1,721,295 research outputs found
Review of Eric S. Nelson, ed. Interpreting Dilthey: Critical Essays (Cambridge: Cambridge University Press, 2019)
This wide-ranging, authoritative collection, edited by Eric S. Nelson, has the format of a Companion. It isn't labeled such since Wilhelm Dilthey has not yet attained the status of a canonized philosopher, perhaps due to the dearth of English translations of his writings, and even more to their intricacy. There is now, however, the landmark six-volume translation of Dilthey's major work, edited by Rudolf Makkreel and Frithjof Rodi (Princeton University Press, 1989-2019). Given the translation, this collection may well turn attention to Dilthey's work. This may happen soon given the emerging perception that philosophy is about both research and innovation, for Dilthey was indeed the author of quite well constructed and well pursued innovative philosophical strategies. Although it dates back to the turn of the twentieth century, Dilthey's work remains enormously relevant to current debates about science policy, art and literature, the biographical and autobiographical self, knowledge, language, science, culture, history, society, psychology, and the embodied self
Ueberweg in the Twenty-First Century: Grundriss online
The Grundriss online database gives access to the complete edition of the
Ueberweg Grundriss der Philosophie. In the end we will be talking of about 14,000
book pages. Although currently the online version grants access only to six volumes
of the Ueberweg, it is to be assumed that all twenty-seven volumes that have already
been published so far will be available online shortly. Most importantly, however,
work at the Ueberweg is still in the making: volumes are planned for the Renaissance,
philosophy of the twentieth century as well philosophy in East Asia, philosophy in
Africa, and philosophy in Latin America. The achievement can be reasonably hoped
for by the end of this decad
Recensione di Giovanni Cogliandro, Carla De Pascale, Yves Radrizzani, eds., Das Transzendentale und die praktische Philosophie (Hildesheim: Olms, 2020), Rivista di filosofia neoscolastica, 114 (2022), #1, 195-197. ANVUR 11.
Con questo volume la comunità degli studiosi della filosofia di Johann Gottlieb Fichte ha reso omaggio al maestro, collega e amico Marco Ivaldo. La messa a fuoco, nel titolo scelto dai curatori, del trascendentale e della filosofia pratica intende celebrare l’opera di Ivaldo sulla filosofia trascendentale e la speciale attenzione dedicata alla sua declinazione come filosofia pratica. Per questa ragione, i curatori hanno chiesto contributi sulla storia della connessione tra l’approccio trascendentale e la filosofia, sia dal punto di vista dei sostenito- ri della filosofia trascendentale come da quello degli oppositori.
Lo status quaestionis rispetto al quale ruota il volume viene presentato da Giovanni Cogliandro come segue: da diversi decenni ormai è patrimonio condiviso la considera- zione che sia molto limitante la ricostruzione convenzionale dell’evoluzione del punto di vista trascendentale fichtiano nelle tre edizioni della Wissenschaftlehre, caratterizzata dalla bipartizione cronologica tra il primo e il secondo Fichte, che trova il suo punto di cesura nella controversia sull’ateismo e la conseguente perdita della cattedra all’Alma Salana. Questa ricostruzione risale a interpreti di ispirazione hegeliana e propone un pri- mo Fichte come pensatore dell’autocoscienza e un secondo Fichte filosofo dell’assoluto. Già Luigi Pareyson poteva affermare che questo paradigma andava superato mostrando come l’evoluzione fosse estremamente difficile da determinare, sicuramente né come cesura netta, né come conseguenza di una conversione religiosa (Fichte: Il sistema della libertà, Edizioni di Filosofia, Torino 1950). Di qui l’elaborazione dello stile prospetti- vista, che ha caratterizzato l’interpretazione della filosofia trascendentale di Fichte e lo stile di ricerca degli studiosi che hanno collaborato a questo volume e che si riconosco- no nell’approccio della scuola di Monaco, basato sull’idea, appunto, che la filosofia di Fichte vada compresa non solo in relazione agli autori che l’hanno ispirata, ma anche e soprattutto attraverso la sua Wirkungsgeschichte (pp. 76 ss.).
