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    La prevenzione della devianza. Ipotesi teoriche e questioni di metodo

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    Questo articolo intende tracciare un itinerario che, partendo dalla ricostruzione dei principi e dei criteri che hanno ispirato l’avvio in Italia della politiche di “Nuova Prevenzione”, prenda in considerazione alcuni limiti e problemi in cui la loro concreta attuazione è incorsa, per poi individuare una serie di questioni teoriche che si ritengono di fondamentale importanza per una evoluzione positiva delle esperienze in atto. Vengono successivamente individuate alcune questioni di metodo, sul piano operativo, per poi cercare di aprire nuove prospettive e di proporre alcune questioni di fondo. Nell’esperienza applicativa italiana di queste politiche la scarsa coerenza metodologica, il mancato sviluppo dell’alternatività allo strumento penale, la troppo facile sintesi tra prevenzione sociale e amministrativa, la scucitura tra ricerca scientifica e modalità operative rappresentano i problemi principali. A questo punto i principali problemi teorici che vengono a porsi sono: la scelta dei modelli criminologici, la definizione della categoria di sicurezza e il suo rapporto con l’idea stessa di prevenzione, il rapporto tra interventi preventivi e repressivi, il rapporto tra sicurezza, libertà e criminalità, il concetto di cittadinanza, di comunità, il rapporto tra ordine e disordine, nell’ottica dell’accettazione-riconoscimento della complessità.

    Il massimo della pena

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    Si pone in luce come la pena dell'ergastolo porti alle estreme conseguenze l'infondatezza delle funzioni formali della pena, costitutiva della pena detentiva in sé. Si analizza poi come altrettanto estremizzata risulti la sfasatura tra il tempo della società e il tempo del carere, così che si dischiudono seri motivi di incostituzionalità. L'adozione della teoria del diritto penale minimo, che comporta l'uso della pena come extrema ratio, non puòche implicare l'abolizione dell'ergastol
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