1,720,999 research outputs found

    Cognitive and emotional aspects of children's decision-making under risk

    Full text link
    Un aspetto importante del processo decisionale riguarda la capacità di effettuare una scelta tra un'opzione sicura e un'opzione rischiosa. Quando gli individui tendono a prediligere opzioni rischiose, mettono in atto comportamenti associati con una certa probabilità a risultati non prevedibili ed incerti. In tempi recenti, la propensione al rischio è stata indagata anche nei bambini con lo scopo di individuare i meccanismi di tipo cognitivo, sociale ed emotivo coinvolti nello sviluppo di tale abilità e determinare l’età di insorgenza di comportamenti potenzialmente rischiosi. In situazioni in cui c'è una piccola probabilità di una grande perdita, i bambini di scuola elementare sono più propensi a scegliere l'opzione rischiosa che l'opzione sicura, a differenza degli adulti (Harbaugh et al. 2002), per cui la propensione al rischio cambia in funzione dell’età e questo dato è in linea con la maturazione della corteccia orbito-frontale e delle funzioni esecutive che avvengono durante i primi anni di vita. Recentemente, un grande interesse è stato rivolto allo studio dell’influenza delle emozioni sulla propensione al rischio nei bambini. Gli studi hanno messo in evidenza come sperimentare un’emozione negativa come il rimpianto, a seguito di scelte sbagliate effettuate in condizioni di incertezza, , possa influenzare e guidare le decisioni dei bambini, già dall’età di 6-7 anni, portandoli a compiere successivamente scelte più vantaggiose. Sfortunatamente, la traiettoria evolutiva dell’abilità di affrontare situazioni che richiedono una scelta tra un’opzione sicura e una rischiosa non è ancora del tutto compresa, né quali siano i meccanismi e i fattori cognitivi, sociali o emotivi alla base di questo costrutto. Obiettivo dello studio è stato valutare la propensione al rischio in 183 bambini di 4, 5, 6, 7 e 8 anni, ai quali è stata somministrata una batteria di prove comprendente: (i) un compito di scelta probabilistica (in tre condizioni sperimentali: Neutra, Vantaggiosa, Svantaggiosa), utilizzato per la prima volta in letteratura con bambini e adattato dal paradigma utilizzato con alcune specie di primati non umani (Heilbronner et al., 2008; De Petrillo et al., 2015); (ii) il Children’s Gambling Task (Kerr e Zelazo, 2004); (iii) una prova di scommessa; (iv) un test di controllo del livello di conoscenza numerica, la batteria BIN 4-6 (Molin, Poli e Lucangeli, 2007); (v) un test di controllo del livello di comprensione linguistica, il Peabody Picture Vocabulary Test (edizione italiana, Stella, Pizzoli e Tressoldi, 2000). Un secondo obiettivo è stato quello di valutare le risposte emotive dei bambini visti gli esiti delle loro scelte e come queste possano influenzare le scelte successive che i bambini compiono in condizioni di rischio. A questo scopo, dopo che i bambini avevano effettuato ciascuna scelta, veniva loro chiesto di indicare l’emozione provata, tramite una scala con delle faccine che rappresentavano un continuum dalla felicità alla tristezza, la ‘5-point rating scale’ (Weisberg e Beck, 2011), e per un sotto campione di bambini sono state anche registrate delle immagini termiche tramite termografia ad infrarossi con la finalità di indagare le risposte fisiologiche del bambino agli stimoli proposti. La termografia ad infrarossi è una tecnica assolutamente non invasiva, che non prevede il contatto diretto col corpo del bambino e che permette di osservare, durante il gioco spontaneo, eventuali variazioni di temperatura che rappresentano indici di valenza emozionale. I risultati di questo studio hanno dimostrato che, nel compito di scelta probabilistica, in cui i bambini dovevano scegliere tra un’opzione sicura, corrispondente alla vincita di 4 ricompense, e una rischiosa, che gli poteva far ottenere con diverse probabilità o 1 o 7 ricompense, i bambini sono in grado di compiere le loro scelte tenendo conto delle probabilità: è emerso che hanno preferito l’opzione rischiosa quando a questa era associata la probabilità più alta di ottenere la ricompensa maggiore. I bambini di 5 anni hanno inoltre compiuto un maggior numero di scelte vantaggiose, rispetto sia ai bambini più piccoli (confermando i dati presenti in letteratura) che a quelli più grandi. Questa differenza potrebbe essere attribuita: (i) al livello di istruzione genitoriale del gruppo dei bambini di 6-7-8 anni, che è inferiore a quello dei genitori dei bambini di 5 anni; (ii) al fatto che il gruppo di bambini più grandi, che frequenta la scuola elementare, potrebbe essere più esposto del gruppo dei bambini più piccoli ad attività di ‘gambling’ in assenza della supervisione parentale, ed avere quindi più familiare con le dinamiche del gioco e maggiore propensione al rischio; (iii) al fatto che i bambini di 6-7-8 anni si sono rivelati meno sensibili alle differenze tra le ricompense. Considerando le risposte emotive date dai bambini con la ‘5-point rating scale’, non sono emersi segni di rimpianto per le scelte effettuate e questo dato è avvalorato dall’analisi dei dati termici, da cui non si evince un’attivazione del sistema simpatico in seguito ad un esito non favorevole. I bambini sembrano concentrarsi su cosa hanno vinto, piuttosto che su cosa avrebbero potuto ottenere e questo è probabilmente dovuto al fatto che il compito non prevede una perdita. Nel Children’s Gambling Task l’intero campione ha mantenuto un andamento favorevole nella scelta tra i due mazzi, mentre nella prova di scommessa, di nuovo, il gruppo dei bambini più grandi si è rivelato più propenso al rischio rispetto ai bambini più piccoli. Il livello di comprensione linguistica non ha influito sulle prestazioni dei bambini nei tre compiti di ‘gambling’, mentre il livello di conoscenza numerica ha influenzato le scelte effettuate nel compito di scelta probabilistica e la sua comprensione, valutata tramite due domande di consapevolezza della prova che sono state poste al bambino al termine del compito. Infine, le prestazioni nelle tre prove di ‘gambling’ non sono risultate correlate fra loro, e questo è probabilmente dovuto al fatto che esse misurano componenti diverse della propensione al rischio, come suggeriscono molti studi recenti condotti in questo ambito, avvalorando l’idea che la propensione al rischio sia un costrutto altamente sfaccettato e multideterminato. Futuri sviluppi di questa ricerca potranno riguardare l’approfondimento dell’analisi delle risposte emotive tramite termografia in tutti e tre i compiti, e, inoltre, sarebbe raccomandabile integrare la procedura con test e questionari per la valutazione del funzionamento emotivo-adattivo dei bambini e dei loro genitori. Considerato il sempre più precoce coinvolgimento dei bambini in attività di ‘gambling’, grazie alla massiccia diffusione di videogiochi via internet facilmente accessibili anche ai bambini, sarebbe importante continuare ad indagare questo argomento fin dalla prima infanzia, possibilmente con un approccio multidisciplinare, fornendo interessanti elementi per applicazioni future sia in campo clinico che educativo, per la messa a punto di programmi di prevenzione e di intervento precoci

