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    I rapporti fra il regime comunista albanese e la Santa Sede e la loro influenza sulla politica interna verso la chiesa cattolica

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    Il modello ideale a cui aspiravano i comunisti albanesi era quello suggerito dalla dottrina marxista: un mondo dove gli Stati non servirebbero più perché tra i popoli regnerebbe l’eterna fratellanza universale. Questo modello era realizzabile solo dopo aver eliminato prima il sistema capitalistico e abolito la religione. Essendo il cristianesimo la forma più organizzata di religione il raggiungimento della società comunista implicava la necessità di abolire il cristianesimo. Il regime comunista albanese adottò una strategia articolata in diverse tappe e su diversi piani messa in atto dalla sua istaurazione nel 1944 mirante all’eliminazione della religione. Parallelamente alla politica interna nei confronti della religione si sviluppò una politca estera agressiva contro il Vaticano considerato una potenza anticomunista e reazionaria molto pericolosa per la struttura organizzativa dello Stato albanese. Questo lavoro ha come obiettivo principale la costruzione storica delle relazioni tra l’Albania e la Santa Sede nell’ottica del regime comunista e capire se e in quale modo queste relazioni hanno inciso nel particolare accanimento verso la religione cattolica nell’unico paese al mondo autoproclamato ateo. L’indagine fa luce anche sul periodo anteriore al 1944 -1990, oggetto dell’analisi, in quanto buona parte delle contestazioni al clero cattolico riguardavano la sua attività precedente all’arrivo al potere dei comunisti e la sua collusione con gli occupanti fascisti e nazisti

    The silent friend. Eni and Gaddafi's Libia. An interpretation

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    I rapporti Italo-Libici sono caratterizzati da continuità, soprattutto nel settore degli idrocarburi. nel contesto dei rapporti bilaterali, negli anni 80', la questione delle forniture energetiche acquisisce una importanza centrale, destinata a influenzare il gioco di equilibrio del il governo italiano tra Tripoli e Washingto

    Republican Italy and the Senussi Monarchy (1951-1969)

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    After the diplomatic defeat, which determined the loss of Libya as a colony, in 1949 the new Italian foreign policy turned to a new decolonized approach and pursued new fully democratic and cooperative relations with Tripoli. In Alcide De Gasperi and Carlo Sforza’s view, the turning point with Libya would have provided a premise and a good will evidence also in dealing with the other emerging countries of the Arab world. In other words, if it could work with the former colony, it could also work with the others. From the 1950s, Italy rebuilt its interests and relations with Tripoli, especially in the field of the emerging oil production and relaunching the social relevance of the historical Italian community of Libya, which still represented an advanced part of local society. In this political process, Enrico Mattei, President of Eni, the Italian oil company, played a leading role

    The Silent Friend. Eni and Gaddafi's Libya. An interpretation

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    On 5 May 1971, Moro was in Tripoli to offer Gaddafi a collaboration in crucial economic field, particularly in petrochemical industry, representing a key sector for such country like Libya, that was rich of hydrocarbons and eager to promote new projects of Industrial development. Moro’s visit rep-resented a turning point in bilateral relations. On 25 February 1974, Abd al-Salam Jallud, regime’s number two, signed a bilateral agreement on sci-entific and economic cooperation in Italy. As Italian oil imports reached 30 million tons a year, a plan for new Libyan refineries was approved by the two governments. Eni became a strategic investor in Libya, along with other pri-vate and public Italian companies offering new projects and joint ventures in a country which was short of hospitals, schools, streets and other basic social facilities. Eventually, the Italian foreign policy was largely successful in strengthening economic relations and in stabilizing the Libyan political scenario. It was a case of ‘indispensable cooperation’ because, on the one hand, Italy could not obtain elsewhere the same cheap conditions in pur-chasing energy supplies; on the other hand, Libya could not achieve tech-nological assistance and investments avoiding the risk of neo- colonialism. The only Western oil company was not hurt by Libyan government, so not affected by the nationalizations of hydrocarbons’ assets, was the Italian Eni. Despite the decision of Gaddafi to expulse the Italian community and to expropriate Italian’s propriety there, the 1970s turned to be the golden age of the economic bilateral relations between Italy and Libya. In the per-spective of the USA, the development of economic ties between Italy and Libya was a matter of unfair competition by Italians that were showing a lack of solidarity towards other Western companies engaged in Libya