Con le sue ricerche sull’etica superiore di ispirazione fichtiana, Marco Ivaldo ha offerto contributi originali al prospettivismo monacense, in particolare con i suoi studi sull’incar- nazione del dovere, sull’implicazione pluriforme del dovere nella manifestazione concre- ta dell’assoluto e sulla monadologia trascendentale (p. 77). Ivaldo rivista nei suoi scritti la visione teologico-filosofica di Fichte mostrando l’efficacia della sinergia tra il punto di vista di colui che pratica la dottrina della scienza e l’invito a fare la scelta di porsi da questo punto di vista. Un tale invito si rivolge a quanti ancora non hanno optato per questo meto- do, cosa che comporta, in effetti, la piena accettazione della Rivelazione come chiamata ad essere pienamente liberi, quindi – conclude Cogliandro – a seguire la propria Bestimmung, ovvero determinazione, destinazione, ma anche chiamata, vocazione (p. 78)
Enrico Berti storico della filosofia moderna e contemporanea
A proposito del rapporto tra verità filosofica e storia all’interno della metafisica classica Berti non esitava ad ammettere la difficoltà di una storia della filosofia secundum veritatem: «Non sono d’accordo con gli scettici e nemmeno con quanti affermano che v’è già una filosofia vera, totalmente vera, la quale ha esaurito tutta la verità alla quale si poteva ambire. [...] Sono un sostenitore della storicità della filosofia»1.
Il rimando qui è alla polemica che vide coinvolti Ferdinand Alquié (e i suoi allievi Gilles Deleuze e Jean-Luc Marion) e Martial Gueroult (a sua volta maestro di tanti). Di Alquié, i libri topici furono Nostalgie de l’être e Signification de la philosophie2, di Gueroult l’articolo del 1954, Le pro- blème de la légitimité de l’histoire de la philosophie e la monografia Philo- sophie de l’histoire de la philosophie3. In Italia, la contrapposizione esiste- va peraltro già dagli anni ’50, negli scritti dei due coetanei Eugenio Garin4 e Michele Federico Sciacca5
Blick nach vorn: Kant-Übersetzungen und Textkorpora
Stellen wir uns eine Gruppe von Studenten an einer amerikanischen philosophischen Graduate School vor, die vor dem Gedanken, das German Language Exam ablegen zu müssen, Angst haben, was aber eine unausweichliche Bedingung ist, wenn sie eine Doktorarbeit über einen deutschsprachigen Autor schreiben möchten. Das Bild ist gar nicht so ungewöhnlich, wenn man an die große Anzahl herausfordernder deutschsprachiger Philosophen denkt – an Leibniz, Kant, Fichte, Hegel, Schelling, Marx, Nietzsche, Freud, Heidegger und Wittgenstein –, zu deren Werken in Nordamerika viele Dissertationen entstehen.
Es geht schließlich darum, eine gewisse Zweisprachigkeit zu erreichen, sich vom Englischen ausgehend das Deutsche zu erschließen, ganz zu schweigen von dem noch höheren Ziel, die Mehrsprachigkeit zu erreichen. Zweisprachige oder mehrsprachige Historiker der Philosophie – insbesondere Sprecher der chinesischen, deutschen, englischen, französischen, italienischen, spanischen sowie alten griechischen und lateinischen Sprache – gibt es heute immer noch viel zu wenige.
Das ist schade, denn Zweisprachigkeit und Mehrsprachigkeit sollten im 21. Jahrhundert im Alltag der Bürger eher die Norm als die Ausnahme sein, damit einzelne bzw. Gruppen von Sprachnutzern auf unterschiedliche Weise miteinander in Kontakt kommen und lexikalische Anleihen entstehen.
