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The albergo diffuso: an innovative model for tourism development and territorial enhancement
The albergo diffuso (dispersed hotel) is a model that has been recently developed. In summary, this is a model for local tourism development that allows guests to experience an
historic, usually urban, setting. Accommodation is provided in houses and rooms located a short distance away from the core of the hotel itself, the building in which reception, the
bar/restaurant area, and the common spaces and services are located.
The increasing spread of this model is mainly due to the responsiveness of part of the tourism market to ideas of sustainability and environmental friendliness. The model is compatible with
the goal of enabling the continuation of economic development, which has not always been respectful of environmental values. It is believed that the very nature of this type of
accommodation, thinking in terms of a large and flexible version of the model, may be particularly suitable for a local development plan. It can reduce the environmental impact in
settings that have been already adversely affected by previous economic growth strategies that have turned out to be disrespectful of their surroundings.
The paper, based on a study of the experiences of some examples being implemented in Europe, will develop some considerations in respect of the area where the conference will
take place. It will also take account of the fact that the tourism sector is one of the most important sectors of the Montenegrin economy and that, in particular, the Kotor Bay area
includes 70% of the nation's artistic heritage
Giulio Brunetta. Frammenti di architettura
Lo scritto riprende la comunicazione effettuata in occasione della inaugurazione della mostra "La biblioteca di Giulio Brunetta ingegnere bibliofilo (1906-1978)" allestita a Palazzo Zuckermann, Padova, dal 14 al 22 aprile 2012. Attraverso lo studio di opere esemplari sono approfonditi alcuni caratteri dell’architettura di Brunetta, che fu professore di Architettura tecnica presso l’Istituto di Architettura e Urbanistica dell’Università di Padova, e in particolare la risposta al contesto che rivela il costante atteggiamento pragmatico nell’approccio al progetto. Anche se non sempre il suo intervento ha risposto con la necessaria delicatezza alle preesistenze monumentali con cui si è misurato, rimane, la sua, una lezione di straordinaria e positiva operosità fondata su una salda matrice tecnica e su una profonda conoscenza dei materiali costruttivi. Non c’è desiderio di stupire nell’architettura cui dà forma, ma fede nella capacità di dare concreta risposta alle esigenze della società attraverso l’adeguamento continuo delle strutture urbane ed edilizie. Anche per questo i suoi edifici si inseriscono nel contesto così bene da non attirare infine l’attenzione
Giorgio Wenter Marini a Padova negli anni trenta
Lo scritto è dedicato agli anni in cui Giorgio Wenter Marini insegna alla Scuola d’Arte Industriale Selvatico di Padova, dal 1934 al 1938. Si sofferma in particolare sulla attività didattica dell’architetto trentino e sul suo progetto di concorso per la casa della donna fascista in via Principessa di Piemonte, nel nuovo quartiere centrale che sta sorgendo intorno a piazza Spalato nel capoluogo patavino, progetto formulato in diverse versioni di ispirazione razionalista. Wenter Marini in questo periodo intensifica il rapporto di amicizia e collaborazione con Francesco Bonfanti, bassanese di adozione e in contatto con Gio Ponti che è più volte a Padova per le vicende connesse al Liviano e alla trasformazione della sede centrale dell’università. Il progetto per la città sociale di Valdagno, elaborato nel 1936 per le industrie tessili di Gaetano Marzotto, costituisce un’occasione di confronto e lavoro comune per i tre architetti
Mario de' Stefani (1901-1969). Architettura tra Venezia e l'Adige
L’attività di Mario de’ Stefani si svolge nel Veneto meridionale, tra Venezia, Padova, Rovigo e Verona, concentrandosi in particolare sui luoghi dell’Adige, a Legnago e Badia Polesine. Costituisce un aspetto caratteristico del suo lavoro di architetto la collaborazione con alcuni dei principali ingegneri dell’area, quali Aldo Chieregato, Ettore Munaron, Cesare Cavallini, Giuseppe Bettio. Ma il vero tema oggetto di studio non è tanto la figura del pro-gettista, con i suoi disegni e i colleghi, ma la città, qualunque essa sia, nei differenti edifici che concorrono alla sua forma. E quanto è rimasto del forte valore di identità delle gran-diose opere pubbliche innalzate a rappresentare lo Stato fin nei paesi più sperduti della pianura veneta
The new site of the Geosciences Department of the University of Padua
L’articolo presenta sulla rivista "Urban Design" la nuova sede del Polo di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Padova, edificata in un luogo di particolare pregio sotto il profilo storico e monumentale, dominato dalla presenza delle mura cinquecentesche della città, dal canale Piovego con i resti del suo antico porto fluviale e dalla porta Ognissanti. Il progetto di Camillo Bianchi (capogruppo), Giorgio Garau e Ernesto Trapanese tiene conto della complessità del sito, nell’ambito dell’antico rione popolare del Portello la cui conversione in area universitaria delinea per ora una realtà ancora di non facile interpretazione
Amleto Sartori e Quirino De Giorgio
L'articolo considera il contributo che lo scultore padovano Amleto Sartori (1915-62), destinato a diventare uno dei maggiori artisti a livello internazionale nel campo del disegno e della modellazione della maschera della Commedia dell’Arte, fornisce alla definizione delle scenografiche architetture di Quirino De Giorgio tra la fine degli anni trenta e il dopoguerra. Sono considerati in particolare i graffiti che ancora decorano il soffitto del foyer del cinema Altino a Padova.
