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    Se la Turchia presidia la rotta balcanica

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    Nei giorni drammatici che vedono chiudersi una dopo l’altra le frontiere dell’area Schengen, l’ultima dichiarazione dei capi di stato e di governo sulla questione immigrazione sembra marcare definitivamente il punto di non ritorno per la politica migratoria europea. La crisi umanitaria che dall’estate del 2015 ha messo in ginocchio, con un effetto domino incontrollato, prima le Repubbliche balcaniche e poi i paesi del Nord europeo, dallo scorso 18 marzo, ha oggettivamente virato verso la più dubbia delle soluzioni

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    Braccio di ferro italiano sull’accordo Ue-Turchia

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    Nei giorni in cui in Grecia centinaia di migranti fuggiti da Siria, Iraq e Afghanistan protestavano contro la barriera di sicurezza innalzata lungo il confine con la Turchia, chiedendo canali di accesso protetto in Europa e brandendo la fotografia di Aylan Kurdi, il bimbo siriano annegato nell’Egeo diventato simbolo dell’esodo forzato che sta destabilizzando l’Europa, il 25 gennaio Ankara e Bruxelles si sono fronteggiate per la seconda volta sul Piano d’azione Comune EU Turchia. Sul tavolo lo sblocco dei tre miliardi di euro promessi alla Turchia, lo scorso 15 ottobre, dal Presidente della Commissione Jean Claude Juncker, in cambio di un rafforzamento dei controlli frontalieri volti ad arginare i flussi di migranti irregolari verso l’Europa. Programma lungi dal decollare, visto che ad oggi nessuna alternativa è stata offerta ai migranti forzati che in massa stanno abbandonando le aree di guerra, rischiando la vita nelle acque del Mar Egeo
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