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    Ancora sulle sestine liriche

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    Il saggio approfondisce la percezione e la forma della sestina nel corso del XVI secolo, discutendo soprattutto i suoi esiti più sperimentali, spesso privi di riscontro nel corso dei secoli successivi. Le variazioni interessano due principali macrocategorie: la collocazione d’uso e materia; e il profilo formale. L’indagine avvia, infine, una riflessione sul rapporto tra le pratiche innovatrici passate puntualmente in rassegna e la trattazione teorica, di cui si offre un’appendice di testi funzionale a illustrare il punto di vista sul metro da Dante Alighieri fino a Tommaso Stigliani

    I versi e le regole. Esperienze metriche nel Rinascimento italiano. Atti della Giornata di Studi (Pisa, 4 giugno 2018), a cura di M. Dal Cengio e N. Magnani

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    Non c’è dubbio che il Cinquecento rappresenti, dal punto di vista metrico e stilistico, uno dei momenti più sperimentali e al contempo più teoricamente consapevoli della nostra tradizione letteraria. Inquieta deferenza al modello petrarchesco, tensione verso la norma e insofferenza delle regole, riesumazione archeologica dell’antico e costante riflessione sugli strumenti e gli istituti della scrittura in versi si intrecciano in una stagione irripetibile, che i contributi raccolti in questo volume – dovuti per lo più a ricercatrici e ricercatori molto giovani – esaminano originalmente da diverse angolazioni. Vengono così osservati da vicino non solo autori a vario titolo canonici come Sannazzaro, Bembo, Tolomei e Bernardo Tasso, ma anche sperimentatori più sbrigliati del tipo di Catti, Firenzuola e Tesauro, oltre che un genere per eccellenza oltranzistico come quello della sestina lirica. La luce viene quindi puntata sui grandi nodi teorici, oggetto della seconda sezione del libro, nella quale si discute tra gli altri di Trissino, Ruscelli e Speroni, immergendosi nella selva di programmi, manifesti e trattati che costellano dall’inizio alla fine il lungo secolo delle regole e delle dispute, che fu anche il secolo di alcuni dei nostri massimi capolavori

    Lodovico Dolce e l’ottava rima: il caso della Vita di Giuseppe (1561)

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    Contestualmente allo studio dell’ottava rima nel XVI secolo, la figura di Lodovico Dolce sembra assumere un ruolo significativo. Il poligrafo, infatti, oltre comporre due serie di stanze in ottava rima, è autore di dieci opere – poemi e romanzi cavallereschi – in ottava. In questa sede, l’attenzione verterà su un lavoro ancora inedito del poligrafo veneziano ovvero la Vita di Giuseppe (1561), l'unico poema spirituale della sua produzione. Il componimento risponde al tentativo di elaborare un poema epico di argomento sacro. La sua “epicità” risiede a livello contenutistico nella sovrapposizione di memorie latine e greche alla parabola biblica e da un punto di vista formale nell’assimilazione del modello ariostesco. Quest’ultimo, imprescindibile a tale altezza cronologica per qualunque poema in ottave, era particolarmente caro a Dolce che, oltre a curarne numerose edizioni e un’apologia (Venezia, 1535), compose Le prime imprese del conte Orlando (Venezia, 1572). L’intervento, dunque, intende indagare – sul modello degli studi di Praloran, Cabani e Soldani – la fisionomia dell’ottava dolciana sia in relazione al precedente ariostesco, mettendone in luce punti di contatto e differenze, sia proponendo l’analisi approfondita di alcuni casi, utili per evidenziare la familiarità poetica di Dolce con l’uso dell’ottava e confrontabili, in un’ottica più ampia, con la sua intera produzione

    Ancora su Tasso e Speroni. Qualche riflessione a partire da un paio di sonetti

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    A partire dalla lettura ravvicinata di un paio di componimenti, il saggio si propone di approfondire i rapporti tra Sperone Speroni e Torquato Tasso su un piano lirico. Nel dettaglio, dopo un primo inquadramento, si propone l’analisi di un sonetto tassiano per Speroni, oggi annoverato fra le sue Estravaganti, e, a seguire, di un sonetto del filosofo, assegnato impropriamente a Tasso da un filone della tradizione a stampa delle sue Rime. Alle conclusioni è affidato il compito di provare a sondare alcune possibili intersezioni che avvicinano le loro esperienze liriche