    Gli aspetti emotivi delle scelte in condizioni di rischio in una prospettiva comparata

    No full text
    Uno degli aspetti del processo decisionale può riguardare la scelta tra un’opzione rischiosa, associata ad esiti incerti, e un’opzione sicura. Secondo Lopes (1983), un individuo si espone a un “rischio” quando prende una decisione con consapevolezza della probabilità di perdita ad essa associata; diversamente, Vlek e Stallen (1981) definiscono il “rischio” sulla base di quanto un individuo valuti negativamente l’effetto di una perdita scaturita da una sua decisione. Alcuni autori (Fischhoff et al., 1981) sostengono che la propensione al rischio sia un tratto stabile nel corso dello sviluppo e in ogni circostanza; per altri, la propensione al rischio è una tendenza influenzata dal giudizio soggettivo se una determinata decisione possa o meno determinare un beneficio (Sitkin e Pablo, 1992). In tempi recenti, la propensione al rischio è stata indagata anche nei bambini con l’obiettivo di individuare l’insorgenza e la propensione a sviluppare comportamenti potenzialmente rischiosi. E’ emerso che la propensione al rischio si modifica in funzione dell’età: ad esempio, in situazioni in cui c'è una piccola probabilità di una grande perdita, bambini di scuola elementare sono più propensi a scegliere l'opzione rischiosa rispetto all’opzione sicura, mentre gli adulti si comportano in maniera opposta (Harbaugh et al. 2002). Allo scopo di indagare le radici evolutive della propensione al rischio, questo aspetto della presa di decisione è stato indagato anche nei primati non umani, in cui emerge un quadro piuttosto complesso: scimpanzé e macachi preferiscono opzioni rischiose (Hayden e Platt 2007, Heilbronner et al. 2008, McCoy e Platt 2005), bonobo, tamarini e lemuri sono avversi al rischio (Heilbronner et al. 2008, MacLean et al. 2012, Stevens 2010), mentre le scimmie uistitì sono indifferenti al rischio (Stevens 2010). L’ipotesi più accreditata ascrive queste differenze all’ambiente in cui queste specie si sono evolute e alla loro ecologia alimentare (Gigerenzer e Todd 1999, Heilbronner et al. 2008). Ciononostante, la traiettoria evolutiva dell’abilità di affrontare decisioni rischiose non è ancora del tutto compresa. Inoltre, i meccanismi alla base di questo costrutto non sono ancora ben definiti, né tantomeno quali siano i fattori cognitivi, sociali ed emotivi che intervengono nella presa di decisione in condizioni di rischio, data la molteplicità degli approcci teorici e metodologici che hanno cercato di rispondere a queste domande. Piuttosto recentemente, l’attenzione si è spostata dagli aspetti cognitivi a quelli emotivi del processo decisionale in situazioni di rischio. Come afferma Schwarz (2000), la relazione tra presa di decisione ed emozioni è preminente e bidirezionale: l’esito positivo o negativo di una decisione può influenzare profondamente i sentimenti del decisore e di conseguenza la sua capacità di scelta; inoltre, una scarsa regolazione emotiva (in particolare alti livelli di impulsività e rabbia) potrebbe essere alla base dell’assunzione di scelte rischiose. In questo lavoro passeremo in rassegna, in un’ottica comparata, gli studi che hanno indagato gli aspetti emotivi della presa di decisione in condizioni di rischio nei bambini e nei primati non umani, evidenziando gli eventuali elementi di continuità e diversità nei meccanismi emotivi alla base delle decisioni in contesti rischiosi.One aspect of decision-making concerns the choice between a risky option, linked to uncertain results, and a safe option. According to Lopes (1983), an individual exposes herself to a «risk» when she makes a decision being aware of the probability of loss associated with it; in contrast, Vlek and Stallen (1981) define «risk» on the basis of how negatively an individual evaluates the effect of a loss originated by her decision. Some authors (Fischhoff et al. 1981) assert that risk propensity is a stable trait during development and under all circumstances; according to others, risk proneness is an inclination influenced by personal judgement as to whether a determined decision is able to determine a benefit or not (Sitkin and Pablo 1992). More recently, risk proneness has been investigated even in children, in order to identify the onset and the tendency to potentially develop hazardous behaviors. It was found that risk proneness depends on age: for example, in situations in which there is a small probability of a great loss, children in primary school are more inclined to choose the risky option rather than the safe one, while adults behave in the opposite way (Harbaugh et al. 2002). In order to investigate the evolutionary roots of risk proneness, this aspect of decision-making has been also examined in non-human primates, where the scenario seems to be rather complicated. Chimpanzees, rhesus macaques and capuchin monkeys prefer risky options (De Petrillo et al. 2015, Hayden e Platt 2007; Heilbronner et al. 2008; McCoy e Platt 2005), bonobos, cotton-top tamarins and lemurs are risk averse (Heilbronner et al. 2008, MacLean, Mandalaywala e Brannon 2012, Stevens 2010), whereas common marmosets are indifferent between options (Stevens 2010). The most accredited hypothesis sustains that these differences are due to the environment in which these species evolved and their feeding ecology (Gigerenzer e Todd 1999, Heilbronner et al. 2008). Nevertheless, the evolutionary trajectory of the ability to face with risky decisions is still not entirely understood. Furthermore, given the multiplicity of theoretical and methodological approaches that have investigated these questions, neither the mechanisms underlying decision-making under risk are yet well defined, nor which are the cognitive, social and emotional factors that influence this construct. Recently, the focus has shifted from the cognitive to the emotional aspects of decisional processes in risky situations. As Schwarz (2000) affirms, the relationship between decision making and emotions is preeminent and bidirectional: the positive or negative result of a decision can deeply influence the feelings of the decision maker and consequently her choice ability; besides, an emotional dysregulation (i.e., a particularly high level of impulsiveness and anger) could be at the basis of the assumption of hazardous choices. In this paper, we will review, in a comparative perspective, the studies that have investigated the emotional aspects of decision-making under risk in children and in non-human primates, highlighting the possible elements of continuity and difference in the emotional mechanisms at the basis of decisions in contexts of risk

