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L'ESPERIENZA DI PROGRAMMAZIONE DELLA REGIONE SARDEGNA NELL'AMBITO DEL QUADRO COMUNITARIO DI SOSTEGNO 1989-1993
Goniobranchus pruna
Goniobranchus pruna (Gosliner, 1994) (Figure 7 C) Material examined. Two specimens. MB28-004425, ZKW, 13 Jun. 2010, 50m, 6mm; MB28-004571, ZGWS, 13 Jun. 2012, 22m, 8mm. Habitats. Subtropical rocky reefs and on a wreck. Occurrences. Zavora. Geographic distribution. Indo-west Pacific. New Caledonia (Thévenet 2010), Madagascar (Gosliner 1994), South Africa (Gosliner 1987; Gosliner 1994) and Mozambique. Remarks. Goniobranchus pruna was described based on two immature specimens of 4 and 6mm from South Africa (Gosliner 1994). Despite the immaturity of the specimens, Gosliner (1994) considered his description valid because no other “ Chromodoris ” had orange rhinophores and gills ornamented with white dots. Later, Valdés et al. (1999) described a similar species, Chromodoris mandapamensis. The external differences between these two species, mainly concern to the colour of the rhinophores and gills, the number of spots on the dorsum and the number of rhinophoral lamellae, which may vary ontogenically. Internally, it is not possible to compare the reproductive systems based on original descriptions as data are absent and there are no clear differences in the morphology of the radula or jaw rodlets of these two species (see Gosliner 1994 and Valdés et al. 1999). Thus, it is possible that C. mandapanensis is a junior synonym of G. pruna, however, molecular analyses using material from the type localities are needed to clarify this hypothesis, and whether this species belongs to the genus Chromodoris or Goniobranchus.Published as part of Tibiriçá, Yara, Pola, Marta & Cervera, Juan Lucas, 2017, Astonishing diversity revealed: an annotated and illustrated inventory of Nudipleura (Gastropoda: Heterobranchia) from Mozambique, pp. 1-133 in Zootaxa 4359 (1) on page 30, DOI: 10.11646/zootaxa.4359.1.1, http://zenodo.org/record/106916
Le donne italiane nel lavoro domestico retribuito: persistenza della segregazione occupazionale e resistenza alla disoccupazione. Il caso della Sardegna
Contro ogni aspettativa e previsione di declino (Coser 1993, Sarti 2005 e 2014), il lavoro domestico retribuito è svolto tuttora da un numero rilevante di lavoratrici in tutto il mondo, e non sembra ridursi. È stato osservato addirittura un ritorno del lavoro domestico (Colombo 2003), seppure con caratteristiche diverse rispetto al passato, di cui la crescente componente migratoria rappresenta senza dubbio il cambiamento più rilevante (Colombo 2005). Si stima che i lavoratori domestici siano 67 milioni nel mondo, per l’80 per cento donne (quasi 54 milioni). Tra questi, i migranti sono 11,5 milioni, di cui 8,5 milioni di donne, e rappresentano il 17 per cento dei lavoratori domestici globali (ILO 2015a). Ciò significa che l’83 per cento degli addetti al servizio domestico sono autoctoni, meglio, autoctone. La crescita inarrestabile e silenziosa del lavoro domestico e le sue trasformazioni su scala globale e nazionale hanno sollecitato l’interesse di studiose e studiosi e delle istituzioni internazionali, che ha portato, fra l’altro, all’approvazione della Convenzione n. 189 del 2011 sul lavoro dignitoso per lavoratori e lavoratrici domestiche da parte della Conferenza Generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). L’Italia è il terzo paese in Europa in termini di incidenza del lavoro domestico, dopo Spagna e Francia (ILO 2013). È il quarto Stato membro dell’OIL e il primo tra gli Stati membri dell’Unione Europea ad aver ratificato la Convenzione n. 189, entrata in vigore il 5 settembre 2013 (ILO 2015b).