Die Forschung hat zwar ein beeindruckendes Wissen über die lexikalische und kognitive Verarbeitung zweisprachiger Personen gesammelt, aber weiß noch immer nicht viel über den Einfluss von sprachlichen und kulturübergreifenden Unterschieden auf Denkprozesse. Denn das Erlernen einer zweiten Sprache führt zur Aneignung neuer Perspektiven und Auseinandersetzung mit ihrer Mehrsprachigkeit. Heute ist es notwendiger denn je, Texte zwischen verschiedenen Sprachen aufzurufen. Dafür braucht man innovative Ansätze und Methoden für das Studium traditioneller und neuerer Korpora. Es reicht heute nicht aus, dass ein gutes Buch der Geschichte der Philosophie ein gutes Buch der Geschichte der Philosophie ist. Es sollte auch auf soliden lexikalischen und historischen Überlegungen beruhen. Philosophiehistoriker sollten unserer Zeit Rechnung tragen
Recensione a Giuseppe CamBiano, Filosofia greca e identità dell’Occidente. Le avventure di una tradizione, il Mulino, Bologna 2022
Si è soliti chiamarle radici, ma la metafora è erronea, avverte Cambiano, perché induce a pensare a una sorta di sviluppo biologico che non parte da oggetti fisici, ma da termini e concetti quali «democrazia greca, impero e diritto romano, cristianesimo e Medioevo lati- no, umanesimo, rivoluzione scientifica e così via». Tra questi ingredienti, «fanno talvolta la loro comparsa anche la filosofia e la scienza greca». Husserl, Heidegger, Popper, Borges, Todorov, questi gli autori citati in apertura del volume, hanno pensato alla filosofia greca avvalorando «una consueta uniforme immagine di maniera sotto l’insegna della razionali- tà» (p. 9) In verità, si può legittimamente dubitare, ed esattamente questo sarebbe l’obietti- vo del volume, «che la Grecia sia sempre stata considerata terra di origine della filosofia e che la filosofia sia una sua esclusività, poi fatta propria in determinati momenti dall’Europa e dall’Occidente come contrassegno di identità» (p. 10). Cambiano affronta la vicenda del mito della filosofia greca «che dall’antichità arriva fino al Settecento passando attraverso il pensiero rinascimentale di una prisca theologia o di una perennis philosophia», con un approccio che guarda alla longue durée. Le ottocento pagine delle puntuali indagini con- dotte da Cambiano mostrano invece come per molti secoli, pur in contesti assai diversi, la posizione prevalente sia consistita «nel considerare la filosofia greca soltanto come un ingrediente di una più ampia teologia diffusa tra i popoli orientali già prima dei Greci (Her- mes, Zoroastro)». Del resto, nella stessa Grecia antica, furono rare, piuttosto delle ecce- zioni, le posizioni «volte a rivendicare il carattere specificamente greco della filosofia: uno sparuto cenno in contesti epicurei e l’argomentazione, un po’ debole, di Diogene Laerzio secondo cui il termine filosofia è un conio della lingua greca, per cui l’oggetto designato da questo termine non poteva che essere specificamente greco» (p. 11).
Fu invece lo sguardo dall’esterno a costruire il mito. Furono i romani Lucrezio, Cice- rone e Seneca a riconoscere che la filosofia era cosa greca, ma per fortuna nel frattempo disponibile anche ai latini. Di qui le basi per «l’integrazione della filosofia greca nel corpo dell’Europa erede della Roma antica». Di qui la nascita del paradigma della translatio studio- rum, inaugurato da Ernst Robert Curtius (Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, Francke, Bern 1948) sulla base delle ricerche del Padre Festugière (La Révélation d’Hermès Trismégiste, Les Belles Lettres, Paris 1944-1954), e codificato da Tullio Gregory (Translatio Studiorum, in M. sgarBi [ed.], Translatio Studiorum. Ancient, Medieval and Modern Bearers of Intellectual History, Brill, Leiden 2012, pp. 1-21; ma cfr. anche id., Origini della termino- logia filosofica moderna. Linee di ricerca, Olschki, Firenze 2006).
