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Like a Prayer. Forme del religioso e del sacro nelle scritture e nelle arti contemporanee (1990-2020)
Spaces and Bodies of Industrial Labor in Italian Cinema 1945-1975
The essay analyzes the representation of industrial labor in Italian narrative cinema between 1945 and 1975, i.e. from the postwar moment to the economic boom, and from the labor movement struggles around 1968 to the crisis of Italian industry in the mid-1970s. Industrial workers, a rather scant presence in neorealist films, gradually become a commonplace figure in Italian cinema of the 1960s and 1970s – in politically charged films, in the work of modernist auteurs, as well as in more mainstream, popular cinema. The essay focuses, first of all, on the cinematic spaces of labor and daily life, highlighting the intertwining of industrialization and internal migration in Italy at the time. The focus then shifts towards the workers’ bodies, as they becomes the site of a complex and layered cinematic rendition, involving the registers and codes of both comedy and melodrama in order to convey the specificity of their psycho-physical experience as well as the symbolism they’re invested with
Il cammino della speranza: la migrazione come trascendenza
Il saggio propone una dettagliata analisi testuale del film “Il cammino della speranza” di Pietro Germi. È in particolare lo sguardo rivolto verso il fuori campo a rivelarsi quale figura retorica chiave, tramite cui il regista racconta il desiderio migratorio che caratterizza quella fase storico-culturale dell’Italia. Grazie allo sguardo fuori campo – spesso senza che venga poi visualizzato il corrispettivo oggetto di tale sguardo – Germi mette in scena e in forma l’anelito radicale ad un altrove, non privo di risonanze finanche mistico-trascendenti. La mappa migratoria disegnata dal film viene dunque interpretata sia in relazione all’intreccio tra neorealismo e melodramma tipico del cinema italiano dell’epoca, sia in rapporto ad altre forme transnazionali di racconto cinematografico della modernità (dalle sinfonie della città degli anni Venti al cinema di John Ford). Ancora, la riflessione di Emmanuel Levinas sul volto come spazio di empatia contribuisce a chiarire la posizione ideologico-filosofica del film di Germi
Italian Industrial Literature and Film. Perspectives on the Representation of Postwar Labor
This book explores the representation of industrial labor in Italian literature and film from the 1950s through the 1970s. The first article of the postwar Italian Constitution states that the Republic is founded on labor. Forces across the political spectrum, from Catholic to communist, invested labor with the power to build a new national community after Fascism and war. The 1950s-1970s saw dramatic transformations, in economic, social and cultural terms, as labor moved from agriculture to industry and a whole generation of Italian writers and filmmakers used literature and cinema to interpret – and influence – these changes and to capture the new experiences of industrial labor. The essays in this book offer a comprehensive panorama of this generation’s work, examining key questions and texts, set against the context of history and theory, gender and class, geography and the environment, as well as their precursors and present-day successors
Linguaggio filmico e performance del confine nel cinema italiano
Obiettivo del saggio è quello di riflettere sul rapporto tra il cinema e il confine – sia dal punto di vista tematico (i film che raccontano il viaggio e la migrazione) che da quello formale (il cinema come esperienza spaziale, come strumento di organizzazione dello spazio percettivo). La scommessa sta precisamente nell’adoperare una riflessione sul linguaggio cinematografico (il montaggio, il formato, il colore ecc.) per ragionare sui diversi modi in cui, diacronicamente, il cinema italiano abbia messo in scena lo spostamento migratorio (dalla retorica trionfalista del fascismo all’attenzione neorealista alle fasce subalterne, dall’intreccio tra melodramma e commedia degli anni Settanta alle forme del documentario contemporaneo). Il filo rosso che organizza questo ‘vagabondaggio’ tra film e contesti produttivi anche molto diversi tra loro è la curiosità verso le identità in transito, per evidenziare gli aspetti performativi, instabili, creativi e spesso contraddittori di posizioni culturali in movimento. L’indagine mostra come il racconto del viaggio abbia organizzato un’idea di spazio sociale che, oltre a riprodurre immagini corrispondenti a geografie dello sguardo egemoniche, ha anche contribuito a configurare delle mappe in cui la polisemia del concetto stesso di confine viene esplorata visivamente
Fotografia, aura e atmosfera: l’esperienza filtrata ai tempi di Instagram
Nell’attuale sistema dei media la proliferazione delle tecnologie mobili, con la forte enfasi che esse pongono sulla connettività, ha investito l’immagine fotografica di una rinnovata centralità. Si può dire che rapporto con i media visivi oscilli tra una dimensione oggettuale che permette un possesso feticistico (Metz), ed una dimensione spaziale che implica invece una resa del soggetto, una sua disponibilità ad abbandonarsi alle immagini e ad abitare i mondi che esse producono (Heidegger, Barthes, G. Bruno).
