli inganni, le illusioni e gli artifici degli uni o degli altri, falsi devoti, servi, amanti o gran signori, le scempiaggini e le sciocchezze dei vari Sganarelli, ecc., si può dire che si tratta sempre di rotture o lacune nella comunicazione, nei vari sensi del termine. Questa diagnosi porta l’autore a suggerire un’inattesa relazione con le filosofie esattamente contemporanee all’opera di Molière, quelle degli «occasionalisti» – primo fra tutti l’avvocato Géraud de Cordemoy, che Molière certamente conosceva – le quali partono dalla constatazione che nell’universo non esiste una comunicazione naturale tra i corpi, le menti, le loro azioni e i loro stati
Introduzione. Lo spazio della felicità.
La tradizione del pensiero in Europa ha spesso collegato la questione della felicità a quella dello spazio, come nella metafora dei due cuori e una capanna. Altre concezioni pongono l’accento sul movimento, l’avventura, l’incontro. Ci si potrebbe chiedere se la ricerca della felicità così concepita non volti le spalle all’esperienza quotidiana di piccole felicità “malgrado tutto”, che consentono agli individui più bistrattati dal mondo attuale di sopravvivere. In questo saggio, mentre denuncia il mercato capitalista che propina costantemente ai consumatori falsi ideali di felicità, Marc Augé si interroga sui rapporti fra identità e alterità che sono al centro di tale questione, analizzando il tema dell’incontro nel mondo contemporaneo.
MARC AUGÉ
(Poitiers, 1935)
Etnologo di fama mondiale, ha sviluppato un’antropologia del quotidiano basata sul concetto di non-luogo, nuovo spazio della socialità dominato dall’assenza di storia, identità, relazioni. Già direttore dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales e del Office de la recherche scientifique et technique outre-mer, è tra i pensatori più significativi e prolifici dell’antropologia contemporanea. Dell’Autore Castelvecchi ha già pubblicato Prendere tempo. Un’utopia dell’educazione (2016) e Migrazioni (2018).
DALL'INTRODUZIONE:
Marc Augé tocca, in questo breve saggio, il grande tema
“classico” del bonheur, la ‘felicità’ (eudaimonìa, beatitudo, happiness,
Glückseeligkeit) da un punto di vista nuovo e innovativo,
quello di un’antropologia e di una sociologia dello spazio
fisico, concreto, dell’esistenza umana. La “tradizione della saggezza”
filosofica in Europa aveva già legato spesso la questione
della felicità a quella dello spazio, di cui porta testimonianza
anche la lingua corrente (“due cuori e una capanna”). Accanto
a una concezione statica, “catastematica” (Epicuro), del
piacere, faceva pendant una visione mobile del piacere o della
felicità di movimento (“sincatastematica”): l’avventura, l’incontro,
il viaggio. Queste due opposte visioni implicano entrambe
la presa in considerazione del rapporto tra identità e alterità,
dello stesso e del diverso, di cui Augé s’è occupato a
lungo, nella sua ricerca
Denis Diderot, Rimpianti sulla mia vestaglia usata : avviso a coloro che hanno più gusto che ricchezze
La famosa Promenade Vernet (la "Passeggiata Vernet") del Salon del 1767 è una straordinaria opera letteraria, dedicata al grande pittore francese Claude-Joseph Vernet. E' uno dei racconti più belli di Diderot, un autentico capolavoro, paragonabile al Nipote di Rameau. Di misura quasi classica, riesce a concentrare in poco meno di cento pagine il senso di un'esperienza inconsueta nella storia della letteratura, della critica d'arte e della filosofia: un senso tutto da scoprire, che non vogliamo anticipare al lettore, e che contribuisce a trasformare la critica d'arte di Diderot in un genere "alto" della letteratura, poi tanto apprezzato da scrittori come Baudelaire, Balzac e Stendhal. La traduzione della Promenade, qui proposta per la prima volta nella sua versione integrale, è curata da Massimo Modica, ed è preceduta da un ampio saggio introduttivo su Diderot critico d'arte. Nel libro è tradotto infine, a cura di Paolo Quintili, un altro breve e gradevole scritto di