«Il concetto di identità è un concetto pericoloso: non di rado serve, ricorrendo anche all’ausilio di qualche aspetto di singole filosofie antiche, a negare l’altro e il diverso, a cui tuttavia è inestricabilmente legato» (p. 13). Cambiano propone al riguardo un esempio ben noto: il ricorso ad Aristotele tra la fine del sedicesimo e l’inizio del diciassettesimo secolo per giustificare l’inferiorità e l’asservimento dei popoli delle Americhe appena scoperte.
Siamo entrati nella terza decade del ventunesimo secolo, l’avvenuta presa di coscienza della questione della sostenibilità ha portato a un importante cambio di prospettiva. Ci si è resi conto che occorre decolonizzare anche la storia della filosofia, e che la prima cosa da fare è rinunciare alla fabbricazione di una translatio unidirezionale che lega la filosofia greca alle scienze del Medioevo cristiano per guardare lungo altre direzioni. Jürgen Renn ha chiesto di considerare la diffusione e la globalizzazione della conoscenza, guardando specialmente agli sviluppi extraeuropei e alla loro influenza sull’emergere della scienza moderna così come alla soppressione delle conoscenze locali attraverso il colonialismo (J. renn, The Evolution of Knowledge. Rethinking Science for the Anthropocene, Princeton University Press, Princeton 2020). Come ha proposto Souleymane Bachir Diagne (Decolonizing the History of Philo- sophy, in M. KauFmann - r. rottenBurg - r. saCKmann [eds.], Anton Wilhelm Amo Lectures, MLU, Halle 2018, pp. 13-32), la translatio studiorum non ha avuto luogo solo da Gerusalem- me-Atene-Roma-Parigi o Londra o Heidelberg, ma anche da Atene-Nishapur-Bagdad-Cor- doba-Fez-Timbuktu. Ovviamente, non è stato possibile a Cambiano esplorare un territorio tanto vasto che abbraccia più di due millenni nella sua totalità. Il volume si arresta agli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, ma per quanto riguarda il ventesimo, Cambiano si era già espresso nel suo Il ritorno degli antichi (Laterza, Roma - Bari 1988)
Presente e futuro negli studi di storia della filosofia cinese
«È ora di prendere sul serio la filosofia cinese!» Con questa esortazione Fabian Heubel, sinologo attualmente professore alla Academia Sinica di Taipei, interviene sulle tensioni a proposito dei rapporti tra filosofi in Cina e in Europa, tensioni più che mai chiare anche tra Pechino e Taipei e tra Parigi e Francoforte. «Cos’è la filosofia cinese?», o piuttosto, «La filosofia cinese è veramente filosofia?» La ‘filosofia’ (philosophía φιλοσοφία) non è una cosa greca? Il termine cinese per ‘filosofia’ è zhexue (哲学), che è però un calco fonetico dal giapponese tetsugaku (哲学), che usa gli stessi caratteri . Non sarebbe meglio parlare in generale di ‘pensiero’ (sixiang 思想)? Si può pensare in cinese, o piuttosto, il cinese è una lingua nella quale si può pensare? Queste domande vanno discusse seriamente. Chi se ne occupa deve fare i conti con i fantasmi del passato nelle relazioni tra la Cina e l’Occidente, specialmente oggi quando la questione è diventata squisitamente politica. Diverse prospettive critiche sono state proposte da François Jullien, Heiner Roetz, Jean François Billeter, e Jana Rošker
In che fascia gioca Bruno?
