1,721,044 research outputs found
Il nettuno inquieto. Celebrazione del potere e necessità funzionali nel lento peregrinare di una fontana napoletana
Tanto maestosa e articolata da essere definita dal Sigismondo «un picciol fiume», con il suo carico di stemmi, cartigli e figure marmoree dal palese valore allegorico la tardocinquecentesca fontana del Nettuno ha accompagnato per oltre quattro secoli la crescita – non solo fisica – di Napoli. Originariamente collocata nei pressi dell’Arsenale, nel corso del Seicento la fontana sarà oggetto di numerosi restauri e integrazioni funzionali ad altrettanti spostamenti all’interno di una ben circoscritta area delimitata dalle strade di Olivares e di S. Lucia, fulcro di un ambizioso intervento urbano teso al ridisegno, in chiave militare-rappresentativa, delle principali direttrici costiere circostanti il largo di Palazzo e quello del Castello. Proprio in questo senso, il peregrinare del Nettuno nei luoghi simbolo della Napoli ‘spagnola’ deve leggersi quale perfetta sintesi di quelle consuetudini miranti da una parte all’autocelebrazione dei viceré che si avvicenderanno nel governo della città, e dall’altra al necessario coinvolgimento della popolazione attraverso l’esuberanza degli apparati effimeri e dell’arredo urbano. Da tempo svuotata di ogni significato politico, nell’ambito dei lavori per il Risanamento la fontana verrà trasferita al termine del nuovo Rettifilo – iconica arteria della città tardo ottocentesca – per ritornare, esattamente un secolo dopo, in via Medina. Ultima tappa di questo lungo viaggio, dal 2015 il Nettuno troneggia nella rinnovata piazza del Municipio progettata dagli architetti portoghesi Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura unitamente alla sottostante stazione metropolitana
Le cave dismesse sulla costa sorrentina tra storia locale, danni ambientali e forme di riuso.
Il contributo si propone di analizzare gli aspetti relativi alla coltivazione delle numerose cave di calcare aperte dalla fine dell’Ottocento lungo la costa della penisola sorrentina, con particolare riferimento a quelle localizzate in territorio lubrense. Dopo aver esaminato in maniera approfondita l’aspetto organizzativo e funzionale delle diverse cave attraverso l’ausilio di immagini e documenti inediti, si è cercato di valutare le problematiche relative al ripristino ambientale dei siti oramai dismessi, proponendo per ognuno di essi una possibile forma di riuso, tentando poi di riprogettare e riorganizzare, per quanto e dove è ancora possibile, il territorio, compatibilmente con le caratteristiche originarie ed alle tradizionali vocazioni dei luoghi
“Far d'ostriche scempio”. La strada-mercato di Santa Lucia a Napoli tra stereotipi e trasformazioni urbane
La strada costiera di Santa Lucia ha rappresentato per secoli uno dei simboli della Napoli più popolare e popolosa, tappa canonica dei "signori forestieri" attratti dall'incessante viavai di venditori di crostacei e frutti di mare. All'immagine più stereotipata dei luoghi, letteralmente congelata nel tempo da vedutisti e scrittori, doveva in realtà contrapporsi un'area urbana in continuo divenire, unica alternativa alla strada di Chiaia nel collegamento tra la città consolidata e il borgo più occidentale della città lungo le basse fortificazioni costiere innalzate alla fine del Cinquecento. Proprio nella difficile convivenza tra funzioni militari e commerciali deve in effetti riconoscersi l'assoluta unicità di uno dei nodi irrisolti dell’urbanistica napoletana, definitivamente scomparso alla fine dell'Ottocento con la realizzazione del nuovo rione residenziale borghese
Come una città separata. Chiaia da borgo extramoenia a quartiere borghese.
