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Crisi industriale nel Mezzogiorno. Glocal sentiment, cittadini e istituzioni
Lo studio analizza l’impatto che la lunga crisi industriale che ha interessato − e continua a interessare − lo stabilimento siderurgico ex-Ilva, oggi ArcelorMittal, di Taranto ha sulla percezione della sicurezza, quella economica in primo luogo, ma non esclusivamente, non soltanto da parte dei soggetti più direttamente coinvolti, ma anche dell’opinione pubblica dell’intero Paese.
Seguendo l’approccio già seguito in precedenti studi, la ricerca è finalizzata ad accertare se l’evidenza circa la crisi industriale in atto si accorda con la sua percezione nell’opinione pubblica, utilizzando a tale scopo una metodologia di analisi dei contenuti testuali condivisi sui social network. Tale analisi consentirà di evidenziare come la parabola evolutiva dell’ex-Ilva di Taranto abbia contribuito alla formazione di una specifica cultura (Carli, 1990; Carli & Pagano, 2008) che ha influenzato le modalità di risposta di cittadini e istituzioni alle decisioni recentemente prese dai vertici della ArcelorMittal, con una importante differenza.
Mentre la reazione delle istituzioni è condizionata da vincoli di natura politica, economica e giuridica, quella dell’opinione pubblica risente maggiormente delle dimensioni culturali. Simbolizzazioni, rappresentazioni, sentiment − inteso come opinione emotivamente guidata – che possono essere rilevati analizzando le comunicazioni che avvengono sui social media. Piattaforme che sempre più assurgono al luogo privilegiato del dibattito politico e sociale (Greco & Polli, 2020c)
La qualità della vita nelle province italiane nel 2011
Tre sono i principali elementi emersi dalla ricerca che, giunta alla tredicesima edizione, presentiamo ai lettori di ItaliaOggi. Il primo elemento è il netto peggioramento della qualità della vita nelle province italiane rispetto all’anno precedente: nel 2011 sono 45 le province nelle quali la qualità della vita è risultata buona o accettabile, contro le 55 della passata edizione. Il secon-do elemento, che conferma l’evidenza già riscontrata nel 2010, è l’ulteriore caduta dei livelli di qualità della vita registrata nelle province dell’Italia meridionale e insulare. Il terzo elemento è la sostanziale tenuta della qualità della vita nei grandi centri urbani
La qualità della vita nelle province italiane nel 2017
Anche quest’anno risultano ampiamente confermate le due tendenze di fondo emerse nelle ultime edizioni della ricerca. La prima riguarda l’attenuazione di tutti quei fenomeni di polarizzazione territoriale più direttamente correlati al benessere economico, tendenza ancora in atto e che consente di fornire, da questo particolare punto di vista, una nuova lettura della qualità della vita.
Non più quindi contrapposizione tra un Centro-nord genericamente «affluente» e avanzato contro un Mezzogiorno arretrato e «povero», ma una serie di letture trasversali dove province «minori», non necessariamente collocate nel Nord del Paese, contraddistinte da un notevole dinamismo, non soltanto imprenditoriale, e da condizioni economiche favorevoli (elevati tassi di crescita del valore aggiunto, bassa inflazione, valori immobiliari contenuti), si contrappongono a contesti metropolitani sempre più statici e non più idonei a garantire condizioni di vita accettabili ai loro residenti.