    TEORIA DELLA MENTE E TEMPERAMENTO: UNO STUDIO ESPLORATIVO IN BAMBINI DI ETÀ PRESCOLARE

    No full text
    Introduzione Sebbene la Teoria della Mente (ToM) sia stata oggetto di numerose indagini in ambito evolutivo, pochi studi hanno indagato la relazione tra ToM e temperamento. Da queste ricerche emergono interessanti relazioni tra ToM e alcune dimensioni temperamentali, come aggressività e timidezza, per cui bambini descritti come meno aggressivi e più timidi sono maggiormente capaci di comprendere gli stati emotivi propri e altrui. Inoltre, bambini con più alti livelli di ToM mostrano anche maggiore empatia e autocontrollo. Obiettivo del presente studio è indagare la relazione tra ToM e temperamento ipotizzando relazioni positive tra ToM e aspetti internalizzanti del temperamento, come la timidezza, e relazioni negative con aspetti esternalizzanti, come aggressività e rabbia. Ci aspettiamo relazioni positive anche con le dimensioni dell’empatia e dell’autocontrollo. Nonostante il temperamento abbia basi biologiche e rimanga relativamente stabile nel tempo, alcuni studi rilevano che solo il temperamento predice la ToM e non viceversa. Ulteriore obiettivo di questo studio è quindi testare l’ipotesi inversa. Metodo Sono state condotte due fasi di raccolta dati. Nella prima fase, una prova di falsa credenza (“Smarties task”) è stata somministrata a 101 bambini di 3 e 4 anni di età (M = 41.12, DS = 5.94). Alla seconda fase hanno partecipato 69 bambini del campione iniziale, all’età di 5 e 6 anni (M = 65.14, DS = 5.88). In questa fase, è stato chiesto ai genitori di compilare un questionario sul temperamento del bambino (Children’s Behaviour Questionnaire) ed un questionario su aspetti dell’iperattività/impulsività (SDAG). Sono state condotte analisi della varianza, correlazioni e regressioni gerarchiche. Risultati I risultati mostrano relazioni negative tra ToM e Rabbia/Frustrazione (p<.05) e le dimensioni che implicano una minore regolazione comportamentale, quali Attivazione Motoria (p<.01) e Piacere ad Alta Intensità (p<.05). Al contrario, relazioni positive emergono con le dimensioni legate all’autocontrollo, ovvero Attenzione Focalizzata (p=.053) e Sensibilità Percettiva (p<.05) e con l’Empatia (p<.05). Nessuna relazione significativa emerge con la timidezza e l’aggressività. Infine, una relazione negativa emerge tra la ToM e la scala dell’Iperattività dello SDAG (p<.05), mentre non vi è relazione significativa con la scala dell’attenzione. Conclusioni Questi risultati mostrano che la ToM si associa in modi differenti con le varie dimensioni del temperamento e indicano che bambini maggiormente capaci di comprendere credenze proprie e altrui presentano una minore attivazione motoria e più alti livelli di empatia nella vita quotidiana. Riteniamo che ulteriori indagini siano particolarmente utili per la relazione con il controllo attentivo, per cui è stata trovata una relazione solo marginale o non significativa, e per le relazioni con timidezza e aggressività, non significative nel nostro studio, al contrario di quanto rilevato da precedenti ricerche

    Chi non risica non rosica: un approccio comparativo allo studio della propensione al rischio in homo sapiens

