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Language and schizophrenia: a common origin?
Today, the latest hypothesis, formulated by Timothy J. Crow, of the Department of Psychiatry of Oxford University, claims that language has a common origin with schizophrenia. This hypothesis deserves attention, even if it is presented by its author with inconclusive and easily debatable arguments, as rightly pointed out by Michael C. Corballis, who is, in turn, author of the gestural theory of the origin of language. Although the two hypothesis are contradictory, there is nevertheless, a relationship between them so close that we can assume a third integrative position. The advantage of an integrated theory would be considerable, because language, in its passage from gesture to the word, would be characterized as the main thrust of the human body towards the achievement of a coherant plan of humanity and it would ensure a better understanding of the schizophrenic pathology, regarded as a regression of the human being to a condition of lack of development, in which the word is meaningless.
It may seem strange, but if the hypothesis of Crow would be confirmed by more sophisticated and refined empirical research, a better knowledge of the origin of schizophrenia would be more decisive for its identification and, as such, for its therapeutic treatment. In fact, if the schizophrenic pathology has a mental nature, its expression is indeed material and it is percieved by individuals as a linguistic disorder. Thus, working on the language of the schizophrenic patient, it could represent a significant step in the identification of a system of care for the schizophrenic pathology; and it could be developed in a series of indications, as the beginning of a system of treatment and certainly useful care, to try out in the development of specific protocols for the treatment of the syndrome. This could, in fact, ensure that the reconstruction of mental coherence, the same order that is lacking in a schizophrenic subject, and which expects to be rebuilt in order to give way to a new life project
La comunicazione difficile. Psicopatologie del linguaggio e della comunicazione
La Scuola, Bresci
Pititto Rocco, Linguaggio ed esperienza religiosa. Préface de Pietro Prini, 1980
Barbotin Edmond. Pititto Rocco, Linguaggio ed esperienza religiosa. Préface de Pietro Prini, 1980. In: Revue des Sciences Religieuses, tome 59, fascicule 1, 1985. p. 75
Pensare, parlare, fare.Una introduzione alla filosofia del linguaggio
Il linguaggio è più che uno strumento ed è più che una creazione. Soltanto l’uomo, dotato del pensiero e del linguaggio, fa parte del mondo e lo possiede. È attraverso questo dono, la risorsa che lo caratterizza in via esclusiva come essere umano, che l’uomo possiede il mondo, come la sua dimora più originaria, creandolo e ricreandolo e rinnovandolo di continuo. Legato alla coscienza nascente dell’essere dell’uomo, il linguaggio è la radice stessa dell’umanità. Come tale costituisce la dimensione più generale dell’uomo e rappresenta in un certo qual modo la sua casa, la sua dimora più originaria, la “nicchia cognitiva”, partendo dalla quale egli ha iniziato la sua avventura nel mondo. Le parole sono come la trama di cui è intessuta tutta l’esistenza umana.
È per questo che lo studio dell’uomo e della società presuppone lo studio del linguaggio, inteso come insieme organizzato di simboli e di significati, articolazione verbale del pensiero, mezzo di conoscenza e strumento di comunicazione, memoria dell’uomo e della società. Nel momento in cui l’individuo umano non aderisce più immediatamente al suo ambiente naturale, ma trascende la natura e il mondo degli oggetti si dà il linguaggio, che diventa il “luogo” della coscienza nascente dell’uomo. È per suo tramite che nascono e si sviluppano la persona umana e la società.
Il linguaggio, come atto specifi¬co dell’essere dell’uomo, è il motivo dominante di questa indagine. Al fenomeno del linguaggio si riconduce la dimensione più generale dell’essere dell’uomo, la sua individualità e la sua socialità, il suo svi¬luppo mentale e l’affermarsi di una più matura personalità. Lo sfondo nel quale si colloca la trama del discorso è una antropologia linguistica. Ma il discorso sarebbe incompleto se non si indicasse anche una prospettiva. Rapportare il linguaggio alla formazione dell’uomo è la prospettiva indicata. La formazione, se deve riguardare l’uomo nella sua generalità, non può non porsi il problema dell’educazione al linguaggio. La richiesta sottesa è di liberare il linguaggio dell’uomo da un uso inconsapevole, impreciso e acritico aprendolo sul versante dell’individualità di ciascuno dove si situa il piano della parola. Solo il possesso della parola “vera” rende l’uomo essere libero e responsabile, costruttore del suo destino e in dialogo con gli altri
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