La tradizione di studi bruniani in Italia è formidabile. Cresciuta nei secoli, decennio dopo decennio, è più che mai viva, a Roma: città simbolo del destino del Nolano Giordano Bruno, che amava comunque sottolineare che “al vero filosofo ogni terreno è patria”. La città in cui furono disperse al vento le sue ceneri è diventata punto di riferimento delle ricerche sulla sua opera grazie a Germana Ernst, ordinaria di Storia della filosofia del Rinascimento a Roma Tre, e a Eugenio Canone, dirigente di ricerca all’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo del CNR, i due direttori della rivista semestrale internazionale “Bruniana & Campanelliana”, giunta ora alla sua diciottesima annualità. Come scrisse Eugenio Garin in apertura del primo volume: “L’indagine su Bruno e Campanella, il ripensamento della loro vicenda, significa apertura in ogni direzione, al di là di confini svuotati di senso, in un affascinante viaggio di scoperta”. Ed è stato un autentico viaggio di scoperta quello che si è realizzato fino a oggi, una sinergia tra l’università e il più grande ente pubblico di ricerca che ha fatto perno su impegno e confronto, su creatività e innovazione, sulla passione vera nella ricerca, come dimostrano le migliaia di pagine pubblicate, con diversi inediti e con contributi, nelle varie lingue europee, dei maggiori studiosi della cultura filosofica del Rinascimento e della prima età moderna. Creatività per via del formato a tutto tondo dato agli studi su Bruno e Campanella, due filosofi accomunati dalla vicinanza tematica, cronologica e geografica come pochi altri, che agli articoli selezionati con rigore da un comitato scientifico (il più autorevole si possa pensare) affianca, nella sezione “Materiali”, vere e proprie monografie su aspetti storico-testuali dei due filosofi, assieme ai Supplementi di “Bruniana & Campanelliana” divisi in sezioni su Testi, Studi e Materiali (il vol. 23, appena uscito, è dedicato all’emblematica nella prima età moderna) e allo splendido duplice lessico d’autore che si viene costruendo nell’Enciclopedia bruniana e campanelliana, della quale siamo in attesa del terzo volume. Innovazione, inoltre, perché i testi di Bruno e Campanella in luoghi e tempi precisi, così che la nuova frontiera delle smart cities saprà collocare i testi e gli studi nello spazio geocronoreferenziato della nuova rete di testi a servizio del cittadino europeo.
Il corposo primo fascicolo del 2012 si apre con cinque saggi di Peter Mack, Guido Giglioni, Sherry Roush, Jean-Paul De Lucca e Germana Ernst su Campanella and the Arts of Writing, che danno una ricostruzione che mi sembra possa dirsi quasi definitiva di ciò che lo Stilese faceva e pensava di grammatica, dialettica, retorica, poesia e storiografia. Seguono studi, documenti inediti, schede, cronache e altro ancora, in una polifonia di contributi che fa della rivista uno strumento prezioso e uno specchio dell’odierna ricerca internazionale sulle filosofie del Rinascimento. Una rivista di eccellenza, dunque, con tutti i crismi: indicizzazione ISI, comitato scientifico internazionale, doppia blind-review, abstracts, multilingue, presenze nelle biblioteche nazionali e universitarie di tutto il mondo. Eppure, nel documento di lavoro del GEV11 del 29 febbraio 2012, “Bruniana & Campanelliana” si trova in fascia B per M-Fil/06. Peraltro in buona compagnia, se solo si pensa che “Isis”, una delle più importanti riviste del mondo, fondata nel 1912 da George Sarton, si trova anch’essa in fascia B per M-Fil/08 (Storia della filosofia medievale), pur essendo poi in A per M-Sto/04 (Storia della scienza). Un gioco sulle fasce degno di misters e calciatori.
