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La curva dei salari nell'industria manifatturiera italiana
La curva dei salari nell’industria manifatturiera italiana
Il lavoro fornisce un contributo alla verifica dell’esistenza della curva dei salari
in Italia e, quindi, all’osservazione del ruolo svolto dall’ammontare dei senza lavoro,
presente a livello locale, nella determinazione dei salari ivi corrisposti nei periodi
considerati.
Le analisi sono state condotte sulla base delle osservazioni tratte da due banche
dati: la banca dati del gruppo bancario Capitalia, utilizzata per l’Indagine sulle imprese
manifatturiere italiane realizzata relativamente al triennio 1998-2000 e contenente
dati su 4.021 imprese; L’Archivio Storico della Banca d’Italia dell’Indagine sui
bilanci delle famiglie italiane (1977-2000), relativamente al periodo 1993-2000, contenente
osservazioni su 7.145 addetti dell’industria manifatturiera.
Controllando per le caratteristiche delle imprese e degli addetti, i risultati di regressioni
del salario reale sul tasso locale di disoccupazione dimostrano l’esistenza
della curva dei salari in Italia
“Gli effetti delle caratteristiche socio-economiche delle regioni italiane sull’efficienza di un campione di imprese manifatturiere”
ed. Il Mulin
“Gli effetti delle caratteristiche socio-economiche delle regioni italiane sull’efficienza di un campione di imprese manifatturiere”
ed. Il Mulin
Natural Hazard Risk Management
Il tema del Natural Hazard Risk Managment è svolto in collaborazione con ”CMCC– Mediterranean Centre for Climate Change, Capua, Italy” Dr. Paola Mercogliano e con la SUN, Proff. Roberto Greco e Lucio Olivares.
Si tratta di un tema di natura interdisciplinare, che vede coinvolti ricercatori impegnati in diversi settori scientifici: economia politica, ingegneria geotecnica ed idraulica, meteorologia. Tale natura è, infatti, la più adatta a superare l’estrema incertezza in cui si trova chi è chiamato a risolvere, per sé o per la collettività e, troppo spesso in situazioni di emergenza, problemi di Natural Hazard Risk Assessment e Risk Management.
Alla base del lavoro di ricerca proposto vi è l’idea che non sia sensato affidarsi a percezioni soggettive del rischio. Troppo spesso, infatti, si tratta di valutazioni estremamente lontane dalla realtà oggettiva.
E’ per questo che il lavoro di ricerca si pone l’obiettivo di costituire uno strumento di supporto alle decisioni fondato esclusivamente su dati scientifici costantemente aggiornati. Tale strumento, recepito dagli stakeholders pubblici e privati, servirà per fondare le scelte democratiche sulla realtà oggettiva nel campo della mitigazione del rischio ambientale. Si ritiene, infatti, sia falso il trade-off tra razionalità e democrazia
The Italian Wage Curve. The Effects of the Recent Labour Market Reforms.
The Italian Wage Curve. The Effects of the Recent Labour Market Reforms
The paper examines some effects of the recent reforms aimed at increasing flexibility in
the Italian labour market. It shows their incapability to respond to the “inclusion” problem
which still characterises the country. New temporary low-skill jobs were created but the reforms
have neither enforced industrial competitiveness nor increased productivity. Far from
solving the problems of a dual economy, de-regulation of Italian labour market has reinforced
them and has concurrently eroded civil rights thereby making a departure form standards
of health and morality. Excessive turnover of workers and firms is a major obstacle to
human capital accumulation. A hostile territory produces social inequality, poverty and under-
consumption that severely compromises growth.
Key words: Labor and Demographic Economics; Wages, Compensation and Labor Costs;
Wage Level and Structure; Wage Differentials
JEL Classification: J, J3, J31
Final version received May 200
“Gli effetti delle caratteristiche socio-economiche delle regioni italiane sull’efficienza di un campione di imprese manifatturiere”
ed. Il Mulin
“Efficienza del sistema finanziario meridionale e struttura produttiva durante gli anni Novanta”
“Intermediari finanziari meridionali. Efficienza e contesto ambientale negli anni Novanta”, Rivista Italiana degli Economisti
Natural Hazards, Poverty Traps versus Economic Growth
Governments, even in developed countries, devote too scarce resources to coping (ex-ante) with natural hazards;
as a consequence of this short-sightedness, (ex-post) direct and indirect effects of catastrophic events deeply
compromise the economic growth.
Protective measures against natural hazards mean complex choices involving the opinions of multidisciplinary
groups of experts in the fields of ecology, civic and geotechnical engineering, geology, meteorology, law and
economics. Moreover, tools and choices affect different stakeholders: politicians, producers, consumers, taxpayers
and voters. Complementarity between informed rationality and democracy need to be recognized and guaranteed
as too often the perceptions of the majority of the stakeholders involved about natural hazards are not consistent
with any objective information about the catastrophic event.
