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    Coesione territoriale e sviluppo sostenibile in Europa: convergenza e competitività

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    Negli anni ’90 si sono moltiplicate in Europa e in Italia le iniziative locali e regionali di sviluppo economico urbano e territoriale che impiegano strumenti di derivazione aziendale, primo fra tutti il marketing territoriale. In questi casi, proprio perché una trasposizione letterale al territorio risulterebbe impossibile, viene richiamata sempre più spesso la governance, per intendere un approccio che permetta il libero dispiegarsi delle potenzialità competitive di un luogo, la cui valorizzazione si realizza attraverso progetti e regole condivise, attivate dalla capacità dell’istituzione – più spesso privata che pubblica - di creare il “network” necessario a configurare le competenze/risorse. Governance significherebbe, dunque, insieme di regole; o agire secondo le regole per contribuire a “risvegliare” quel milieu comune – o coesione - che permette di raggiungere obiettivi strategici. Il campo applicativo di queste regole non precede né segue le scelte progettuali, ma le accompagna sin dall’inizio determinando un metodo di lavoro tecnico-politico, secondo uno schema logico capace di garantire il comportamento trasparente ed efficiente dei soggetti coinvolti nel raggiungimento dell’obiettivo strategico, sino alla fase ultima di realizzazione del programma/progetto. Tali regole sono indirizzate a trasferire sul territorio le scelte di intervento politico-istituzionali e progettuali di più soggetti, compresi anche i livelli di governo e dell’azione locali che ne sono stati i promotori, rendendo così compatibili i loro comportamenti e suggerendo prassi, procedure e linee-guida utili ad orientare l’azione degli investitori, i sistemi di impresa e tutte quelle parti che rivestono un ruolo nel processo di “best practice” della città e del territorio. Le regole discendono dai principi che orientano le scelte dell’istituzione, principi coerenti con il piano internazionale e che non si sostituiscono a quelli che regolano la libera iniziativa privata. Si può parlare di governance anche riferendosi alla struttura (metodo e processo) attraverso cui si fissano gli obiettivi (un piano regolatore generale - PRG, ad esempio), stabilendo le strategie per raggiungerli e monitorandone la performance. E’ per questo che una governance potrà definirsi “buona” quando, oltre ad individuare gli incentivi che possono spingere l’istituzione a raggiungere gli obiettivi collettivi, saprà rimodellare le proprie scelte procedurali e progettuali per incoraggiare gli attori coinvolti ad impiegare le risorse ritenute più efficienti. In questo campo, le occasioni in cui la governance ha assunto un ruolo di primo piano si sono delineate a seguito di importanti esperienze di Piano Strategico urbano e territoriale (Città Metropolitana di Barcellona e Regione Metropolitana di Madrid, Lyon 2010, Città metropolitana di Bologna, Piano di Milano 2003, Piano Territoriale della Provincia di Roma 2003). I caratteri ricorrenti di queste esperienze si sono rivelati:  l’inserimento dell’economia nella riorganizzazione urbana o territoriale (recupero di valore nel riuso di aree industriali dimesse, project financing in materia infrastrutturale, partnership nei progetti di riorganizzazione delle reti di pubblica utilità, ecc.);  la significativa crescita di partecipazione degli ‘attori’ (pubblici e privati) che contribuiscono alle scelte di intervento e alla determinazione delle policies urbane;  la definizione di nuovi e più moderni meccanismi di concertazione degli strumenti di discussione, valutazione preventiva e attuazione dei progetti, per l’ottenimento di alti livelli di efficienza/efficacia e di resa dell’investimento. Gli attributi fondamentali (punti di forza) che li hanno trasformati in esperienza di governance sono stati:  il ricorso ad investimenti fortemente orientati all’innovazione (nella concezione e nell’impiego), i quali dipendono dal milieu locale (ad esempio, presenza di forze imprenditoriali motivate, capaci di visione prospettica internazionale, ricerca e sviluppo di nuove