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Verso una nuova antropologia del lavoro. Ricostruzione delle comunità e “competitività solidale”
L’ideologia neoliberista, che da oltre un trentennio sta dominando l’economia e la politica, si basa sul presupposto che l’individuo è in competizione con altri individui. In questo contesto, si legittima l’aumento delle disuguaglianze a scapito di ampie fasce della popolazione.
Il presente contributo intende ricostruire brevemente la storia del neoliberismo, proponendo, quale concetto principale attorno al quale pensare l’idea di un decent work, quello della competitività solidale estesa a tutto il pianeta. Competitività e solidarietà non si escludono: sono poli di un’antinomia che può evolvere in forme più inclusive se a prevalere è la solidarietà. La sola competitività genera frammentazione e prevaricazione. Occorre sviluppare un’antropologia che renda pensabile la competitività solidale, che pensi al benessere di tutte le persone, altrimenti il tema della dignitosità del lavoro rimane confinato solo alcune fasce privilegiate della popolazione.
The neoliberal ideology, which for over thirty years is dominating economy and politics, is based on the assumption that the individual is competing with other individuals. In this context, the increase in inequalities is justified. The present contribution aims to briefly reconstruct the history of neoliberalism, proposing the solidary competitiveness as the basis to support the idea of decent work throughout the planet. Competitiveness and solidarity are the poles of an antinomy that can evolve into more inclusive forms only if solidarity prevails. Only competitiveness leads to fragmentation and to abuse of power. It is necessary to develop an anthropology able to define a solidary competitiveness; otherwise the theme of the decent work remains confined to only a few privileged population groups
L’esperienza estetica nel tempo della complessità
Il pensiero organicistico che aveva caratterizzato l’epoca della Bildung non è scomparso, ma ha continuato a svilupparsi e oggi sta conoscendo un profondo ripensamento con l’epistemologia della complessità. Questa permette di riaccreditare l’idea dell’opera d’arte come una forma vivente, come un organismo capace di comporre in una struttura armonica la fitta rete di rapporti e contrasti che caratterizzano l’esperienza umana, intensificandola e incoraggiando lo sviluppo del pensiero.
Il contributo si propone di evidenziare come il pensiero della complessità permetta di ridefinire i temi cari al periodo della Bildung e come, ora come allora, il pensiero organicistico appaia il più idoneo per conciliare scienza e umanesimo, riavvalorando la dimensione etica ed educativa dell’esperienza estetica
La voce dell’altro nella consulenza educativa
La relazione è una dimensione prioritaria dell’esistenza umana, che viene cercata di per sé e non in funzione di altro. Lo sviluppo dell’identità avviene nell’ambito della relazione; questa si sedimenta in strutture affettive profonde che, come ha evidenziato la psicoanalisi, hanno natura diadica e contengono un’immagine del sé collegata – tramite uno stato affettivo – ad un’immagine dell’altro. Essere se stessi significa essere stati riconosciuti e capiti da un Altro che è stato in grado di mettersi in contatto profondo con noi.
