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    Obsolescenza dell’umano. Günther Anders e il contemporaneo

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    Il pensiero e la produzione teoretica di uno dei più grandi filosofi del Novecento, Günther Anders, la cui riflessione si rivela sempre più decisiva per la comprensione della complessa fenomenologia del contemporaneo, sono il cuore dei saggi contenuti in questo libro. Essi indagano le originali idee di Anders spaziando dalle questioni politiche agli interrogativi etici che animarono il suo attivismo critico, attraversando il suo originale approccio estetico e il suo apporto nell’ambito della critica letteraria. Un pensiero originale che viene così fruttuosamente messo a confronto con quello di molti tra i più importanti intellettuali coevi, come Arendt, Adorno, Benjamin, Heidegger, Freud, Lacan, Levi, Montale, Morselli, Pasolini, Eco e altri, con l’auspicio di segnare un rilevante progresso conoscitivo e critico nel contesto della letteratura e degli studi andersiani in Italia. Il volume raccoglie contributi di Micaela LATINI, Natascia MATTUCCI, Maria Pia PATERNÓ, Francesca R. RECCHIA LUCIANI, Andrea RONDINI, Antonio TRICOMI

    Nei limiti del particolare. Ripensare il maschile oltre il patriarcato

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    Le analisi che contribuiscono a indagare quella complessa fenomenologia oggi nominata come violenza maschile nei confronti delle donne in quanto tali possono privilegiare un’attenzione all’evento singolo, al ine di ricostruirne contesti e motivazioni, oppure una ricerca delle condizioni di possibilità di ordine simbolico che stanno alla base delle violazioni. Uno degli effetti epistemici e politici dell’introduzione del “genere”, come ben sanno i femminismi, è stato quello di mostrare il carattere contingente di gerarchie e processi di inferiorizzazione inscritti in una differente corporeità. In chiave sociologica, la scelta di racchiudere i due sessi e i rapporti che tra di essi si instaurano nell’espressione “genere” ha alla base un preciso posizionamento intellettuale: «attribuire il massimo peso a quanto vi è di socialmente costruito nella disuguaglianza sessuale, a quanto vi è di non biologicamente dato nella relazione di disparità tra uomini e donne». La decostruzione dell’innatismo della nascita sessuata è una direttrice che ha consentito di scuotere la diade sapere-potere che produce ordini e alimenta norme che inevitabilmente finiscono per avere un effetto di normalizzazione. I molti interrogativi che gli studi di genere hanno sollevato in questi anni rappresentano strumenti concettuali messi a disposizione di ricerche che vogliano porre in prospettiva il sistematico riproporsi di violazioni maschili nei confronti delle donne in quanto tali con i saperi e i poteri che di quegli atti di dominazione costituiscono le condizioni di possibilità. Osservata dall’angolo visuale delle riflessioni di matrice femminista, un’analisi del terreno simbolico in cui si è incistata la violenza maschile contro le donne chiama in causa l’attuale crepuscolo dell’ordine patriarcale, almeno in quei Paesi che hanno conosciuto una più vistosa progressione in senso egualitarista delle donne. La fuoriuscita di queste ultime dalla dimensione afasica e particolare rappresentata, non solo in termini simbolici, dall’ambito domestico e il conseguente ingresso nella sfera del pubblico stanno producendo un cambiamento ben più che spaziale. Gli effetti di lungo periodo che pratiche femministe hanno avuto sulla comunità esigono che lo sguardo si ampli oramai al di là dei saperi di sé che le donne hanno messo in campo, questionando i rapporti tra i sessi e la costruzione del maschile

    Violenza e neopatriarcato nell’età dei diritti

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    Il saggio descrive in che modo la questione della violenza di genere interroga le radici dei diritti individuali e il femminismo giuridic

    La forza dell’immaginazione. Letterature del disumano

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    Il saggio mette a fuoco come la letteratura possa avere una funzione determinante nell’attivare la memoria e nel riflettere sulla disumanizzazione provocata dai totalitarismi attraverso un lavoro sull'immaginazione

    Lo scarto tra uomo e mondo. Riflessioni sulla tecnica e sulla minorità dell'umano in Günther Anders

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    L’intento di questo contributo non è quello di offrire un’indagine critica ad ampio raggio sugli effetti del dominio della tecnica nel Novecento, né di fornire una ricostruzione filosofica dei molti autori che hanno messo a tema, soprattutto nel secolo scorso, la questione della tecnica connessa alla sua capacità di caratterizzare un’epoca, nonché di divenirne categoria interpretativa. Alla luce del connubio tecnica-violenza esibito nelle guerre mondiali e, maxime, nei campi di sterminio, si muoverà, in termini generali, da quelle che arendtianamente potremmo definire “alcune questioni di filosofia morale”, ossia la dissipazione della capacità di avvertire limiti a quanto si può fare. Si tratta di una questione che potremmo sintetizzare nei termini dell’incapacità umana di pensare e, per dirla con Anders, di saper sentire quanto si riesce, invece, a produrre. Situarsi in questo scarto che si produce tra le straripanti - ed esponenzialmente accrescibili - possibilità offerte all’essere umano dalla tecnica e la difficoltà o impossibilità della sua capacità immaginativa di farsi carico di quanto si realizza significa riattivare un compito morale. Il tentativo di indagare e riflettere su questo dislivello tra quanto si può fare e quanto si riesce a immaginare, nonché sullo scollamento tra azione e pensiero, si può estendere altresì a tematiche come la colpa e la responsabilità individuale
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