tecnologie, ecc.);  l’adesione ai principi stabiliti dalla Commissione europea (2001) e riassunti dall’OCSE in: - sviluppo sostenibile - competitività equilibrata - coesione sociale - risanamento urbano - buona governabilità. Queste esperienze accreditano la governance quale sistema ordinatore delle differenze, laddove l’area urbana principale rivesta il ruolo di motore della competizione e contemporaneamente quello di organizzatore socioeconomico del network di cooperazione tra i territori che la sostiene. La presenza di una struttura contrattuale (processo di concertazione) avanzata ed innovativa risponde ai criteri di governance, e laddove sia assente, le amministrazioni devono intervenire oltre l’aspetto tecnico della gestione amministrativa dei contratti e degli accordi, riportando le scelte all’interno delle regole di governance. La governance urbana, metropolitana, territoriale richiede che il milieu di riferimento sia predisposto ad accogliere azioni coordinate capaci di manifestare una volontà di copianificazione e cooperazione. Questo comporta un atto “a monte” in grado di creare o consolidare valori (economici, sociali, culturali) intorno ad un’idea progettuale e quindi di individuare i destinatari dell’azione di governance, ossia i soggetti che possono reclamare un diritto di accesso al valore (gli azionisti). A questo proposito, va ridiscusso con attenzione un elemento fondamentale per l’individuazione dei valori: il rapporto azionisti/clienti e la loro capacità di incidere sul contesto territoriale e sulle politiche pubbliche locali. In Italia, al contrario di altri paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi in particolare), questi input sono ancora oggetto di discussione e sperimentazione in relazione al nuovo ruolo che si è attribuito agli enti locali, perché l’esperienza accumulata dai soggetti pubblici nel campo della cooperazione per la gestione di beni d’interesse collettivo non è matura al punto di agire in termini di governance. Nondimeno, le possibilità offerte dalla governance sembrano essere le uniche capaci di intervenire sull’attuale realtà delle aree urbane e metropolitane per lo sviluppo di una più avanzata concezione della best practice del governo locale. A buon diritto si può ritenere che in questa situazione il ruolo delle autorità pubbliche sia di supporto, gestione e regolazione, con una maggiore attenzione e sensibilità in materia di bisogni pubblici. Questa visione sottende un’interpretazione più innovativa del problema, in quanto fa derivare la governance dalla crisi del sistema fordista e dalla necessità di una riregolamentazione di quello definito post fordista, cui si chiede maggiore efficacia, efficienza e trasparenza. Il mezzo per raggiungere questi obiettivi è allo stato attuale la partnership, struttura organizzativa formale o multiagenzia, avente come scopo il policy making strategico dichiarato sotto forma di agenda politica locale (ad esempio per le città l’Agenda 21 locale). In concreto, però, le partnership locali sono entità semi-autonome e para-governative, e superano la tradizionale distinzione tra settore pubblico, privato, mercato, bisogni sociali. Contemporaneamente è cresciuta l’offerta di assistenza tecnica da parte di tutti i livelli del governo centrale (nel caso italiano Ministero del Tesoro, dei Lavori Pubblici, dell’Ambiente, ecc.), anche attraverso la promozione di agenzie di piccole e medie dimensioni che offrono “pacchetti completi”, comprendenti intermediazione e servizi avanzati. E’ ad esse che i sistemi urbani e metropolitani hanno, in più di un’occasione, demandato il compito di formulare le regole della governance per l’attuazione di piani e progetti strategici. L’esplosione di iniziative “dal basso” (bottom up) si è così rivelata un fattore da cui partire per costruire un diverso modello di sviluppo e gestione della città. La governance ha particolare rilievo in un contesto in cui la capacità di competere in aree e territori differenti dipende sempre più, oltre che dai processi di agglomerazione delle attività realizzati nel tempo, dalla capacità di valorizzare risorse e competenze esistenti, attraverso un uso adeguato delle “conoscenze” e dei rapporti di network