The interaction between strict budget constraints, extremely high degrees of uncertainty, risk-aversion and credit
rationing, trade-off between democracy and rationality, are the main causes of potential ‘poverty traps’.
First of all we believe that the ‘reconstruction output’ to be included in GDP as an ex-post effect of a natural hazard
is a forced investment much more effective in crowding-out other consumption and investment and less effective
for growth than investments aiming at increasing, ex-ante, the resiliency of the economy. Keynes’ ‘Animal Spirits’
are embedded in positive expectation for future gains especially if not concentrated in reconstruction procurement
sectors but spread across different sectors of the economy.
The increased demand for reconstruction goods and services may act in both directions depending on the phase of
the business cycles in which the economy is. Risk premiums for risk-averter investors increase in consequence of
a natural hazard event; this restrict budget constraints and strengthen credit rationing. A mere replacement effect
of the destroyed capital by a more efficient one is not enough to assert a prevalent stimulus effect of disasters on
economic growth.
Econometric analyses are not conclusive in the sign of the impact of natural disasters on growth.
The ‘poverty traps’ effect may be stronger where resources are mainly devoted to the supply of a ‘reconstruction
output’ instead of a ‘resiliency output’.
Following the suggestions of financial literature, we believe that a certain (minimum) percentage of GDP may be
devoted by Governments to cope (ex-ante) with natural hazards. This will redistribute some resources from the
‘reconstruction sector’ to the ‘resiliency sector’ and mainly to a human capital investment. We’ll, then, try to link
‘resiliency’ to economic growth
La curva dei salari in Italia.
In generale, l’idea che l’ambito istituzionale influenzi profondamente il funzionamento dei mercati è saldamente radicata in letteratura. Per quanto riguarda il mercato del lavoro sono pionieristici i lavori teorici di Akerlof (1982), Bowles (1985), Williamson (1985), Stiglitz (1987), Solow (1990). Anche la letteratura empirica ha sempre più legato la performance del mercato del lavoro all’ambito istituzionale prevalente, come testimoniato, per esempio, dall’ampia letteratura sul “corporativismo”, da quella sull’“eurosclerosi” e da tutti quei lavori basati sulle istituzioni per spiegare la disoccupazione, i differenziali salariali, l’accumulazione di abilità (Blanchard, Wolfers, 2000). La significativa riforma istituzionale, avvenuta durante gli anni Novanta, ha influenzato profondamente il funzionamento del mercato del lavoro italiano, riducendo il grado di centralizzazione della contrattazione salariale, introducendo nuove tipologie di “lavoratori atipici” (come quelli impegnati in lavori “interinali”, lavori on call ecc.) e promuovendo sostanziali limitazioni salariali i cui effetti sembrano eccezionalmente di lunga durata . La dispersione salariale è fortemente aumentata, determinando un sostanziale aumento dell’ineguaglianza dei redditi. Nel periodo 1989-2000, inoltre, il ridimensionamento delle retribuzioni reali ha coinvolto non solo i lavoratori a tempo parziale e “atipici” ma anche quelli con contratti di tipo tradizionale. La caduta del potere d’acquisto dei salari (lordi) in Italia è in netta controtendenza rispetto a quanto accaduto all’Europa degli anni Novanta (ILO, 2000, p. 3). La variabilità territoriale dei tassi di disoccupazione, già in crescita negli anni Ottanta, è ulteriormente aumentata negli anni Novanta aggravando lo svantaggio delle aree meridionali Questa evoluzione deve essere ampiamente attribuita a una più alta dispersione dei tassi di occupazione (che approssimano la disponibilità delle opportunità di lavoro), mentre i divari territoriali nell’offerta di lavoro (approssimati dai tassi di attività) sono rimasti sostanzialmente immutati. Inoltre, la ristrutturazione industriale della metà degli anni Novanta ha prodotto una caduta drammatica dell’occupazione industriale, soprattutto nelle
grandi imprese dove il lavoro è tutelato da una legislazione protezionistica. Tutto ciò ha causato un’accresciuta variabilità territoriale del “grado di tensione sul mercato del lavoro” (inteso come numero relativo di posti vacanti rispetto al numero di disoccupati), che è la variabile che guida il sistema economico verso un livello più elevato di rigidità istituzionale, se si
accetta l’inversione del nesso di causalità tra protezione dell’occupazione e performance del mercato del lavoro operata da Saltari e Tilli (2004). Di fronte a questi cambiamenti, è appropriato rivalutare il potere esplicativo delle interpretazioni alternative della disoccupazione e degli squilibri regionali del mercato del lavoro.