    No full text
    Come nel celebre proverbio toscano del 1600, nella nostra società affrontiamo spesso situazioni rischiose, in cui gli esiti delle nostre decisioni sono incerti. Sottostimare, o ignorare, il grado di rischio associato a diverse opzioni può essere svantaggioso, come ad esempio nel caso del gioco d’azzardo patologico. Nonostante la diffusione di questa patologia sia in aumento, numerosi studi dimostrano che soggetti umani adulti, di fronte alla scelta tra un’opzione certa (che implica un guadagno piccolo ma sicuro) e un’opzione rischiosa (che implica un guadagno più grande ma incerto), preferiscono l’opzione certa anche quando il valore atteso (EV = quantità di ricompensa * probabilità di ottenerla) delle due opzioni è lo stesso. Le differenze comportamentali riscontrate tra vita reale e laboratorio potrebbero essere dovute al fatto che, mentre nella vita reale i soggetti sperimentano le conseguenze delle proprie scelte, in laboratorio questo generalmente non avviene. Soggetti umani testati in compiti in cui possono ottenere le proprie vincite (compiti esperienziali) sono infatti molto più propensi al rischio rispetto a soggetti a cui sia richiesto di compilare questionari (compiti descrittivi). Tuttavia, non vi sono ancora studi che comparino la stessa popolazione in compiti esperienziali e descrittivi. Nel nostro studio, 63 studenti universitari hanno ricevuto una serie di scelte tra un’opzione sicura e un’opzione rischiosa in tre condizioni che differivano per il valore atteso relativo delle due opzioni (neutra: EVrischiosa=EVsicura; vantaggiosa: EVrischiosa>EVsicura; svantaggiosa: EVrischiosa<EVsicura). E’ stato impiegato un disegno 2x2 tra soggetti: procedura (Operante/Computerizzata) X tipo di ricompensa (Cibo/Soldi). La procedura operante con il cibo è stata precedentemente utilizzata in altre specie di primati (Pan troglodytes, P. paniscus e Sapajus spp.). Tutti i soggetti hanno compilato anche un classico questionario di scelta probabilistica. Come in Sapajus spp., nel compito esperienziale i soggetti umani hanno preferito l’opzione rischiosa quando il suo valore atteso era uguale o maggiore rispetto a quello dell’opzione sicura, mentre si sono mostrati indifferenti tra le due opzioni quando il valore atteso dell’opzione sicura era maggiore di quello dell’opzione rischiosa. Tuttavia, nei questionari gli stessi soggetti hanno preferito l’opzione rischiosa solo quando il suo valore atteso era maggiore di quello dell’opzione sicura, mentre hanno preferito l’opzione sicura anche quando il suo valore atteso era pari a quello dell’opzione rischiosa. Questi dati dimostrano come la modalità con cui i soggetti vengono testati in compiti di scelta probabilistica influenzi il loro comportamento. La propensione al rischio dei soggetti umani adulti, che emerge in compiti esperienziali ma non descrittivi e che mostra notevoli similitudini con quanto osservato in altre specie di primati, si è probabilmente evoluta per far fronte ad un ambiente incerto

    Dealing with uncertainty: risk preference in tufted capuchin monkeys and human children

    No full text
    Introduction: Individuals must constantly make decisions among multiple options, judging and balancing their costs and benefits, and often they do not know what consequences will follow from their choices. This “lack of knowledge” is called uncertainty, but some researchers, especially economist, have distinguished between ambiguity and risk. Ambiguity occurs when individuals do not know the well-defined probabilities associated with each choice, whereas risk applies only when individuals know the precise probabilities involved, as for example when betting on a coin toss. According to normative economic models, rational decision makers should be indifferent when choosing between a safe option and a risky option leading on average to the same payoff. However, in laboratory experiments, humans are generally risk averse for gains, although outside of the laboratory they often show a very different behaviour and pathological gambling affects 0.2–5.3 % of adults in western societies. Moreover, risk propensity in human changes with age and adolescents are more risk seeking than adults. Thus, it is important to elucidate what are the psychobiological bases of this behavior - by investigating risk preferences in non-human primates, our closest relatives - and how decision-making under risk changes in the course of human development. Methods: We tested 10 capuchin monkeys, and 40 children with the same methodology. Both capuchins and children were presented with a series of choices between a “safe” option (yielding always 4 food items) and a “risky” option (yielding either 1 or 7 food items with 50% of probability). Only for capuchins, in order to evaluate the flexibility of their risk preferences, we tested the same subjects in two additional conditions in which the average payoff of the risky option was either higher or lower than that of the safe option. Results: When the safe and the risky option yielded on average the same payoff, capuchins were risk prone whereas children did not show a preference for either option. Moreover, when the average payoff of the risky option was higher than that of the safe option, all capuchins were again risk prone, but when the average payoff of the risky option was lower than that of the safe option, they became indifferent between the options. Conclusions: Capuchins’ decision-making under risk mirrors their risk-prone behaviour in the wild, where they often rely on unpredictable and/or hazardous food sources, they hunt vertebrates that can strike back, process and eat cashew nut despite its caustic protection, and use tools on the ground where the potential risk of being predated is high. Human children, instead, behave like rational decision makers, although our results are too preliminary to draw definitive conclusions. Future research should investigate (i) how older children behave in the same task and (ii) how younger and older children behave in conditions in which the average payoff of the risky option is either higher or lower than that of the safe option