    Cohesion policy: methodology and indicators towards common approach

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    The territorial cohesion is a focal object of the regional programming period 2007-2013. This paper aims to purpose a critical review of the cohesion conceptualisation and of its measure, starting from an exchange of experiences and from an initial institutional demand inspired to regional projects foreseen in 2013 programme (ESPON Seminar 2008; French Green paper on Cohesion 2008). Starting from a literature review and from the basic question of indicators, the paper aims to enhance territorial cohesion, measuring its different levels at local, national and European level. The author takes a methodological approach to analyse and to detect a set of territorial cohesion indicators and to evaluate effectiveness and efficiency of indicators’ systems, currently used to measure this territorial dimension (STeMA). This kind of approach is relevant to the programming period of new Structural Funds, looking at the French Green Paper 2008, implementing the 2007-13 Programme

    Sustainable Growth: Cities and Territories can make Europe competitive again

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    The paper aims to discuss critically the role that the Europe 2020 Strategy has assigned to its sustainable growth, also in a post 2020 perspective. It attempts to define its scope as an instrument that links employment, wellbeing and economic balance within the EU, also taking into account the human capital (especially its young citizens) as enhanced and added value. Although the underlying theme may not seem entirely original, it should be noted that the EU has only recently started to encourage its Member States, regions and cities to implement integrated macro and micro policies. This approach is seen as necessary in order to strike a balance between supply and demand and lay out internal investment projects that are coherent with the territorial capitals currently available. In turn, this could lead to achieving a simple objective that aims to establish a planning process based on available endogenous resources and a unified participatory demand. It can also help in determining a timeframe within any EU policy can effectively become plans and projects for local development, which in turn create growth and employment

    Presentazione del Volume

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    Negli anni, la ricerca geografica, soprattutto europea, ha sviluppato teorie e modelli che hanno mutato il lessico e i principi che ispirano lo sviluppo umano, offrendo una nuova posizione e nuovi contenuti all’insieme delle componenti che confluiscono nel concetto di territorio: ambiente, economia, società, cultura.Si è scelto per questo di articolare il volume in sessioni tematiche che definiscono altrettante macro-dimensioni dello sviluppo sostenibile e responsabile. Inclusione, Patrimoni culturali, Valore aggiunto territoriale, Strumenti e linguaggio geografici rappresentano, a nostro avviso, la base per la costituzione di una “contro-teoria” necessaria, come direbbe la Nasbaunn , anche attraverso la geografia, per elaborare le risposte che la sostenibilità può effettivamente offrire alla crescita del benessere; allo scopo di innescare un ciclo di sviluppo che incroci la “capability” dell’individuo territorializzato con quelle dell’home place e delle scelte di sviluppo dell’insieme: i cosiddetti capitali potenziali territoriali. L’apporto interdisciplinare che gli Autori hanno voluto offrire, anche di tipo economico, storico, progettuale, modellistico arricchisce questo ragionamento, soprattutto quella parte volta a formulare ed a proporre criteri di analisi e valutazione in termini di redditività economica e di beneficio sociale; come pure quella che orienta i processi di crescita in direzione inclusiva e sostenibile, affidandoli alla green economy, intesa, al momento, come visione e non come reale alternativa, almeno in questa fase storica di transizione epocale. Tuttavia è la correlazione con le conoscenze territoriali raggiunte che, nel volume, dà evidenza alla forza con cui la sostenibilità ha sostituito i tradizionali canoni dell’economia e dell’etica nella filosofia, compresa quella della storia, entrando nella dinamica e nel divenire della pianificazione e inducendo ad una graduale evoluzione anche in direzione di una forte interdisciplinarietà nel campo della selezione di metri di misurazione. Ciò che ha spinto a ricercare indicatori e dimensioni specifiche di valutazione di fenomeni diversi atti a stimare la sostenibilità tra i beni di mercato. Nell’ultimo decennio, la sensibilità della collettività nei confronti della