Nel 2016 in Italia i lavoratori con uno o più rapporti di lavoro domestico registrati all’Inps sono quasi 900 mila, oltre l’85 per cento sono donne e il 73,5 per cento sono stranieri (a loro volta per l’86 per cento donne). I dati dell’Inps non consentono di conoscere la dimensione reale del fenomeno, che sfugge in parte alle rilevazioni statistiche e amministrative a causa delle diffuse condizioni di irregolarità e di vero e proprio sommerso cui è tipicamente esposto. I dati tuttavia confermano senza equivoci che il lavoro domestico è ancora un’occupazione largamente femminile (solo nei paesi Arabi la quota maschile oltrepassa il 40 per cento), che coinvolge in misura crescente donne migranti, ma che in Italia – particolarmente in alcuni territori - non ha mai smesso di attrarre una parte dell’offerta femminile di lavoro autoctona. È proprio su questa componente che si concentra l’attenzione del contributo proposto, con l’obiettivo di fare emergere i meccanismi sociali che spingono forze di lavoro femminili “locali” verso il lavoro domestico, facendone un consolidato bacino occupazionale per donne giovani e adulte, soprattutto in alcuni territori, malgrado il generale innalzamento dei livelli di istruzione femminile e la concorrenza di un’offerta di lavoro immigrata a basso costo e con ampie disponibilità in termini di tempo e di co-residenza.
Le donne italiane occupate regolarmente nel servizio domestico sono quasi 200mila (fonte INPS), in costante crescita, e rappresentano il 26 per cento delle lavoratrici domestiche totali. Negli ultimi dieci anni, in quasi tutte le regioni il numero delle donne italiane occupate nel lavoro domestico è aumentato, mentre sembra ridursi negli ultimi due anni il numero delle lavoratrici domestiche straniere, dopo avere toccato il picco nel 2012 in seguito all’ultima serie di provvedimenti in materia di emersione del lavoro immigrato e irregolare (Colombo 2009).
La quota più elevata di lavoratrici domestiche autoctone è in Sardegna, dove i dati INPS rilevano il 16,3 per cento delle lavoratrici domestiche italiane. Sono 32.288, quasi diecimila in più che in Lombardia, il triplo della Sicilia e della Puglia, quasi il doppio della Campania. Nel secondo dopoguerra, attraverso processi migratori interni, le “domestiche” erano donne italiane che dalle regioni del Mezzogiorno (ma non solo) si trasferivano nei grandi centri urbani del Centro-Nord per soddisfare la domanda di lavoro domestico, spesso nella forma della co-residenza. Una sorta di “specializzazione etnica” privilegiava l’impiego di domestiche provenienti dalla Sardegna nelle grandi città come Milano, Roma, Torino, in cui i processi di emigrazione interna avevano già formato nutrite comunità di sardi.
La Sardegna può essere un caso di studio interessante sotto diversi profili:
a) ha avuto una tradizione di lavoro domestico femminile che ha rappresentato per decenni non solo una condizione servile e di estremo sfruttamento ma anche, nel secondo dopoguerra, un percorso di emancipazione, di mobilità e di riscatto sociale (Oppo 1983, Mameli 2015).
b) È la regione italiana che presenta la quota più elevata di donne occupate nel lavoro domestico (quasi il 14 per cento dell’occupazione femminile della regione, secondo i dati INPS).
c) Da una decina d’anni le politiche sociali della Regione Sardegna destinano ingenti finanziamenti pubblici all’assistenza in famiglia delle persone anziane e non autosufficienti, con l’obiettivo di favorire il rientro in famiglia di persone inserite in strutture sociali e/o sanitarie o promuovendone la de-istituzionalizzazione e la permanenza nel proprio domicilio; in particolare, il programma “Ritornare a casa” (L. R. n. 4/2006, comma 1 art. 17) promuove progetti personalizzati e prevede trasferimenti annuali alle famiglie per coprire parte dei costi dell’assistenza a domicilio delle persone anziane e non autosufficienti. Tali provvedimenti hanno senz’altro aumentato il ricorso delle famiglie alle assistenti familiari (badanti), in larga parte autoctone (l’INPS individua nell’Isola quasi 20mila badanti italiane contro meno di 6.500 straniere).
