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Lungo l'Appia
Il poster presenta il volume "Lungo l'Appia. Scritti su Capua Antica e dintorni", a cura di M.L. CHIRICO, R. CIOFFI, S. QUILICI GIGLI, G. PIGNATELLI SPINAZZOLA, Napoli, Giannini, 2009, ISBN: 13-978-88-731482-9
I Carafa di Roccella. Storia, architettura e arte di una famiglia feudale tra Napoli, la Calabria e Malta - Introduzione
Introduzione agli Atti del Convegno Internazionale di Studi (Santa Maria Capua Vetere, 15-16 giugno 2022) a cura di M.G. Pezone, G. Pignatelli Spinazzola, G. Sodan
Territorio, fortificazioni, città
Il poster presenta il volume "Territorio, fortificazioni, città. Difese del regno di Napoli e della sua capitale in età borbonica", a cura di G. Amirante, M.R. Pessolano. Napoli, ESI, ISBN: 978-88-4951-526-8, esito del MIUR PRIN 2004, unità locale di ricerca "Fortificazioni ‘alla moderna’ nel Regno di Napoli tra realizzazioni, adeguamenti, dismissioni e reintegri", responsabile G. Amirante. Progetto nazionale "L’architetto e l’ingegnere. Professione, formazione, cantieri nell’architettura militare dal ‘500 italiano nel contesto europeo", coordinatore prof.ssa M. Viglino
Nouvelle Maniere Suisse de Fortifier les Places. Jean Antoine d’Herbort e la difesa di Capua (1730-1734)
Nel saggio sono analizzate le difese predisposte nella piazzaforte di Capua durante l'occupazione austriaca (1707-1734). Le cosiddette ‘opere esterne’ alla cinta muraria cinquecentesca, completate entro il 1720 con il determinante contributo dell’ingegnere napoletano Filippo Marinelli, riprendono in particolare quanto già felicemente applicato dal maresciallo Vauban alla fine degli anni Sessanta del secolo precedente nella piazza di Neuf-Brisach, codificato in seguito come ‘primo sistema di fortificazione’ ma faticosamente recepito dai tecnici militari di area italiana. I quattro rivellini esterni ai bastioni meridionali saranno poi integrati, nell’ultimo lustro di occupazione, da cinque possenti “frecce” di forma fortemente allungata, ognuna collegata con le retrostanti opere attraverso un passaggio coperto intervallato da una coppia di piazze d’armi, un innovativo sistema ideato da Jean Antoine d'Herbort, ingegnere militare elvetico di grande esperienza nominato nel 1730 supervisore delle fortificazioni del regno di Napoli per assumere, l’anno seguente, la prestigiosa carica di Capitano della piazza di Capua. Nonostante la riduzione del progetto iniziale, questa tipologia di fortificazioni verrà codificata dallo stesso d’Herbort nel suo celebre trattato “Nouvelle Maniere Suisse de Fortifier les Places”, redatto in gran parte durante la sua permanenza napoletana e pubblicato ad Augusta alla fine del 1734. Sebbene egli non faccia mai esplicito riferimento alla città campana, il confronto tra le tavole allegate alla quarta parte del trattato (interamente dedicata alle fortificazioni irregolari) e i grafici in gran parte autografi conservati a Vienna e a Napoli, permette di ricostruire l’iter progettuale ed esecutivo di quanto da lui realizzato nella principale piazzaforte del regno, offrendo così un’ulteriore e originale chiave di lettura allo studio delle difese capuane predisposte agli inizi del Settecento
Si vis pacem, para bellum. La memoria delle armi
Il volume ha preso forma nel 2015, in occasione del primo centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra. La nota parafrasi del principio enunciato da Publio Flavio Vegezio Renato (ma anche da autori precedenti, come Platone) molto probabilmente agli inizi del V secolo, «ergo qui desiderat pacem, praeparet bellum» (Epitoma rei militaris, III, prologo) è parsa adatta a indicare in questa sede l’attività bellica (o, meglio, la sua predisposizione) solo come un deterrente rispetto a minacce di conquista: e ciò nel tentativo di attenuare, per quanto possibile, il valore negativo di una pratica fra le meno commendevoli per i suoi contenuti di sopraffazione e di violenza funzionali al conseguimento di scopi economici e politici. Grazie alla disponibilità di tanti colleghi del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, il tema della guerra viene affrontato da punti di vista diversi: quelli dell’archeologo, dello storico dell’arte, dello storico e del letterat
Una passeggiata ottocentesca nei luoghi dell’Università della Campania
“Impressioni e rimembranze in vari luoghi della Campagna Felice”, di Cesare Malpica, è il racconto di un breve e intenso viaggio in Terra di Lavoro attraverso quegli stessi luoghi che ospiteranno, oltre un secolo e mezzo più tardi, le diverse sedi dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’. Il resoconto è stato pubblicato tra il 1837 e il 1838 sulle pagine del Poliorama Pittoresco, il più importante periodico illustrato napoletano dell'Ottocento, e poi, nel 1839, in un unico volume. Dopo aver lasciato Napoli dal largo delle Pigne, poco lontano dalla collina di Caponapoli, in appena due giorni l’autore visiterà le città di Aversa, Capua, Santa Maria Capua Vetere e Caserta insieme all’amico Nicola Nicolini, presidente della Corte di Cassazione del Regno, e di un ignoto artista che illustrerà per i lettori del periodico napoletano gli scorci più pittoreschi e i monumenti più rappresentativi di quella parte di Terra di Lavoro