Diderot, i Rimpianti sulla mia vestaglia usata, che integra brillantemente le riflessioni del Diderot della Promenade sia sulla Pittura di Vernet, che sull'arte e la vita in genere.The famous Promenade Vernet (the 'Vernet Promenade') from the Salon of 1767 is an extraordinary literary work, dedicated to the great French painter Claude-Joseph Vernet. It is one of Diderot's finest stories, a true masterpiece, comparable to Rameau's Nephew. Almost classical in scope, it succeeds in concentrating in a little less than a hundred pages the sense of an unusual experience in the history of literature, art criticism and philosophy: a sense to be discovered, which we do not wish to anticipate for the reader, and which contributes to transforming Diderot's art criticism into a "high" genre of literature, later much appreciated by writers such as Baudelaire, Balzac and Stendhal. The translation of the Promenade, here proposed for the first time in its complete version, is edited by Massimo Modica, introductory essay on Diderot the art critic. Finally, the book also includes a translation, edited by Paolo Quintili, of another short and pleasant piece of writing by Diderot, Rempianti sulla mia vestaglia usato (Regrets about my used dressing gown), which brilliantly integrates Diderot's reflections on Promenade and Vernet's Painting, as well as on art and life in general
Prefazione. Hard Times, Postmodern Times
Quando la presente discussione è stata avviata con uno scambio di mail, tramite amicizie comuni legate al Collège International de Philosophie(CIPh)[1], il 22 marzo 2020 Alain Badiou e lo scrivente eravamo concordi su un punto: «È per me una specie di prova che questo testo sia utile ed è proprio quello che volevo. Tanto più che sono d’accordo con lei: in questo momento circolano fin troppe asinate (âneries) pericolose, anche a sinistra, purtroppo!» (Badiou). Avevo infatti osservato che «il suo articolo è la prima voce ragionevole da intendere nella pletora di discorsi insensati che si ascoltano in questo momento, nei media e sui social network, anche “a sinistra”». A poco più di un “mese, il proliferare di quelle âneries è diventato endemico quanto il virus Covid-19 da cui il dibattito del presente volume prende le mosse
Fontenelle et Maubec. La médecine des clandestins
In 1709, Fontenelle gave his imprimatur to the Principes phisiques de la Raison et des Passions des hommes, by Antoine Maubec, future doctor to the Duchesse d’Orléans. His Traité de la dyssenterie was published in 1712. The events of Antoine Maubec’s life, according to documents kept in the medical library of Montpellier, provide an opportunity to try to trace the relationship between medical practice in Montpellier, Fontenelle and the academicians, and the clandestine authors who discussed heterodox medical subjects.En 1709 Fontenelle donne son imprimatur à l’ouvrage d’Antoine Maubec, intitulé Principes physiques de la Raison et des Passions des hommes, par Maubec, médecin ordinaire de Madame, en odeur de cartésianisme (hétérodoxe) et de matérialisme (éd. Par P. Quintili, Paris, Honoré Champion, 2011). L’auteur fera suivre un autre Traité de la dyssentherie (1712), qui rebondit dans le sens de ses Principes physiques. Maubec : qui était ce « médecin ordinaire » ? Après des recherches dans les archives de l’ancienne bibliothèque de la faculté de médecine de Montpellier, on a pu reconstruire une courte biographie (découvrir son prénom : Antoine), suivre son parcours de formation à la faculté de Montpellier et la carrière qu’il a suivi, après, à la cour de France, dans le sillage de son maître, le puissant « premier médecin » Pierre Chirac (1657-1732). Les événements de la vie d’Antoine Maubec sont l’occasion pour essayer de suivre les relations entre la médecine de Montpellier, Fontenelle et les académiciens, et les auteurs clandestins qui ont traité des sujets hétérodoxes de médecine
Paul-Henri Thiry d’Holbach, "Il Sacro Contagio, o storia naturale della superstizione" (Trad. it. e Introduzione di Paolo Quintili)