salvaguardia del territorio e non solo dell’ambiente, della sua limitatezza e della sua scarsa rinnovabilità aumenta, nel convincimento che, crescendo gli interessi economici, non sia più sufficiente ricorrere al buon senso e all'esperienza tecnica per decidere l'utilizzazione del territorio e “sfruttare” l'ambiente in modo razionale senza intaccarne le capacità rigenerative. E’, dunque, necessario creare novi meccanismi di controllo che permettano di supportare materialmente le decisioni in tema, ad esempio, di beni culturali e turismo e di sottomettere l'approvazione di determinate scelte al rispetto di parametri e standard generali di riferimento, in linea con l’evoluzione della ricerca. La “storia” della responsabilità territoriale comincia a questo punto, e con essa la ricerca di una metrologia cognitiva che coinvolga sul piano politico ed istituzionale paesi e regioni più diversi. Il campo di studio dell'azione antropica, comunemente definito socioeconomia, e più correttamente esaurito nell'ambito della speculazione geografico economica e non della storia, viene chiamato a partecipare direttamente all'impostazione del nuovo modello culturale e tecnico che si va prospettando per il territorio. In questo campo permangono, ancora, due diversi atteggiamenti, che preludono ad altrettante scelte di metodo in campo geografico: - adattare i modelli tradizionali agli obiettivi della sostenibilità; - pensare e formulare nuovi criteri per svincolare i parametri disciplinari e decisionali da schemi tradizionali. La geografia, almeno quella europea, privilegia il secondo, quello cioè che indirizza alla green economy passando per l’esperienza dell’economia circolare; nella convinzione che il quadro di riferimento in cui si muove oggi lo sviluppo sostenibile e responsabile sia ben più complesso rispetto ad una visione tendenziale che riconduce il contributo cognitivo ai soli aspetti culturali, fisici ed economici. Superata la concettualizzazione del problema, la scala cui la sostenibilità deve operare è globale come locale. Fissati alcuni punti fermi come quello sulla presenza degli indicatori territoriali in ogni contesto di analisi o progetto, è ora necessario tornare ad una visione di sintesi sull’agire in sostenibilità partendo dai più recenti risultati ottenuti facendo interagire modelli, indicatori e scopi che puntano a costruire una metrologia della sostenibilità, diversa per luogo e grado di approfondimento, ma accomunata dalla costante ricerca di congruenza geografica con le fasi dello sviluppo. Poiché, ove fosse necessario ricordarlo (e forse lo è!), gli studi socio e geografico economici hanno ormai la funzione di sostenere concretamente non solo politiche e programmi di sviluppo, ma scelte di piano. Per realizzare le quali non basta riferirsi ai soli indicatori o ai soli modelli, ma logicamente motivare in una visione meta progettuale integrata le capacità di accogliere la crescita naturale ed umana. Coesione ed equità sociale sono dunque parametri che non potevano mancare in questo volume per informare il discorso sulla sostenibilità, che, oggi, come insegna l’esercizio politico, non può che essere sistemico ed integrato, superando visioni solo economiciste o del materialismo storico. La sostenibilità non è neppure una nuova metafisica, come alcuni vorrebbero, o solo ontologia, pur prendendo le mosse da una realtà, descritta dai capitali territoriali (lo spazio) e misurata a partire da un tempo fissato come “iniziale”. E’ piuttosto una prassi dialettica (c’è molto di Hume, di Leibnitz, di Hegel escludendone gli aspetti trascendenti ed ideali), che fonde e sintetizza l’antropico con il naturale in una prospettiva non fine a se stessa ma di progetto (entwurf l’avrebbe chiamato Heidgger). Il riferimento del volume – o meglio il suo tratto distintivo - è ad un progetto ‘geografico’ di human development, nei cui confronti la capacità della sostenibilità è quella di produrre valore aggiunto; il quale, a sua volta, dipende, come insegna l’evoluzione della pratica geografico economica, dal potere che i capitali territoriali hanno, nel loro insieme, di costruire, anche solo idealmente, processi che rendano i luoghi resilienti agli impatti e ai rischi dei cambiamenti non voluti – da quello climatico a quelli crescenti di esclusione e povertà -, al punto da rendere necessario introdurli nel portato delle riforme istituzionali e della istitutional capability. Perché se è vero che proprio in questo momento stiamo sperimentando, di fronte alla crisi, il tempo della coesione territoriale e dell’inclusione per attuare, responsabilmente, la sostenibilità, è necessario trasformare la sperimentazione in pratiche e principi di etica laica guardando alla qualità e alla ricchezza culturale

