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    Andrea Ferrucci a Pistoia. Una cornice per il "Crocifisso" di Giovanni Pisano in Santa Maria a Ripalta, poi in Sant’Andrea

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    This article discusses the marble tabernacle made to contain a wooden Crucifix by Giovanni Pisano, originally in the church of Santa Maria in Ripalta in Pistoia and now in Sant’Andrea. The richly-crafted Carrara marble frame, overlooked by scholarship, is studied as regards both style and typology and is here presented as an important work by Andrea Ferrucci during his period of activity in Pistoia, between 1497 and 1499. The author traces the complex and occasionally tumultuous vicissitudes of the venerated Crucifix and its tabernacle through its liturgical use and displacement, reflecting on the significant and close relationship between the work of art, devotion and history of taste. The lively religious and social dynamics of the city of Pistoia between mediaeval and modern times offer a context for how theory and practice have shaped twentieth-century conservation in Sant’Andrea, resulting in the current placement of the Crucifix and its marble frame

    Una proposta per Bartolomé Ordóñez tra Napoli e Barcellona: un quadro di noce con il Compianto sul Cristo morto

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    L’articolo prende in esame un quadro di noce intagliato a bassorilievo, proveniente dalla collezione dello storico dell’arte Werner Weisbach a Berlino. Vi è rappresentato un Compianto sul Cristo morto, che rivela una forte suggestione delle opere di Donatello tardo e di Michelangelo, con citazioni dalla volta della Cappella Sistina. Ragioni di qualità e caratteri di stile portano a collocare l’opera nel percorso dello scultore spagnolo Bartolomé Ordóñez all’altezza del 1517-1518 circa, in base ai confronti sia con le opere in marmo per Napoli, sia con quelle in legno per Barcellona. L'attribuzione dell'opera a Ordóñez assume un particolare interesse se si pensa che l'arco cronologico di attività dello scultore, che è riconosciuto dalla come uno dei maggiori del Cinquecento eurupeo, è molto ristretto (1514 circa-1520) e quindi un'aggiunta al suo catalogo costituisce un'acquisizione particolarmente rilevante, soprattutto perché le nostre conoscenze sull'artista sono legate ai suoi all'allestimento di grandi complessi decorativi di destinazione pubblica (pale d'altare, sepolcri); quasi nulla, invece, si sapeva di una sua attività destinata a preziosi e raffinati prodotti di piccole dimensioni, di destinazione verosimilmente privata. Lo studio si sofferma anche sulla peculiare tipologia del manufatto. Nella cornice, lavorata nello stesso pezzo di legno del rilievo, è inscritto un verso delle Lamentazioni di Geremia, allo scopo di attivare un meccanismo di connessione tra il soggetto rappresentato e lo spettatore. In chiusura è presentata una rassegna delle derivazioni dall’opera, individuate in area napoletana e, più in generale, italiana

    La cappella di Ippolita de Monti nella chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli. L’arredo e le sue modificazioni, con un’ipotesi sul tabernacolo cinquecentesco

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    Il saggio intende riesaminare storicamente la decorazione della cappella fondata da Ippolita de Monti nella chiesa dei Santi Severino e Sossio a Napoli, lungo un arco cronologico che va dal Cinquecento al Novecento. Recuperando la ricca documentazione ancora esistente, sono analizzate le ragioni di politica familiare e, più in generale, di gusto e di cultura, che portarono la nobildonna ad erigere un sacello in cui celebrare la memoria dei suoi tre figli maschi, nati dal matrimonio con Ugo Sanseverino e prematuramente scomparsi per assassinio. Ippolita de Monti si avvalse di un articolato ‘sistema delle arti’, in cui le varie tecniche ed i vari materiali (marmo, argento, stucco, stoffe preziose) interagivano in un insieme unitario, inteso come rappresentazione pubblica del lutto e della speranza nella resurrezione. Gli originari arredi del sacello, eseguiti alla metà del Cinquecento da artisti di primo piano che, in quegli stessi anni, erano al servizio del viceré Pedro de Toledo (Giovanni da Nola, Francesco da Sangallo, Scipione Fontana), subirono nel Settecento delle significative modificazioni, dettate da esigenze di manutenzione, di culto e di adeguamento al mutare del gusto. Riemergono, dalla rilettura di questa lunga vicenda, diverse notizie relative all’esistenza di un tabernacolo cinquecentesco sin qui ignorato dagli studi, andato poi smembrato nei rifacimenti settecenteschi, ma del quale sopravvivono ancora dei probabili rest

    Per gli esordi di Andrea Ferrucci: il coronamento di un tabernacolo eucaristico

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    Partendo da una riconsiderazione dei più recenti studi dedicati agli esordi di Andrea Ferrucci, il saggio propone l’attribuzione allo scultore fiesolano del coronamento di un tabernacolo eucaristico, conservato in collezione privata. L’opera, esaminata sotto il profilo stilistico e tipologico, è presentata come un rara testimonianza della prima attività di Ferrucci svolta tra la Toscana, l’Emilia Romagna, Roma e Napoli. La pratica di mestiere dello scultore venne consolidandosi attraverso una prassi di bottega che lo vide coinvolto, ancora prima che nella statuaria, in lavori di decorazione. Il frammento di tabernacolo che qui si presenta consente di ampliare le conoscenze su questa fase iniziale del percorso di Ferrucci, tra anni Ottanta e anni Novanta del Quattrocento, quando lo scultore raggiunse un livello artistico ed un’affidabilità di mestiere che gli permisero di approdare all’importante commissione dell’altare del Sacramento per la cattedrale di Fiesole
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