Principio ispiratore della riforma istituzionale (cfr. il Libro bianco del ministero del Lavoro) è stato rimuovere le rigidità del mercato del lavoro, la resistenza dei salari reali, gli insostenibili costi del licenziamento, l’indifendibile egualitarismo nella contrattazione salariale, tutte cause del perdurante problema della disoccupazione in Italia. L’attenzione è stata, quindi, essenzialmente rivolta a:
a) l’incapacità dei prezzi dei fattori produttivi di riflettere scarsezze relative. La centralizzazione nazionale della contrattazione salariale, l’espansione del pubblico impiego e l’aumento dei trasferimenti di reddito alle famiglie avrebbero reso i salari insensibili alle differenze nelle produttività marginali del lavoro, riducendo la domanda di lavoro ;
b) i vincoli legali e istituzionali imposti alle assunzioni e ai licenziamenti. Tali vincoli avrebbero impedito l’ottimale funzionamento del mercato del lavoro, riducendo la produttività del lavoro e favorendo l’uso di input alternativi (Bentolila, Bertola, 1990; Bertola, 1990, 2004).
Entrambi i fattori (a e b) avrebbero agito prevalentemente nelle regioni meridionali determinando un più alto rapporto capitale-lavoro e più bassa occupazione e produzione. Alcune interpretazioni alternative (rif. in c, d, e, f, g), invece, proponevano e propongono oggi, con ancora maggiore
insistenza, di investigare l’impatto sull’occupazione dell’innovazione, dei vincoli esistenti dal lato della domanda, e inoltre di volgere particolare attenzione a fattori come la competitività non di prezzo, il comportamento
delle imprese rispetto alle innovazioni, alla tecnologia, al potenziamento delle capacità e alla specializzazione settoriale. Le radici teoriche ed empiriche di tali argomentazioni oltre a confutare quelle alternative già richiamate (a e b) sottolineano – in un’ottica di equilibrio parziale:
c) che la severità di un sistema di protezione all’impiego è l’effetto e non la causa di un mercato del lavoro depresso (Saltari, Tilli, 2004); d) che nell’industria manifatturiera italiana e ancora di più in quella meridionale il lavoro temporaneo e le nuove forme di lavoro “atipico” sono fonte d’inefficienza e hanno un effetto negativo sulla produttività e sull’occupazione.
La natura temporanea del contratto spinge almeno una delle parti in causa (datore di lavoro-lavoratore) a limitare il proprio investimento nella relazione d’impiego; soluzioni subottimali per entrambe le parti e per l’intera economia saranno il risultato delle scarse “dosi” di capitale umano investite nella relazione di impiego temporanea. La produttività delle imprese italiane,
e ancora di più di quelle meridionali decresce al crescere della proporzione di addetti a tempo determinato impiegata. La relazione tra produttività e lavoro temporaneo si inverte quando l’attività di formazione professionale all’interno (contratti di formazione) o all’esterno dell’azienda (corsi di formazione)
produce una “dose” non trascurabile di investimento in capitale
umano. La propensione allo shirking dei lavoratori si riduce al crescere della serietà della relazione di impiego temporaneo e della probabilità che essa sia convertita in una relazione permanente. Prendendo in considerazione le interazioni del mercato del lavoro con gli altri mercati, tali interpretazioni alternative evidenziano, inoltre:
e) il ruolo della “povertà tecnologica e istituzionale” (intendendo con ciò la sfavorevole specializzazione produttiva, e la scarsezza di alcuni input che hanno la natura di beni pubblici, l’innovazione tecnologica, l’accumulazione di capitale umano, infrastrutture, l’insufficiente certezza dei diritti di proprietà); e, dal punto
di vista teorico, Autor, 2000; Ramey, Watson, 1997);
f) il malfunzionamento del mercato del credito, che impone severi vincoli finanziari alle imprese (Giannola, 1999; Giannola, Sarno, 2004; Lopes, Netti, 2002, 2004);
g) l’impatto occupazionale dei mutamenti tecnologici e dei vincoli alla domanda (Pini, Piacentini, 2000; Costabile, Papagni, 1998).
Nel presente lavoro ci si propone di affrontare dal punto di vista empirico alcuni argomenti connessi principalmente alla prima interpretazione circa l’incapacità dei prezzi dei fattori produttivi di riflettere scarsezze relative (a), al fine di confutarla. In particolare si osserva che il giudizio che la letteratura empirica ha espresso sulla flessibilità salariale dell’economia italiana degli anni Novanta dipende anche (a monte) dalla banca dati utilizzata e (a valle) dai periodi e segmenti di indagine, dal grado di aggregazione
delle osservazioni, dalle modalità con le quali rappresentare le caratteristiche strutturali delle aree di interesse.
Inoltre, si dimostra l’esistenza di una “curva dei salari” (Blanchflower, Oswald, 1994) sulla base dei risultati di stime econometriche condotte con due differenti banche dati: l’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia e il data base del gruppo bancario Capitalia (ex Mediocredito Centrale) relativo a un campione di imprese dell’industria manifatturiera
italiana
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