    Riordino regionale e policentrismo territoriale. Ragionando sui modelli di regione funzionale europea

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    Come richiesto dall'UE, lo sviluppo delle capacità regionali, soprattutto nella spesa dei fondi (SIE, FESR, ecc.) e nella realizzazione di progetti PNRR, dipende molto dall’organizzazione funzionale policentrica delle stesse, le quali dovrebbe ispirarsi a un approccio di governance innovativo nel quadro della politica di coesione, al fine di ottenere uno sviluppo territoriale integrato coerente sia con la diversità geografica sia con gli indirizzi UE. A sostegno di questo obiettivo, l’Unione richiede ai paesi membri una riforma che prevede soluzioni ‘sartoriali’ per le regioni italiane. Lo scopo è multiplo: i) raggiungere le condizioni preliminari necessarie alla buona attuazione del PNRR nel quadro della politica di coesione 2021-27 e secondo un’organizzazione policentrica ii) selezionare le rispettive priorità di investimento tenendo conto della posizione di partenza di una regione e della sua tipologia funzionale rispetto agli obiettivi nazionali post 2020 (o post COVID). Una nuova organizzazione mesoregionale viene per questo suggerita intitolata Tipologia Funzionale Regionale Sostenibile (TFRS).As EU is requiring, the regional capacity building in funds spending (ESIF, ERDF, etc.) and implementing of projects covered by Italian Recovery and Resilience Plan (IRRP) greatly depends on the related functional polycentric organisation. Regions should be inspired by an innovative governance approach within the cohesion policy framework, to obtain a territorial integrated development coherent with both geographical diversity and EU addresses. To supporting this goal, the EU is asking its Member States and Italian regions to provide reforms including tailor-made solutions with a multiple porpuse: i) fulfilling the needed preconditions for the IRRP successful implementation in the framework of the renewed Cohesion Policy 2021-27 and according to a polycentric organization; ii) selecting the respective investment priorities taking into account the regional start-position (by ex ante evaluation) and its functional typology with respect to the national targets 2026-30 (post COVID19 relaunch). The contribution suggests a policy orientation based on a meso-regional approach named Sustainable Regional Functional Typology (TFRS)

    Individuazione e descrizione di criteri e di indicatori di coesione territoriale a supporto della programmazione strategica nazionale e della programmazione comunitaria 2007-2013