    Do shyness and impulsivity differently relate to delay tolerance in early childhood?

    No full text
    Inhibitory control represents the ability to inhibit a dominant response while achieving some goals (e.g., Rothbart & Bates, 2006). Precocious signs of inhibitory control occur early, around 6 and 12 months of age, even though important improvements emerge later, between 3 and 6 years of age (Kochanska et al., 2001). In their model, Rothbart and colleagues distinguished between two temperamental aspects of control: a) inhibitory control refers to voluntary regulation of behaviour, whereas b) reactive approach (e.g., impulsivity) and reactive inhibition (e.g., shyness) refer to involuntary control of behaviour. Extent research has found negative relations between children’s inhibitory control and reactive approach. More unclear is the relation between inhibitory control and reactive inhibition, with someone finding a positive relation, in contrast to others who found a negative association (see Aksan & Kochanska, 2004; Eisenberg et al., 2010). Delay tolerance, defined as the ability to postpone gratification, is considered a good indicator of children’s inhibitory control. In this study, we aimed to investigate the relation between children’s reactive approach and reactive inhibition and delay tolerance in two different age groups. Sample 1 included 74 children (M = 35.05, SD = 3.57; 30 boys) and Sample 2 included 69 children (M = 65.14, SD = 6.24; 37 boys). For both samples, parents completed some subscales (Shyness, Fear, Impulsivity, and Anger/Frustration) of the Children’s Behavior Questionnaire (CBQ), and children were tested in a delay task (i.e., one different task for each sample). Hierarchical regressions, with CBQ’s subscales as IVs and scores in delay tasks as DVs, showed that, only for younger children (Sample 1), shyness and impulsivity were differently related to delay tolerance. Children’s shyness was positively associated with delay tolerance even controlling for fear, age, and gender (β = .43, p < .01). In contrast, controlling for anger/frustration, age, and gender, impulsivity was negatively related to delay tolerance (β = -.47, p < .01). No significant relations were found in older children (Sample 2). Overall, shyness seems to facilitate younger children to wait longer to obtain a gratification. This may be particularly important for children’s transition to preschool, which includes specific delay activities (e.g., getting in line to go outside). For older children, when inhibitory control should be better developed, delay tolerance may benefit from the acquisition of other important abilities, such as internalization of a rule (i.e., the ability to comply with adults’ demands without surveillance; Kochanska et al., 2010)

    Affari tuoi! Studio comparato della propensione all’azzardo nel cebo dai cornetti, un primate sudamericano e nei bambini in età prescolare.