Poiché nella consulenza educativa la persona attraversa un momento di crisi dei propri assetti esistenziali, la “voce” del consulente – qualora questo sia in grado di ascoltare in modo autenticamente empatico – non è solo il momento di un’esperienza dialogica “esterna”, ma anche di una “interna”; la persona può, cioè, inglobare la voce dell’altro utilizzandola nel dialogo interno con se stessa. Il consulente diventa così una sorta di “interlocutore-specchio” a cui l’individuo può ricorrere nel suo dialogo interno per promuovere inediti percorsi di auto-relazione
Defuturizzazione e fragilità del sé. Essere attori del proprio progetto di vita
Ricondurre la mancanza di progettualità solamente all’iperspecializzazione e alla frammentazione che caratterizza la postmodernità non rende ragione della profonda novità di questa epoca, quella dell’emergere di nuove forme di esperienza di sé. Seguendo le analisi di Giddens, la postmodernità non va interpretata, pertanto, solo come la conseguenza della frammentazione dell’esperienza umana, ma anche come l’articolarsi di questa in dei sistemi astratti, a cui segue una sua successiva ricomposizione riflessiva. Sul versante dell’identità, l’esito di questa disaggregazione/ricomposizione conduce a una consapevolezza dei bisogni del Sé sconosciuta alle società premoderne: il soggetto scopre la propria identità come esito di un continuo indagare il proprio sé, di una continua narrazione riflessiva di sé resa possibile dai sistemi astratti. Tuttavia, la disaggregazione produce inevitabilmente una segmentazione dell’esperienza umana in dei sistemi sociali e istituzionali dotati di autoreferenzialità, che rende l’integrazione più problematica rispetto a quanto avveniva nelle società premoderne, dove la tradizione garantiva la sua riunificazione dell’esperienza del soggetto. È fondamentale che il soggetto avverta di poter integrare quanto gli è dato sperimentare nella realtà, cioè sul versante oggettuale, con il proprio sentire e le proprie motivazioni profonde, cioè con il proprio Sé in quanto polo attivo che si costruisce nell’esperienza. Le prospettive organiciste di Dewey e di Fromm, che verranno prese in esame nel contributo, sono di grande importanza in questo orizzonte di ricerca in quanto interpretano il soggetto non come una monade che si auto-realizza, ma come un processo di costante comunicazione con la realtà nell’ambito del quale l’individuo svolge un ruolo attivo. Questi diventa se stesso non in solitudine, ma integrando la sua esperienza – e quindi non solo quella soggettiva, ma anche quella oggettiva – pur nelle contraddizioni che questa inevitabilmente presenta – in delle nuove unità di senso. È dall’integrazione in nuovi interi qualitativi di tutti gli aspetti soggettivi-oggettivi della nostra vita, incluso quindi il confronto con le motivazioni e il sentire profondi del soggetto, a produrre quell’esperienza di interezza del sé da cui scaturiscono nuove prospettive per il futuro. Il progettarsi è da intendersi come funzione dell’integrità del sé. Non si può pro-gettare, infatti, chi non si possiede interamente. Oggi sembra che la persona sia soggettivamente più attiva che in passato, ma anche oggettivamente più passiva, perché si trova a dover subire le ricadute nella propria vita di macro-sistemi autoreferenziali fuori dal suo controllo. Segue una disconnessione fra soggetto e oggetto, per cui, da un lato, il soggetto è costretto a costruire se stesso in modo solitario e tendenzialmente narcisistico. Il progettarsi diventa una mera proiezione di immagini dell’interiorità, e non un educare i propri desideri sulla base dell’interazione con la realtà. Dall’altro lato, una volta che l’esperienza è stata separata, in virtù dei meccanismi di disaggregazione di cui si è detto, la fase di riaggregazione avviene più artificiosamente, perché rischia di smarrirsi il ruolo di quelle esperienze radicalmente e umanamente soggettive – Giddens e Fromm segnalano a tale proposito la morte, la malattia, la sessualità, la natura, la fragilità, la solidarietà – che sono connesse alle scelte morali profonde della persona e all’integrità del sé.