Giordano Bruno guarda accigliato i rifiuti che circondano il piedistallo della sua statua a Campo de’ Fiori quando, verso le sei di sera, viene smantellato il mercatino giornaliero, in attesa che con arrogante anarchia arrivino a notte fonda i sacchi dei numerosi ristoranti, bistrot e bar della piazza, per tacere dell’infamante camion-bar parcheggiato a pochi metri. Eppure fu proprio lì che venne arso vivo uno dei maggiori filosofi del Rinascimento, destinato da Dio stesso, sono le sue parole, a essere “ministro non mediocre e non volgare di un secolo migliore”. Fin troppo facile affermare che il GEV11 ha avuto torto marcio. Come sono possibili assurdità simili? Nel citato documento di lavoro si legge che i materiali per la “classificazione delle riviste scientifiche” sono stati approvati dal Consiglio Direttivo, consultate le singole comunità scientifiche. Il problema è proprio questo. Sventata fu la decisione del ministro Gelmini di affidare la classificazione alle consulte e alle società di ciascun settore scientifico-disciplinare. Più che un movimento bottom-up si è trattato di una rivolta vandeana, volta a imporre con le forche lodi e biasimi che di oggettivo non hanno nulla e che del resto appaiono completamente superati, visto che persino lo European Reference Index for the Humanities della European Science Foundation nel 2010 ha abolito una volta per tutte la classificazione in fasce, limitandosi a stabilire criteri del tutto neutri di ammissibilità. Colpisce l’incoerenza tra i criteri applicati oggi dal GEV11 (una “prima sperimentazione”?), che si riflettono negli attuali elenchi delle riviste distinte in A e B, e i criteri più stringenti (e giusti) che si dovranno invece applicare in futuro per la valutazione delle stesse riviste. Suvvia, perché non applicarli da subito, siffatti criteri più stringenti? La risposta è nel paragrafo 6 del documento di lavoro (Revisione periodica e suoi criteri): “La prossima revisione sarà particolarmente importante. Si potranno allora utilizzare criteri oggettivi che non era possibile applicare retrospettivamente in modo meccanico (sta qui la ragione dell’ampio ricorso fatto in questi elenchi alla reputazione così come giudicata dalla comunità scientifica)”. Diamo allora un’occhiata ai “criteri oggettivi” (tra questi: presenza in banche dati internazionali; utilizzo di una peer review ben organizzata; pubblicazione nelle principali lingue di cultura, oltre l’italiano; regolarità e puntualità di pubblicazione; presenza di un buon sito internet, ecc.) e chiediamoci: quante delle riviste inserite oggi in fascia A rispettano effettivamente tali criteri
Generi letterari: Programmschriften filosofiche nella Germania della Aufklärung
The literary genre of academic programs (orationes programmaticae, Programmschriften, Einladungssschriften) defines itself on the basis of the following requirements: they were (1) connected with a course; (2) printed on quarto or octavo signatures; and (3) distributed unbound free of charge at the expenses of the professor. To date, German eighteenth-century academic programs have not been made the subject of scientific investigations due to the difficulty of providing a strict definition of the genre. As a rule, their contents were provocative and hyperbolic, given the professor’s aim of gaining the benevolence of the students by condescending to their reasoning abilities. Most importantly, professors felt free to express themselves on issues they might not have gone into in fully fledged treatises. We are talking about texts that are mostly very little known, although we can identify as academic programs a number of renown writings by Wolff, Kant, Fichte, and Herbart, which gather new light by being put into a fully unexpected context
Die Philosophie des 18. Jahrhunderts, Band 1: Großbritannien und Nordamerika, Niederlande, ed. Helmut Holzhey et al. (Basel: Schwabe, 2004)
Il Grundriss der Geschichte der Philosophie, rifacimento in trenta volumi dell’opera dallo stesso titolo di Friedrich Ueberweg (che ebbe ventotto edizioni tra il 1863 e il 1928), venne avviato da Helmut Holzhey venti e più anni fa per i tipi dell’editore Schwabe di Basilea. Dei cinque dedicati all’antichità sono finora usciti il volume 2/1, sui sofisti, Socrate, i matematici e i medici (1998), il volume 3, sull’antica accademia, Aristotele e il Peripato (2004) e il volume 4/1-2, sulla filosofia ellenistica (1994), tutti a cura di Hellmut Flashar. Nessun volume è invece apparso finora tra quelli previsti, uno per argomento, per la filosofia bizantina, il Medioevo, il Rinascimento, il secolo diciannovesimo, al secolo ventesimo, alle filosofie dell’Asia e alle filosofie dell’Africa, così come mancano i tre volumi che tratteranno la filosofia islamica. Per il diciassettesimo secolo sono apparsi i volumi 1/1-2, sui temi generali, la penisola iberica e l’Italia (1998), 2/1-2, sulla Francia e l’Olanda (1993), 3/1-2, sull’Inghilterra (1988), questi a cura di Jean-Pierre Schrobinger, mentre a cura di Helmut Holzhey e Wilhelm Schmidt-Biggemann con la collaborazione di Vilem Mudroch è apparso il volume 4/1-2, sul Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca, l’Europa settentrionale e l’Europa orientale (2000). Con il volume che si presenta inizia invece la serie dei volumi dedicati alla filosofia del diciottesimo secolo.