Sviluppatosi ad occidente della città di Napoli, il borgo di Chiaia ha rappresentato una straordinaria anomalia nel quadro delle trasformazioni urbane partenopee, luogo residenziale per eccellenza celebrato fin dall'antichità per salubrità e posizione paesaggistica. Durante gli oltre due secoli di viceregno l'area si affermerà quale sede di nuovi ordini religiosi e della più recente nobiltà, terreno assai fertile per la sperimentazione di quegli interventi che portarono, poi, al ridisegno della capitale borbonica. Se l'utilizzo pubblico della bastionata a mare e il passeggio alberato lungo la spiaggia rappresentarono, alla fine del Seicento, i primi tentativi di aprire la città ad occidente, solamente la demolizione della porta vicereale e la realizzazione della Villa Reale rappresenteranno i risultati più interessanti del vivace dibattito tardo settecentesco, i cui esiti proseguirono anche durante il secolo successivo. Specchio di una capitale moderna e funzionale, qui troveranno una felice applicazione le rettifiche stradali, l'allineamento delle cortine edilizie e il ridisegno dei prospetti sulla scorta dei principi di "comodo e abbellimento" tanto celebrati dai contemporanei, ma che incisero ben poco su di un tessuto ancora disomogeneo per dotazioni infrastrutturali e qualità architettoniche. "Non perfettamente città, né del tutto campagna", ancora alla metà del XIX secolo il quartiere manteneva ancora inalterate le caratteristiche di borgo, tanto che solamente il tracciamento della "strada delle colline" avrebbe garantito nuovi collegamenti e lo sfruttamento di un vasto territorio ancora in gran parte inedificato, immaginato già negli anni precedenti l'Unità quale zona d'ampliamento dalle spiccate valenze residenziali. Premessa ai successivi interventi inclusi poi nei piani di ampliamento tardo ottocenteschi in nome di una pubblica utilità solo presunta, questa operazione offrì in realtà un'ampia disponibilità di suoli edificabili alle società immobiliari nazionali, portando alla definitiva trasformazione del quartiere che più di ogni altro aveva mantenuto uno straordinario equilibrio tra dimensione urbana e paesaggio rurale
Il contributo di Luigi Vanvitelli al ridisegno degli ingressi alla città di Napoli: la ristrutturazione, ed accomodo della strada di S. Carlo
Pur considerabile un limitato intervento urbano, la rettifica della Strada di S. Carlo all’Arena, sovrintesa da Luigi Vanvitelli a partire dal 1766, rientra tuttavia in un più vasto programma intrapreso dall’architetto per il ridisegno dei principali ingressi alla capitale, da concretizzare attraverso il recupero e, soprattutto, il riutilizzo delle aree marginali del centro urbano napoletano, a ridosso delle antiche mura. Mi riferisco, in particolare, alla realizzazione del Quartiere di Cavalleria al borgo di Loreto, commissionatogli fin dal 1754 ma completato solo nel 1759 al di fuori della cinta difensiva meridionale, lungo il nuovo asse costiero verso Portici e l’area vesuviana, nonché alla proposta avanzata nel 1757 agli Eletti di Città per la sistemazione del Largo del Mercatello, prologo alla successiva creazione del Foro Carolino e all’abbattimento della oramai inutile Porta Reale, e per il quale egli si offrì di «accomodarlo in buona forma, né in Napoli vi è altro sito più bello e largo e sta nell’ingresso della più bella parte della Città»
Napoli tra il disfar delle mura e l'innalzamento del Muro Finanziere
Attraverso una approfondita lettura delle diverse fasi della precoce dismissione della cinta muraria napoletana e, soprattutto, l’analisi dei rapporti fra vecchi e nuovi piani difensivi, forme di riutilizzo delle strutture fortificate del tutto originali e conseguenti ripercussioni sul tessuto urbano, si sono ricuciti fra loro gli episodi che caratterizzarono le successive trasformazioni urbane, tradizionalmente analizzate singolarmente ma assimilabili invece proprio in relazione alle diverse strategie difensive. Nell’ambito del programma di riorganizzazione delle funzioni della capitale portato avanti dalla prima metà del XVIII secolo dal governo borbonico, quel che ancora restava dell’antico sistema difensivo avrebbe infatti offerto, in un tessuto urbano fortemente congestionato e sostanzialmente privo di spazi liberi, una reale