È il dialogo costruttivo fra tutti gli aspetti della nostra vita, quindi, a produrre quell’esperienza di interezza del sé da cui scaturiscono nuove prospettive di senso. Per educare alla progettualità va pertanto riscoperto il ruolo attivo del soggetto, non solo come produttore di desideri e aspettative disconnessi dalla realtà, ma come attore impegnato a trasformare e rendere migliore quel mondo in cui i suoi desideri assumono un senso
Essere padri in una società senza progetto
Per comprendere l’“essere padri” oggi occorre tenere conto dell’attuale contesto storico-sociale,caratterizzato dal predominio della ragione strumentale che esautora la dimensione progettuale propria della funzione paterna, ostacolando la sua capacità di indicare significati, futuri mondi possibili, modelli di umanità. Il significato e il senso non possono essere il portato di un’organizzazione tecnica (tutt’al più l’informazione lo è) ma, deweyanamente, dell’interezza dell’esperienza e del suo naturale protendersi verso il futuro. La carenza di senso trova così compensazione nella capacità della funzione materna di fornire cura e significato. Sottratta alla dialettica con la funzione “separanteprogettuale” del padre, alla funzione materna non rimane che indugiare nella gratificazione della cura, come avviene in tante pedagogie che insistono unilateralmente sull’affettività. Avvalendomi di strumenti e contributi psicoanalitici e, in modo particolare, di una concezione dell’educazione come “antinomia” (Bertin 1961a; 1961b), da una parte, e come interconnessione di «due reciproche direzioni di senso»: educěre e educāre (Bertagna, 2000, pp. 109 ss.), dall’altra, il presente contributo tenterà di evidenziare come la vera opportunità di cambiamento del ruolo del padre nella società odierna sia la sua trasformazione da padre-autoritario a padre-che-apre-al-progetto
Arte e costruzione dell’identità. Itinerari di ricerca del sé
Il volume approfondisce i rapporti fra arte e identità, o meglio fra arte e percorsi di ricerca del sé. Per capire l’arte occorre partire dall’individuo come centro attivo di motivazioni, azioni ed emozioni. In quanto menti incarnate in dei corpi, profondamente coinvolte nel rapporto con le cose, gli uomini incontrano la realtà come qualcosa di densamente significativo. Interagiscono con il mondo immettendo sempre in esso forti motivazioni che sono l’espressione dei propri scopi, delle proprie aspettative e delle proprie emozioni. L’arte instaura un duplice percorso; da un lato è un ritorno alle origini, dove è centrale il modo di avvertire la corporeità come esperienza di esistere nello spazio e nel tempo; dall’altro permette, conseguentemente, una produzione di nuove tessiture oniriche, immaginative, musicali, simboliche offrendo ulteriore «materia mentale» ai processi più evoluti della mente. Ciò permette di promuovere nuovi modi di interagire con la realtà e di arricchire la vita cosciente, così da rendere possibili altri percorsi evolutivi del sé. Nella seconda parte del libro verrà proposta l’analisi di alcune opere (di T.S. Eliot, L. Buñuel, L. Pirandello)
Libertà, autorità e democrazia in Erich Fromm
Erich Fromm è stato un intellettuale molto conosciuto dal pubblico tramite i suoi libri, ma praticamente ignorato dal mondo accademico. I suoi interessi e lo sviluppo del suo pensiero, dopo averlo allontanato dall’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte, lo hanno costretto ad una posizione marginale nell’ambito del movimento psicoanalitico. Eclettico, incline a travalicare gli ambiti di competenza delle differenti scienze umane, egli ha coniugato diverse ispirazioni, a partire da quella facente capo alla spiritualità ebraica che, anche se rinnegata quale pratica di fede, rimase centrale nella sua visione dell’uomo. Si è confrontato approfonditamente con la psicoanalisi di Freud e con il pensiero di Marx. È stato soprattutto quest’ultimo, con la sua concezione dell’uomo che va formandosi nel concreto del suo farsi storico, a fornirgli la cornice entro la quale sviluppare la propria antropologia psicoanalitica, che mette al centro la persona e il significato che ella è in grado di conferire responsabilmente alla propria vita. L’insistenza con cui Fromm ribadisce che l’uomo è artefice del proprio destino e che “non vi è significato nella vita, all’infuori del significato che l’uomo conferisce alla sua vita”, non può che destare l’interesse delle scienze della formazione per questo autore, che fa dell’umanesimo il suo assunto irrinunciabile. Il “dover essere” dell’uomo è, soprattutto, un dover essere se stesso. In particolare, secondo Fromm, l’uomo deve assumersi la responsabilità del modello di uomo che promuove, sia a livello personale – dove centrale appare il ruolo della scelta – sia a livello collettivo, con riferimento al quale egli si è impegnato moltissimo a delineare e a promuovere i tratti di una società umanistica
Cosa sognano i giovani, oggi?
