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“Secolo che ci squarti... secolo che ci incanti”. Studi sulla tradizione del moderno
Recensione al volume di Antonio Saccone, “Secolo che ci squarti... secolo che ci incanti”. Studi sulla tradizione del modern
Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, in "Poetiche
Recensione a Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabb
Giovanni Faldella, Madonna di fuoco e madonna di neve
Speranza e Fede sono due vedove che abitano a Riparia, paese contadino del Piemonte dalla morale arcaica, dove i pettegolezzi che passano di bocca in bocca hanno il potere di costruire le identità degli abitanti. Speranza, focosa e sempre disponibile ad aiutare gli altri, ha avuto molti pretendenti che regolarmente sono scappati, intimoriti dalla sua eccessiva carica erotica ed emotiva. Fede invece è fredda e poco disposta a concedere udienza a chiunque non sia parte della famiglia. Lo scontro tra due donne tanto diverse in un ambiente tanto chiuso è inevitabile, e come tale ce lo racconta Giovanni Faldella, che nel romanzo Madonna di fuoco e Madonna di neve inventa la storia delle due donne, della loro lotta insieme tragica e grottesca e del radicalizzarsi dei loro caratteri in malattia anche per l’opera continua delle malelingue, capaci di muovere in maniera incondizionata il pensiero comune. Con uno stile avvincente, colto e ironico, questo libro che piacque a Gianfranco Contini e che a lungo è stato introvabile per il lettore, torna oggi disponibile in una nuova edizione, a raccontare, con sensibilità tutta moderna, una goffa ed eterna tragedia: il conflitto sociale tra chi è considerato onesto e «per bene», Madonna di neve, Fede, e chi invece, a causa di un passato non limpido come donna Speranza, non merita neanche lo sforzo di un tentativo di conoscenza e comprensione che superi la diceria
Pierluigi Pellini, Stefano Lazzarin (a cura di), Un “osservatore e testimone attento”. L’opera di Remo Ceserani nel suo tempo
Recensione a Pierluigi Pellini, Stefano Lazzarin (a cura di), Un “osservatore e testimone attento”. L’opera di Remo Ceserani nel suo temp
La sconfitta del linguaggio. L'impossibilità di narrare il Male: W ou le souvenir d'enfance
The defeat of language. The impossibility of telling the Evil: W ou le souvenir d'enfance. Georges Perec's novel W ou le souvenir d'enfance is the result of the fight made by the writer to tell the Evil of his life, the blank left by the tragic loss of his parents: the novel is the final attempt, made by the word, to build his life on the white of an absence. In the W island, where the Law is unknowable, the Evil reveals his value and it assumes characteristics similar to those that existed in the death champs where Perec's mother met her death. Through this island, Perec tries to tell the Evil that scarred his life. But the language is defeated by this hand to hand, the word is stopped and Perec's writing clashes with something inaccessible
«E quasi volava»: In sonno e in veglia e il fantastico nell'opera di Anna Maria Ortese
Fin dall'inizio della sua produzione narrativa Anna Maria Ortese si è sempre misurata con le sottigliezze della narrazione non realistica, andando più volte ad invadere il campo del fantastico. Ma è con la raccolta del 1987 In sonno e in veglia, e in particolare con due racconti in essa contenuti (Sulla terrazza sterminata e La casa del bosco), che questo rapporto con la scrittura fantastica raggiunge la sua realizzazione estetica più importante.
All'interno di questi racconti si impongono i temi direttamente riconducibili agli stilemi della produzione fantastica. Innanzitutto quello della maison haintée, della haunted house, evidente nell'incipit de La terrazza sterminata («In una casa dove ho abitato precedentemente, qui in Liguria, accadevano strani fatti»). Direttamente collegato a questo, il tema del perturbante, dell'Unheimliche freudiano, evidente sia nelle ambientazioni (le case, laddove come dice Freud lo spaventoso risale da quanto è noto e familiare) sia nelle narrazioni (entrambe in prima persona, forma quasi sempre ricorrente nella narrazione fantastica). La casa del bosco, infine, si tiene straordinariamente vicina ai modi del delirio allucinatorio, tanto da rendere difficile, ad una prima lettura la comprensione dei misteri della storia.
