1,721,016 research outputs found
Morfologia dello spazio coraco-omerale.
Sono stati condotti degli studi anatomici morfometrici del processo
coracoideo e dello spazio coraco-omerale su 204 scapole secche.
Non abbiamo riscontrato correlazioni statisticamente significative tra la
lunghezza e lo spessore del processo coracoideo, la distanza tra la
coracoide e la glena scapolare, l’inclinazione della coracoide e la
posizione dell'apice della coracoide rispetto al punto più alto della
glenoide. Inoltre, non sono state trovate correlazioni tra queste
caratteristiche e le dimensioni dell'intera scapola.
Sono state identificate tre configurazioni dello spazio coraco-glenoideo.
II Tipo I e stato riscontrato nel 45% delle scapole, mentre il Tipo II e III
erano rappresentati, rispettivamente, nel 34% e 21% dei casi.
La minore distanza tra coracoide e glena e stata riscontrata nella
configurazione di Tipo L Le caratteristiche morfometriche che potevano
predisporre ad un attrito sottoacromiale sono state trovate nel 4% delle
scapole di Tipo 1.
Sono state eseguite scansioni TC di 9 scapole per ogni tipo di
configurazione, per un totale di 27 scapole. E' emerso che la
configurazione di Tipo I presentava bassi valori di angolo coraco-glenoideb e di sovrapposizione della coracoide, caratteristiche note per
essere associate ad una ridotta distanza coraco-omerale.
I soggetti con una configurazione scapolare di Tipo I ed un marcato
restringimento dello spazio tra coracoide e glena sembrano essere
predisposti ad un attrito coraco-omerale. Queste caratteristiche
morfometriche possono essere facilmente valutate con una TC
Il contributo italiano alla chirurgia del polso e della mano. Overview
La chirurgia della mano, come specialità, è nata negli USA nel primo
dopoguerra (anni 1940-1950) per merito di un uomo: Sterling
Bunnell (1882-1957). Egli, durante la sua esperienza nel trattamento
dei feriti di guerra, aveva notato quanto fossero più gravi
i postumi permanenti di ferite dell’arto superiore e della mano
rispetto a quelli relativi all’arto inferiore. Da questa constatazione
statistica e medico-legale, egli trasse la forza e la decisione di studiare
i processi riparativi delle lesioni della mano, ne individuò le
leggi basilari e mise a punto la tecniche chirurgiche. A lui si deve
la definizione di “tecnica atraumatica”.
Bunnell ebbe numerosi allievi, sia negli USA che in Europa, e
da essi, che possiamo definire la prima generazione di chirurghi
della mano, la specialità si è consolidata e affermata nei maggiori
Centri Ospedalieri e Universitari. Negli USA ricordiamo Littler a
New York, Boyes, autore del primo trattato organico della nuova
specialità “Bunnell’s surgery of the hand”, a Los Angeles, Wilson
a S.Diego, Swanson a Grand Rapids in Michigan. In Europa
allievi di Bunnell sono stati Verdan a Losanna, Tubiana a Parigi,
Pulvertaft a Londra, Jorg Boeler in Austria. Essi sono la cosiddetta
“seconda generazione” di chirurghi della mano, tra i quali rientrano
anche i fondatori dei centri di chirurgia della mano in Italia.
In Italia, negli anni ’60, nascono e si consolidano in Ospedali e
Università di diverse città reparti dedicati esclusivamente alla
chirurgia della mano. Sono prevalentemente di derivazione ortopedica,
ma anche plastica e di chirurgia generale, esattamente come
era accaduto negli USA. Sul piano scientifico, viene fondata nel
1964 a Firenze la Società Italiana di Chirurgia della Mano, sponsorizzata
da Maestri della Ortopedia: Scaglietti, Bonola, Mancini. Ma
l’affermarsi anche in Italia della chirurgia della mano come superspecialità
autonoma è dovuta soprattutto all’impegno e alla costanza
di quei chirurghi di “2° generazione”, che recandosi all’estero dagli
allievi di Bunnell apprendono da loro le basi teoriche e le tecniche
specifiche, le importano in Patria e iniziano ad applicarle nei loro
Ospedali-Università, ottenendo prima un riconoscimento dai malati
poi, faticosamente, dalle Amministrazioni. Vengono così fondate
sezioni aggregate, poi autonome, e infine primariati e cattedre. Nel
corso di 30 anni si copre tutto il territorio nazionale italiano, a partire
dai Centri più importanti, elencando dal Nord al Sud: Torino,
Milano, Brescia, Legnano, Padova, Pordenone, Modena, Firenze,
Savona, Roma, Napoli, Palermo. Oggi i “chirurghi della mano di
2° generazione” sono stati tutti, o quasi, sostituiti dai loro allievi o
collaboratori più giovani (la 3° generazione!) che si sono ulteriormente
moltiplicati, garantendo la presenza del chirurgo della mano anche in molte città e ospedali di media grandezza. Oggigiorno,
le tecniche specifiche della Chirurgia della Mano sono patrimonio
consolidato non solo dei cultori esclusivi della specialità ma, attraverso
le Riviste, i Congressi ed i numerosi Corsi di aggiornamento,
anche di molti ortopedici e chirurghi plastici non totalmente dediti
a questo tipo di chirurgia. È in questo contesto culturale che maturano
e si affermano i contributi originali italiani alle ricerche e alle
tecniche della Chirurgia della Mano.