La seconda tendenza, che è verosimilmente collegata alla precedente, riguarda l’emersione di significative aree di disagio sociale e personale non necessariamente dislocate in Italia meridionale e insulare. Questa nuova fotografia del fenomeno è determinata anche dalla profonda revisione della metodologia seguita per misurare tale particolare aspetto della qualità della vita nelle province italiane
Schengen Countries: Does Italian Control on Migration Flows Have to Change? An Empirical-quantitative Analysis
Previdenza complementare e incertezza. Prime valutazioni per il caso italiano
Oggetto dello studio è una valutazione ex ante dell’impatto derivante dall’applicazione della riforma pensionistica introdotta con la Legge delega n. 243 del 23 agosto 2004 ed il successivo D. Lgs. 252 del 5 dicembre 2005 in materia di disciplina delle forme pensionistiche complementari, con particolare riferimento ad uno degli aspetti più dibattuti e controversi, rappresentato dal previsto trasferimento delle risorse destinate al trattamento di fine rapporto (TFR da adesso in poi) a fondi pensione. Tramite la legge delega il policy maker intende influenzare la struttura di preferenze dei lavoratori e dei datori di lavoro allo scopo di favorire i fondi pensione. Quanto ai lavoratori, la riforma agisce principalmente attraverso lo strumento delle agevolazioni fiscali per il risparmio accumulato a scopi previdenziali, prevedendo l’introduzione dell’istituto del silenzio-assenso per l’opzione circa l’allocazione del TFR ai fondi pensione. Sotto il profilo economico, il differimento previsto dal D. Lgs. 252 non soltanto rappresenta un notevole disincentivo all’adesione spontanea dei lavoratori ai fondi pensione – il meccanismo di adesione tacita ha atteso due anni per diventare operativo – ma potrebbe vanificare i tentativi di incentivare la diffusione della previdenza complementare. Inoltre il ricorso diretto ai mercati finanziari e, in particolare, l’incertezza derivante dalla volatilità dei rendimenti delle risorse accantonate nei fondi pensione potrebbero rappresentare un freno per l’adesione dei lavoratori alle nuove forme di previdenza complementare. Questo aspetto, emerso nel dibattito che ha preceduto la promulgazione della l. 243/2004, non appare risolto definitivamente dalla disposizione contenuta nell’art. 1, comma 2, lett. e), punto 10 della stessa legge, dove si afferma che “i fondi pensione possano dotarsi di linee d’investimento tali da garantire rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del trattamento di fine rapporto”, elemento sul quale in letteratura risulta tuttora assente un’adeguata riflessione e che costituisce la premessa dello studio. Un studio dell’ISAE (2004) comproverebbe l’esistenza di vantaggi sostanziali per i lavoratori che aderissero alle nuove forme di previdenza integrativa. Tuttavia a destare perplessità, nell’esercizio dell’ISAE, è l’assunzione di un tasso costante di rendimento del montante contributivo, pari in media al 2 per cento annuo al netto d’inflazione. Infatti, qualsiasi considerazione in merito alla convenienza o meno derivante dall’adesione a forme di previdenza complementare perde validità generale quando, nel problema decisionale considerato, si considera, accanto ai rendimenti, la loro volatilità. Nell’articolo l’applicazione di tecniche bootstrap ha consentito di determinare l’ammontare della prima annualità di pensione netta sotto l’ipotesi di un rendimento del montante contributivo pari in media al 2%, ma considerando livelli crescenti di volatilità. L’esame statistico–economico degli effetti determinati da una moderata volatilità dei tassi evidenzierebbe la presenza di un sostanziale aumento del rischio di percepire un trattamento pensionistico di importo significativamente inferiore a quello stimato dai ricercatori dell’ISAE. Gli elementi che accomunano i tre interventi legislativi in materia pensionistica che si sono succeduti negli ultimi quindici anni sono sostanzialmente due: si tratta di provvedimenti che intendono garantire la sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico nel lungo termine, trascurandone gli effetti macroeconomici indiretti di lungo periodo. Di contro, la scelta dell’uno o l’altro degli strumenti teoricamente applicabili per conseguire l’equilibrio finanziario avrebbe dovuto essere effettuata anche in considerazione dei differenti impatti sulle variabili macroeconomiche. Alla luce del dibattito teorico al quale si è accennato brevemente in precedenza, non è pertanto implausibile ipotizzare che il passaggio a schemi previdenziali funded potrebbe, in virtù dell’aumento della componente sistemica di rischio a carico delle famiglie, deprimere i consumi finali, aumentare il flusso di risparmio precauzionale, rallentare la crescita economica e, in definitiva, contribuire a peggiorare lo stesso rapporto tra trattamenti pensionistici e Pil, risultato quest’ultimo non coerente con gli obiettivi della riforma introdotta con la L. 243/2004
La qualità della vita nelle province italiane nel 2010
Dicembre 2010 ItaliaOggi Instant Boo
'The self-perceived happiness. Testing the consistency of a "Simpson's Paradox" hypothesis'
(atti in corso di pubblicazione
Forecasting Environmental Impact of Human Activity in Italy 2011-2051
(atti in corso di pubblicazione
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