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    Rileggendo l’evoluzione recente di un "discorso" che fa della coesione territoriale (Cfr. capp. 1 e 2) l’obiettivo prioritario della nuova programmazione europea e nazionale, questo è apparso ancora troppo legato in Italia a progetti o idee di progetto di carattere urbano, da cui difficilmente si risale al modello concettuale che potrebbe averli generati (Cfr. cap. 2). L’indagine ricostruisce un territorio regionale e provinciale che, sotto la spinta europeisata degli anni '90 e del I SDEC, diviene per l’Italia un campo di sperimentazione, in cui ancora poco spazio trova la coesione come orientamento all’insediamento ed alla produzione e luogo visibile (centralità) del patto normativo tra Stato, cittadini e cittadinanze; regola territoriale del comportamento e delle scelte economico-territoriali della società insediata. La pianificazione regionale e provinciale con tutti i suoi ambiti e poteri di intervento, come la "questione" dell’area metropolitana o dei programmi complessi, per fare solo gli esempi più noti, si è cimentata con questa logica, ‘sperimentando’ (Cfr. ad esempio, Patti territoriali e PRUSST) alcune forme di pianificazione politica-economica-territoriale “dal basso” per poter gestire fenomeni coesivi quali i distretti industriali ed i sistemi locali produttivi. Voler pervenire ad una standardizzazione dei contenuti oltre che delle procedure si è rivelato per la coesione territoriale un errore. Per questo il lavoro svolto dal CEIS ha teso a riconoscere il luogo allargando lo studio alle città ed al loro potere di regionalizzare la coesione, seguendo in questo l’orientamento emergente in sede europea (Cfr. CEC, Cohesion Policy and cities, dec. 2005). Ciò avviene in un momento - paradossalmente imbarazzante ed evidente - in cui le regioni rivendicano, con leggi di governo del territorio, il trasferimento dei poteri, per dare voce ai sistemi produttivi e le comunità locali coese; lo Stato rinuncia al perseguimento di forme decentrate di esercizio degli stessi; la coesione politica, che non può esistere in assenza di luogo, o almeno, nell’ambito di una competenza fatta di luoghi per i luoghi, rinuncia allo spazio che, piani di nuova generazione, le riserverebbero. Secondo questa nuova, ancorché politicamente sperimentale, visione, la ricerca non ha inteso la coesione solo come elemento raccordante e unificante le diverse visioni che concorrono e concorreranno a definire una formula operativa di governance di ampio spettro. Piuttosto, anche con riferimento all’esperienza condotta dal Ministero in materia di programmi complessi, ha posto in evidenza il ruolo di freno che la coesione svolge in materia di la deterritorializzazione dello sviluppo economico e sociale, richiamando costantemente alla contestualizzazione della programmazione 2007-2013 in avvio. Per questo si suggerisce di tornare alla territorializzazione delle scelte (ad esempio attraverso l’applicazione costante della Valutazione Ambientale Strategica), ritenendo che questo sia il giusto percorso per attuare in tempi congrui la sussidiarietà insita nel concetto di coesione, ossia per innescare un processo di efficace ed efficiente radicamento dello sviluppo coeso. La cultura politica e scientifica del piano ha solo in parte ammesso fino ad oggi, in Italia, l'esistenza di queste condizioni e solo nel sintetizzare le forme aggregative del tipo o della tipicità o nella conservazione dei paesaggi, elemento sintetico e visibile di una coesione che voglia essere utilizzata effettivamente come unità di misura diretta dell’economia dei luoghi. Bisogna, infatti, ricordare che se l’economia "viaggia" in una dimensione - lo spazio indifferenziato - privo di territorio, dettando leggi generali che il mercato trasforma in comportamenti particolari; è proprio l’economia ad organizzare il mercato operando sulla domanda e sull’offerta delle produzioni e, dunque, ad orientare le produzioni locali, determinando l’orientamento territoriale della produzione, che si traduce quasi sempre in forme visibili di paesaggio economico coeso. Dunque in luoghi di coesione.In passato l’economia ha teso ad ignorare questo sillogismo, perché non ne coglieva la simultaneità temporale di breve periodo, visto che il tipo di paesaggio o la sua tipicità risponde a leggi di mutamento di lungo periodo che impediscono alla forma del paesaggio di rimodellarsi nell'immediato quando mutano le condizioni di mercato.Un’ultima, ma non per importanza, conclusiva osservazione in materia di coesione, ha riguardato nel Rapporto la crisi del modello funzionale ‘a rete’, ovvero di luoghi (nodi) gerarchicamente organizzati per rispondere a bisogni funzionali, attraverso cui si afferma che si potrà esaurire la domanda di economie (di scala esterne) di urbanizzazione che l'imprenditoria chiede oggi al territorio per definirlo coeso (Cfr. Cap. 2). La Ricerca supera, da questo punto di vista, lasostanziale indifferenza di approccio all’impianto