    Ripensare la transizione postsovietica: l’esperienza storica di Russia e Ucraina tra continuità e cambiamento

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    In questo contributo viene presentata un’analisi di lunga durata sulla storia del processo di formazione dei sistemi politici sorti in Russia e in Ucraina all’indomani del crollo dell’Urss. A più di tre decenni di distanza, si ritiene necessario ragionare sulle principali dinamiche di evoluzione storica dei due paesi postcomunisti, a partire dall’età della perestrojka, per comprendere tanto le sfide comuni quanto la diversità dei percorsi intrapresi dalla Russia e dall’Ucraina postsovietiche: in particolare, la creazione di nuove istituzioni democratiche, l’elaborazione di politiche di nation-building, e il controllo esercitato sulla società civile e sui movimenti di protesta. Attraverso l’analisi dei rispettivi sviluppi in Russia e Ucraina, sarà possibile comprendere i processi di lunga durata (1989-2019) che hanno dato vita agli esiti divergenti della transizione postsovietica, evidenziando diverse accezioni e pratiche di democrazia, che seguono i controversi sviluppi del processo di formazione dei nuovi regimi politici postsovietici

    Il sogno sfuggente della democrazia. L'insurrezione islamista in Mozambico

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    La provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, sta vivendo una situazione di conflitto armato legato all'insurrezione “islamista” lanciata dal gruppo noto come al-Shabaab. Questo testo analizza i temi principali e gli assi più rilevanti di questa grave crisi politica e sociale. Vengono prese in considerazione origini e caratteristiche del gruppo, le modalità con cui si è formato, le principali ragioni alla base del fenomeno, collocandole nel contesto socioeconomico della regione e in rapporto alle complesse dinamiche di costruzione dei processi democratici nel Mozambico contemporaneo

    Da che parte si apre la porta dell’inferno? Democrazia e autoritarismo in Africa sub-sahariana con la pandemia da Covid-19

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    Nonostante dati poco affidabili, le linee di tendenza suggeriscono che l’apocalisse dietro l’angolo che molti commentatori si aspettavano con l’arrivo della pandemia da COVID-19 in Africa non sembra essere avvenuta. Per una miglior comprensione di tale quadro, oltre a far ricorso a fattori demografici e climatici, è necessario analizzare la situazione politica e sociale specifica nei paesi del continente, dove spesso sono state prese misure relativamente tempestive e riattivate strutture e pratiche già in essere da altre e recenti ondate epidemiche, come quelle di Ebola. Tuttavia, quelle stesse misure hanno anche alimentato vari disordini, testimonianza della resilienza delle storiche fratture sociali ed economiche del continente. In particolare, le misure d’emergenza possono essere viste anche come l’ultimo capitolo di pratiche di ‘securitizzazione’ della politica e dello sviluppo che hanno rafforzato le tendenze autoritarie di molti sistemi politici del continente, in un contesto internazionale in cui, tra l’altro, l’appoggio ai processi di democratizzazione è sostanzialmente svanito sull’altare della stabilità politica per gli investimenti. I migliori risultati sembrano però provenire proprio da quei contesti in cui la politica è stata in grado di adottare misure più inclusive delle priorità locali, mentre i pericoli proveniente dalla scarsa attuazione della campagna vaccinale in Africa suggeriscono che la marginalità del continente nelle strutture economiche mondiali rappresenta, assieme alla questione della democrazia inclusiva, una sfida cruciale a livello globale

    Gli Stati Uniti, il clima e la sicurezza internazionale

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    Che la politica ambientale e la lotta al cambiamento climatico avrebbero avuto un posto centrale all’interno dell’agenda di Joe Biden era emerso sin dalla campagna elettorale, quando l’allora candidato democratico aveva definito il cambiamento climatico come la più grave minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Affermazione che si poneva in netta contrapposizione con la retorica di Donald Trump che, in diverse occasioni, aveva sostenuto di non credere all’esistenza del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, fenomeni più volte indicati con l’espressione «hoax» – una bufala, un imbroglio. Il capitolo dunque, attraverso una disamina dei principali provvedimenti di politica interna e delle iniziative di carattere internazionale, analizza l’evoluzione dell’approccio statunitense alla questione climatica. In particolare, mette in luce come l’atteggiamento negazionista di Trump sia stato sostituito da una vera e propria securitizzazione della questione climatica, ora al centro della strategia di sicurezza degli Stati Uniti
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