Descriveremo brevemente questi contributi, ricordandoli sulla base
della memoria e del vissuto personale, con l’intento di tracciare
un quadro generale, senza voler attribuire priorità di tempo né di
valore scientifico, e con la consapevolezza di trascurarne molti
altri altrettanto validi per voler rimanere nei tempi e nello spirito
dell’incarico avuto.
Una ulteriore indicazione limitativa impostaci dagli Organizzatori
del Congresso, è quella di citare solo i contributi italiani consolidati
dalla diffusa accettazione da parte della comunità scientifica
internazionale
Distraction arthroplasty of the trapeziometacarpal joint
Trapeziometacarpal distraction arthroplasty is a surgical technique for the treatment of trapeziometacarpal arthrosis. It consists of distracting the first metacarpal and then anchoring it in suspension to the second metacarpal by means of a tendon graft. Both a reduction of the subluxation of the base of the first metacarpal and an opening or distraction of the trapeziometacarpal joint, with a clear decrease in the forces of attrition on its joint surfaces, are thereby obtained. Compared with the traditional techniques of arthroplasty, this technique avoids trapeziectomy; it is therefore less destructive and is quicker and easier to carry out. It appears to be equally effective regarding pain, correcting the deformity, and recovering grip strength
Frattura della glenoide con o senza lussazione scapolo omerale. Trattamento conservativo.
I dati relativi alla percentuale di risultati soddisfacenti nei pazienti con frattura della
glenoide trattata conservativamente sono contrastanti. In tre studi retrospettivi, il 79% (Hardegger et
al. 1984), 90% (Goss, 1992) e 93% (Zdravkrovic e Damholt, 1974) dei pazienti hanno riportato un
risultato soddisfacente con il trattamento incruento. D'altro canto, tali percentuali sono simili (82%)
a quelle ottenute da Mayo et al. (1998) con il trattamento chirurgico. In uno solo di questi studi
(Goss, 1992) i risultati sono stati analizzati utilizzando la classificazione di Ideberg (1984) che e
quella comunemente impiegata dalla SECEC. Tuttavia in questo studio non sono stati descritti i
criteri di valutazione clinica adottati. A tutt'oggi, inoltre, permangono divergenze di opinione sulle
cause responsabili dei risultati insoddisfacenti. Infatti, in due studi retrospettivi, la percentuale di
limitazione funzionale della spalla e stata rispettivamente del 50% (Armstrong e Van der Spuy,
1984) e 100% (Zdravkovic e Damholt, 1974), mentre quella del dolore persistente e stata del 50%
(Armstrong e Van der Spuy, 1984) e 33% (Zdravkovic e Damholt, 1974),
In questo studio e stata valutata la funzionalità della spalla dei pazienti con frattura di glena
con e senza lussazione scapolo-omerale trattata conservativamente e analizzato i fattori clinici e
radiografici che condizionano il risultato
Studio morfologico del tessuto riparativo precoce umano nelle fratture diafisarie.
II processo riparativo delle fratture diafisarie e stato
largamente investigato negli animali, ma estremamente
scarse sono le informazioni nell’uomo. Noi abbiamo analizzato, in pazienti con fratture diafisarie, le caratteristiche
morfologiche del callo midollare e periostale nelle prime
fasi del processo riparativo. I campioni sono stati prelevati da 22 pazienti di età compresa tra 20 e 62 anni; sottoposti a riduzione e sintesi a cielo aperto della frattura dopo 2-20 giorni dal trauma. I campioni sono stati prelevati
ad una distanza di 2-6 cm. dalla rima di frattura e sono
stati trattati per gli esami istologici, istochimici ed ultrastrutturali.