    No full text
    Nell’ormai famosissimo gioco televisivo “Affari tuoi” i concorrenti devono individuare la scatola contenente il premio più elevato, generalmente di 500.000 €, scegliendo casualmente da un set iniziale di 20 scatole di cui non si conosce il contenuto. Quasi alla fine del gioco il concorrente si ritrova a dover scegliere tra due sole scatole, una che contiene ad esempio 100.000 € e l’altra che contiene 0 €. A questo punto interviene il conduttore che offre al concorrente la cifra di 50.000€ per fermare il gioco. Situazioni di questo tipo, in cui la probabilità di ottenere un certo guadagno è esplicita, vengono chiamate situazioni rischiose (Knight, 1921; Platt & Huettel 2008). Cosa dovrebbe scegliere quindi il concorrente? Secondo i modelli normativi dell’economia classica, un decisore razionale dovrebbe essere indifferente nello scegliere tra un’opzione sicura e una rischiosa che hanno lo stesso valore atteso (EV = grandezza del guadagno* probabilità di ottenerlo) (vonNeumann & Morgenstern, 1947). Nel caso del concorrente, l’opzione sicura (ovverosia scegliere di accettare i 50.000 € e di fermare il gioco) ha un valore atteso di 50.000 € e l’opzione rischiosa ha ugualmente un valore atteso di 50.000 € dato che la probabilità di vincere i 100.000 € è del 50% (EV =100.000€*0.5 + 0€* 0.5 = 50.000€). Tuttavia, le scelte osservate in situazioni reali si discostano dalle previsioni dei modelli matematici. Esperimenti condotti in laboratorio hanno dimostrato che soggetti umani adulti posti in situazioni simili a quella del concorrente del gioco sono generalmente avversi al rischio, nonostante nella vita reale mostrino spesso un comportamento completamente diverso. Infatti, nei paesi occidentali il gioco d’azzardo patologico riguarda lo 0.2-5.3% della popolazione adulta (Bastiani et al., 2013). Le differenze comportamentali riscontrate tra vita reale e laboratorio potrebbero essere dovute al fatto che, mentre nella vita reale i soggetti sperimentano le conseguenze delle proprie scelte, in laboratorio questo generalmente non avviene. Soggetti umani adulti testati in compiti esperienziali, in cui scelgono tra opzioni reali e posso-no ottenere le proprie vincite durante l’esperimento, sono infatti molto più propensi al rischio rispetto a soggetti testati in compiti descrittivi, ovverosia con questionari che presentano scelte tra opzioni ipotetiche di cui general-mente ne viene corrisposta solo una a fine esperimento (Hayden & Platt 2009; Hertwig et al. 2004; Rosati et al. 2015). Per di più, soggetti umani adulti testati in compiti esperienziali si mostrano propensi al rischio in misura simile ad alcune specie di primati non umani testate con procedure simili (Rosati et al. 2015; De Petrillo, In preparazione). Numerosi studi hanno inoltre riscontrato che la propensione al rischio negli esseri umani cambia nel corso dello sviluppo, per cui bambini e adolescenti sono più propensi al rischio degli adulti (Harbaugh et al. 2002, Levin & Hart 2003, Levin et al. 2007). In particolare, nei bambini in età prescolare, in cui è stato utilizzato principalmente il Children’s Gambling Task (Kerr & Zelazo 2004; Bunch et al. 2007), un paradigma adattato a partire dall’Iowa Gambling Task (Bechara et al. 2005), è stato osservato che la prestazione varia notevolmente in funzione dell’età e della complessità del compito. Pertanto, per chiarire quali siano le basi psicobiologiche del gioco d’azzardo patologico, una dipendenza che interessa una percentuale sempre crescente della popolazione adulta e adolescenziale, è importante chiarire