possibilità di riconversione in larghi e soprattutto in ampi assi viari, potendo facilmente accogliere quelle attrezzature tanto necessarie ad una moderna capitale e da tempo auspicate da più parti. La presenza proprio ai margini del centro antico di numerose aree ancora in gran parte inutilizzate, rappresentò così una occasione da non perdere per la definizione di un piano di rinnovamento urbano modernamente concepito e, soprattutto, per l’individuazione di quelle direttrici che in seguito avrebbero indirizzato lo sviluppo della città tardo-settecentesca, costituendo nel contempo una fondamentale premessa, ed in molti casi l’avvio, dei programmi poi completati durante il decennio francese. In questa ottica, una particolare attenzione è stata dedicata alla definizione del muro di finanze ideato da Luigi Malesci e Stefano Gasse, al quale va così riconosciuto il merito di aver gettato le basi per le successive proposte e realizzazioni, contribuendo in maniera determinante al disegno della città moderna magnificamente rappresentata nelle ventitré tavole della pianta topografica preparata a partire dal 1872 da Federico Schiavoni. Queste ultime, in particolare, sono state informatizzate e per la prima volta riunite in un unico foglio, efficace strumento per la rappresentazione delle confinazioni urbane dal XVI al XIX secolo e, soprattutto, delle relative e successive fasce di espansione della città
Il monastero ritrovato. S. Benedetto all'Arco Mirelli 1625-1927
Colpevolmente ignorata tanto dalla guidistica sei e settecentesca quanto dalla più recente e aggiornata storiografia architettonica napoletana, la fondazione del monastero di S. Benedetto lungo la salita del Vomero ha rappresentato un episodio decisivo nel complessivo sviluppo di un’area marginale di Chiaia, il più occidentale dei borghi napoletani. Proprio in quest'ottica la sua riscoperta assume un valore di particolare rilievo soprattutto se letta in relazione alle trasformazioni urbane e alle diverse funzioni che questa ben circoscritta parte della città ha assunto sin dagli albori dell’età moderna, luogo residenziale privilegiato conseguentemente alla dismissione del patrimonio fondiario extramoenia degli Ordini religiosi avviato già alla fine del Quattrocento, e proseguito poi per oltre due secoli in una disordinata proliferazione dei censi su iniziativa della più recente classe dirigente napoletana e spagnola. Fortemente sostenuta dai vertici della congregazione benedettina di Montecassino, la fondazione nel 1625 di un monastero e di una chiesa nel borgo avrebbe rappresentato l’imprescindibile premessa ad un ambizioso progetto insediativo inizialmente affidato al regio ingegnere Bartolomeo Cartaro, ma mai concretizzato per una lunga serie di problemi che condannerà il piccolo complesso all'ambiguo ruolo di foresteria e di convalescenziario, e oggetto per questo di modesti adeguamenti e ampliamenti portati faticosamente avanti sino alla definitiva soppressione.
Solo agli inizi del Settecento verrà d’altra parte promossa la costruzione della chiesa, ritenuta oramai indispensabile in una precisa ottica di visibilità e di predominio territoriale per una comunità da tempo in piena crisi identitaria, e che proprio nel progressivo isolamento dalla vita del borgo vedeva frenate le proprie ambizioni. Un nutrito e inedito corpus documentario e iconografico ha consentito in particolare di assegnare con certezza la paternità della nuova fabbrica ad Arcangelo Guglielmelli, architetto Ordinario di Montecassino che concepirà per i religiosi di Chiaia un singolare impianto ellittico con due cappelline laterali e profondo coro, inedito nella sua sia pur vasta ed eterogenea produzione ma esito di una personalissima ricerca sui possibili sviluppi della pianta centrale, compromesso assai felice fra necessità di ordine pratico e ben precise richieste della committenza. I lavori, iniziati nel 1706 ma ultimati solo un ventennio più tardi, vedranno avvicendarsi nel cantiere lungo la salita del Vomero figure di primissimo piano nello scenario artistico napoletano della prima metà del Settecento, dai pittori Oronzo e Nicola Malinconico allo stuccatore Pietro Scarola, dai mastri d’ascia Mattia Pinto e Giuseppe Jevoli sino ai marmorari Giuseppe Picci e Giuseppe Bastelli.