Il web declina però tale discorso secondo direttrici peculiari. Uno sviluppo particolarmente interessante all’interno di questo nuovo panorama fotografico è costituito infatti dalla tendenza a rifarsi esplicitamente a modelli iconografici del passato: una moda vintage incarnata al meglio da un social medium come Instagram. I filtri propugnati da Instagram si richiamano a macchine analogiche estremamente semplici come la Lomo, che facevano della ‘povertà’ il proprio punto di forza, e sembrano volerne replicare i limiti espressivi, evocandoli a garanti del sicuro impatto delle fotografie sulle comunità online. Si cercherà allora di rintracciare le principali implicazioni sia socio-culturali che estetiche che caratterizzano questa app, pur tenendo conto dell’inevitabile eterogeneità degli atteggiamenti, degli stili e dei prodotti che ne scaturiscono.
Per meglio interpretare il particolare intreccio proposto da Instagram tra la trasparenza del digitale e l’opacità fortemente significante del filtro vintage, diventa centrale la riflessione sulle categorie di aura (a partire naturalmente da Walter Benjamin) e di atmosfera (nell’accezione che ne dà il dibattito della Nuova Fenomenologia). Si cercherà così di comprendere come il filtro fotografico possa funzionare da codice formale per la comunicazione dell’esperienza, in una dinamica in cui la dimensione ineffabile delle immagini deve sempre bilanciarsi con la possibilità di condividerle sul piano sociale. In questo equilibrio precario tra creatività ludica e standardizzazione si coglie il tentativo di trasformare, immediatamente, l’esperienza in qualcosa di memorabile, anche sacrificando le sue caratteristiche più vicine al nostro vissuto ad occhio nudo. Anziché interpretare tale dinamica solo nei termini di una costruzione retorica della spontaneità, si cercherà di cogliere anche le potenzialità ludiche positive di questi potenti tendenze all’estetizzazione della vita quotidiana
La città, il corpo, l’immagine. Fantasie di distruzione nel cinema apocalittico degli anni Cinquanta e Sessanta
Questo articolo si concentra sulle fantasie apocalittiche, connesse al rischio di un disastro atomico, che attraversano il cinema americano (e più generalmente anglofono) degli anni Cinquanta e Sessanta. La discussione adopera come strumento interpretativo le diverse declinazioni della categoria del corpo, come intreccio tra materialità e dimensione metaforica.
Dapprima, si investiga il modo in cui la rappresentazione dello spazio urbano proposta dal cinema del dopoguerra tradisca una serie di ansie connesse al conflitto mondiale appena trascorso, all’emergere della Guerra Fredda e in generale alla paura nucleare. Una lettura cartografica del cinema americano dell’epoca (il noir e la fantascienza in particolare) coinvolge in modo precipuo anche una riflessione sulla corporeità dell’individuo e della collettività, poiché la retorica organicistica si rivela un ambito discorsivo particolarmente rilevante nel contesto dell’umanesimo postbellico.