Come si vede, si tratta davvero di un’opera monumentale, rispetto alla quale è doveroso ricordare l’illustre precedente dei dieci volumi (undici nella seconda edizione) della Storia della filosofia diretta da Mario Dal Pra (Firenze, Vallardi 1975-1978; Padova, Piccin 1991-1998), anch’essa articolata in modo esaustivo per secoli e aree geografiche e che resta esemplare per chiarezza e rigore. Trenta anni di indagini su testi e ipertesti non sono però passati invano e questo volume dello Ueberweg dà indubbiamente una dimostrazione luminosa di come si possa dar forma a una compiuta indagine storico-filosofica agli albori del ventunesimo secolo. Anche se una risposta era certamente già da trovare anche nella chiusura definitiva da parte del gruppo guidato da Gregorio Piaia della Storia delle storie generali della filosofia (vol. 4/II e 5, Roma e Padova Antenore, 2004) della questione riguardante le specifiche modalità della storiografia filosofica in quanto genere letterario. Si era in verità curiosi. La domanda su dove stia andando la storia della filosofia non è certo una domanda astratta e riguarda molto concretamente questioni quali quella sollevata dai contributori del fascicolo 2 dell’annata 2003 (58) della Rivista di storia della filosofia relativamente al nesso tra storia della filosofia e storia pragmatica della filosofia. L’impressione è che, a fronte dell’attuale sterminata disponibilità di ipertesti, del mediahyper globale nel quale viviamo (e che sta venendo tematizzato con risultati sempre più rilevanti da Paolo D’Iorio presso l’Institut des Textes et Manuscrits Modernes del CNRS), si tenda sempre più a non buttare nulla e che dunque la storia pragmatica della filosofia stia prendendo il sopravvento.
I curatori dello Ueberweg propongono di leggere e ricostruire a livello nazionale la filosofia del diciottesimo secolo, non ostante la sua schietta impronta cosmopolita, il suo esser fondata sull’universalità dell’umana ragione (ancora immune dall’influenza dell’idea di “nazione” collegata a uno specifico retaggio linguistico e storico-culturale, sino al contrapporsi dei vari nazionalismi e, più avanti, alla crisi del concetto stesso di “identità nazionale”). Così, il volume che si presenta è dedicato alla Gran Bretagna, l’America del Nord e l’Olanda; quelli che seguiranno alla Francia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’America latina, la Germania, al Scandinavia, l’Europa centrale e l’Europa orientale. Ma per esser più precisi, si può dire che la proposta sia di ricostruire la storia della filosofia del diciottesimo secolo addirittura a livello regionale, seguendo come unità di misura i bacini di utenza delle singole università. E infatti l’interazione tra storia della filosofia e storia delle istituzioni si rivela il fondamento sul quale è costruito il volume che si presenta.