d) Nel corso della lunga crisi economica degli ultimi anni, l’occupazione femminile in Sardegna è cresciuta in misura sorprendente – compensando parzialmente il crollo dell’occupazione maschile nell’industria e in edilizia – attraverso l’impiego di un numero consistente di donne adulte nei lavori poco qualificati di “addetto ai servizi di pulizia, igienici, di lavanderia ed assimilati” e come “personale non qualificato addetto ai servizi domestici”. Le donne occupate in questi servizi sono raddoppiate, per oltre la metà hanno almeno un diploma e, contrariamente alle regioni del Nord, non sono donne immigrate. Il diffuso aggravamento delle condizioni economiche delle famiglie, ma anche l’importanza che la partecipazione al mercato del lavoro ha assunto – ormai irreversibilmente – nella vita delle donne sarde, ne ha spinto un numero consistente ad occupare spazi di attività in parte sommersa, con uno scarso peso orario e retributivo, nei servizi alla persona non qualificati e nel lavoro domestico, per integrare il reddito familiare diventato insufficiente o del tutto mancante (Pruna 2011). In questo senso, il lavoro domestico rappresenta, per un verso, una persistente segregazione femminile nei lavori di cura ma, per altro verso, potrebbe configurarsi come una strategia di resistenza alla disoccupazione e ancor più all’abbandono del mercato del lavoro.
Il paper analizza in primo luogo - attraverso i dati INPS, i dati censuari sulle professioni e i dati dei registri pubblici delle assistenti familiari (istituiti in Sardegna a partire dal 2006 per ogni distretto di PLUS a cura del Comune capofila) - le caratteristiche dell’offerta femminile di lavoro domestico nell’ultimo decennio, con confronti regionali. La domanda di lavoro domestico viene inquadrata nel contesto regionale del mercato del lavoro della Sardegna e delle politiche sociali adottate dalla regione, con l’obiettivo di individuare i meccanismi sociali che hanno favorito la crescita del lavoro domestico retribuito tra le donne sarde e l’aumento dell’occupazione.
Riferimenti bibliografici citati
Colombo, A. (2003), Razza, genere, classe. Le tre dimensioni del lavoro domestico in Italia, in «Polis», n. 2, pp. 317-342
Colombo, A. (2005), Il mito del lavoro domestico: struttura e cambiamenti in Italia (1970-2003), in «Polis», n. 3, pp. 435-464
Colombo, A. (2009), La sanatoria per le badanti e le colf del 2009: fallimento o esaurimento di un modello? www.fieri.it
Coser, L. (1993), Servants: The Obsolescence of an Occupational Role, in «Social Forces», vol. 52, n. 1, pp. 31-40
EPRS European Parliamentary Research Service (2015), Invisible jobs The situation of domestic workers, (http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2015/573874/EPRS_BRI(2015)57 3874_EN.pdf)
Eurofound (2015), Upgrading or polarisation? Long-term and global shifts in the employment structure European Jobs Monitor 2015, Luxembourg: Publications Office of the European Union
ILO (2013), Domestic workers across the world: Global and regional statistics and the extent of legal protection, Geneva
ILO (2015a), ILO global estimates on migrant workers. Results and methodology. Special focus on migrant domestic workers, Geneva
ILO (2015b), Il lavoro dignitoso per i lavoratori domestici a cinque anni dall’adozione della Convenzione OIL, Roma
Mameli, G. (2015), Le ragazze sono partite, Cagliari, CUEC
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Istat, Inps, Inail, Anpal (2017), Il mercato del lavoro. Verso una lettura integrata (http://www.istat.it/it/archivio/207242)
Oppo, A. (1983), “Il lavoro domestico nella società tradizionale”, in Manconi F. (a cura di), Il lavoro dei sardi, Sassari, Gallizzi, pp. 46-54
Pruna, M.L. (a cura di) (2011), Mercato del lavoro in Sardegna. Rapporto 2011, CRSI, Cagliari, Cuec
Sarti, R. (2005), Da serva a operaia? Trasformazioni di lungo periodo del servizio domestico in Europa, in «Polis», n. 1, pp. 91-120
Sarti, R. (2014), Historians, Social Scientists, Servants, and Domestic Workers: Fifty Years of Research on Domestic and Care Work, IRSH 59, pp. 279–31