Capua, città dei militari
La nuova città di Capua fu fondata nell'856 dal conte longobardo Landrone in luogo dell’antico porto della Capua romana, occupando progressivamente un’ansa del fiume Volturno in grado di garantire una sufficiente difesa dalle stesse incursioni vandaliche che avevano portato all’abbandono della vecchia città. Per la sua posizione strategica, a cavallo della via Appia lungo il confine settentrionale del regno di Napoli, la città avrebbe assunto nel tempo l’aspetto e le funzioni di una vera e propria città-fortezza, definita fin dal XIII secolo ‘clavis regni’ per sottolineare lo stretto legame fra struttura urbana ed esigenze difensive. In un continuo e frenetico miglioramento delle mura, del castello e delle numerose attrezzature belliche dislocate in tutto il centro urbano, questa condizione influenzerà fino alla fine del XIX secolo lo sviluppo - non solo fisico - della città, letteralmente costretta all’interno delle mura cinquecentesche e assoggettata a vincoli sempre più pesanti sino alla definitiva dismissione, nel corso del secolo scorso, delle molte caserme, degli ospedali, dei depositi e di ogni altro edificio militare
Dipartimento di Giurisprudenza. Il palazzo della Mensa arcivescovile di Santa Maria Capua Vetere
Con l’ausilio di fonti documentarie in gran parte inedite, il contributo getta luce sull’origine e sulla ricostruzione seicentesca del palazzo arcivescovile di Santa Maria Capua Vetere, fino ad oggi erroneamente attribuita alla sola iniziativa dei cardinali Camillo e Giovanni Antonio Melzi. Sino alla soppressione agli inizi del XIX secolo, le vicende dell’edificio si intrecceranno indissolubilmente con quelle dell’adiacente basilica di Santa Maria Maggiore, eretta nel 432 e divenuta episcopio nell’841. Anche dopo il trasferimento del vescovato nella nuova Capua, la sede sammaritana avrebbe infatti conservato il prestigioso status proprio grazie al palazzo edificato nel 949 dal rettore benedettino Leone alla destra dell’atrio d’ingresso alla chiesa. Ristrutturato nel 1370 dal vescovo Stefano, l’edificio avrebbe progressivamente assunto l’aspetto e le funzioni di residenza fortificata, e definitivamente demolito agli inizi del XVI secolo in occasione del prolungamento delle navate della cattedrale promosso da Roberto Bellarmino; ricostruito tra il 1627 e il 1633 dal vescovo Girolamo Costanzo, solo successivamente fu ampliato dai Melzi con l’aggiunta di un più comodo appartamento, di un’elegante cappella e di un piccolo giardino. Confiscato durante l’occupazione francese, dal 1809 il palazzo divenne sede delle Corti della neonata Provincia di Terra di Lavoro, e oggetto durante tutto il XIX secolo di una lunga serie di accomodi e ampliamenti che portò alla scomparsa degli ambienti originari. Il disegno delle facciate, la nuova ala posteriore e l'attuale organizzazione interna devono essere invece ascritti ai lavori eseguiti tra il 1925 e il 1940; dal 1992 il palazzo ospita il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università degli Studi della Campania 'Luigi Vanvitelli'
Il palazzo Carafa di Roccella a Chiaia tra rifunzionalizzazioni, ampliamenti e trasformazioni urbane
Università degli Studi della Campania 'Luigi Vanvitelli'
Nel novembre del 2016 la Seconda Università degli Studi di Napoli – identificata dalla fondazione solo da un numero d’ordine, anche se associato al bell’acronimo SUN – ha assunto la nuova denominazione di Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, titolo che ne qualifica inequivocabilmente la missione nel territorio di appartenenza, la Campania Felix. Pubblicato in questa occasione, il volume vuole raccontare la storia dell’Ateneo attraverso il contributo dei propri docenti e ricercatori, articolandosi in più sezioni: la prima parte, introdotta dal profilo dell’architetto che ha legato il suo nome alla reggia di Caserta e al quale è stato intitolata l'Università, è dedicata alla storia del territorio sul quale si articolano le diverse sedi universitarie, alla genesi della prima Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli - che ha rappresentato il nucleo fondante dell’intero Ateneo -, al sistema museale ricco di raccolte storiche e di nuove collezioni d’arte, alle molte biblioteche. Nella seconda parte sono invece raccontati gli spazi della ricerca e della didattica diffusi tra Napoli, Caserta, Aversa, Santa Maria Capua Vetere e Capua, luoghi carichi di storia e spesso di grande pregio riportati al loro originario splendore grazie ad accurati interventi di restauro; la terza parte è infine riservata agli spazi della rappresentanza, tra i quali la seicentesca chiesa napoletana della Croce di Lucca e la nuova sede del Rettorato di Caserta
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