Chimera nociva, albero dai frutti nefasti, vaso di Pandora colmo dei peggiori mali: sono solo alcune delle metafore con cui l’autore, il barone D'Holbach, descrive la religione rivelata, foriera di superstizione, menzogne e schiavitù. Attraverso l’espediente della dissimulazione, nel XVIII secolo il barone d’Holbach pubblica sotto falso nome una vera e propria requisitoria contro la religione (fin qui inedita in italiano) mettendone in luce le incongruenze, i limiti e le imposture. Dalla questione della teodicea alle contraddizioni di una presunta rivelazione fino alle conseguenze politiche come l’idolatria, la religione appare, da un punto di vista teorico, incoerente e illogica e, nei suoi effetti pratici, strumento di potere e giogo dei popoli. Il principale scopo raggiunto nel corso dei secoli e l’aver soffocato la capacita di giudizio e impedito il libero uso della ragione umana
La novità «antidiluviana» di una pandemia mondiale
Il saggio di Alain Badiou che qui offriamo al pubblico propone una serie di importanti riflessioni filosofiche che collocano l’evento emergenziale che stiamo vivendo in una dimensione al tempo stesso storica e critica. L’esperienza dell’evento, nei diversi Paesi occidentali, in Europa in particolare, è stata affidata a tre “corpi” sociali che ne stanno gestendo l’emergenza: il corpo politico, il corpo medico e il corpo mediatico.
Ora, una parola che venga dal “corpo filosofico” è di grande utilità in quanto ci permette di coglierne la dimensione reale, al di là delle pur necessarie misure prese per arginare il pericolo epidemico
I CLASSICI DI MICROMEGA: ‘Il Nipote di Rameau’ di Denis Diderot presentato da Paolo Quintili
Due personaggi, un Io filosofo e un Lui, musicista fallito, Jean-François Rameau, omonimo nipote del grande compositore francese Jean-Philippe, s’incontrano ai giardini del Palais Royal. Siamo alla metà del Settecento. Le due vecchie conoscenze si ritrovano poi al Caffè della Reggenza, a vedere giocare a scacchi. L’Io è solito andare a passeggio, il pomeriggio, in quei giardini per «abbandonare il mio spirito a tutto il suo libertinaggio. [...] I miei pensieri sono le mie puttane». Dall’incontro nasce uno dei dialoghi filosofici più brillanti della storia del pensiero occidentale dopo i dialoghi di Platone. Si tratta della natura umana e della natura del genio musicale, dell’alienazione e dell’impero del denaro, delle ineguaglianze e dei reietti della società, della virtù e del vizio morale, in una parola: della felicità in questo (sporco) mondo
Quale Illuminismo? Ragione, diritto d’esistenza e movimenti sociali
Di “illuminismo” si parla molto, ed è bene che sia così. Ma intorno al suo significato non vi è molta chiarezza. In questo articolo, Paolo Quintili spiega in che direzione bisogna andare se si vuole avere una cognizione più precisa dello stesso. Il dibattito sollevato sulle pagine del quotidiano italiano «La Repubblica», nell’ormai lontano 2000 – dunque prima del 11/09/01 – sull’Illuminismo e la necessità di «nuovi Lumi» per il nostro tempo ha avuto una discreta risonanza non sui soli media, portando infine all’edizione del libretto a cura di E. Scalfari, Attualità dell’Illuminismo, Roma-Bari, Laterza, 2001. Dalla distanza di ciò che nel frattempo è storicamente accaduto – Le rivoluzioni arabe, le nuove guerre in medio oriente, Daech ecc. – il tono del dibattito, tuttavia, non sembra uscire dal terreno di vecchi luoghi comuni su un’Età dei Lumi come «Età della Ragione» a tutto tondo, la cui immagine non tiene presente, anzitutto, il retaggio del processo storico di formazione della ratio illuministica e del suo rapporto al concetto di diritto. E del diritto dei popoli, in particolare.
Avere comunque iniziato a discutere di questi temi è stato un bene e il sintomo di un bisogno, nella sinistra italiana (e oltre), di fare chiarezza sulla propria provenienza, non solo ideale
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