    Gli strumenti statistici di fronte alle bizzarrie metriche: riflessioni di metodo a partire da Bernardino Baldi

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    Il contributo prende in esame lo sperimentalismo metrico di Bernardino Baldi, personalità cruciale per l’incontro fra scienza e letteratura nel passaggio tra XVI e XVII secolo. In particolare, ci si propone di avviare uno studio metrico-statistico della seconda sezione del Lauro (1600), riproposizione cinquecentesca di un codice poetico duecentesco. Attraverso il supporto di dati quantitativi, si discutono le strategie formali messe in atto dall’autore, in dialogo sia con il proprio tempo sia con un lontano passato ‘siciliano’, riflettendo intorno agli interrogativi metodologici che un simile caso metrico è in grado di sollevare

    «E l’autorità di Dante (perdoninmi alcuni) non vale»: riflessioni intorno all’incisività del Dante lirico nella poesia veneta del XVI secolo

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    Alla luce del risvegliarsi di interesse per la poesia delle origini proprio di inizio Cinquecento, il saggio si sofferma sulla ricezione del Dante lirico nella scena poetica veneziana del sedicesimo secolo. Questa è stata indagata tenendo in considerazione tre livelli del discorso: la considerazione teorica nei riguardi della poesia dantesca, la sua percezione in relazione al canone dominante, e la sua limitata assimilazione nella rimeria del tempo, da verificare attraverso sondaggi testuali, che tengono conto anche di possibili interferenze, in particolare petrarchesche. Da ultimo, lo studio intende riflettere sulle ragioni di una simile marginalità da parte di una cornice culturale profondamente affascinata dalla poesia arcaizzante: la lirica dantesca, infatti, sembra costantemente in bilico tra l’essere considerata (solo) quasi petrarchesca e non abbastanza duecentesca per rispondere agli interessi del primitivismo di epoca moderna

    La Vita di Giuseppe di Lodovico Dolce: per una contaminazione di epiche

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    La Vita di Giuseppe (Venezia, Giolito, 1561) di Lodovico Dolce è l’unico caso, ancora poco noto alla critica, in cui il poligrafo si cimentò con l’epica spirituale. L’opera, contestualizzata nel recupero cinquecentesco della figura del patriarca, consiste nella riscrittura dell’incompiuto poema latino Ioseph di Fracastoro, redatto dal veronese su esortazione di papa Paolo III. In questa sede ci si propone di indagare le influenze dell’epica classica e cavalleresca nella trattazione dolciana dell’argomento biblico. Inoltre, non si trascurerà di discutere il reale significato della sua rielaborazione, proposta nel pieno delle direttive controriformistiche in materia di politica culturale e in seguito al processo per eresia subìto dall’autore nel 1558

    Recensione a Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di A. Comboni e T. Zanato, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2017

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    La recensione propone una riflessione a partire dalla pubblicazione dell’Atlante dei canzonieri in volgare del Quattrocento, a cura di Andrea Comboni e Tiziano Zanato, Firenze, SISMEL- Edizioni del Galluzzo, 2017. Oltre a sottolineare i meriti del lavoro, la recensione colloca la pubblicazione all’interno di un risvegliato interesse per la poesia del quindicesimo secolo e delinea possibili piste di ricerca future

    Il genere epicedico come affermazione di una sodalitas. Il contesto veneziano

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    Il saggio si propone di mettere in luce la funzione sociale delle scritture epicediche di pieno sedicesimo secolo, che sarebbe riduttivo intendere solo come esternazione di un dolore individuale o di consolatio amicale. Infatti, una poesia di argomento funebre presenta due ordini di destinatari: il defunto – spesso promosso a interlocutore dall’io lirico, ma che costituisce in realtà soprattutto l’occasione di scrittura – e i lettori del testo, ovvero, più genericamente, il pubblico a cui l’autore immagina di rivolgersi. Soffermandosi sul contesto veneto di metà XVI secolo, lo studio intende mettere in luce il carattere profondamente corale della rimeria in morte gravitante attorno al circolo ca’ Venier, proponendo una serie di affondi a partire dai versi in morte di Pietro Bembo fino alle rime funebri per Girolamo Fenarolo
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