Il cortocircuito tra presente, passato e futuro proposto dall’immaginario catastrofico conduce, d’altronde, ad una messa in discussione del corpo stesso del testo filmico. Il cinema di questi anni è dotato perciò di una dimensione esplicitamente metacinematografica, che sembra problematizzare la possibilità stessa di portare avanti la rappresentazione. Lungi dall’implicare soltanto il livello tematico, insomma, le fantasie apocalittiche investono in pieno anche il piano estetico-stilistico, fino a toccare in maniera inequivocabile la dimensione della materialità dell’immagine
La colpa e la città. Protagoniste femminili e spazio urbano in due melodrammi dell’immediato dopoguerra
Per quanto distribuiti pressappoco contemporaneamente, "La vita ricomincia" (M. Mattoli, 1945) e "Due lettere anonime" (M. Camerini, 1945) offrono due ritratti nettamente distanti dell'Italia post-fascista. Pur condividendo una posizione ambigua rispetto al canone neorealista (da cui in ogni caso prendono in prestito diversi elementi), i due film impiegano l'immaginazione melodrammatica che forma il nucleo di fondo di entrambi i racconti in direzioni ideologicamente opposte. L'analisi proposta qui si concentra sulla relazione tra le protagoniste femminili di questi film e la città (Roma) in cui esse si muovono, quale strumento privilegiato per l'investigazione del senso di colpa italiano nel momento postbellico.Albeit released at about the same time, "Life Begins Anew" (M. Mattoli, 1945) and "Two Anonymous Letters" (M. Camerini, 1945) offer two very different depictions of post-fascist Italy. While sharing an ambiguous position in relation to the neorealist canon (from which they nonetheless borrow many an element), the two films deploy the melodramatic imagination that forms the core of their narratives in radically different ideological directions. The analysis proposed here focuses on the relationship between their female protagonists and the city they inhabit as a way to investigate the problem of Italian postwar guilt
Transitional Environments. Color as Atmosphere in 1950s American Cinema
Il saggio tratta dell’impiego del colore quale forma di atmosfera nel cinema statunitense degli anni Cinquanta. Il lavoro cerca di conciliare la riflessione di stampo mediale sull’idea di atmosfera e l’adozione di questa categoria per rendere conto di precise opzioni stilistiche e di messa in scena. L’articolo trova il proprio riferimento teorico principale della teoria della cultura elaborata dallo psicoanalista inglese Donald Winnicott, con i suoi concetti di “oggetto transizionale” e “spazio potenziale”. La discussione è strutturata secondo un grado discendente di tangibilità: si parte dalla qualità atmosferica e aptica degli oggetti cinematografici, per arrivare alla luce colorata e alla sua capacità di effondersi nell’ambiente. Una tale articolazione del discorso serve ad investigare il ruolo giocato dal colore in quella dinamica di perenne sospensione transizionale tra materialità e spazialità che caratterizza l’esperienza cinematografica.The paper investigates color as a form of atmosphere in 1950s Hollywood cinema. It represents an attempt to try and bridge the gap between the employment of the notion of atmosphere in the field of media studies, and its adoption as a useful term to account for certain precise stylistic choices on the part of the filmmakers. The article finds its main theoretical reference point in the theory of culture elaborated by British psychoanalyst Donald Winnicott, with his categories of “transitional object” and “potential space”. The discussion is structured according to a decreasing degree of tangibility. It starts with the atmospheric quality of haptic, almost graspable cinematic objects, to conclude with colored light and its ability to suffuse the environment. Such an articulation of the discourse aims at illuminating the different ways in which the use of color affected the whole range of transitional interplay between materiality and ambiance that characterizes the film experience
Recensione di Il bambino nascosto / The Hidden Child di Roberto Andò
Review of Roberto Andò's 2021 film Il bambino nascosto (The Hidden Child), focusing in particular on issues of gender identity, queerness and family love
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