Il transito adolescenziale deve affrontare nella nostra epoca nuovi dilemmi: da un lato, i giovani hanno la piena disponibilità delle proprie risorse creative da utilizzare per l’autorealizzazione; dall’altro lato, sembrano immersi in un diffuso senso di inutilità, di tristezza , di indifferenza, di disimpegno, di vuoto progettuale, di ineducabilità, di ritiro, di solipsismo narcisistico. Queste tendenze sono da correlare con il crescere nella società occidentale dell’organizzazione tecnica e competitiva: l’obbedienza ad automatismi esaspera, ed esautora al contempo, la progettualità, producendo non solo ipercompetitività, ma anche rinuncia a competere; interferendo con quell’apertura, finanche sognante e utopica, verso un futuro migliore che rappresenta la vera forza trainante del giovane in direzione della vita adulta. Il consultorio si offre come centro di ascolto che, tramite il lavoro di équipe, cerca di fornire non solo un ascolto tecnico, ma anche antropologicamente attento alle intersezioni fra persona, contesto sociale e dimensione progettuale. Nel contributo verranno a tale proposito brevemente discussi alcuni casi in cui il ritiro appare come una modalità relazionale e di costruzione dell’identità oggi sempre più presente.The adolescental passage must face new dilemmas in our time: on the one hand, young people have the full availability of their creative resources to be used for self-realization; on the other hand, they seem to be immersed in a widespread sense of uselessness, of sadness, of indifference, of a planning void, of ineducability, of withdrawal into themselves, of narcissistic solipsism. These trends are to be correlated with the growth of technical and competitive organization in our societies: the obedience to automatisms exasperates, and at the same time, divest project planning, producing not only hypercompeti-tiveness, but also renunciation to compete; interfering with that opening, even dreamy and utopian, towards a better future that represents the true driving force of the young person in the direction of adult life. The counseling center offers itself as a listening center which, through team work, tries to provide not only a technical listening, but also anthropologically careful to the intersec-tions between person, social context and planning dimension. In this regard, some cases will be briefly discussed in this paper, in which the withdrawal into themselves appears a relational and an identity construction modality to-day’s increasingly present
L’accettazione del limite e del dolore come condizione per apprendere dall’esperienza in Dewey e Bion
In questo contributo si evidenzierà la prospettiva che vede la metabolizzazione della sofferenza come l’itinerario che ci porta a diventare pienamente umani. A tale scopo, si prenderanno in esame alcuni lavori di J. Dewey e di W. R. Bion, sottolineando come per entrambi gli Autori, pur nella grande distanza storico-culturale che li separa, il dolore sia una condizione ineliminabile dell’esperienza. Per Dewey non vi può essere esperienza senza un momento di sofferenza e di passività. Per Bion, la metabolizzazione del dolore è la condizione per il «pensare», considerato come funzione mentale. Rifacendosi a Keats, entrambi elogiano l’importanza di praticare la «capacità negativa», che consiste nel non saturare l’esperienza con un eccesso di ragionamento. Tale atteggiamento mentale è di fondamentale importanza per non sovrapporre all’esperienza valori e fini estrinseci diventando incapaci di coglierne le evoluzioni intrinseche. Sono queste ultime che ci possono permettere di avere fiducia nella vita nonostante il problema del dolore e del male. Verrà evidenziato come un tale assetto mentale insaturo sia molto importante in ambito educativo per permettere di sviluppare un’autentica capacità di pensare.This paper will highlight the perspective that sees the metabolization of suffering as the itinerary that leads us to become fully human. To this end, some works by J. Dewey and W. R. Bion will be examined, pointing out how, for both Authors, despite the great historical-cultural distance that separates them, pain is an unavoidable condition of experience. For Dewey there can be no experience without a moment of suffering and passivity. For Bion, the metabolization of pain is the condition for «thinking», considered as a mental function. Referring to Keats, both praise the importance of practicing the «negative capability», which consists in not saturating the experience with an excess of reasoning. This mental attitude is of fundamental importance in order not to superimpose extrinsic values and ends on experience, becoming unable to grasp its intrinsic evolutions. These are the ones that can allow us to trust in life despite the problem of pain and evil. It will be shown that such an unsaturated mental arrangement is very important in the educational field to allow for the development of an authentic ability to think
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