Nei primi 3 giorni dal trauma lo spazio interframmentario era colmato da un coagulo. Da 3 a 6 giorni il coagulo
era invaso da numerose cellule mesenchimali, probabilmente originanti da cellule midollari o da cellule endoteliali di vasi neoformati. Non sono state osservate cellule cartilaginee fino a 14 giorni dal trauma. Dal 6° giorno il periostio appare ispessito a motivo della marcata proliferazione
di cellule simil-fibroblastiche. Da 6 a 8 giorni, aree di ossificazione membranose erano visibili nel periostio situato
vicino alia rima di frattura
Risultati clinici a distanza dall’intervento di riparazione chirurgica della cuffia dei rotatori.
Studio istologico ed ultrastrutturale dei legamenti gialli nelle ernie discali e nelle stenosi lombari.
I legamenti gialli dei soggetti di controllo erano costituiti di fibre elastiche di notevole spessore, sottili bande
di fibre collagene e pochi fibroblasti di forma allungata. In
prossimità della loro inserzione sulla lamina, i legamenti
presentavano un aspetto fibrocartilagineo, Nei soggetti al
di sopra dei 50 anni, vi era una riduzione della componente
cellulare, mentre erano visibili aree con fibre elastiche scarse e più assottigliate, in presenza di una aumentata concentrazione di fibre collagene. Nei pazienti con ernia discale i legamenti presentavano caratteristiche morfologiche simili a quelle dei pazienti di controllo di pari eta. I
legamenti gialli prelevati dai pazienti con stenosi lombare
presentavano aree di fibrosi nelle quali la componente cellulare era per lo piu rappresentata da fibroblasti in intensa attività sintetica, ed aree di metaplasia condroide. Inoltre sono state frequentemente osservate aree di calcifica-
zione, mentre solo occasionalmente erano visibili fibre elastiche in degenerazione. . .
II nostro studio ha dimostrato che i legamenti gialli,
con I'invecchiamento, vanno incontro a modesta fibrosi e
ad alterazioni condrometaplasiche. Nei pazienti con erni
Acromioclavicular joint cyst associated with rotator cuff tear: A report of three cases
Acromioclavicular joint cyst (AJC) is a rare condition, usually occurring in the presence of a wide communication between glenohumeral and acromioclavicular joints in patients with a massive rotator cuff tear. In the presence of AJC, accurate evaluation of the status of the rotator cuff should always be made. Removal of the cyst only must be avoided because the condition tends to recur if the cuff tear is not repaired. When the tear is so large that it cannot be repaired, excision of the cyst should be associated with a resection of the lateral end of the clavicle
Morphological studies on the early healing process of diaphyseal fractures in humans.
The healing process of diaphyseal fractures have been largely investigated in animals, but
extremely little informations are available for humans. We analyzed in patients with diaphyseal
fractures, the morphological features of the medullary and periostal callus in the early stages of
the repair process.
Specimens were obtained from 15 patients aged 20 to 62 years, who underwent open
internal fixation of the fractures at 2 to 15 days after injury. The samples were taken at the
fractures site at 2 to 6 cm. proximally or distally. There were processed for histological,
histochemical and microscopic examination.
In the first 3 days after injury, the fractures gap was filled by blood clot. At 3 to 6 days, the
clot was invaded by numerous mesechymal cells, probably originating from marrow cells or
marrow endothelial cells of capillary or venous vessels undergone enlargement and
transformation. No chondrocytes were visible even at 15 days from injury. From the 6th day the
periosteum appeared to be thickened due to marked proliferation of fibroblasts like cells. At 6 to
8 days, areas of membranous ossification were visible in the periosteum situated close to the
fracture site. At 10 to 15 days, small visible in the periosteum situated close to the fracture site. At
10 to 15 days, small areas of membranous ossification were also visible far from the fracture site.
Our knowledge of the healing process of a fracture is presently based on experimental
models. We found significant differences in the early stages of healing of diaphyseal fractures
between human and animal specimens. The main difference was the absence of humans of a
cartilaginous callus, which in animals precedes the formation of bone callus
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