territoriale indifferenziato che la rete disegna ad scala macroregionale come quella della coesione territoriale, dove la rete assolve al compito di delineare le strutture e non i luoghi, perché implica un processo di astrazione che, basato sulla connessione, rende irriconoscibile i singoli caratteri (e dunque l’origine della possibile centralità) pur valutandone la portata economica (nodalità).Ricorrere al solo modello di rete potrebbe equivalere a rinunciare alla centralità, e dunque, al luogo, ossia ad una porzione di territorio e di spazio economico in cui si realizza la coesione. Per questo, rileggendo il modello reticolare, pure strutturalmente utile, in termini pianificatori alle diverse scale, la Ricerca rileva che esso richiede alle istituzioni di governo ed alle comunità di sostenere un costo, fisico e temporale, della coesione, poiché il "tempo" incide sui flussi e sulle dinamiche che, legati alla distanza fisica, la popolazione deve sostenere per usufruire di un territorio coeso. Poter valutare il peso della distanza fisica nella variazione dei costi nei diversi territori della coesione, senza ricadere in una concezione indifferenziata dello spazio (isomorfo ed isotropico) o ridurre il ragionamento alla sola ottima combinazione di fattori certi (i costi diretti appunto), il Gruppo di lavoro ha scelto di anteporre alle ‘raccomandazioni’ finali non un semplice richiamo alla morfologia dei luoghi, ma la compatibilità ambientale complessiva del luogo stesso secondo uno schema già sperimentato a livello europeo (TIA) applicando lo STeMA. Questa valutazione preventiva, più qualitativa che quantitativa allo stato della reicerca, ha permesso di determinare preventivamente i fattori di attrito nel calcolo dell’accessibilità, per accogliere attività che siano veramente condizioni di sviluppo, per trasformare i vincoli, anche quelli apparentemente più forti, in occasione attiva di mutamento del modello locale, in opposizione alla distribuzione diffusa delle risorse o dei fattori che attraggono la produzione. Il costo dell'imperfetta realizzazione del modello globale-locale, sembra infatti rivelarsi troppo alto per la coesione regionale dopo il 2007 in Italia, correndo il rischio di aumentare i livelli di segregazione spaziale, l’inefficienza economica dei settori produttivi, la mancanza di comunicazione e, quindi, di crescita sociale e culturale complessive. Per questo il tema di fondo della coesione è stato sviluppato a partire dal concetto di sostenibilità ambientale cioè da un obiettivo di misura delle azioni ammesse per realizzare crescita sociale ed economica senza esaurire i potenziali (le riserve) capaci di garantire uguale crescita alle generazioni future. L’ambiente, fatto di territori e dunque di luoghi, diviene un iniseme di sistemi complessi (economico-sociali, naturali strutturali ecc.) e di economicità (è un bene utile, raro e godibile) spesso non monetarizzabile, come nel caso della coesione. Proprio per questo è anche misurabile in termini di valore ambientale iniziale e valore ambientale finale (STeMA). Nella maggior parte dei casi esaminati e valutati (27 città italiane, ad esempio), gli effetti sono stati di disequilibrio anche a causa del mancato completamento dei programmi istitutivi o di regole di piano troppo generiche per adattarsi a specifici contesti geografico-economici. Lo stesso discorso può essere fatto per la scala. Ad esempio: la rete può avere un senso se si leggono le città alla scala sopranazionale, ma a quella interregionale il fenomeno perde di evidenza, soprattutto in presenza di continuum insediativi, che saldando in un unicum parti prima ben delimitate. La coesione tra parti e soggetti sul territorio sembra essere diventata dal 2000 molto più che una prospettiva per l’integrazione europea, ed è una scommessa attraente quella di poter giungere nei territori europei (alle diverse scale geografiche), nei giusti tempi, all’abbattimento di confini canonici per realizzare una piena unificazione economica e sociale, quindi politica, pur tenendo conto delle differenze delle differenti regioni coinvolte. L’integrazione è sullo sfondo di tutta la ricerca sulla coesione territoriale promossa dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, perché un territorio assuma tutti gli stadi strumentali che permettono la qualificazione non solo funzionale degli spazi, coordinandoli verso un unico fine, coinvolgendo in questo processo di scala transregionale le aree intraregionali del nostro Paese.Sia l’Unione europea sia il Ministero delle Infrastrutture sanno bene, però, che la coesione non può prescindere dall’atteggiamento delle popolazioni o degli organismi/organizzazioni e dalla loro disposizione a superare, in senso letterale o figurato, i confini della propria regione di interesse. Tant’è che in passato la realizzazione della coesione (nella sua accezione di integrazione) è stata affidata solo alle regioni già sviluppate, dove più forte era la specializzazioni produttiva