La sezione dedicata alla Gran Bretagna non per nulla inizia con un capitolo dedicato alla descrizione delle tradizioni coltivate in Inghilterra alle università di Oxford e Cambridge, nelle accademie dei Dissenters e nelle società scientifiche, e lo stesso schema viene replicato a proposito delle università scozzesi e irlandesi e del loro accordo o contrasto con le accademie dissenzienti e società scientifiche istituite nel loro territorio. Seguono capitoli sui moralisti della prima metà del secolo, il deismo e l’apologetica, la psicologia e la pubblicistica politica, con largo spazio alla questione dei diritti delle donne. Un intero capitolo è dedicato all’idealismo di Berkeley, un altro alla teoria della conoscenza nel solco di Locke e un altro ancora alla filosofia della natura e della scienza nella prima metà del secolo. Il nono capitolo riguarda lo scetticismo e la scienza dell’uomo di Hume, il decimo la filosofia morale e la teoria della società civile e l’undicesimo la common sense philosophy. Il dodicesimo considera la teoria del gusto e il tredicesimo i dibattiti sui diritti dell’uomo nella seconda metà del secolo; il quattordicesimo la filosofia della natura e della scienza nella seconda metà del secolo e il quindicesimo conclude la trattazione della Gran Bretagna con una disamina dell’utilitarismo.
Alla filosofia nordamericana è dedicato il lungo sedicesimo capitolo, articolato in sezioni sulla storia delle università, il puritanesimo e la sua revisione, ragione e rivoluzione, la rivoluzione americana e la public philosophy. Alla filosofia olandese spettano i tre capitoli conclusivi riguardanti, rispettivamente, la filosofia nelle università, la filosofia fuori delle università, particolarmente interessante per via della diffusione dello spinozismo, e la filosofia politica.
I letterati Alexander Pope (1688-1744), Jonathan Swift (1677-1745), i polemisti William Godwin (1756-1836), Mary Woolstonecraft (1759-1797), gli inventori della società civile (nonché fonti del giovane Hegel) James Steuart (1713-1780) e Adam Ferguson (1723-1816), i dotti americani Jonathan Edwards (1703-1758) e Thomas Jefferson (1743-1826), per finire con il matematico Bernard Nieuwentyt (1654-1718), che tanta parte ebbe nella contrastata diffusione dello spinozismo. Sono tutti esempi di proposte filosofiche che se di per sé non erano cristalline lo diventano grazie alla accurata messa a fuoco che ricevono in questo volume. Per ogni persona, infatti, viene proposta una ricostruzione biografica nel contesto istituzionale della sua regione, un’analisi di tutte le sue opere che riguardino materie filosofiche, una valutazione complessiva alla luce anche della storia dell’incidenza di breve e lungo periodo, nonché una bibliografia degli studi critici. Un’opera, in altre parole, che per nessuna ragione dovrebbe mancare in una biblioteca filosofica.
Detto questo, sia consentita una considerazione conclusiva sulla nozione di enciclopedia filosofica oggi, che ovviamente non può avere nulla a che vedere con il tentativo di sistematizzazione del sapere filosofico di un epoca proposto, ad esempio, da Hegel. Oggi, le più recenti imprese che portano questo nome, e penso alla Routledge Enyclopedia of Philosophy, apparsa in dieci volumi nel 1998 e alla Enciclopedia filosofica di Gallarate, della quale sta per apparire una seconda edizione in numero di volumi ben maggiore degli otto della prima, sono ancora orientate a presentare un qualche migliaio di lemmi relativi a autori e concetti, con un primato in proporzione di sette a tre dei primi sui secondi. Ebbene, l’editore Schwabe ha mostrato come tener fermo a questo schema impedisca un serio avanzamento della ricerca. Una ricerca innovativa è infatti possibile solo sulla base della perfetta complementarietà che lega le ricostruzioni della storia personale dei filosofi nel contesto delle loro regioni, istituzioni e dell’opinione pubblica mondiale proposte nel Grundriss der Geschichte der Philosophie alle ricostruzioni della storia dei concetti, dalle loro prime accezioni fino agli usi più recenti, proposte nello Historisches Wörterbuch der Philosophie, anch’esso, come noto, apparso per i tipi di Schwabe e che proprio quest’anno ha raggiunto il suo completamento con il dodicesimo volume (il primo apparve nel 1972, un volume di indici è previsto per il 2006)
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