Constraining the g'_1 coupling in the minimal B-L Model
We have combined perturbative unitarity and renormalization group equation arguments in order to find a dynamical way to constrain the g? 1 coupling of the minimal B–L extension of the standard model. We have analysed the role of the g?1 coupling evolution in the perturbative stability of the two-to-two body scattering amplitudes of the vector boson and scalar sectors of the model, and we have shown that perturbative unitarity imposes an upper bound on the B–L gauge coupling. We have made a comparison between this criterion and the triviality arguments, showing that our procedure substantially refines the triviality bounds
Composite Higgs: Searches for new physics at future e+e-colliders
In this proceeding, we extend a previous analysis concerning the prospects of a future electron-positron collider in testing the 4-Dimensional Composite Higgs Model. In particular, we introduce two motivated benchmarks and study them in Higgs-Strahlung, for three possible energy stages and different luminosity options of such a machine and confront our results to the expected experimental accuracies in the various accessible Higgs decay channels. PACS 12.60.Rc - Composite models. PACS 14.80.Ec - Other neutral Higgs bosons. PACS 14.80.Va - Axions and other Nambu-Goldstone bosons (Majorons, familons, etc.). © Società Italiana di Fisica
Seizures in fetal alcohol spectrum disorders: Evaluation of clinical, electroencephalographic, and neuroradiologic features in a pediatric case series
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Epilepsia
Volume 55, Issue 6, June 2014, Pages e60-e66
Seizures in fetal alcohol spectrum disorders: Evaluation of clinical, electroencephalographic, and neuroradiologic features in a pediatric case series (Article)
Nicita, F.a , Verrotti, A.b, Pruna, D.c, Striano, P.d, Capovilla, G.e, Savasta, S.f, Spartà, M.V.f, Parisi, P.g, Parlapiano, G.h, Tarani, L.h, Spalice, A.a
a Child Neurology Division, Department of Pediatrics, Sapienza University of Roma, Viale Regina Elena, Rome-324-00161, Italy
b Department of Pediatrics, University of Perugia, Perugia, Italy
c Division of Child Neurology and Psychiatry, Azienda University Hospital of Cagliari, Cagliari, Italy
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Abstract
Seizures are observed with a frequency of 3-21% in children with fetal alcohol spectrum disorders (FASD). However, clinical, neuroradiologic, and electroencephalography (EEG) features are poorly described. In this study, 13 patients with FASD and epilepsy or seizures were identified retrospectively from the databases of seven Italian pediatric neurology divisions. Eleven children were affected by epilepsy, and two had at least one documented seizure. Both generalized and focal seizures were observed. EEG showed diffuse or focal epileptic activity; two children developed electric status epilepticus during sleep (ESES). Structural brain anomalies, including polymicrogyria, nodular heterotopia, atrophy, and Arnold-Chiari type 1 malformation, were discovered in almost 50% of patients. Control of seizures was not difficult to obtain in 11 cases; one patient showed pharmacoresistant epilepsy. EEG and clinical follow-up are recommended in children with FASD and epilepsy, since severe conditions requiring aggressive treatment, such as in ESES, may develop. Neuroradiological evaluation is warranted because several types of brain anomalies could be associated with maternal alcohol consumption during pregnancy
Composite Higgs models and ‾t t production at future e<sup>+</sup>e<sup>-</sup> colliders
The study of the top quark properties will be an integral part of any particle physics activity at future leptonic colliders. In this proceeding we discuss the possibility of testing composite Higgs scenarios at e+e- prototypes through deviations from the Standard Model predictions in ‾t t production observables for various centre of mass energies, ranging from 370 GeV up to 1 TeV. This proceedings draws from Ref. arXiv:1504.0540
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