    Distretti tecnologici dei Beni Culturali: innovazione gestionale nel quadro della finanza europea. In: (a cura di),

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    Il contributo prende le mosse da alcune considerazioni 1. siamo sull'orlo di un grande cambiamento di paradigma nello sviluppo economico e sociale; 2. capitale territoriale e Patrimonio Culturale (CH) sono risorse cruciali per sostenere questo cambiamento nelle regioni e nelle città europee nella direzione dello sviluppo sostenibile e coesivo delineato dal FutureGenerationEU Plan 2021-27; 3. le relative azioni di rigenerazione e resilienza (Recovery/Regeneration National Plan) saranno orientate dalla necessità di riprogettare, in modo intelligente, spazi e tempi di lavoro e tempo libero, secondo nuovi modelli che valorizzano il locale (bassa densità di attività giornaliere e più interazione sociale) attraverso il pieno ricorso alle tecnologie digitali; 4. la rigenerazione comprenderà la delocalizzazione, il riuso (anche collaborativo e circolare) e la pianificazione, alla ricerca di nuovi equilibri economicamente e socialmente sostenibili, basati su catene del valore sociale da trasformare in valori economici, offerte di servizi di interesse generale e soluzioni di vita più eque

    STeMA GIS

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    La “territorial evidence” è la base su cui l’Unione europea costruirà la crescita nel 2014-2020: smart growth, sustainability, social inclusion. Valutare ex ante l’appropriatezza e la cantierabilità dei progetti destinati a questo scopo partendo dalle capability territoriali richiede complessi processi interpretativi e progettuali basati su dati georeferenziati, aggiornabili in tempo reale, armonizzabili con le banche dati esistenti (direttive CE Inspire 2009 e 2011). Allo scopo di rendere integrati, sussidiari e gestibili politiche, programmi, opere pubbliche, innovazione, protezione del suolo, investimenti, elaborando scenari affidabili, appropriati e sostenibili, la domanda/offerta di capitale territoriale reale necessita di una massiva produzione di informazioni, “di terra” e satellitari, per colmare il gap informativo su cui si fonda il rilancio della competitività. A questo scopo è stata sviluppata la metodologia STeMA (Sustainable Territorial environmental/economic Management Approach) e il relativo tool GIS (Geographical Information System), considerata oggi tra le più avanzate e complete forme di territorial analysis, management e decision system in Europa. Un’interfaccia complessa dal punto di vista metodologico e tecnologico, allo stesso tempo, multi ed interdisciplinare, interoperabile alle diverse scale geografiche – dallo spazio al locale -, che mette a disposizione di decision maker, ricercatori, cittadinanze una ‘macchina’ capace di produrre piani che includono Territorial Impact Assessment (TIA) e Strategic Environmental Assessment (SEA) a differenti scale geografiche. Frutto della ricerca svolta presso l’Università di Roma “Tor Vergata” , brevettata nel 2006 e certificato ISO 9000 Vision 2000, STeMA si presenta come un processo integrato e strategico user frendly per il policy maker, che viene “accompagnato” nella conoscenza, valutazione e definizione di politiche, programmi e progetti. Un’elevata flessibilità ne consente l’applicazione in diversi campi: da quello della pianificazione competitiva, coesa sostenibile (piani urbanistici generali e settoriali) a scala nazionale, regionale, provinciale e locale; al calcolo preventivo e alla gestione del Carbon Footprint; alla valutazione ex ante ed ex post dei piani operativi regionali; ai piani turistici e di gestione Unesco, della ricostruzione, delle smart city, dell’energia, del disinquinamento, ecc. ; sviluppando le fasi del processo di planning, incluse quelle economico-finanziarie

    Short-term territorial investment for Europe’s long-term future

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    A huge number of geographical and economic theories and applied researches’ experiences inspire the adopting of common (semi-standardised) processes for sustaining long term territorial development (employment, inclusion, GPD growth). It appears like a urgent European Union need in order to stabilise appropriate territorial integrated strategic investments overcoming shock and sectorial measures of austerity (Junker plan). At the same time, it seems the unique solution for having to react to a pseudo global financial and economic war (geoeconomic and geopolitical play at no summa zero), focusing resources to maintaining the status quo. Starting from a critical review of literature positions, the paper discusses what modelling the European policy action should follow in order to not invalidate the efforts implemented by austerity measures. Multilevel experiences (benchmarking at different geographical scales) from several 2013 programs (mainly ESPON, URBACT, ENPICiBMED) are resumed to demonstrate this thesis. In order to assess and to measure this aim, territorial cohesive capability is considerate the main vehicle for transforming European challenges in common geopolitical goals. So the paper considers the Europe 2020 pillars and flags as a first turning point to be related to the territorial regional capability of transforming its diversity in cohesive and competitive development. Some words will be spent about the real compliance between Structural Funds objectives, declared priorities of investment, territorial regional capability, including complex and multidisciplinary variables as cohesion, sustainability and subsidiarity confidence in this evaluation. Example of place evidence and economic-social trends from countries, regions and cities are mentioned and compared for fixing the distance among symbolic expected priorities and real potentials at the short time. At this scope the 2020 political addresses by government declarations and obligations, the regional potential attractive capital, the city potential public and private investments are illustrate with particular regard to the Italy position in the Southern of Europe future. The dissertation in the whole pays particular attention to relate the significant of European territorial evidence with the European policy and funds (e.g. the programming for internal areas distinguished respect to the inner areas ones). This permits to better clarify the different impacts and effects produced from European addresses when the national/regional interpretation does not take in account the relationship between territorial evidence and programming obligations that should increase employment and income. Finally, a set of feasible recommendations are launched on the short time providing viable, flexible, proper, effective and resilient answers to existing needs of territorial investments. These are due because expectations of citizens in front of the current period of economic stagnation. The strategic investment, in principle, should help territories (mainly cities) in having major perspective to realise a territorial regeneration accessing to mainstreaming financing linked to the new Structural Funds, which define the perspective horizon of long term European challenges. They imply joint capitalization, which means not just a(nother) prêt-a-portrait concept, and triggers a multifaceted approach ("quick & dirty" ideas / solutions). Drawbacks so far relate to fragmented territorial intelligence and the need for a certain critical mass willing to get involved. We mean the creating models for strategic integrated sustainable planning by addressing the efficiency of technology across various sectors (energy, climate change, public services, accessibility and transport, etc.) in different typologies and dimension of territory. It means supporting territories with the development of ambitious and innovative challenges embedded in comprehensive territorial agenda
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