La grande importanza di questi racconti all'interno della produzione di Anna Maria Ortese è sottolineata anche dal fatto che questi intrattengono rapporti sia con la sua opera precedente (con L'infanta sepolta, per il ruolo che le protagoniste intrattengono con il reale), sia con quella successiva (la narrazione autodiegetica intessuta di caratteristiche del fantastico che ritornerà in Alonso e i visionari)
La via pura della saggistica. La lezione di Roberto Longhi: Cesare Garboli e Alfonso Berardinelli
Roberto Longhi's work marked the decisive choice of a critic itinerary which found in the form of essay its most intimate and deepest nature. Incomparable art scholar, Longhi succeeded not only in building a new story of Italian painting, but also in expressing a literary talent which, condensed in his critical activity, took to a popular esteem of his style. If Longhi's lesson was assimilated by writers and directors, his style has also formed successive critics who took him as a reference point. Among these there are Cesare Garboli and Alfonso Berardinelli who, in different ways, assimilated Longhi's lesson in the building of their personal essay writing. Garboli, as shown by the numerous speeches dedicated to him, has always been extremely sensitive to Longhi's genius. Such speeches are also a means to ask himself questions about the contemporary charter of the essay. In Scritti servili and Falbalas a study about the physiology of the essay form is met. This essay form repeatedly dialogues with the structure of Longhi's texts. Berardinelli, on the other side, in his La forma del saggio finds the «virtues» of Longhi's style and his work one of the reasons of the «revaluation of the essay as a literary genre». Berardinelli identifies in Longhi's look a pure vertical instruments which is able, through the essay style, to respect the accuracy of the object in order to guarantee its real presence
Viva Caporetto! e Don Camaleo archetipi di Kaputt e La pelle
Kaputt e La pelle rappresentano l'apice dell'opera di Malaparte, mentre meno attenzione si è concentrata su due opere, minori ma fondamentali, Viva Caporetto! e Don Camaleo. Nella descrizione della disfatta dell'esercito italiano in Viva Caporetto! si rintracciano i caratteri che costituiranno i suoi capolavori come la testimonianza esistenziale delle tappe obbligate di un'umanità spinta all'abbruttimento. L'interesse verso Don Camaleo invece, risiede in una forte consapevolezza nichilista sull'agire umano che mostra come la redenzione non faccia parte della sua esperienza. Questi aspetti saranno protagonisti in Kaputt e La pelle, immersi in un periodo storico successivo dove la tragica premonizione del camaleonte si è rivelata esatta
La violenza sui corpi. Una lettura di Anna Maria Ortese
Le parole «corpo celeste» sono, come scrive la stessa Ortese nell'introduzione al «piccolo libro» omonimo, il filo dorato che attraversa le due memorie e le tre conversazioni che lo compongono. Infatti negli strani oggetti che compongono Corpo celeste, una sorta di appendice teorica alle opere narrative di Ortese, il tema del corpo viene analizzato sotto molteplici aspetti tra loro anche molto diversi, ma partendo sempre dall'assunto che come il mondo è un corpo celeste, così tutte le cose del mondo sono corpi di materia celeste.
Questa concezione del corpo e del suo corso sulla terra risulta mediata, nonostante i depistaggi sulle fonti ispiratrici, dalla lettura dei testi di Simone Weil e da una riflessione di Nicola Chiaromonte (questa espressamente dichiarata anche se in altro discorso) sulla violenza dei corpi nel teatro di Artaud e Ionesco, anch'essa ugualmente debitrice alle riflessioni della filosofa francese. Nei testi Ortese indaga la violenza mortale che il corpo celeste e i suoi abitanti subiscono, analizzando quindi come il corpo umano, quello animale e quello vegetale siano succubi di una civiltà che sta perdendo il senso delle cose, a causa di una sproporzione sempre più grande tra l'uomo, gli altri uomini e le cose terrestri. Nei Quaderni di Simone Weil ci si imbatte infatti nella descrizione di un mondo dove nulla è a misura dell'uomo, dove tutto è squilibrio; la fonte di questa discrepanza scrive Weil, è da rintracciare nella civiltà umana che sta definitivamente perdendo l'equilibrio tra se stessa e ciò che la circonda. Ortese aggiunge che a causa di questa sproporzione la natura del corpo viene tormentata ed offesa, perdendo del tutto il rispetto per la santità che ammanta tutti i corpi sulla Terra. Inoltre per Ortese non può esistere corpo se esso non vive in relazione armonica con tutti gli altri, altrimenti esso diviene – e qui Ortese riprende di nuovo la lezione di Weil dietro lo schermo dello scritto di Chiaromonte su Artaud – «rivestimento ingombrante di semplici apparati organici»
Francesco Maino, Cartongesso
Recensione a Francesco Maino, Cartongesso, in “Allegoria”, n. 69-70/2015, p. 419
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