quali siano le radici evolutive, le basi cognitive e lo sviluppo del comportamento di presa di decisione in condizioni di rischio. Con questo scopo, nel presente studio è stato comparato il comportamento di scelta probabilistica di bambini in età prescolare e di una specie di primate non umano, il cebo dai cornetti (Sapajus spp.). Il cebo dai cornetti è un primate sudamericano la cui linea evolutiva si è separata da quella umana circa 40 milioni di anni fa; ciononostante, questa specie mostra interessanti convergenze comportamentali e cognitive con la specie umana, come ad esempio l’uso di strumenti litici, l’utilizzo e la comprensione di stimoli simbolici la capacità di ragionare per analogia (Visalberghi et al. 2009; Truppa et al. 2011; Addessi et al. 2007). Dieci cebi dai cornetti e 70 bambini di 4, 5 e 6 anni sono stati testati con la stessa metodologia, anche allo scopo di individuare un compito alternativo e possibilmente più semplice rispetto al Children’s Gambling Task. Sia ai cebi sia ai bambini sono state presentate su un vassoio 10 scelte binarie tra un’opzione “sicura” (una ciotola capovolta che copriva sempre 4 unità di cibo) e un’opzione “rischiosa” (una diversa ciotola capovolta che copriva 1 o di 7 unità di cibo con il 50% di probabilità), separate da un intervallo di 15 secondi. Pertanto, le due opzioni avevano entrambe lo stesso valore atteso. I bambini sono stati testati in un’unica sessione, mentre i cebi sono stati testati in 10 sessioni consecutive. Inoltre, allo scopo di valutare la flessibilità del comportamento di propensione al rischio dei cebi, tutti i soggetti sono stati testati - con un disegno entro soggetti - in due ulteriori condizioni con la stessa metodologia ma con la differenza che il valore atteso dell’opzione rischiosa poteva essere superiore (66% di probabilità, condizione Vantaggiosa) o inferiore (33% di probabilità, condizione Svantaggiosa) rispetto al valore atteso dell’opzione sicura. Quando entrambe le opzioni, sicura e rischiosa, avevano lo stesso valore atteso, quasi tutti i cebi dai cornetti si sono mostrati propensi al rischio, al contrario dei bambini che non hanno mostrato una preferenza per nessuna delle due opzioni e nessuna variazione significativa legata all’età. Inoltre, quando il valore atteso dell’opzione rischiosa era superiore rispetto a quello dell’opzione sicura (condizione Vantaggiosa), tutti i cebi si sono mostrati propensi al rischio, mentre quando il valore atteso dell’opzione rischiosa era inferiore rispetto a quello dell’opzione sicura (condizione Svantaggiosa), si sono dimostrati indifferenti tra le due opzioni. I cebi possono essere quindi definiti una specie propensa al rischio e questo risultato riflette il loro comportamento in natura, dove spesso devono fare affidamento su fonti di cibo imprevedibili e/o pericolose, cacciano vertebrati, e fanno uso di strumenti sul terreno dove il potenziale rischio di essere predati è alto (Visalberghi and Fragaszy 2013). I bambini, invece, si comportano come decisori perfettamente razionali. Tuttavia non è possibile stabilire se il loro comportamento sia realmente razionale o sia dovuto ad una scarsa comprensione del compito o alle loro ancora non ben sviluppate capacità di ragionare in termini probabilistici (Weller et al., 2011). Ricerche future dovrebbero indagare (i) come bambini più grandi si comportano nello stesso compito e (ii) come bambini, sia più piccoli sia più grandi, si comportano in condizioni in cui il valore atteso dell’opzione rischiosa è superiore o inferiore rispetto a quello dell’opzione sicura