Lo scritto si colloca nel più vasto ambito della ricerca sulla reciproca integrazione delle arti visive
Materia e ascetismo. Tre generazioni nell'area dei Grigioni
L’articolo considera le tre generazioni di architetti del cantone svizzero dei Grigioni che esprimono una produzione riconducibile all’ascetismo minimalista. Si tratta di una scuola impropria che ha in Peter Zumthor il riferimento anziano, in Gion Caminada, Valentin Bearth & Andrea Deplazes, Jürg Conzett e Valerio Olgiati - nati tra la metà degli anni cinquanta e il 1960 - i più noti rappresentanti della generazione di mezzo, in Corinna Menn, Stephan Kurath con Ivano Iseppi, Marisa Feuerstein i più noti architetti di giovane età. Tutti operano prevalentemente nel loro territorio, intorno al capoluogo Chur.
Gli architetti dei Grigioni promuovo un’estetica che da un lato comunica la semplicità e l’onestà della struttura e dei materiali e ha radici nel pensiero delle post-avanguardie, dall’altro ricerca la purezza della forma. Sensibili alla tradizione e consapevoli della responsabilità sociale dell’architettura, cercano un sincero confronto con la realtà secondo un’etica del progetto che ha sempre un fine culturale. Esprimono in definitiva un’architettura che non intende stupire, discreta e senza novità, irritata di fronte all’invadenza, che mostrando come materiali e funzionamento delle parti convergono nella forma svolge il proprio ruolo sociale di far crescere la consapevolezza dell’ambiente
Classicismo e modernità. Claude-Nicolas Ledoux, Karl Friedrich Schinkel
Ledoux e Schinkel sono qui intesi come grandi costruttori, aventi come fine del proprio lavoro l’opera in se stessa, nella sua necessità. L’opera architettonica, appunto, è in queste pagine alla base dell’esposizione: in quanto attendibile custode del sapere, costituisce il centro di ogni conoscenza.
La contrapposizione alla tradizione e l’atteggiamento di rottura rispetto al passato costituiscono fondamentali componenti dell’auto-rappresentazione della Modernità. Questi aspetti, tuttavia, ne sostanziano in modo parziale la poetica, dimostrando valore limitato nella capacità di delineare proiezioni nel futuro, mentre l’influenza esercitata dagli scritti e dalle opere dei maestri del Classicismo ha concorso al permanere della forme classiche in architettura anche negli anni delle avanguardie del Novecento e al loro intrecciarsi in un rapporto profondo e proficuo con le opposte istanze di rottura e di rifondazione.
Nella convinzione che tra passato e futuro continui a svilupparsi un dialogo, l’architettura di Claude-Nicolas Ledoux e Karl Friedrich Schinkel è considerata nel volume come costante presenza che accompagna l’affermarsi della Modernità, dissimulata ma ricca particolarmente ai nostri giorni di suggerimenti in prospettiva
L'opera di Quirino De Giorgio (1937-40). Architettura e classicismo nell'Italia dell'impero
Il volume è incentrato sui progetti di architettura che Quirino De Giorgio (1907-1997) elabora negli anni compresi tra il 1937 e il 1940, quando, dopo la guerra d’Etiopia, è responsabile a Padova dell’edilizia del partito nazionale fascista. In accordo con lo spirito che aveva generato le condizioni per la nascita dei totalitarismi italiano e tedesco, il classicismo e la mediterraneità degli edifici progettati dall’architetto negli anni dell’impero sono intensamente permeati di romanticismo, ed espressi con evidenti connotazioni fiabesche che tradiscono una visione fortemente idealizzata del fascismo. L’impegno febbrile con cui De Giorgio svolge in pochi anni la rilevante attività professionale documentata in questo volume, la sua ammirazione per l’arte del costruire anonima dei capomastri, la cura scrupolosa con cui delega alle fotografie di cantiere la propria immagine di architetto, e la scelta di eseguire le proprie opere secondo l’esasperata, estraniante monocromia conseguente all’adozione di un unico materiale di finitura lasciano intravedere un autocoinvolgimento romantico privo di condizioni, che dà luogo al periodo di maggior libertà creativa di una pur molto più lunga vita professionale. Grazie alla protezione del federale Umberto Lovo, e dello stesso segretario del Pnf Achille Starace, De Giorgio si astrae dalle contingenze comuni alle consuetudini e all’economia della provincia italiana per elaborare progetti fantastici, evocativi di un mondo ideale. Ma questa stagione avrà breve durata: l’irrealtà della propria architettura significherà per lui il porsi, senza rendersene conto, come una aberrazione nella macchina tecnico-burocratica del partito, e la conseguente epurazione
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