Ridotto a commenda del monastero dei SS. Severino e Sossio, il complesso di S. Benedetto subirà gli effetti dei decreti di soppressione emanati durante il Decennio francese, messo all'asta nel 1806 e progressivamente trasformato in un grande edificio d’abitazione; la chiesa, inglobata all'interno di un caotico insieme di bassi e di quartini destinati all'affitto che altererà per sempre il particolarissimo rapporto con l’ambiente circostante immaginato dal Guglielmelli, conserverà viceversa la sua funzione originaria, sopravvivendo fortunosamente alla demolizione. Solo sfiorate dalla realizzazione del rione Amedeo, le vicende del fabbricato e del fondo agricolo retrostante si intrecceranno alla fine dell’Ottocento con quelle del Piano di Risanamento e Ampliamento della città, e oggetto delle mire delle grandi società immobiliari nazionali, nuove e indiscusse protagoniste nell'accaparramento dei pochi suoli ancora inedificati della zona. Irrimediabilmente alterata da una lunga serie di rifacimenti, nel 1920 la chiesa verrà donata alla Curia, e restituita ai fedeli del quartiere sette anni più tardi
Napoles Real: il volto nuovo della capitale vicereale tra progetti, realizzazioni e dismissioni
Nel saggio sono approfondite le scelte difensive che dal secondo quarto del XVI secolo portarono ad un progressivo ridisegno dell’assetto della città di Napoli attraverso il notevole ampliamento delle mura voluto da Pedro de Toledo nel 1532 e proseguito dai suoi successori, determinando la definizione di una vera e propria città degli Spagnoli da contrapporre e, soprattutto, separare dalla città dei Napoletani. Palesemente ispirata alle città fortificate teorizzate dai trattatisti contemporanei e modelli per le nuove città coloniali, la cittadella sarebbe stata destinata non solo all’acquartieramento delle truppe, ma anche alle residenze e alle infrastrutture necessarie alla popolazione spagnola che, a vario titolo, si trasferiva sempre più numerosa nella capitale, andando ad occupare una vasta area comprendente gran parte del fianco delle colline di S. Martino, di Pizzofalcone e delle Mortelle, ancora quasi del tutto precluse alla disordinata crescita urbana. Pur nella realizzazione soltanto parziale a dispetto dei numerosi progetti, questa particolare forma di cuartel, protetto e autonomo in ogni sua parte, andò comunque ad occupare “la parte mejor de la ciudad, continuando per oltre un secolo a rappresentare il centro direzionale della capitale vicereale
Il disfar delle mura napoletane. L’ausilio degli Atti del Tribunale della Fortificazione, Acqua e Mattonata
Attraverso l’analisi del poco noto fondo degli Appuntamenti e delle Conclusioni del Tribunale della Fortificazione, Acqua e Mattonata, conservato presso l’Archivio Storico del Comune di Napoli, il contributo cerca di chiarire alcuni aspetti delle consuetudini e delle modalità operative che portarono alla dismissione di gran parte della cinta muraria napoletana, avviata già dalla prima metà del XVI secolo e proseguita sino al secondo quarto dell’Ottocento. Questi documenti rappresentano infatti uno strumento indispensabile per comprendere il lento e disomogeneo programma di censuazione di interi tratti murari, di bastioni e di fossi, portato avanti dal Tribunale per pubblica utilità o a favore di fabbriche religiose e di privati cittadini, da porre in stretta relazione con i profondi cambiamenti urbani avvenuti nella nuova città capitale a partire dalla prima metà del XVIII secolo
Il contributo di Luigi Vanvitelli al programma “per la ristrutturazione, ed accomodo della Strada di S Carlo” a Napoli
La relazione analizza il poco noto contributo offerto tra il 1766 ed il 1769 da Luigi Vanvitelli, in qualità di Regio Architetto, per la “ristrutturazione, ed accomodo della Strada di S.Carlo”, che dal borgo di S.Antonio Abate conduceva sino alla Porta di S.Gennaro. L’interessante progetto vanvitelliano, integrato in questa sede da una lunga serie di documenti inediti, pur inquadrabile nell’ambito dei lavori promossi dai Deputati del Tribunale della Fortificazione per l’incanalamento delle lave dei Vergini all’interno dei fossi di città, si pone tuttavia come il primo concreto tentativo di riqualificazione dell’intera area settentrionale della capitale, non a caso riproposta poco più tardi dal Ruffo, e per molti versi anticipatore delle rettifiche realizzate solo a partire dal decennio francese
- …