    How reward representation affect the ability to wait: a comparative study in capuchin monkeys and human children

    No full text
    Introduction The Delay choice task, in which subjects choose between a smaller sooner option (SS) and a larger later option (LL), is frequently used to evaluate delay tolerance. However, when the options consist of visible food amounts, the preference for LL might be due to a difficulty to inhibit a response towards the quantity rather than to a sustained delay tolerance. To clarify this issue, we tested 10 capuchin monkeys and 101 preschool children in a delay choice task with food, low symbolic tokens and high symbolic tokens. Moreover, to assess whether children improve their performances in the delay choice task over development, we tested a sample of the same children two years later. Since in young children and in non-human primates the symbolic representation of the reward helps to direct the attention away from its salient features, we expected the subjects to choose less LL with symbolic tokens than with food, according to the idea that the preference for LL might be due to a failure at inhibiting an impulsive response to the larger quantity. Methods In the first phase of the research, 10 capuchin monkeys and 101 children (51 three-year-olds and 50 four-year-olds) were individually tested in three experimental conditions: Food Delay (FD), Low Symbolic Token Delay (LSTD), High symbolic token delay (HSTD), in which the subject chose between a SS option and a LL option, and in two control conditions: Food Control (FC), High Symbolic Token Control (HSTC), in which both options were immediately available. We employed a within-subject design with capuchins and a between-subject design with children. Two years later, 58 children (28 five-year-olds and 30 six-year-olds) were tested again in one of the four following conditions: FD, HSTD, FC, or HSTC. Results Both capuchins and preschool children chose LL less in HSTD than in FD, although they chose LL to a similar extent in HSTC and FC. Capuchins, but not children, also chose LL less in LSTD than in FD. Considering children longitudinal data, LL was chosen more in HSTC than in HSTD and more in FD than in HSTD; moreover, there was a significant interaction between age and time of the research, with younger children choosing LL more in Phase 2 than in Phase 1. Discussion In capuchins and preschool children, high-symbolic stimuli reduce prepotent responses towards the larger quantity. These findings suggest that in the visible-food version of the Delay choice task, the choice of LL partly depends on an impulsive preference of quantity, and invite to use caution to interpret the results obtained in this kind of task as a measure of delay tolerance. This effect decreases over development, with older children’s behavior becoming more similar to that of adult humans

    Executive Function

    No full text
    not applicable (no abstract was produced for this chapter)
    corecore